Archivio

Posts Tagged ‘Tibet’

Perché siamo tibetani

12 maggio 2008 5 commenti

Qualcuno, nel leggere il nostro richiamo sulla questione umanitaria tibetana (https://firiweb.wordpress.com/category/culture/), ha mormorato accusandoci di “fare politica”.

Probabilmente, i nostri critici più o meno “politicamente corretti” erano disturbati dal titolo del nostro appello incriminato, che riproduceva un’espressione (“genocidio culturale”) usata dallo stesso Dalai Lama in quei giorni di proteste e disordini per indicare la distruzione sistematica di una cultura, oltre che di un popolo. Del resto, le autorità di Pechino hanno dichiarato ripetutamente che gli stessi disordini sono imputabili alla “cricca del Dalai Lama”. Dunque, noi del FIRI abbiamo usato l’espressione di una parte in causa, e in questo modo ci siamo schierati. Ovvero, “facciamo politica”. Ma la politica di chi? Del Dalai Lama? A prescindere dal fatto che il Dalai Lama non è soltanto la guida spirituale di un popolo senza più patria e il capo di un governo in esilio senza alcun potere effettivo, ma è anche un “casuale” laureato del premio Nobel per la pace, va notato che nel nostro breve appello non abbiamo invocato il suo nome, e nemmeno ci interessava “allinearsi” alle sue posizioni ufficiali, peraltro sempre molto equilibrate e pacifiche nei confronti della nazione cinese. Anzi, nella fattispecie, egli ha continuato a non chiedere il boicottaggio dei Giochi Olimpici ma, al contrario, ha sempre promosso il dialogo con il regime cinese, anche nei momenti di acutizzazione della crisi sino-tibetana. Prescindiamo anche dal fatto che la le autorità della Cina popolare – le quali hanno cercato goffamente di dimostrare che la causa di tutti i mali è il “lupo travestito da monaco” – non ha permesso l’accesso libero dei giornalisti stranieri nel Tibet, rendendo così poco credibile la propria versione dei fatti, versione che mi ricorda il modo maldestro e ridicolo con cui Ceauşescu parlava nel dicembre del’ 89 di quei “teppisti” che avrebbero rovesciato il suo regime.

Prescindiamo da tutto questo, e torniamo all’obiezione che ci è stata mossa. Da un lato, confesso che non mi sento affatto lusingato al pensiero di “fare politica” in un paese come l’Italia, che di politica vive tutti i giorni. Personalmente, preferisco gli spaghetti italiani, cotti rigorosamente al dente, in acqua bollente e ben salata, alla politica italiana. Dall’altro, mi sorprende che l’obiezione sul “fare politica” sia fatta qui, dove in nome delle “battaglie culturali”, “civili” o “per la pace” si inizia con le manifestazioni in piazza a favore della Palestina e si finisce tranquillamente da pensionati del parlamento. Ma, dico io, ben venga la metamorfosi personale, la capacità di adeguare mezzi e strumenti per raggiungere il nobile scopo della pagnotta (pubblica). Probabilmente è proprio tale nobile scopo ad aver spinto alcuni personaggi ad abbandonare la loro misera vita non-politica per darsi invece alla sacrosanta militanza politica, che – come si dice a Napoli – è “cchiù meglio assaje” se viene incoronata con un incarico parlamentare da mezza legislatura (quanto basta per assicurarsi una pensioncina dignitosa in caso di non rielezione) o con una poltrona da ministro. Ma certo, “fare politica” non è da tutti: chiede sacrifici e impegni e soprattutto valori nobili per il “bene comune”. Se ne sono resi conto personaggi di tutto rilievo. Pensate a quanti hanno abbandonato la strada larga che porta alla perdizione per imboccare la via stretta che porta alla salvezza: imprenditori non proprio poveri (Silvio Berlusconi), giornalisti non proprio periferici (Antonio Polito, ex di “La Repubblica” e poi direttore de “Il Riformista”, Lilli Gruber, volto noto della RAI), “attori” come Luca Barbareschi, filosofi non necessariamente sconosciuti (Massimo Cacciari, Gianni Vattimo), e perfino il magistrato Antonio Di Pietro, diventato famoso in tutto il mondo all’epoca – ormai lontana – di “Mani Pulite”. Non vi sembra curioso che in Italia, come dice l’uomo della strada, “le cose si risolvono solo con la politica”? Io, da semplice individuo, noto invece che “con la politica” le cose, anzi che risolversi, spesso si complicano. Talvolta, essi si incancreniscono proprio quando la politica cerca di fagocitare tutto, intrecciandosi con l’imprenditorialità, col mondo dei mass-media, con la giustizia e soprattutto con l’ingiustizia.

Nonostante questo, oso sperare che non tutti i politici della nostra Europa (più o meno unita) facciano politica per il solo fine di una pagnotta in più o per la pensione da mezza legislatura. Oso sperare che le voci critiche della società civile e degli intellettuali indipendenti vengano prese in considerazione dai nostri rappresentanti politici, anche – e soprattutto – nei casi in cui non si tratta della semplice pagnotta di tutti i giorni, ma di un senso elementare di giustizia e di sensibilità umana nei confronti delle persone e delle comunità indifese (di cui i tibetani cinesi sono soltanto un esempio).

Peraltro, richiamare alle autorità europee il caso del Tibet non è stata un’azione vana e solitaria, perché abbiamo visto in questi mesi un’opinione pubblica mondiale molto più sensibile del mondo politico alla questione dei diritti umani in Cina. Qualche leader europeo si è dimostrato meno incline del solito agli atteggiamenti subalterni nei confronti della nuova super-potenza asiatica. Questo ci fa piacere. Perché il caso del Tibet non è una semplice vicenda lontana o esotica, ma un monito sull’estinzione di popoli e culture intere. Perché in Tibet, non meno che in altre aree in cui si assiste al cosiddetto “conflitto delle civiltà”, una parte di tutti noi cerca di resistere alla sopraffazione e alla mercificazione.

In questo senso, siamo tutti tibetani.

Corneliu Horia Cicortas

Annunci
Categorie:culture Tag:, ,