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Vasile Ernu, “Nato in URSS”

22 gennaio 2011 2 commenti

Homo sovieticus, rievocato dallo scrittore romeno Vasile Ernu

di Horia Corneliu Cicortaș/FIRI

Il primo libro (Născut în URSS, Iași, 2006) dello scrittore Vasile Ernu, classe 1971, è stato da poco pubblicato in Italia, nell’ottima traduzione di Anita Natascia Bernacchia. (Vasile Ernu, Nato in URSS, Hacca Edizioni, 323 pp., 14 euro). Il volume  è composto da una serie di brevi frammenti autonomi che rievocano, in modo (auto)ironico, diversi aspetti della vita quotidiana nell’Unione Sovietica: da “Pioniere forever” o “Il sesso nell’URSS”, fino a “Cosa beve il cittadino sovietico?”, “La questione ebraica nell’Unione Sovietica” o “L’avventura sovietica degli oggetti”. Qui di seguito, una conversazione con l’autore del libro.

Horia Corneliu Cicortaș: A proposito dell’esistenza quotidiana vissuta dall’homo sovieticus negli anni settanta e Ottanta, rievocata nel libro, come ha vissuto la tua generazione le novità apportate dalla perestrojka?

Vasile Ernu: Io sono prima di tutto un “prodotto” del periodo della perestrojka prima ancora di essere un homo sovieticus. Il periodo della perestrojka ha significato innanzitutto ribellione, polemica e molta apertura. È stato il periodo dei grandi cambiamenti e delle dimostrazioni continue. Allora ho imparato cosa vuol dire polemizzare, costruire argomenti, lottare e avere coraggio. È stato un  periodo delle speranze che svanite poi in questa interminabile transizione post-comunista. Per me, resta il periodo più bello.

Nel libro, io racconto la vita quotidiana in una duplice prospettiva: partendo dalla ma esperienza diretta, ma anche dall’esperienza di coloro che mi hanno raccontato il loro vissuto o le loro letture. Ma è un archivio personale e soggettivo, senza la pretesa di una verità storica e scientifica. Io voglio costruire un mondo che dice: sì, abbiamo vissuto nel comunismo, c’è stata repressione e dolore, ma in questo mondo le persone hanno vissuto, hanno amato, hanno cantato e ballato, hanno gioito e hanno pianto. È la nostra vita e non ci possiamo permettere di gettarla nel cassonetto della spazzatura.

Rispetto ai cittadini di altre ex-patrie comuniste, senti qualche forma di solidarietà, di particolare interesse?

Penso che il mondo comunista abbia creato un certo tipo di cultura, di memoria, di esperienza quotidiana. Certo, esistono delle differenze importanti tra lo spazio sovietico e quello dei paesi comunisti dell’est, così come esistono grandi distinzioni tra il tipo di nazional-comunismo romeno (che a me sembra uno dei meno interessanti) e il comunismo polacco o ungherese. Ma vi è anche un legame comune. Per questo, quando incontriamo gente della stessa generazione degli ex paesi comunisti, abbiamo una moltitudine di racconti e di esperienze comuni. Invece, con una persona della stessa generazione appartenente allo spazio capitalista, le cose non stanno così, poiché abbiamo avuto una storia separata, anche se non così distante come può sembrare. Abbiamo anche con loro storie comuni perché la cultura di massa aveva già iniziato a funzionare anche nello spazio comunista e abbiamo avuto accesso, sia pure per poco tempo, a diversi elementi culturali occidentali (musica, film, cartoni animati, libri). Tuttavia, un certo tipo di esperienza sotto il comunismo ci rende molto più vicini all’interno dell’ex blocco comunista.

Come è stato accolto il libro sull’URSS in Russia e nei dintorni?

Riconosco di aver avuto piccoli timori riguardo alla sua ricezione nell’ex spazio sovietico e in particolare in Russia. In fondo, parlavo a persone che conoscevano benissimo quelle realtà. Ma le cose non sono andate proprio come pensavo. Sembra che il tempo crei un certo tipo di oblio, attivando un certo tipo di memoria. Vi è una nostalgia, una tenerezza rispetto al passato, rispetto ad un periodo scomparso. Sta di fatto che il volume ha riscosso un qualche successo sia di pubblico che di critica. La critica ha apprezzato questa miscela ben dosata di nostalgia, tenerezza e ironia; un ironia che manca nello spazio slavo. Per il resto, cerco di agire simultaneamente negli spazi che sento familiari: Romania, Repubblica Moldova e Russia.

