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Posts Tagged ‘immigrati’

Media e immigrazione: tavola rotonda alla Camera

26 marzo 2011 1 commento

Roma, giovedì 31 marzo 2011, Sala delle Colonne, c/o Palazzo Marino della Camera dei Deputati, via Poli 19, dalle ore 17.00.

Il Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia (FIRI) e l’Associazione parlamentare “Amici della Romania” organizzano la tavola rotonda I media e l’immigrazione in Italia: cronaca e immagine di un incontro.

La tavola rotonda è il quarto appuntamento nell’ambito della serie di incontri su “Politica e immigrazione”, avviato lo scorso giugno. (Progetto a cura di Radu Motoca e Draga Rocchi, FIRI).

Esiste al momento, in Italia, un’informazione accurata, responsabile e non sensazionalistica sull’immigrazione? Quale immagine dell’immigrato viene offerta dai quotidiani, dalla televisione e dal web? Quanto e che tipo di spazio è dedicato a questo tema dai mass media? Dare visibilità alla presenza straniera in Italia vuol dire per l’informazione occuparsi esclusivamente di fatti di cronaca? Chi è l’altro nel racconto dei giornalisti e quale accesso ha questo altro alla possibilità stessa di proporre in prima persona la sua storia?

Rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati, adozione di termini giuridicamente congrui, diffusione di informazioni corrette e non distorte: queste sono solo alcune delle norme approvate all’unanimità nel 2008 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, con la “Carta di Roma”, ossia con il “Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”. È realmente monitorato il rispetto fondamentale di questo codice?

Esperti ed organizzazioni specializzate in materia devono assolutamente intervenire su come i mass media siano in grado di influenzare, in modo decisivo, il giudizio della società nei confronti degli immigrati. Soltanto dalla forza e dalla profondità di questo intervento, reiterato e costante, può dipendere, infatti, la costruzione di un’immagine, quanto più possibile vicina alla realtà, di un’Italia interculturale, radicata nella propria storia ma capace di sincronizzarsi con i mutamenti globali in corso.

L’argomento verrà analizzato in un’unica sezione, seguita da dibattito finale, dando rilievo al fenomeno migratorio sia nei media tradizionali (stampa cartacea e televisione), sia nei nuovi media (stampa online, web-tv, social network).

 

Convegno FIRI alla Camera, giugno 2010.

Programma

17.00-17-15 Apertura: Dott. Horia Corneliu Cicortaş (Presidente del Firi) e On. Guido Melis (Associazione “Amici della Romania”)

17.15-19.00

Relatori:

– On. Claudio Martelli (politico e giornalista)

– On. Jean-Léonard Touadi (politico e giornalista)

– Dott.ssa Alina Harja (dir. editoriale “Actualitatea românească”)

– Dott. Marco Pacciotti (coordinatore nazionale Forum Immigrazione del PD)

Moderatori: Dott. Horia Corneliu Cicortaş e Dott.ssa Draga Rocchi

19.00-20.00: Dibattito e conclusione

Ingresso libero con pre-registrazione obbligatoria (indicare nome e cognome) tramite e-mail (info.firi@yahoo.it) o sms a 339-5860765.

Prosegue alla Camera l’iniziativa FIRI su politica e immigrazione

8 giugno 2010 1 commento

Giovedì 10 giugno, dalle ore 17.30 alle 19.30, Sala delle Colonne – via Poli 19, Roma

Secondo incontro di confronto e riflessione presso la Camera dei Deputati, nell’ambito del ciclo di incontri “LA POLITICA E L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA: RIFLESSIONI, ESPERIENZE E PROGETTI”, organizzato dal Forum degli intellettuali romeni d’Italia (FIRI) insieme all’Associazione parlamentare “Amici della Romania”.

i lavori del primo incontro (3 giugno)

Nel primo incontro del 3 giugno scorso, il tema “Emigrato e immigrato: una specifica condizione esistenziale” è stato affrontato da diverse angolazioni dai quattro relatori, tutti professori all’Università di Roma “La Sapienza”. Antonello Biagini, Prorettore dell’Università, ha insistito sulle migrazioni nel contesto istituzionale attuale, in seguito alla caduta del comunismo nell’Europa orientale. A partire da un’analisi storica dell’immigrazione, Viviana Langher ha ricordato le esperienze positive di collaborazione universitaria e i progetti di scambi culturali tra studenti. A sua volta, Pietro D’Oriano ha ribadito l’attualità problematica del tema in un confronto critico tra la situazione italiana e quella francese. Infine, Edoardo Ferrario dell’Università di Roma ‘La Sapienza’ ha riportato alle radici più profonde, a partire dalla tradizione letteraria dell’Occidente (Antico Testamento e filosofia greca) concetti come l’altro, lo straniero, l’immigrato, l’autoctono.

