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Posts Tagged ‘xenofobia’

No al razzismo – il messaggio di FIRI

16 ottobre 2009 Commenti disabilitati

No al razzismo – Manifestazione Nazionale a Roma

http://www.17ottobreantirazzista.org/

FIRI ha aderito alla Manifestazione e ha inviato al Comitato Organizzativo il seguente messaggio:

Il razzismo e la xenofobia albergano, come sentimenti potenziali, in ogni individuo umano e in ciascuna società di ogni tempo o luogo. E’ compito della società civile lottare contro leggi inumane o ingiuste ed è compito dei governanti (parlamento + esecutivo) quello di abrogarle.

In parallelo, occorre costruire percorsi di prevenzione degli scontri sociale, lavorare per un clima di comprensione e rispetto che non si traduca in un generico, auto colpevolizzante ed impotente buonismo, ma in leggi e prassi consolidate di accoglienza migrante e del minoritario (e qui non ci riferiamo solo alle entità etniche), in progetti funzionanti di integrazione, in procedure burocratiche snelle a favore dei migranti e soprattutto a favore dei più vulnerabili di loro (ovvero: profughi, sfollati, donne, bambini, gruppi discriminati ecc.).

FIRI ritiene che i cittadini comunitari presenti in Italia, in particolare i romeni, devono restare sensibili e vigili sulla questione – diventato negli ultimi tempi un reale allarme – del razzismo, della xenofobia e dell’omofobia, anche se apparentemente lo status di cittadini UE li mette al riparo da abusi, atti di discriminazione e linciaggio mediatico. L’esperienza del biennio 2007-2009 dimostra infatti il contrario, mentre la tendenza attuale delle politiche sociali, sull’immigrazione e sulla “sicurezza”, non sembra andare nella direzione di una soluzione condivisa dei malintesi e del malcontento sociale, bensì in quella del peggioramento del clima culturale italiano, con conseguenti e frequenti “sfoghi” sociali, anche di natura xenofoba o razzista.

FIRI, quale associazione culturale apolitica e apartitica, ritiene che la lotta alle discriminazioni non sia una prerogativa di una certa parte dello spettro politico, ma ma è una questione che riguarda tutti i cittadini abitanti in un paese democratico dell’Unione Europea. Da questo punto di vista, noi non ci facciamo illusioni: il gusto amaro dei provvedimenti e dei discorsi anti-romeni proviene da governi nazionali di centro-destra (dal 2008) ma anche di centro-sinistra (novembre 2007, decreto Amato).

Pertanto, FIRI si augura che la società civile italiana, e in particolare le associazioni che lottano per i diritti umani, le personalità e le entità politiche, gli enti e le istituzioni che hanno come finalità tale lotta, le chiese e i mass-media – portino avanti l’opposizione alla xenofobia legalizzata.

Consiglio Direttivo FIRI

Romania, la cultura come antidoto al razzismo

3 ottobre 2009 Commenti disabilitati

Com’è possibile che nell’arco di pochi anni la comunità di immigrati che sembrava potersi integrare più facilmente nel tessuto sociale italiano – per motivi linguistici, religiosi e culturali – si sia trasformata nella più temuta?

Colpa della politica? Dell’ignoranza, forse reciproca? Della superficialità dei giornalisti, troppo spesso indulgenti verso stereotipi e banalità di carattere xenofobo? O forse il clima di diffidenza tra romeni e italiani, spesso sconfinato in atti di violenza, è un inevitabile corollario di un fenomeno migratorio di enormi dimensioni? Una risposta unica non esiste: è la conclusione che si può distillare dall’incontro “Roma-Bucarest. Andata e ritorno”, andato in scena venerdì pomeriggio alla sala Estense. Moderato con leggerezza e ironia da Beppe Severgnini, il dibattito ha toccato argomenti diversi: dalla libertà di stampa ai rapporti economici, dalla questione della minoranza rom alla percezione reciproca tra i due paesi.

Di tutto questo hanno discusso Gabriela Preda, corrispondente della televisione romena Prima Tv e collaboratrice di Internazionale, Ovidiu Nahoi, direttore della versione romena della rivista Foreign Policy e Mircea Vasilescu, direttore del settimanale Dilema Veche e professore di letteratura all’università di Bucarest.

Risultato? Serve tempo e conoscenza. Le campagne di comunicazione sono utili, citare la dimensione degli scambi commerciali serve e c’è bisogno di giornalisti capaci di raccontare la realtà nella sua complessità. Ma è soprattutto la cultura che dovrà avere un ruolo chiave: i film di Mungiu, i libri di Cartarescu, i saggi di Eliade, i racconti di Manea sono gli ambasciatori migliori di un paese che vuole farsi conoscere per quello che è davvero.