Da quanto ne so, negli altri paesi post-sovietici il libro può essere ordinato solo per corrispondenza. Adesso si sta preparando una traduzione in Georgia e sto negoziando una per l’Ucraina. Naturalmente, il volume si trova, o almeno so che si trovava, nelle librerie della Repubblica Moldova.

In Romania, le prime edizioni del libro, targate Polirom, sono esaurite. Quando sarà di nuovo sul mercato romeno?

La prima edizione è andata a ruba. C’è stata una seconda edizione, con un cd contenente testi del libro letti da Bogdan Ghiu e pezzi musicali della band russa Auktion. Poi, una terza edizione che si sta esaurendo. Il libro si trova ancora e l’editrice Polirom è interessata a pubblicare altre edizioni se ci sarà richiesta. Per uno scrittore, essere letti è la cosa più importante.

Dopo Gli ultimi eretici dell’impero, quali sono i cantieri letterari nei quali sei impegnato?

Ho pubblicato qualche mese fa un libro insieme ad un amico, Bogdan-Alexandru Stănescu, che si intitola Ciò che ci divide. È un libro in cui polemizziamo attorno alle nostre ossessioni letterarie. Sto lavorando ad alcuni libri nuovi ma non so in che ordine usciranno. Mi è abbastanza difficile parlare dei progetti in corso perché non so come si svolgeranno. M’interessano alcuni temi chiari e i soggetti sono delineati. Sicuramente ne sentirete parlare quando usciranno, perché sono temi dolorosi che irriteranno molti.

I tuoi autori prediletti, la famiglia degli scrittori ai quali ti senti più vicino?

Sono cresciuto con molta letteratura russa, per questo ne sono più intimamente legato. La linea Gogol mi è quella più vicina. Gogol e Bulgakov, ma anche Tolstoi e Cehov, Platonov e Babel. Come anche i più giovani Prilepin e Peperstein. Tra i romeni, mi piacciono molto i cronisti e gli avanguardisti. Nell’adolescenza, mi ha impressionato Panait Istrati. Ho letto tardi Preda e Rebreanu, ma non posso dire di avere con loro una grande intimità. Tra i contemporanei leggo Cimpoeşu, Lungu, Aldulescu, Cărtărescu (narrativa breve), Ilis e quasi tutti i miei colleghi di generazione.

La versione originale romena della presente intervista è pubblicata sul quindicinale Ora di Torino (n. 12, 27 genn. 2011).

Voci correlate: “Io non penso che la sofferenza sia la chiave di lettura del comunismo”. Dialogo con Vasile Ernu, a cura di Maria Luisa Lombardo, in eSamizdat (2008).

 

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Il Comintern e le origini del ‘moldavismo’

23 gennaio 2010 Commenti disabilitati

Bucarest, 22 gennaio 2010 (Radio Romania Internazionale)

Alla presenza di un folto pubblico e di diplomatici romeni e stranieri, il Ministero degli Esteri romeno ha ospitato la presentazione del volume Il Comintern e le origini del „moldavismo” (Cominternul şi originile “moldovenismului”) dello storico Gheorghe E. Cojocaru della Rep. Moldova confinante, pubblicato dall’editrice Civitas di Chisinau.

Erano presenti il ministro degli Esteri romeno, Teodor Baconschi, e il segretario di stato agli affari strategici, Bogdan Aurescu. Il libro è stato presentato dall’autore, dai docenti universitari Mihai Retegan e Ion Siscanu, nonché dal presidente dell’Associazione degli storici della Moldova, Sergiu Musteţea, e dal direttore dell’editrice Civitas, Gheorghe Bostan.