On. Sbai

Nell’incontro di giovedì 10 giugno intitolato “L’immigrato: da oggetto a soggetto politico”, la parola passa ai soggetti immigrati, per testimoniare il loro percorso culturale, civile e politico a favore del dialogo e dell’integrazione.

On. Touadi

Interverranno: On. Jean-Léonard Touadi (Partito Democratico), Edgar Galiano (Direttivo nazionale del Comitato Immigrati), Vladimir Kosturi (Presidente dell’Associazione albanese “Iliria”), On. Souad Sbai (Pdl, Popolo della libertà) e Mihai Muntean (PIR, Partito Identità Romena).

Moderatori: Horia Corneliu Cicortaş (FIRI) e Antonio Ricci (Caritas-Migrantes).

Programma dei tre incontri (3, 10 e 17 giugno)locandina FIRI Camera dei deputati

Nota: per motivi di sicurezza, per accedere all’incontro occorre pre-registrarsi, fornendo nome e cognome, tramite e-mail (info.firi@yahoo.it) o sms: 377-4002306.

Francesca arriva nelle sale italiane senza “ritocchi”

13 novembre 2009 Commenti disabilitati

13 nov. 2009, FIRI/Corriere della Sera

Due anni dopo il caso Mailat, “risolto” sul piano giudiziario con una sentenza aspra, costruita su molti indizi e poche prove, in un clima sociale dove si è diffusa ormai una “xenofobia strisciante”, come lo stesso presidente della Camera, Fini, ha ammesso nel suo  intervento alla presentazione del rapporto 2009 Caritas-Migrantes, il caso del film “Francesca” torna a far parlare e, soprattutto, potrà essere visto nelle sale italiane senza “interventi estetici”.

“Il giudice Luciana Sangiovanni del Tribunale Civile di Roma”, scrive Stefania Ulivi sul Corriere della Sera, “ha rigettato la richiesta d’urgenza ex art. 700 che l’onorevole Mussolini aveva presentato per impedire l’uscita della pellicola del romeno Bobby Paunescu. La richiesta era stata motivata da una frase ritenuta offensiva all’inizio del film.” La frase incriminata, ormai notoria, è una battuta pronunciata da uno dei protagonisti del film (“La Mussolini, una troia che vuole ammazzare tutti i romeni”), considerato diffamatoria dall’onorevole per via dell’aggettivo in questione. “Il bello”, aveva  commentato Domenico Procacci della Fandango, “è che la seconda parte della frase, il ‘vuole ammazzare’ non ha scandalizzato nessuno neppure lei, eppure rivela qualcosa di molto negativo”.

Non va infine trascurata la posizione del regista Bobby Paunescu, che ha dichiarato al Corriere: “Quello che mi ha sconcertato è stata l’anarchia delle reazioni in entrambi i Paesi: in Italia, dove si è scatenata una comprensibile e generalizzata caccia all’untore, e in Romania, dove il bisogno collettivo di lavarsi la coscienza si è risolto associando Mailat con il suo essere rom, confermando il pregiudizio xenofobo e il falso ideologico di cui soffre buona parte della popolazione romena: i romeni sono buoni, gli zingari sono cattivi”.

Il regista romeno ha sottolineato come la battuta della discordia sia in effetti “la voce della strada: ho cercato onestà ed equilibrio nel rappresentare le reazioni della società rumena, che per la maggioranza ama l’Italia, considerandola la Terra Promessa. E’ una minoranza, a sua volta razzista, quella che vi accusa di razzismo. La voce della strada è razzista perché reagisce a quel che sente in tv, per bocca dei politici, come la Mussolini e il sindaco di Verona che divengono la voce dell’intero Paese”.
La giornalista Stefania Ulivi ricorda che “In Francesca , in verità, Paunescu (che ha vissuto a lungo a Milano) non fa sconti ai rumeni, rappresentati in maniera tutt’altro che edulcorata. «In Romania» spiega «il razzismo è allo stesso livello che in Italia, e il film lo mostra molto chiaramente»”.