Fonte – www.internazionale.it. Il programma del festival, che comprende altre presenze romene, consultabile qui.

Caso Racz: due associazioni chiedono al Majestic di ripensarci

30 marzo 2009 Commenti disabilitati

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

“Inaccettabile comportamento dell’Hotel Majestic di Roma”.

Roma, 29 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), nell’ambito delle iniziative a tutela del rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza e contro ogni forma di pregiudizio nei confronti degli stranieri presenti in Italia, lanciano un appello all’Hotel Majestic di Roma perché ritorni sui suoi passi ed assuma, come annunciato, Karol Racz.

Non è tollerabile, infatti, che una struttura alberghiera di tale prestigio ceda di fronte alle posizioni ostili ingiustificabili e frutto di inaccettabile pregiudizio di alcuni suoi dipendenti.

Se l’Hotel Majestic dovesse confermare la non assunzione di Karol Racz in virtù di tali comportamenti, FIRI ed ERI valuteranno se lanciare una pubblica campagna internazionale volta ad invitare i potenziali clienti a non alloggiare presso la struttura in questione e, sussistendone i presupposti, a richiedere l’intervento dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).

FIRI ed ERI si stanno attivando, inoltre, per reperire – come già fatto per Alexandru Loyos Isztoika – una dimora anche a Karol Racz, il quale, dopo essere stato “eroe” per un giorno, scemato l’interesse commerciale nei suoi confronti, porta ancora un marchio indelebile frutto di un errore giudiziario, nonostante la bocciatura delle ipotesi accusatorie nei suoi confronti da parte del Tribunale del Riesame ed in virtù degli accertamenti scientifici espletati.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)

Alexandru Loyos: il primo alloggio dopo il carcere

29 marzo 2009 Commenti disabilitati

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

Roma, 28 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), invocando il rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza anche nel caso di indagati di origine straniera o appartenenti a fasce sociali deboli, hanno provveduto a fornire ad Alexandru Loyos Isztoika, il giorno del suo rilascio, il primo alloggio da persona libera.

L’iniziativa vuole essere un atto simbolico di solidarietà a chi è stato ingiustamente trattenuto in carcere per più di un mese, anche dopo la decisione del Tribunale del riesame che ha stabilito l’estraneità sia di Racz che di Loyos ai fatti che hanno fornito ai media e agli ambienti politici il pretesto per colpevolizzare di nuovo i romeni presenti in Italia.

Le due Associazioni si augurano, insieme alla società civile italiana, che questo caso serva in futuro da lezione per i media, il cui dovere è quello di fornire un’informazione libera ed accurata, scevra da eventuali pressioni politiche, ideologiche o irrazionali, come anche da sensazionalismi per fini “commerciali”, che rischiano di avvelenare inutilmente il clima sociale italiano.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)

Habeas vultus. Quei romeni

15 marzo 2009 Commenti disabilitati

Barbara Spinelli

Habeas vultus. Quei romeni

(La Stampa, 15 marzo 2009)

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati. Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più. Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto. Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi – una parola senza corpo e un corpo senza parola – lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti». Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari – e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo – «biondino» – che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio). Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni – Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo. Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaurita. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harja, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato. La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato. Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöller: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde – politici, giornalisti, cittadini comuni – per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.

Maledetti romeni

10 marzo 2009 1 commento

Umberto Eco: Maledetti romeni
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maledetti-romeni/2071780/18)

Lo erano la Franzonescu di Cogne, i coniugi di Erba Olindu e Roza, Sindoara e Calvuli. E poi Badalamentu, Provenzanul, Liggiu. Hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste

Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano già che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni così drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l’avevano già fatta più di 60 anni fa). Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sarà opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei romeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L’Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Romena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, romena doveva essere Rina Fort, l’autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell’origine romena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull’amante a Villa d’Este. Romena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l’ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e romeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 45 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Romeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un’audace e sanguinosa rapina a Milano, e romeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell’Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure. Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell’autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l’assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti. Romeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell’Italicus e di quella di Ustica, dell’omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d’Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l’attentatore del papa (agente dell’associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu. Questi romeni hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

