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Posts Tagged ‘scrittori romeni di oggi’

Andrei Pleșu, Un nuovo significato di “unione”

12 febbraio 2014 Commenti disabilitati

Proponiamo qui di seguito la traduzione dell’articolo di Andrei Pleșu pubblicato sul quotidiano Adevărul il 20 gennaio scorso. Con colori vivaci, quelli tipici dell’ironia e della satira, quasi come un vero e proprio pittore, Pleșu ripropone la realtà romena, e, per assurdo, senza volerlo molte realtà di questo periodo. Ogni analogia con la realtà italiana è puramente casuale.

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Un nuovo significato di “unione”

di  Andrei Pleșu

“Per i romeni, la parola “unione” è sacra. Festeggiamo l’unione dei Principati e l’unione della Transilvania con il resto del Paese, sogniamo il ricongiungimento con la Bessarabia [attuale Rep. Moldova, n. red.] e proclamiamo ardimentosi l’unione delle menti e dei cuori.

Per farla breve, come disse il poeta, “sulla nostra bandiera c’è scritto unione”. Per i politici di oggi, tuttavia, la parola è divenuta un ornamento elettorale, un riflesso tardivo dei manuali scolastici.

Di recente ne hanno cambiato nuovamente il senso, avvalendosi dell’efficiente tradizione del linguaggio di legno. Non unifichiamo più il popolo romeno, bensì l’amministrazione di alcune istituzioni. E non parliamo più di “unione”, ma di “accorpamento”. La motivazione non consiste più nel nobile bisogno di solidarietà, ma nella “riduzione delle spese di bilancio”.

I governanti sembrano vivere una reale euforia dell’agglutinazione. Tra tutti i problemi che devono affrontare, hanno deciso di occuparsi assiduamente degli “sprechi” attribuibili alla cultura. La soluzione è sostituire le istituzioni esistenti con aziende collettive di settore. Uniamo, per esempio, l’Opera con l’Operetta, ed eventualmente con il Teatro dell’Opera e di balletto di Constanța e col Centro Nazionale di Danza Contemporanea. Poi uniamo il Museo del Contadino Romeno col Museo del Villaggio e con un pezzetto del Museo di Scienze Naturali. Si parla anche della prospettiva di unire il Museo Nazionale di Arte Contemporanea con il Museo Nazionale di Arte presso l’ex palazzo regale. Di recente, un decreto d’urgenza (principale metodo di lavoro dell’attuale governo) ha deciso “l’accorpamento” della Biblioteca Pedagogica Nazionale “I.C. Petrescu” con la Biblioteca Centrale Universitaria. A ragione, le associazioni di categoria protestano. Si tratta di un’istituzione di 134 anni, legata a nomi importanti della cultura romena moderna, e che raccoglie una collezione di libri di circa 450.000 volumi. Il motivo della decisione? L’edificio della biblioteca è stato restituito ai proprietari. Il danno? 400.000 volumi senza riparo, perché la BCU non può ospitare più di 50.000 volumi oltre quelli esistenti. Dal 2006 si era a conoscenza della notifica di restituzione. Ma nessuno dei governi precedenti, né quello attuale, ha colto l’occasione per trovare una via d’uscita onorevole dalla crisi.”

Comunque, la cultura e l’istruzione sono la quinta ruota del carro.

unione dei contrari

Di conseguenza, torna naturale semplificare le cose provocando un’anemia radicale dell’Istituto culturale romeno, mandando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

L’economia nazionale riceverà, cosi, un nuovo slancio: tapperemo tutti i buchi, pagheremo tutti i debiti, avremo sempre più autostrade e una crescita economica sbalorditiva, quella che tollererà una percentuale incrementata di furti, poiché sullo sfondo di una prosperità in crescita, i piccoli deflussi finanziari non si osservano più.ndando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

All’estero potrebbero imitarci: il Louvre potrebbe essere accorpato al Centro Pompidou di arte contemporanea, la Biblioteca Nazionale di Francia alle oltre 50 biblioteche municipali di Parigi, la Tate Gallery, la National Gallery e il British Museum dovrebbero unirsi anche loro, a beneficio dell’economia britannica. Allo stesso modo, la Galleria degli Uffizi di Firenze con Palazzo Bargello. E così via. Dal momento che viviamo nell’epoca della “regionalizzazione” e della “cooperazione transfrontaliera”, potremmo pensare, per esempio, ad un’unione vantaggiosa del Museo del Villaggio di Bucarest col Museo dell’Uomo di Parigi. O la fusione del Museo di Bacặu  con qualche collezione della città filippina di Mandaue, con cui Bacặu è gemellata.

Anzi, potremmo addirittura uscire dal perimetro della cultura. Potremmo finanziare, in regime di urgenza, ricerche genetiche che uniscano due occhi in uno solo. Si realizzerebbe, in questo modo, un enorme risparmio nell’industria ottica.

Potremmo rinunciare anche alle orecchie, se riuscissimo a trasferire l’udito nel naso. Potremmo unire, per guadagnare spazio, i bagni con le cucine, gli ospedali con le chiese e i cimiteri, gli allevamenti di cinghiali con gli orti. Tutto sta nell’iniziare. Le possibilità che abbiamo dinanzi a noi sono infinite. Perché non avere tutti i musei, di qualunque tipo, riuniti in un unico grande museo nazionale? O tutti i teatri del Paese riuniti in un solo “Teatro della Nazione”? Pian piano scopriremo, probabilmente, anche i vantaggi del partito unico, di un’unica ideologia, di un solo tipo di pane e di una guida assoluta ed eterna.