No al razzismo – il messaggio di FIRI

16 ottobre 2009 Commenti disabilitati

No al razzismo – Manifestazione Nazionale a Roma

http://www.17ottobreantirazzista.org/

FIRI ha aderito alla Manifestazione e ha inviato al Comitato Organizzativo il seguente messaggio:

Il razzismo e la xenofobia albergano, come sentimenti potenziali, in ogni individuo umano e in ciascuna società di ogni tempo o luogo. E’ compito della società civile lottare contro leggi inumane o ingiuste ed è compito dei governanti (parlamento + esecutivo) quello di abrogarle.

In parallelo, occorre costruire percorsi di prevenzione degli scontri sociale, lavorare per un clima di comprensione e rispetto che non si traduca in un generico, auto colpevolizzante ed impotente buonismo, ma in leggi e prassi consolidate di accoglienza migrante e del minoritario (e qui non ci riferiamo solo alle entità etniche), in progetti funzionanti di integrazione, in procedure burocratiche snelle a favore dei migranti e soprattutto a favore dei più vulnerabili di loro (ovvero: profughi, sfollati, donne, bambini, gruppi discriminati ecc.).

FIRI ritiene che i cittadini comunitari presenti in Italia, in particolare i romeni, devono restare sensibili e vigili sulla questione – diventato negli ultimi tempi un reale allarme – del razzismo, della xenofobia e dell’omofobia, anche se apparentemente lo status di cittadini UE li mette al riparo da abusi, atti di discriminazione e linciaggio mediatico. L’esperienza del biennio 2007-2009 dimostra infatti il contrario, mentre la tendenza attuale delle politiche sociali, sull’immigrazione e sulla “sicurezza”, non sembra andare nella direzione di una soluzione condivisa dei malintesi e del malcontento sociale, bensì in quella del peggioramento del clima culturale italiano, con conseguenti e frequenti “sfoghi” sociali, anche di natura xenofoba o razzista.

FIRI, quale associazione culturale apolitica e apartitica, ritiene che la lotta alle discriminazioni non sia una prerogativa di una certa parte dello spettro politico, ma ma è una questione che riguarda tutti i cittadini abitanti in un paese democratico dell’Unione Europea. Da questo punto di vista, noi non ci facciamo illusioni: il gusto amaro dei provvedimenti e dei discorsi anti-romeni proviene da governi nazionali di centro-destra (dal 2008) ma anche di centro-sinistra (novembre 2007, decreto Amato).

Pertanto, FIRI si augura che la società civile italiana, e in particolare le associazioni che lottano per i diritti umani, le personalità e le entità politiche, gli enti e le istituzioni che hanno come finalità tale lotta, le chiese e i mass-media – portino avanti l’opposizione alla xenofobia legalizzata.

Consiglio Direttivo FIRI

“Intrusi”, un libro sull’Italia multiculturale

16 agosto 2009 Commenti disabilitati

Ramona Parenzan, Intrusi. Vuoto comunitario e nuovi cittadini, Ombre Corte Editore, Verona, 2009.

Parenzan

Qui di seguito, l’intervista di Feten Fradi all’autrice Ramona Parenzan (fonte: Repubblica – Metropoli), studiosa di interculturalità.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Il libro è nato anche dal desiderio di coniugare le mie passioni letterarie e filosofiche con la mia pratica quotidiana di operatrice interculturale. Da anni infatti lavoro nel mondo dell’interculturalità conducendo laboratori nelle scuole e insegnando italiano a minori e adulti stranieri. Grazie a questi lavori, infatti, ho potuto incontrare e frequentare amici migranti ed esponenti di associazioni di mediatori linguistico culturali e di migranti in lotta che mi hanno “suggerito” e ispirato molti dei temi presenti nel libro. Nella prima parte del testo sono costanti i riferimenti all’area balcanica. Questo perché Serbia Bosnia e Albania (ma anche la cultura rom), sono “confini” geografici, culturali e artistici che ho amato attraversare più spesso.