23 febbraio 2009 3 commenti

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

Lettera aperta a Giordano Bruno Guerri
e al Direttore de “Il Giornale”, Mario Giordano

di Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI

Roma, 22 febbraio 2009

Sull’edizione cartacea de “Il Giornale” del martedì scorso, 17 febbraio, troviamo in prima pagina l’articolo – ripreso anche nella versione on-line della testata – firmato di Giordano Bruno Guerri e intitolato La violenza dei nuovi invasori. Il riferimento del titolo, probabilmente scelto dalla redazione de “Il Giornale” [1], non può trarre in inganno, dato il contesto infiammato di questi giorni, in cui il problema della sicurezza nelle città italiane è emerso nuovamente in forma drammatica e drammatizzata, come conseguenza di alcuni stupri commessi perlopiù da stranieri e, in particolare, da cittadini romeni. Il titolo è già di per sé offensivo nei confronti degli immigrati, e se è stato scelto, come sembra, dalla Redazione, allora non si tratta di un semplice deragliamento personale, ma di una precisa intenzione di infierire.
L’Autore parte da lontano, da un pretesto apparentemente innocuo e irrilevante, ovvero della partita amichevole di calcio tra il Belgio e la Slovenia, all’inizio della quale, per errore, la banda belga ha suonato l’inno della Slovacchia anziché quello della Slovenia. Prendendo spunto da quest’episodio, Giordano Bruno Guerri allarga le sue riflessioni sulla incompiutezza e sull’artificialità dell’unità europea, che egli associa ad una “scatola di bottoni spaiati” per arrivare ad affermare, verso la fine del suo scritto, che “la rapidità con la quale si vuole realizzare l’unione – non solo economica, anche politica – è uno stupro alle tradizioni, ai sentimenti, alla nazionalità dei popoli che compongono l’UE”. Infatti, aggiunge il Nostro, “i popoli non possono venire uniti a colpi di trattati e di costituzioni imposte dall’alto”. In altre parole, l’attuale processo di unificazione europea, e nella fattispecie la recente integrazione dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, è una violenza sia perché è imposta dall’alto, per motivi politico-economici (ma per gli interessi politici ed economici di chi, se non di quelli degli Stati che hanno promosso da una parte e dall’altra l’unificazione europea?), sia perché avviene in maniera troppo veloce. Anche se, dobbiamo ricordarlo all’Autore, secondo molti europeisti il processo è, al contrario, troppo lento.
Dunque, la velocità e l’imposizione dall’alto.
Conclusione: “non si può neanche pretendere che una banda musicale distingua i ventisette inni dell’Unione, figurarsi una presunta fratellanza decisa a tavolino e smentita ogni giorno”.
Non ci è dato sapere se, per l’autore dell’articolo, una banda musicale dovrebbe sapere o meno distinguere i ventisette inni dell’Unione. Per noi, sì. Naturalmente, un errore di una banda non è una tragedia, come non lo è stato nemmeno per i giocatori sloveni, che hanno elegantemente fatto finta di niente. La tragedia è, dice l’Autore, quella rappresentata dalla violenza coatta cui sarebbero sottoposti i popoli europei, “stuprati” da questa cattiva e frettolosa Unione, realizzata a tavolino senza un reale rispecchiamento sul “terreno”. Non è questa la sede opportuna per discutere sul grado di rispecchiabilità nel territorio europeo, tra i suoi popoli e le sue regioni, dell’unità rincorsa nei salotti politici di Bruxelles. Indubbiamente, l’Autore non ha tutti i torti nell’osservare che il processo di unificazione europea è piuttosto un traguardo, un sogno di un matrimonio in grande – per alcuni certamente utopico – che non la spontanea formalizzazione di un’unione di fatto. Tant’è vero che al momento attuale non solo non esiste una squadra di calcio europea, come provocatoriamente ci suggerisce Guerri per “dimostrare” l’impossibilità di una vera unione europea, ma non c’è neppure una politica estera europea o di difesa comune.
Da questa consapevolezza, però, fino allo “stupro” delle tradizioni e dei sentimenti nazionali, c’è una distanza abissale, anche di stile. Anche perché la fratellanza europea non è una chimera campata in aria, ma è culturalmente giustificata – nel senso più radicale e tellurico dell’espressione – ed è peraltro desiderata dalla maggioranza dei cittadini europei, nonostante le sensibilità nazionali e gli interessi locali, i quali possono variare da un Paese all’altro e da una regione all’altra. I fatti occasionali di cronaca nera “inter-etnica” non potranno minare mai questo desiderio. Semmai, esso potrebbe essere minato da una politica miope in materia di immigrazione, che trascura le cause dei fenomeni per concentrarsi demagogicamente sugli effetti e sui sintomi, mescolando strumentalmente i temi dell’immigrazione con quelli della sicurezza, facilitando e stimolando il linciaggio mediatico di intere popolazioni e categorie sociali.