A parte gli scherzi, non potremmo convincere davvero i nostri ingegnosi dirigenti che non sono gli investimenti nella cultura e nell’educazione a minare il benessere della popolazione? Che, a medio e lungo termine, il profitto prodotto dalle somme stanziate per le istituzioni in questione è immensamente gratificante? Che l’eternità è a buon mercato? Che l’incompetenza, la stupidità e la villana sfrontatezza sono molto più costosi?

Traduzione di Valentina Elia, FIRI.

Articoli correlati: 

Horia Corneliu Cicortaș, AndrePleșu (ancora) inedito”, sul sito web FIRI;

Mauro Barindi, “Farse alle porte dell’Oriente”, va in scena la Romania di Andrei Pleșu, sul mensile online Orizzonti culturali italo-romeni.

Lo scrittore Dan Lungu al Festival di letteratura di Mantova

3 settembre 2013 Commenti disabilitati

Nell’ambito dell’’edizione 2013 di Festivaletteratura, in programma a Mantova tra il 4 e l’8 settembre, la Romania sarà rappresentata dallo scrittore Dan Lungu il quale partecipa, col supporto dell’Istituto Romeno di Venezia, a due eventi.

Il primo evento si terrà giovedì, 5 settembre, dalle 20:45 presso la Chiesa di S. Maria della Vittoria nell’ambito della sezione “Vocabolario Europeo”, nella quale dieci scrittori sono invitati a presentare al pubblico una parola rappresentativa per la loro opera e cultura. Dan Lungu ha proposto il termine “umorismo”. Insieme allo scrittore romeno, all’evento parteciperà lo scrittore finlandese Tuomas Kyrö con la parola “voce”. L’incontro sarà moderato dal linguista Giuseppe Antonelli.Dan Lungu @ Festival Letteratura di Mantova

Il secondo evento si terrà venerdì, 6 settembre, a partire dalle 19.15 presso il Palazzo di San Sebastiano. Accanto allo scrittore italiano Diego De Silva, Dan Lungu parteciperà a un dialogo moderato dal critico letterario Simonetta Bitasi, una discussione sulle opere dei due scrittori incentrata su due parole-chiave amore e ironia.

Dan Lungu è uno dei più tradotti scrittori romeni contemporanei. In Italia sono stati pubblicati finora due suoi libri di narrativa: Il paradiso delle galline. Falso romanzo di voci e misteri (trad. di Anita N. Bernacchia, Manni, 2010); e Sono una vecchia comunista (trad.e di Ileana M. Pop, Zonza, 2009 – prima edizione; Aìsara, 2012 – seconda edizione). Insieme a Radu Pavel Gheo, Dan Lungu ha curato il volume Compagne di viaggio. Racconti di donne ai tempi del comunismo (traduzioni di Mauro Barindi, Anita Natascia Bernacchia e Maria Luisa Lombardo), pubblicato presso Sandro Teti, Roma, 2011.

Ai due eventi parteciperà anche la traduttrice e interprete Ileana M. Pop, uno dei più attivi traduttori di letteratura romena in lingua italiana negli ultimi anni.

L’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia è partner del Festivaletteratura di Mantova dall’edizione 2010. Per la Romania hanno partecipato finora gli scrittori Mircea Cărtărescu, Norman Manea, Radu Mihăileanu, Horia-Roman Patapievici, Ştefania Mihalache, Lucian Dan Teodorovici, Varujan Vosganian, Gabriela Adameşteanu.

Scrittori romeni tradotti in italiano: rassegna dei volumi pubblicati nel 2012

6 gennaio 2013 3 commenti

di Afrodita Carmen Cionchin

Il 2012, con la presenza della Romania come Paese ospite al Salone Internazionale del Libro di Torino, ha registrato il numero più alto di autori romeni tradotti e pubblicati in Italia negli anni 2000. Si tratta prevalentemente di scrittori romeni contemporanei viventi. La parte del leone spetta alla narrativa, ma non mancano naturalmente presenze significative anche nell’ambito della saggistica e della poesia.libri

Alla narrativa la parte del leone: ecco i rappresentanti di spicco

Seguendo un criterio alfabetico per autore, partiamo dalla scrittrice Gabriela Adameşteanu, uno dei romanzieri più importanti della Romania. Nel 2012 sono stati pubblicati due suoi titoli: Una mattinata persa (traduzione di Roberto Merlo e Cristiana Francone, Atmosphere Libri) e Verrà il giorno (traduzione di Celestina Fanella, Cavallo di Ferro Editore). Il primo romanzo è incentrato su una conversazione apparentemente banale tra due donne, che ricostruisce sommessamente, ma meticolosamente, la tragica fine della generazione interbellica, mentre il secondo è la storia di Letiția Branea, nel suo passaggio dall’età dell’adolescenza a quella della maturità, in una Romania degli anni Cinquanta, già in pieno comunismo stalinista, prima però del regime di Ceauşescu.