Perché ha scelto questo titolo e chi sono gli “intrusi” nella società italiana di cui parla?
Il titolo è ispirato da “L’intruso”, un testo di un filosofo francese contemporaneo Jean Luc Nancy che nel raccontare l’esperienza vissuta del suo trapianto cardiaco, si interroga sulle trasformazioni che le categorie di identità e di estraneità subiscono quando il corpo entra nel regno della biopolitica. In questo caso Nancy offre nel suo libro un’accezione assolutamente positiva del termine intruso e del concetto di intrusione: il cuore trapiantato salva l’ospite da una morte imminente. Nel mio libro mi piaceva utilizzare la stessa accezione positiva del termine intruso riferendomi in questo caso al migrante e alla sua potenza “vitale” e intrusiva e contaminante nella nostra società, nelle nostre città lontane e infinite dei piccoli-grandi microcosmi dove singolarità plurali si condizionano costantemente e nello stesso tempo si ostinano a tacere circa questo contagio se non a temerlo e a ostacolarlo apertamente con leggi assurde e xenofobe.

Quali sono i messaggi che vuole trasmettere ai lettori del libro?
Il messaggio è quello di non temere l’articolazione delle lingue, dei modi di dire, dei pensieri e delle diverse scritture (quella artistica, politica filosofica…). Per questo motivo nel testo è presente una sorta di partizioni di voci diverse sul tema della migrazione e del fare comunità. La parola diretta dei migranti (attraverso citazioni e interviste) intende rompere il monologo di tutti coloro che scrivono sui migranti senza averli mai interpellati direttamente. Il libro vuole si offre anche come un invito esplicito a reinventare insieme concetti ormai abusati – e quindi vuoti – di cittadinanza e comunità, per ricrearli e dotarli di nuovo senso e nuove pratiche attraverso processi di negoziazione reciproca e di pensiero condiviso ma anche attraverso processi di politica dal basso.

Come ha scelto i suoi testimoni?
Le persone intervistate e gli scrittori/filosofi citati nel libro sono autori che leggo e amo da anni. Altri ancora, soprattutto nella parte delle interviste, sono amici con i quali ho condiviso progetti letterari e politici.

Quanto è importante l´idea di “comunità” in una società di emigrazione?
Oggi si rende necessario più che mai ragionare insieme sul concetto di una comunità aperta inoperosa nel senso che non vuole fare opera, costruire codici fissi e regole definite una volta per tutte. Una comunità diasporica in costante divenire, frutto di processi di articolazione e di ascolto reciproco. La migliore immagine della comunità di oggi è la città contemporanea: luogo di mescolanze, labirinto senza fine, gioco di innesti e mercato incessante di opportunità, dove tutto pare accadere in modo inatteso e insperato. Con i suoi luoghi aperti e sbarrati, nascosti e accessibili, la città è infatti la metafora migliore per descrivere l’apertura comunitaria, le sue ambivalenze, le mille contraddizioni ma anche la sua infinita ricchezza.

Quanto conta la comunità per l’immigrato?
L’immigrato spesso ha bisogno di appartenenza e quando questo non è possibile si aggrappa al ricordo nostalgico di comunità d’origine spesso solo immaginate che lo aiutano ad affrontare l’urto degli eventi. Altre volte invece (o nello stesso tempo) cerca di ricostruisce in diaspora comunità nuove dove poter articolare nuovi legami e nuove identità.

Quali sono le comunità maledette e quelle terribili?
Le comunità maledette sono quelle chiuse dove si vogliono ripristinare antichi vincoli di sangue lingua e cultura a costo di uccidere per questo persone e pratiche di vita che ormai si articolavano insieme meravigliosamente. Le comunità terribili sono le comunità in rivolta come quelle delle “banlieux” parigine (ma anche delle nostre periferie) dove terribile non è visto in chiave negativa, naturalmente

Perché ha scelto il caso balcanico parlando di comunità maledette?
I Balcani, le loro recenti vicende, sono una metafora potente per comprendere cosa accade quando si evoca troppo spesso e con violenza inaudita il desiderio di bandiere, confini, lingue proprie, in nome di una presunta difesa da ogni genere di contaminazione esterna. La disgregazione dei territori della ex Jugoslavia ci insegna molto su come sia rischioso oggi il desiderio mortifero di comunità chiuse e potenti ma anche di quanto sia vano e nocivo combattere e scongiurare ogni forma di meticciato e contagio culturale.