Sull’incompiutezza e sui limiti del processo di unificazione europea si può dunque legittimamente discutere. Non si può discutere, invece, su un’espressione carica di odio xenofobo come “la violenza dei nuovi invasori”, lanciata dalle pagine del “Giornale” come un assioma inconfutabile, come un punto di partenza obbligato per ogni ulteriore (pseudo) riflessione palesemente tracciata in partenza. Infatti, l’Autore giunge ad un’affermazione allucinante, assimilando gli immigrati – e in particolare i romeni – agli invasori, attribuendone di conseguenza il “primo bottino di guerra” rappresentato, per l’appunto, dagli stupri. Sentiamo le sapienti considerazioni di G. Bruno Guerri: “Il fatto è che – sempre e ovunque – lo stupro viene percepito come la presa di possesso dell’invasore: io invado il tuo territorio, e ti dimostro di averne preso possesso nel modo più spietato, violentando le tue donne, che sono il primo bottino di guerra di tutti gli invasori”. A “dimostrare” questa tesi, applicata ai casi degli stupratori recenti con passaporti esteri, secondo l’Autore sarebbe il fatto che “lo sdegno che hanno suscitato gli ultimi episodi avvenuti in Italia è superiore a quello dovuto a rapine e omicidi”. Condividiamo il fatto che lo sdegno suscitato nella popolazione dagli ultimi episodi in questione è superiore a quello causato dalle rapine o dagli omicidi. Concordiamo col fatto che questo sdegno è dovuto anche alla grande carica simbolica della violenza sessuale che, come osserva G. Bruno Guerri, è spesso erroneamente associata alla violenza degli invasori anziché essere presa per quella che è: violenza dell’uomo sulla donna.
Non sappiamo però, stando a questa teoria dell’Autore, a cosa siano associati tutti gli altri stupri, che costituiscono peraltro la stragrande maggioranza dei casi di violenza sessuale in Italia, ovvero quelli “domestici”, compresi quelli perpetrati a danno delle donne non-italiane (indipendentemente se i loro violentatori siano o no italiani). Forse, nel primo caso, si tratta di semplici incidenti di percorso, peccati veniali frutto di comprensibili frustrazioni da parte degli ex-partners delle donne aggredite, magari persone rispettabilissime della buona società? E invece, nel secondo caso, di quale presa di territorio si tratta, soprattutto quando si tratta di aggressori autoctoni e di vittime non italiane? Forse della presa di un territorio virtuale, come quello di Second Life?! Ad ogni modo, è curioso notare come certa politica e certa stampa stimoli lo sdegno dell’opinione pubblica italiana solo quando si tratta di una determinata nazionalità dell’aggressore (preferibilmente, non italiana) e di una determinata nazionalità della vittima (preferibilmente, italiana).
Lasciamo al signor Giordano Bruno Guerri il piacere di escogitare e di illustrarci altri affascinanti modelli teorici applicabili ai casi da noi sollevati. Qui ci preme, invece, sottolineare il danno d’immagine gravissimo, perché frutto di asserzioni arbitrarie e calunniose a carico dei circa un milione di cittadini romeni d’Italia – uomini e donne – considerati “invasori” in questa fantasiosa teoria dell’Autore; ma anche, per estensione, a carico degli altri milioni di residenti di origine straniera, valutati dalla Confindustria o dal sistema previdenziale italiano quali “lavoratori immigrati”, mentre per l’Autore e per la direzione de “Il Giornale” sono degli invasori, da trattare dunque come tali. La conseguenza logica di tale pensiero – già espresso dai microfoni di comizi politici, leghisti e non – sarebbe infatti il licenziamento e l’espulsione di massa di tutti gli immigrati presenti in Italia, per assicurare così al Paese italico quella sicurezza, quella pace e quell’armonia sociale che regnavano prima dell’arrivo degli “invasori”. D’altra parte, se per invasori vanno intesi solo gli stranieri delinquenti, tale ragionamento dovrebbe condurre, semmai, ad associare costoro ai loro “colleghi” di razza italica d.o.c.; questo, se vogliamo evitare di riproporre oggi quanto già commesso nel passato a danno dell’immagine dei cittadini italiani all’estero (“italiani = mafiosi” e così via).
Pertanto, considerata la gravità di quanto contenuto nell’articolo considerato, chiedo allo stesso Autore e al Direttore del quotidiano “Il Giornale” di ritirare pubblicamente le affermazioni incriminate, riservandoci la facoltà di segnalare nelle sedi competenti il fatto commesso, anche per verificare l’eventuale presenza del reato di istigazione all’odio razziale.

[1] Cfr. il titolo scelto dall’Autore, “Europa calcistica e bottoni spaiati”, per l’articolo pubblicato sul proprio blog nello stesso giorno, http://www.giordanobrunoguerri.it/gbgblog/default.htm.