Il romanziere e pubblicista Ștefan Agopian è presente col suo Almanacco degli accidenti (traduzione di Paola Polito, Felici Editore), romanzo singolare composto di sei storie ambientate nella Romania fanariota dei primi anni dell’Ottocento e scritte in piena era comunista.
Di Max Blecher, scrittore romeno di origine ebraica morto nel 1938 a soli ventinove anni, è Accadimenti nell’irrealtà immediata (traduzione di Bruno Mazzoni, Keller Editore), un vero e proprio «romanzo metafisico», come lo definiva Eugène Ionesco, sullo scontro tra i limiti di un mondo che non ha il potere di cambiare se stesso e le infinite e dolorose potenzialità di una mente che nelle momentanee irrealtà è costretta a trovare la propria casa.
Mircea Cărtărescu, uno dei più importanti scrittori romeni contemporanei, è presente con l’edizione integrale di Nostalgia (traduzione di Bruno Mazzoni, Voland Editore), un romanzo singolare composto di cinque lunghi racconti legati da un inventario di sogni, immagini e ossessioni.

Di Petru Dumitriu, scrittore romeno nato nel 1924 ed emigrato illegalmente in Occidente nel 1960 (quando comincia a scrivere in francese), è il romanzo Il sorriso sardo (tradotto dall’originale francese da Giulio Concu, postfazione di Marinella Lörinczi, Il Maestrale Edizioni).

Jaca Book ha pubblicato Gaudeamus di Mircea Eliade (traduzione di Celestina Fanella), romanzo di gioventù del grande studioso di religioni, caratterizzato dalle atmosfere universitarie della Bucarest degli anni Venti.

Scrittore e filosofo romeno della Bessarabia, Vasile Ernu circola in Italia con Gli ultimi eretici dell’Impero (traduzione di Anita N. Bernacchia, Hacca Edizioni), dialogo epistolare al confine tra saggio e romanzo, che ha come protagonisti due eroi anticonformisti appartenenti a due «imperi» diversi e generazioni diverse: uno è un vecchio terrorista dissidente che ha tentato di assassinare Stalin, l’altro è un giovane scrittore, esperto in frodi bancarie.

Florina Ilis firma Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente (traduzione di Mauro Barindi, Atmosphere Libri), romanzo con cinque protagonisti – quattro in carne e ossa più un piccolo robot, Qrin – ambientato a Tokyo.

Liliana Lazăr, che vive in Francia, ci propone Terra di uomini liberi (traduzione dal francese di Silvia Fornasiero, Marco Tropea Editore), romanzo sociale, politico, di tessitura in parte gotica – in cui la foresta e le sue leggi arcaiche si radicano nel cuore degli «uomini liberi» – legato alla Transilvania e ai Carpazi, dove hanno origine miti, leggende e superstizioni.

Dan Lungu è presente con la seconda edizione del romanzo Sono una vecchia comunista (traduzione di Ileana M. Pop, Aìsara Edizioni).

Di Doina Ruști è L’omino rosso (traduzione di Roberto Merlo, Nikita Editore), romanzo che offre un quadro della vita romena ai nostri giorni, vista da una grande città come Bucarest, con scorie del passato regime ancora ben riconoscibili.

uccidimi copertinaAna Maria Sandu ci propone Uccidimi! (traduzione di Ileana M. Pop,Aìsara Edizioni), romanzo sulla dipendenza psicologica e affettiva, sull’amicizia e i suoi demoni.
Dumitru Ţepeneag, lo scrittore romeno vivente più conosciuto in Francia, arriva in Italia con La belle Roumaine (traduzione di Ileana M. Pop, Aìsara Edizioni). Il romanzo si incentra sulla «belle Roumaine» impegnata in un triangolo amoroso, che si muove tra la Francia, la Germania e la Romania all’indomani del crollo del Muro.

Saggistica, poesia e drammaturgia 

La saggistica propone al pubblico italiano alcuni titoli significativi. La grande poetessa Ana Blandiana si presenta con Il mondo sillaba per sillaba (traduzione di Mauro Barindi, postfazione di Lorenzo Renzi, Saecula Edizioni), un libro di luoghi e di sensazioni, a metà strada fra il diario e il saggio giornalistico.

Abbiamo poi la figura del grande umanista Dimitrie Cantemir (1675-1723), con il trattato filosofico L’immagine irraffigurabile della Scienza Sacro-Santa (traduzione dal latino di di Igor Agostini, introduzione e note di Vlad Alexandrescu, Le Monnier Università-Mondadori Education).

Al giornalista Grigore Cristian Cartianu appartiene La fine dei Ceaușescu (traduzione di Luca Bistolfi, Aliberti Editore), un’ampia ricostruzione del dicembre 1989 in Romania.
Di Norman Manea, due nuovi libri: Al di là della montagna. Paul Celan e Benjamin Fondane: dialoghi postumi (traduzione e a cura di Marco Cugno, Il Saggiatore) e Conversazioni in esilio (traduzione dal tedesco e a cura di Agnese Grieco, Il Saggiatore), un dialogo tra Manea e Hammes Stein.