La questione moldava

Attraverso documenti inediti dell’Internazionale comunista, scoperti dall’autore negli archivi di Comintern a Mosca, Kiev, Bucarest e Chisinau e risalenti al periodo 1924-1928, il libro dello storico di Chisinau presenta il modo in cui è nata la dottrina del cosiddetto „moldavismo”, istituita dal regime stalinista. I documenti risalenti al periodo 1924-1928 sono stati tradotti dal russo e argomentano la costruzione di tipo sovietico del concetto di „moldavismo” e la sua inoculazione tra gli abitanti della Bessarabia (la Moldova attuale), con la creazione, nel 1924, della Repubblica autonoma sovietica socialista della Moldova (Rassm), nota come la Transnistria. Il ministro Baconschi ha rilevato che nel suo libro, Gheorghe E. Cojocaru dimostra, in base ai documenti, come fu concepita, dal 1924 al 1928, ai tempi di Stalin, „un’arma temibile volta a minare la statalità della Romania e a rendere la Transnistria una testa di ponte per esportare la Rivoluzione rossa nei Balcani e in Europa”.

„Dal libro del Dott. Cojocaru apprendiamo che il ‘moldavismo’ nega le radici identitarie romene e che il suo metodo preferito erano l’esagerazione e la mistificazione: un gergo diventa lingua letteraria, e una regione in riva al fiume Nistro arriva ad essere ‘stato’ con identità ‘moldavista’ distinta”, ha detto il capo della diplomazia romena, Teodor Baconschi. Gli effetti nocivi e i danni collaterali sono visibili a tutt’oggi in Moldova: la crisi identitaria indotta artificialmente ha generato convulsioni e tensioni, ostacolando per molto tempo un’evoluzione normale, ha aggiunto il ministro. „La Romania respinge qualsiasi pratica volta ad accreditare l’idea di una nazione e di una lingua ‘moldava’ distinta da quella romena, in base a chiari argomenti scientifici”, ha aggiunto Baconschi, sottolineando che in tal senso „un eccellente esempio è il libro presentato oggi”.

L’autore e gli storici presenti hanno sottolineato l’importanza della ricerca negli archivi comunisti per capire il processo di ingegneria etno-culturale che ha tentato di accreditare la teoria del „moldavismo”, nonché lo scopo politico e ideologico di questo iter. La Romania fu il primo stato ad aver riconosciuto l’indipendenza della Moldova, nel 1991, ha sottolineato da parte sua il segretario di stato Bogdan Aurescu, ricordando la comunanza di cultura, tradizioni, storia e lingua, e il sostegno di Bucarest all’avvicinamento di Chisinau all’Ue. Il „moldavismo” è stato concepito come strumento della diplomazia sovietica per contestare l’integrità territoriale della Romania dopo la Grande Unità del 1918, al fine di strappare la Bessarabia dal territorio romeno, ha aggiunto Bogdan Aurescu.

Da parte sua, l’autore del volume, il prof. Gheorghe E. Cojocaru, ha sottolineato che le autorità di Chisinau manifestano nella relazione con la Romania un’apertura senza precedenti negli ultimi 20 anni, apprezzando il sostegno di Bucarest. „Abbiamo bisogno di questo sostegno di Bucarest”, ha detto lo storico, spiegando che la gente ha „buone aspettative” dalla visita che il capo dello stato romeno Traian Basescu farà la prossima settimana a Chisinau.

La Transnistria

La regione separatista della Transnistria, situata nell’est della Moldova di oggi, dalla quale la separa il fiume Nistro, fu costituita da Stalin nel 1924, col nome di Repubblica autonoma sovietica socialista moldava, all’interno dell’allora Repubblica sovietica socialista dell’Ucraina (Rssu). Successivamente, nel 1940, quando a seguito del Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, l’odierna Moldova (allora territorio romeno) fu strappata alla Romania dall’Unione sovietica, Stalin unificò la Moldova con una parte dell’allora Rassm, sotto il nome di Repubblica sovietica socialista moldava con capitale a Chisinau. L’altra parte della Rassm restava alla Rssu. A settembre 1990, ancora prima dello smembramento dell’Urss e della dichiarazione di indipendenza della Moldavia nel 1991, per paura di una possibile riunificazione della Moldova con la Romania, le autorità russofile di Tiraspoli, capitale della Transnistria, hanno proclamato la “Repubblica moldava sovietica socialista del Dniester”, mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Nel 1992 è scoppiata la guerra civile tra Moldova e Transnistria, che ha provocato circa 1.500 morti. Da allora, col sostegno della 14/a armata russa, la Transnistria è uscita di fatto dal controllo delle autorità di Chisinau.