Perché i centri detti di accoglienza sono secondo Lei, “di disa-accoglienza”?
Spesso gli “ospiti” dei centri di accoglienza (migranti lavoratori, rifugiati e altri ancora) formano soltanto un amalgama di individui e gruppi separati, con status e situazioni sociali non sempre condivisi, accanto anche a tutta una serie di differenze negli itinerari personali e nei progetti diasporici. Si tratta di luoghi spesso tristi e fatiscenti all’interno dei quali convivono magari anche forme di condivisione ma marcate da nostalgia o progettualità interrotte. Nel caso dei richiedenti questo pare assolutamente non conforme al principio del diritto comunitario, secondo il quale “i richiedenti asilo possono circolare liberamente nel territorio dello Stato membro ospitante o nell’area loro assegnata da tale Stato membro”.

Come si può secondo Lei, rovesciare questa tendenza e far capire che il fenomeno migratorio è una ricchezza? Che ruolo deve giocare la società civile in ciò?

Occorre reagire, mettersi in circolo, alzare la voce, dissentire in modo attivo e deciso contro le vergognose derive delle leggi italiane in nome della sicurezza (da chi, da cosa?) che accrescono il senso dell’insicurezza e la precarietà.

Le vie per fare questo sono molte e diverse, quelle che io amo praticare da tempo, accanto a pratiche di dissenso politico, sono soprattutto quelle del contagio culturale a scuola e nel territorio attraverso, per esempio, laboratori dove si coinvolgono artisti e scrittori migranti, il dispositivo potente del teatro sociale, la diffusione della letteratura della migrazione e del cinema. Le scuole di ogni ordine e grado sono un laboratorio molto felice dove poter far germogliare i semi dell’intercultura.

Quando erano gli emigrati italiani ad essere criminalizzati

16 aprile 2009 7 commenti

Quando i clandestini eravamo noi e la Romania non voleva gli italiani

di Stefania Parmeggiani, La Repubblica di Parma, 15 aprile 2009 (http://parma.repubblica.it/dettaglio/baby-mendicanti-e-clandestini-quando-i-romeni-eravamo-noi/1618020?edizione=EdRegionale)

Mostra all’Archivio Storico di Parma: “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”, dal 16 aprile al 27 giugno


Il ministero dell’Interno nel 1942 cercò di fermare gli espatri a Bucarest dove i nostri connazionali erano malvisti. A Bombay chi aveva a che fare con la prostituzione veniva chiamato “italiano”. Documenti di un’epoca nella quale a varcare le frontiere erano i poveri del nostro Paese, a volte criminali, spesso criminalizzati.

Quando i rumeni eravamo noi… E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti. Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche. Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre confine. Clandestini appunto. Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell’Unione Europea. Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto. A metà del ‘900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati. La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale Ion Antonescu. Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su altri, i problemi dell’emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere degli Archivi di Stato grazie alla mostra “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”. Oltre cento documenti, molti gli inediti. Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell’Interno inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di polizia di Zara e all’alto commissario di Lubiana. Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in Romania. […]

D’altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca dell’America, ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata, in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele. La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893 informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la prostituzione venissero chiamati “italiani”. Un’associazione di idee non certo lusinghiera. I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini, come testimonia una delle circolari esposte, vietò l’espatrio alla manodopera specializzata. Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel tritacarne dell’immigrazione clandestina. Che esisteva allora come oggi. La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e il 1973: gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi, con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in cui erano solo di passaggio. Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l’America tramite biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta dall’altra parte dell’Oceano, ad attenderli erano agrari che li costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza stipendio, il costo di quel viaggio della speranza. Anche questo “racket”, documentato con materiale del 1908, contribuisce all’affresco di un’epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni – criminalizzati, non graditi o sfruttati – eravamo noi.

Cfr. su quest’argomento l’articolo dell’ottobre scorso su Corriere della Sera, firmato da Gian Antonio Stella, “Quando erano italiani gli immigrati da linciare”: http://www.corriere.it/cultura/08_ottobre_10/italiani_linciare_aigues_mortes_stella_6aab0f7a-969f-11dd-9911-00144f02aabc.shtml