Il premio Nobel Herta Müller arriva in Italia con Essere o non essere Ion (traduzione di Bruno Mazzoni, Transeuropa Edizioni), il primo libro scritto in romeno dopo che l’autrice è emigrata in Germania nel 1987. È un testo che mescola prosa, poesia e arte visiva, in un caleidoscopio di parole e immagini che riesce a unire una raffinatezza stilistica elevatissima e un’immediatezza giocosa e surreale.

Le raccolte poetiche uscite nel 2012 sono otto. Aracne Editrice ci fa conoscere due poeti dei nostri giorni: Ruxandra Cesereanu con la raccolta Coma (traduzione di Giovanni Magliocco, Aracne Editrice) e Nichita Danilov con La finestra del tramonto – Antologia 1980-2011 (traduzione e studio introduttivo di Danilo De Salazar). Joker Edizioni presenta altri due poeti: Ghérasim Luca, La Fine del mondo. Poesie 1942-1991 (a cura di Alfredo Riponi, traduzione dal francese di A. Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai) e Eliza Macadan, della quale è stato pubblicato Paradiso riassunto.

Il nome di Tristan Tzara è legato ai movimenti d’avanguardia più radicali e libertari, in particolare al Dadaismo, come testimonia la raccolta poetica Avant Dada (traduzione di Irma Carannante, a cura di Giovanni Rotiroti, Barbès Editore).

Di Floarea Ţuţuianu è la raccolta Non voglio invecchiare nel sonno (traduzione di Angela Tarantino, Mobydick Edizioni).

Aggiungiamo le due antologie poetiche curate dall’italianista romeno Geo Vasile e pubblicate dalle Edizioni Akkuaria: Da Miorizza a Cristian Popescu. Florilegio di poesia romena moderna e contemporanea e Resistenze bruciate. Da Angela Marinescu a Linda Maria Baros.

La drammaturgia ci offre due volumi di Matei Vişniec, noto per l’intensa attività svolta in Francia e in lingua francese: ‘La storia del comunismo raccontata ai malati di mente’ e altri testi teatrali (con un saggio introduttivo e a cura di Emilia David, Editoria&Spettacolo Edizioni) e Occidental Express (traduzione dal francese e a cura di Gianpiero Borgia in collaborazione con il cast, saggio introduttivo di Gerardo Guccini, Titivillus Edizioni).

Per approfondire. La rivista bilingue Orizzonti culturali italo-romeni ha realizzato un inedito e utilissimo database, in costante aggiornamento: Scrittori romeni in italiano, che comprende i volumi di autori romeni pubblicati in Italia dal 1903 al 2012. 

Romania – Paese ospite al Salone del Libro di Torino

9 Maggio 2012 Commenti disabilitati

Per la prima volta i Paesi ospiti d’onore sono due: la Romania e la Spagna, che portano a Torino una significativa rappresentanza dei propri autori e della propria cultura. E nel tradizionale focus realizzato assieme alla Camera di commercio di Torino si fa il punto sulle sfide che la Romania offre ai player economici ed editoriali. Quest’anno infatti, la Romania è per la prima volta Paese Ospite alla kermesse di Torino, il più importante evento del suo genere in Italia.

Lo Stand della Romania, con una superficie di 400 metri quadrati, include uno spazio multimediale (su letteratura, teatro, arti visive, cinema, musica, danza, turismo) e un punto informativo turistico.  Presso la biblioteca multimediale dello Stand, sono consultabili vari e-book e, presso il salotto interattivo, alcuni siti internet indicativi per la dinamica dell’odierna cultura romena, mentre un lato dello stand ospita una mostra fotografica dedicata alle vittime del comunismo.

Nella sala conferenze sono previsti 30 eventi: presentazioni delle traduzioni di letteratura romena in Italia pubblicate nell’ultimo anno, tavole rotonde proposte dall’Associazione Italiana di Romenistica, dibattiti, e dialoghi tra scrittori romeni e italiani.
Gli oltre 120 invitati – romeni e italiani – dell’Istituto Culturale Romeno sono scrittori, traduttori, giornalisti culturali, editori, critici letterari, professori, romenisti, italianisti. Tra questi, spicca l’impressionante presenza di 23 scrittori, un numero record per un paese partecipante al Salone del Libro di Torino.
Numerose traduzioni dal romeno sono state pubblicate in Italia nell’arco di un anno, dalla scorsa edizione del Salone: 22 volumi individuali, di cui la maggior parte tramite il programma TPS – Translation and Publication Support Programme dell’Istituto Culturale Romeno.

Tra i volumi presentati presso lo Stand della Romania [foto accanto]: Essere o non essere Ion di Herta Müller, traduzione di Bruno Mazzoni (Transeuropa), Il mondo sillaba per sillaba di Ana Blandiana, trad. di Mauro Barindi (Saecula Edizioni), L’immagine irraffigurabile della scienza di Dimitrie Cantemir, trad. di Igor Agostini, con studio introduttivo e note a cura di Vlad Alexandrescu (Le Monnier Università/Mondadori Education), Una mattinata persa di Gabriela Adameşteanu, trad. di Cristiana Francone e Roberto Merlo (Atmosphere Libri), Coma di Ruxandra Cesereanu, trad.  di Giovanni Magliocco (Aracne), Un altro giro, sciamano di Lucian Dan Teodorovici, trad.  di Ileana M. Pop (Aìsara), L’omino rosso di Doina Ruști, trad.  di Roberto Merlo (Nikita Editore) ecc.