Ad Est è ‘Sindrome Italia’, il male oscuro dei clandestini e dei figli dei migranti

23 novembre 2009 Commenti disabilitati

di Laura Delsere, Osservatorio Balcani

Non essere in regola può far ammalare l’anima. Non significa solo non avere acceso ai servizi, né poter affittare una casa, “ma sentirsi perseguitati e spiati”, chiarisce Tatiana Nogailic di Assomoldave, che si è occupata a fondo di questo tema. “Non si esce per mesi dalla casa in cui si lavora perché una leggerezza può essere fatale, e si è costretti all’isolamento per la paura di essere intercettati dalle forze dell’ordine. In una parola, si perde il contatto con la realtà. Mi auguro che non accada anche ai moldavi di dover pagare lo stesso prezzo di molti lavoratori romeni e filippini, che nei loro Paesi devono essere curati dalla ‘sindrome Italia’. E’ così che viene indicata dai medici questo complesso di malattie mentali invalidanti, con illusioni di persecuzioni, di maltrattamenti ed ossessioni ricollegabili alle attività lavorative svolte in Italia. “Conosco diversi connazionali che per l’abitudine al timore in Italia, perfino al rientro in Moldova per le feste, impallidiscono alla vista di un poliziotto” aggiunge la Nogailic.

Convegno “I moldavi in Italia”, 5 nov. 2009, Roma

Ma la “sindrome Italia” ha anche una declinazione ulteriore in patria. In Moldova per ora non ha colpito gli adulti come in Romania, dove lo scorso Natale, ripartiti i migranti dopo la momentanea riunione familiare per le feste, ha generato atti di autolesionismo o tentativi di suicidio, in numero tale da attirare l’attenzione della stampa. Piuttosto tocca in massa i minori figli di immigrati all’estero, rimasti soli in Moldova, spesso in una casa vuota, o con nonni troppo anziani per occuparsi di loro. “In Moldova non c’è più cerniera tra le generazioni, nel Paese sono rimasti solo vecchi, bambini e giovanissimi”, spiega Tatiana Nogailic. “Così i minori forzatamente abbandonati sviluppano una forma depressiva acuta. Anche questa, per i giornali di Chisinau, è ‘sindrome Italia’. Rende i bambini ansiosi, apatici, spesso aggressivi perché senza più punti di riferimento”.

“Un’anziana, nonostante l’affetto, non può supplire al ruolo di genitore, né spiegare ai minori un mondo che cambia vorticosamente”, confermano altre madri moldave. Nelle regioni rurali più della metà dei bambini vive solo o con i nonni. “E’ un tema che colpisce al cuore la nostra diaspora e il presente nazionale”, secondo la Nogailic, anche perché questi ragazzi sono esposti a rischi crescenti, da un’esistenza come street children fino alla migrazione precoce. Questa cruda epopea dell’assenza quotidiana sulla pelle dell’ultima generazione moldava è finita anche in un film, uscito a dicembre 2008 e già pluripremiato in Europa.

Arrivederci del regista moldavo Valeriu Jereghi, tra l’altro vincitore del Gran Prix Forum Euroasiatic Moscova, è la storia di due fratelli soli al mondo, con i genitori all’estero. “Il suo neorealismo ha spaccato la Moldova, dove il film conta partigiani e oppositori accesi” conferma la Nogailic. Un destino simile, per citare un precedente illustre, lo ebbe Ladri di biciclette di Vittorio De Sica nell’Italia della ricostruzione. Al centro del film moldavo c’è ancora l’Italia, e ci sono bambini che sarebbero piaciuti a De Sica. Come nella sequenza del viso melanconico del figlio quando ascolta O sole mio senza capire le parole e pensando solo che viene da un mondo da cui attende oscuramente il ritorno di sua madre. La pellicola di Jereghi è stata proiettata anche a Venezia e a Roma, durante incontri con la diaspora. E per rispondere a chi in patria lo accusa di speculare su un grande male nazionale, Jereghi il mese scorso ha organizzato una settimana di proiezioni gratuite del suo film in un cinema centrale di Chisinau. “A vederlo – racconta Tatiana Nogailic – sono venuti anche dalle campagne con i pullman”.