Alle iniziative dedicate alla Romania prendono parte scrittori, critici letterari e giornalisti italiani come Andrea Bajani, Elisabetta Rasy,Giovanna Zucconi, Emanuele Trevi, Marco Dotti, Fabio Geda, Stefano Petrocchi, Paolo Di Paolo, Nuccio Ordine, romenisti, traduttori, professori universitari o specialisti nella traduzione e nella promozione della cultura romena in Italia, tra cui Marco Cugno, Bruno Mazzoni, Lorenzo Renzi, Angela Tarantino, Roberto Scagno, Giovanni Rotiroti, Dan Octavian Cepraga, Giovanni Ruggeri, come anche traduttori emergenti o professionisti quali: Roberto Merlo, Giovanni Magliocco, Mauro Barindi, Alessandro Zuliani, Ileana M. Pop, Danilo De Salazar, Anita Natascia Bernacchia, Cristiana Francone, Serafina Pastore, Clara Mitola, Stefano Ferrari.

Altre info sui siti web del Salone Internazione del Libro e dell’Istituto Romeno di Venezia.

Articoli correlati: La letteratura romena al Salone del libro di Torino 2011 (I), parte II e parte III.

Incontro con tre scrittori romeni a Roma

6 Maggio 2012 Commenti disabilitati

Mircea Cărtărescu, Doina Ruşti e Horia-Roman Patapievici a Roma: Casa delle Letterature (Piazza dell’Orologio 3), 8 maggio, ore 18

Mircea Cărtărescu [foto accanto], Doina Ruşti e Horia Roman Patapievici sono invitati ad incontrare i propri lettori di Roma. La Fondazione Bellonci ha organizzato un incontro di lettura con professori, studenti universitari e del liceo, in seguito alla promozione, circa un mese fa, di alcuni libri dei tre scrittori romeni.

Nota come organizzatrice dei premi Strega, la Fondazione Bellonci verrà rappresentata da Stefano Petrocchio, che sarà anche il moderatore dei dibattiti. L’evento si aprirà con il discorso di Maria Ida Gaetta (direttrice Casa delle Letterature).

L’iniziativa è stata sostenuta dall’ICR-CENNAC (Centro Nazionale del Libro, Bucarest), che sarà presente nella persona di Dana Bleoca, vicedirettrice.

La letteratura romena al Salone di Torino 2011 (II)

5 luglio 2011 4 commenti

La letteratura romena al Salone del Libro di Torino 2011 (II)
di Maria Luisa Lombardo e Anita Bernacchia, FIRI

A colloquio con gli scrittori Varujan Vosganian, Doina Ruști, Vasile Ernu

(continuazione di La letteratura romena al Salone del Libro di Torino, I)

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Varujan Vosganian


FIRI: Perché Il libro dei sussurri è un romanzo sui vinti che hanno fatto la storia, per citare le parole di nonno Garabet, uno degli eroi del romanzo?

Varujan Vosganian: Per soffrire davvero, bisogna avere molta forza. Questo è uno dei diritti fondamentali dell’essere umano, non tutelato purtroppo da nessuna Costituzione, un diritto di cui finora solo la cultura si è fatta fervida sostenitrice: il diritto alla sofferenza. Sancire questo diritto non vuol dire far soffrire gli uomini, al contrario, vuol dire accettare il fatto che ogni uomo, ogni popolo ha i suoi simboli, i suoi punti di riferimento, i suoi valori, i suoi dolori, e di conseguenza le sue ferite non ancora rimarginate, che meritano il nostro rispetto.

E’ questo il senso delle parole con cui mio nonno, non io, comincia a scrivere Il libro dei sussurri: “Noi non ci distinguiamo per ciò che siamo, ma per i morti che ognuno di noi piange”. Ecco perché il romanzo non finisce con l’ultima pagina, ma continuerà a esistere fin quando esisterà la paura, fin quando per una lacrima si verserà tanto sangue quanto ne è stato versato, un tempo, per un secolo di guerra. E’ un libro che parla degli armeni, ma anche dei romeni e di altri popoli. E’ un libro sul XX secolo, le sue guerre mondiali, i suoi massacri, le fosse comuni, le sue ideologie e i suoi soprusi. Ma non solo. Ogni luogo, ogni tempo, ogni popolo, come dicevo, ha un suo Libro dei sussurri. Un libro che è vita vissuta, e che attende solo di essere raccontato.

A un certo punto, il narratore dice chiaramente: “Di coloro che soffrono è impossibile raccontare”. Tuttavia, lei si è trasformato in una cassa di risonanza e ha deciso di farlo. Come si riflette la loro sofferenza in lei, come scrittore e come persona?

I miei nonni non mi hanno inculcato il sentimento dell’odio. In realtà non mi hanno raccontato nulla di quanto è loro accaduto, forse proprio per questo motivo. Le storie che riporto nel libro le ho apprese da altri. Il genocidio degli anni 1895-1922 è un trauma collettivo del popolo armeno. Non c’è quasi una sola famiglia che non abbia avuto dei parenti uccisi in quegli anni. Ignorare il genocidio vuol dire comprendere poco o nulla di quanto ci è accaduto dopo quegli eventi. Così è anche nel Libro dei sussurri. Ma, di nuovo, questo libro ci insegna a parlare di quegli accadimenti senza provare sentimenti d’odio.

Quale parte del romanzo le ha richiesto l’impegno maggiore?

Quella in cui parlo dei sette cerchi della morte, i convogli sospinti verso il deserto della Mesopotamia. Poiché si tratta di fatti di un’atrocità indicibile, ho dovuto documentarmi con assiduità, perché nessuno mi accusasse di inventarmi alcunché. Ne è emerso che la realtà non può essere superata dalla finzione, dato che certe cose non avrei osato neppure immaginarle. Poi, scrivendo, ho dovuto reprimere le mie emozioni, benché non ho potuto fare a meno di scrivere, da qualche parte, che mi sentivo anch’io come uno degli infelici entrati nei convogli della morte. Scrivere con tale sobrietà a proposito di vicende così crudeli, specie quando sono accadute al tuo popolo, è come percorrere lunghe distanze correndo in punta di piedi. Un altro impegno non da poco è stato scrivere l’ultimo capitolo, che affronta la morte di mio nonno Garabet. E’ il primo morto che io abbia mai visto. Mi ha insegnato tante cose, persino che cos’è la morte, ha voluto essere il primo a mostrarmela.

Come è stato accolto il messaggio de Il libro dei sussurri sulla scena internazionale?

La versione spagnola, El libro de los susurros, è stata molto elogiata dalla critica. Secondo i nostri rappresentanti presso l’Istituto Culturale Romeno, nessuna opera romena tradotta ha mai avuto così tanta stampa, finora. Io stesso, durante la tournée di presentazioni in Spagna, sono rimasto colpito da come la critica e il pubblico spagnolo hanno recepito il messaggio del libro. In Italia il romanzo uscirà in autunno, ma poiché Anita Natascia Bernacchia ha già ultimato la traduzione, il libro ha già i suoi lettori. Uno di questi è, naturalmente, l’editore Roberto Keller, il quale punta molto sul successo italiano del romanzo. Un altro lettore, del quale sono particolarmente onorato, è il professor Baykar Sivazlyian, presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia, che ha presentato il romanzo in anteprima al Salone del Libro di Torino. Sivazlyian ha detto una cosa che reputo essenziale: Il libro dei sussurri, al di là del suo valore letterario, non è un pamphlet, non intende formulare verdetti, non vuole suscitare rancori o sentimenti violenti. Il lettore è colui che deciderà in che modo deve essere analizzata e assimilata la storia.

Varujan Vosganian è autore del romanzo Il libro dei sussurri, in pubblicazione per le edizioni Keller (trad. di Anita Bernacchia) e presentato in anteprima al Salone del Libro 2011.

 * 

Doina Ruști

FIRI: Come è andata a Torino? Scelga due momenti memorabili del Salone del Libro!

Doina Ruști: Il ricordo più vivido è legato a Marco Dotti, critico di prestigio, esegeta di letteratura comparata, nonché fine studioso di Strindberg. L’incontro con lui è stato notevole, e quella maniera estremamente elogiativa ed entusiasta con cui ha parlato del mio romanzo, Zogru, mi ha lasciato senza parole.

Al secondo posto c’è il libro di Robert Darnton (in traduzione italiana, Il futuro del libro), in totale accordo con i miei attuali interessi (mi riferisco a Quattro uomini più Aurelius, il mio ultimo romanzo, in cui tratto proprio il problema dei libri moribondi). Credo sinceramente che fra pochissimo tempo ce ne andremo a spasso con le ‘biblioteche’ al seguito, con i netbook, dove nessuno cercherà più il titolo di un libro o il nome di uno scrittore, bensì solo una parola, legata allo stato d’animo corrente, all’ossessione del momento. E dai milioni di romanzi classici, dalle pagine fruscianti della grande letteratura, si ergeranno solo poche righe, ovviamente in 3D, un brano apparso su richiesta, ed eventualmente la trama. Una frase densa. Anch’essa scelta dalle numerose pagine piene di opzioni. Probabilmente leggeremo per poter replicare o per continuare una frase, modificando a piacere episodi celebri, così come fa il mio personaggio George Cal. Costui ripropone i grandi romanzi, l’Ulisse, Madame Bovary, il Diavolo di Pavese ecc., completandone l’azione, e nessuno è in grado di rendersene conto.

Passeggiando per il Salone del Libro di Torino, ho avuto la sensazione che gran parte del suo spettacolo fosse legata a curiosità extraletterarie, come accade anche in altre fiere, d’altronde. Tuttavia, stavolta ho individuato qualcos’altro, una evidente accettazione del fatto che la letteratura, nella sua forma classica, è al capolinea. E questa impressione mi è stata data non solo dallo stand della casa editrice Adelphi, assediata dalla suggestiva copertina del libro di Darnton, bensì anche dal lampeggiare attento dei flash delle macchine fotografiche delle comitive di studenti.

Doina Ruști è una delle autrici di Compagne di viaggio. Al Salone del Libro ha presentato il romanzo Zogru (Bonanno, 2010, trad. di Roberto Merlo).

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Vasile Ernu

FIRI: Come è stato accolto in Italia il tuo libro Nato in URSS? E con quali impressioni sei tornato a casa, sul Salone del Libro, sull’Italia in generale?

Vasile Ernu: Mi sorprende che ci sia un interesse così grande per gli argomenti che affronto nel mio libro. Allo stesso modo mi ha sorpreso l’interesse della stampa, che, pur trattandosi di un libro d’esordio di un autore poco noto e proveniente da un paese dell’est, ne ha scritto in abbondanza. E’ incoraggiante. Il fatto che  sia stato ben accolto dalla critica e che, a quanto dice l’editore, le vendite siano andate bene, mi riempie di gioia. Speriamo che sarà presto pubblicato anche il mio secondo libro, Gli ultimi eretici dell’Impero.  

Torino è in pratica l’unica città, l’unica zona che ho avuto modo di visitare in Italia (è la terza volta in due anni) e mi sento già molto a mio agio.

Ho trovato il Salone del Libro di Torino molto simile a quello di Lipsia, che considero uno dei migliori in Europa. Viene riservata molta attenzione agli scrittori, e questo è un elemento positivo. Quest’anno in Italia sono state pubblicate diverse traduzioni dal romeno, è senz’altro qualcosa di cui rallegrarsi. Ho apprezzato la buona organizzazione degli eventi, il fatto che abbiano partecipato personaggi importanti della scena culturale italiana e che siano stati seguiti dal pubblico. Dunque, non più presentazioni e letture tra pochi intimi. C’è stato l’impegno concreto sia dell’ICR romeno che della sua sede in Italia, nonché delle case editrici, e anche i traduttori ci hanno aiutato molto. Le cose hanno cominciato ad avere un aspetto molto professionale. Non a caso, anche la stampa si è mostrata più disponibile a scrivere dei nostri libri.

Personalmente, mi sono sentito molto bene. Ho incontrato persone fantastiche e, soprattutto, ho appreso una miriade di cose sull’Italia che prima non sapevo. Ho passato intere serate a parlare con degli intellettuali italiani che mi hanno raccontato tante cose interessanti e abbiamo vagabondato per le vie di Torino. Prometto di tornare, e non da solo, ma con un buon libro.

Vasile Ernu è conosciuto in Italia per Nato in URSS (Hacca, 2010, trad. di Anita Bernacchia), presentato al Salone del Libro 2011. 

 

 

 

 

 

 

 

Su Filip Florian e la letteratura romena di oggi, con Maria Luisa Lombardo

30 Maggio 2010 Commenti disabilitati

«Alla ricerca della verità, il giovane archeologo Petruş porta alla luce i racconti di alcune vite passate sotto silenzio, dimenticate, biografie in cui sono state nascoste se non esecuzioni di massa, allora di sicuro molti più drammi. Uno strano fascino percorre questo romanzo di debutto, reso più intenso dalla sensibilità per gli effetti ritardati dell’oppressione totalitaria». (Der Spiegel)

Da poche settimane è uscito nelle librerie la versione italiana del romanzo di debutto di Filip Florian, uno dei più affermati narratori romeni di oggi. Presentato anche al Salone del libro di Torino, Dita mignole (Fazi Editore, 260 pp., €18), il libro è stato tradotto in italiano da Maria Luisa Lombardo, studiosa di letteratura romena e italiana, che racconta la sua esperienza di romenista e traduttrice letteraria in questa conversazione con Horia Corneliu Cicortaş:

Cara Maria Luisa, sei appena entrata nel gruppo FIRI. Potresti raccontare brevemente per i nostri lettori la tua esperienza di docente a Timişoara e il tuo percorso di italianista e di romenista?

Ho iniziato a lavorare a Timişoara come lettrice di lingua italiana appena conclusi i miei studi universitari, quindi posso ben dire che è stata la mia prima esperienza lavorativa nel campo dell’italianistica. Per questo motivo, quei quattro anni da lettrice sono stati molti importanti, densi. È stato indubbiamente un percorso di formazione e di arricchimento, e devo ringraziare i professori Viorica Bălteanu e Daniele Panteleoni che in quel periodo sono stati i miei punti di riferimento.

Non è, tuttavia, un caso che mi sia ritrovata a lavorare in Romania, visto che ho studiato romeno all’università, come seconda lingua triennale (sono però specialista di russo). Del mio periodo a Timişoara ho tanti ricordi. Ho partecipato, ad esempio, alla laurea honoris causa dei professori Lorenzo Renzi e Teresa Ferro – che è stata anche mia docente a Catania, insieme al prof. Giuseppe Piccillo e alla prof.ssa Margareta Dumitrescu. Poi ci sono stati i tanti eventi delle serate Dante. E che dire di quando, per rinnovare il visto, viaggiavamo fino in Ungheria, attraversando a volte a piedi la frontiera. Inoltre, in pochi anni ho assistito alla crescente crescita della comunità italiana nel Banato e a Timişoara sentivo parlare italiano dappertutto.

Quali sono stati i primi testi letterari che hai tradotto dal romeno? Chi, tra gli scrittori di oggi, ti piacciono di più e perché?

Ho cominciato a tradurre scrittori classici e testi popolari, in particolare Ion Creangă. Poi le scrittrici Anişoara Odeanu e Cella Serghi (traduzioni che ho intenzione di riprendere e ampliare). Ma dopo il mio corso di formazione per traduttori dell’ICR, mi sono più orientata su autori contemporanei. Da subito mi è piaciuto Filip Florian, ma viste le “mie origini” (Timişoara) adoro anche Daniel Vighi, Radu Pavel Gheo, Adriana Babeţi. E poi, Mircea Nedelciu, Răzvan Rădulescu… C’è l’imbarazzo della scelta: ogni scrittore è un mondo ed è bello scoprire mondi nuovi e aprirsi a nuovi orizzonti. Ovviamente, quando ho insegnato a Udine letteratura romena, ho proposto ai miei studenti molti degli autori che più mi piacevano… non poteva non mancare Tristan Tzara.

La rivista România Literară ha parlato, nel caso di Florian, del “più solido esordio registrato nella letteratura romena degli ultimi anni”. Puoi dirci qual è stata la genesi della tua traduzione?

Come ti dicevo prima, ho iniziato a occuparmi maggiormente di scrittori contemporanei ai tempi del mio stage formativo offerto dall’ICR. Allora scoprii Degete Mici (Dita Mignole) e conobbi il suo autore, Filip Florian. Mi piacquero da subito alcune atmosfere del libro, alcuni personaggi. Il primo brano che tradussi, che per me aveva i toni di certa letteratura russa, fu quello del sogno del soldato Andrei Butylkin. Poi lessi un frammento della biografia di Eugenia Embury (altro personaggio davvero divertente) all’Istituto di cultura romena di Venezia, e fra il pubblico c’era Laura Senserini, rappresentante della casa editrice Fazi e… alla fine proprio la Fazi ha deciso di pubblicare il libro che abbiamo presentato al Salone.

Delle difficoltà sul piano traduttivo?

Senz’altro ci sono state delle piccole sfide traduttive. Filip Florian è uno stilista e un vero cesellatore della scrittura. La mia sfida principale è stata proprio quella di far trapelare attraverso la traduzione questa peculiarità dell’autore.

Sei appena tornata dal Salone del Libro 2010. Per quanto riguarda le presenze di autori dalla Romania, com’è andata a Torino?

Indubbiamente, l’Istituto Culturale Romeno insieme al Centro Nazionale del Libro hanno offerto un programma molto interessante e variegato. A parte Filip Florian, ho avuto modo di incontrare,  nuovamente o per la prima volta, scrittori quali Dan Lungu, Dinu Flămând, Nora Iuga, Ştefania Mihalache, Radu Ţuculescu e così via.

Qualche momento particolare che ti abbia colpito?

Non riesco a scegliere un particolare evento. Ogni momento mi è sembrato interessante, un modo di conoscere cose nuove e di schiudere gli occhi su nuovi territori letterari. Sono rimasta affascinata dalla fluidità della traduzione italiana dei versi di Flămând fatta da Giovanni Magliocco, per esempio. Mi è piaciuto il momento dedicato alla letteratura infantile svoltosi alla FNAC giorno 16, con Călin Torsan e Ioana Nicolaie. La mia bambina, Rikke, se n’è tornata a casa con il volumetto Aventurile lui Arik scritto dalla Nicolaie, con tanto di dedica, e con un paio di cartoline e segnalibri con le illustrazioni di “Clubul ilustratorilor” (il club degli illustratori) di Bucarest.

Allora, meno male che anche i piccoli hanno la loro soddisfazione! A proposito di illustrazioni e copertine, passiamo agli editori impegnati nel far conoscere gli autori romeni in Italia. Come ti sembra la situazione attuale?

Se consideriamo gli scrittori presentati al Salone, possiamo vedere che un po’ di editori si stanno interessando di letteratura romena. Ma di certo non è facile trovare editori italiani disposti a pubblicare scrittori romeni, specialmente se l’opera non è mai stata pubblicata in un altro paese di riferimento (Francia, Germania, Gran Bretagna). Si cerca di andare sul sicuro, diciamo. Comunque, qualcosa si muove. In parte, i programmi di finanziamento dell’ICR stanno aiutando a promuovere gli scrittori e rendere gli editori meno restii alla pubblicazione. Ma agli editori importa molto che il romanzo o il volume di poesia si venda e che lo scrittore attiri le attenzioni di pubblico e media.

Certo, torniamo alla domanda che di sempre: quanto interessa la letteratura romena? In fondo, molto dipende dal pubblico, dai suoi gusti.

Secondo me si dovrebbe guardare oltre la provenienza dell’autore di un’opera. Infatti, un buon romanzo è un buon romanzo… la nazionalità dello scrittore non dovrebbe contare poi tanto. Per questo, penso che i lettori possono fare molto per cambiare questa situazione.

(22 maggio 2010)

L’autore: Filip Florian, classe 1968, ha lavorato come giornalista e reporter per Radio Europa Libera (Free Europe). Dita mignole, suo romanzo di debutto, ha ricevuto numerosi premi, tra i quali  quello per il miglior primo romanzo dell’Unione degli Scrittori Romeni, ed è stato tradotto in oltre dieci paesi. Ha scritto altri due romanzi, Băiuţeii (I ragazzi di viale Băiuţ, 2006), a quattro mani con il fratello Matei, e Zilele regelui (I giorni del re, 2008). Vive a Bucarest.