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Le amministrative e i romeni d’Italia: un’opportunità mancata?

28 Mag 2011 2 commenti

Le amministrative e i romeni d’Italia: un’opportunità mancata?

– Alcune considerazioni a partire dalle elezioni di questo mese –

di Horia Corneliu Cicortaș/FIRI

 Nei giorni scorsi sono stato contattato da una giovane studiosa della Luiss che sta preparando una ricerca dal titolo suggestivo: “Diritto di voto locale per gli immigrati: uno strumento di democrazia e un supporto per l’integrazione”. La dottoranda sta conducendo questa ricerca alternando periodi a Roma e Bruxelles. Nella nostra lunga conversazione, abbiamo toccato diversi argomenti che riguardano la partecipazione degli immigrati (sia comunitari che non comunitari) alla vita sociale e politica del Paese di destinazione. Naturalmente, le sue domande – e le mie risposte – hanno perlopiù gravitato  attorno alla comunità dei romeni residenti in Italia. Il dialogo ha fornito spunti utili sia per la ricerca della studiosa italiana che per la mia riflessione su argomenti di attualità riguardanti le dinamiche migratorie, come ad esempio la partecipazione dei residenti romeni alle recentissime elezioni amministrative italiane.

Cerco di riassumere qui il mio pensiero circa gli argomenti sui quali sono stato invitato a pronunciarmi in qualità di “testimone privilegiato” (tra gli stranieri che vivono qui) della vita pubblica italiana.

Innanzitutto, qualche parola sulla partecipazione dei romeni alle elezioni amministrative di questo mese. Personalmente, non sono sorpreso dalla loro scarsa partecipazione, in termini numerici, al voto; e qui mi riferisco sia agli aventi diritto iscritti sulle liste supplementari dei Comuni sia a quanti hanno effettivamente espresso un voto presentandosi alle urne, per non parlare dei pochissimi (su oltre cinquanta candidati) eletti nei consigli municipali. Eppure, se confrontiamo le tornate elettorali del 2007, 2009 e 2011 – le uniche utili per misurare la partecipazione al voto dei neocomunitari romeni (e bulgari) residenti in Italia -, possiamo notare un aumento costante di iscritti, votanti e candidati dal 2007 al 2009 e dal 2009 al 2011. Con ogni probabilità, questa percentuale aumenterà nei prossimi anni. Certo, la percentuale di partecipazione di romeni è ancora minima, se la rapportiamo a quella dei cittadini italiani o anche dei “vecchi” (e pochi) cittadini UE che vivono nello Stivale. Un paragone con la partecipazione dei polacchi e di altri cittadini dei Paesi europei centro-orientali che hanno aderito all’UE nel 2004, non ci rivela grandi differenze.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la partecipazione della popolazione alle elezioni in Romania (amministrative, parlamentari, presidenziali o altro) ha avuto un netto andamento discendente dal 1990 a oggi: si è passati da una partecipazione di oltre 80% all’inizio degli anni Novanta verso il 60%, dieci anni dopo, per scendere sotto il 50% negli ultimi anni. Addirittura, nel recente rinnovo dell’amministrazione della città di Baia Mare, il sindaco è stato eletto con un’affluenza al voto inferiore al 29%. Allo stesso tempo, il presidente della Romania Traian Băsescu è stato rieletto nel secondo mandato (2009-2014), al ballottaggio del 2009 contro il suo principale controcandidato Mircea Geoană, con pochi voti di differenza, ottenuti proprio grazie ai voti espressi dai romeni residenti all’estero. Certo, la partecipazione della diaspora alle elezioni che avvengono in Romania (per il rinnovo di: parlamento, presidenza della repubblica, parlamento europeo o per i referendum, come quello – fallito – per l’impeachement di Băsescu, nel 2007) è superiore rispetto al coinvolgimento nei processi elettorali nei paesi UE dove gli emigrati romeni hanno diritto a votare, in quanto cittadini comunitari. Di conseguenza, non ci deve sorprendere se i romeni residenti in Italia che decidono di votare siano ancora pochi: innanzitutto, la maggior parte degli oltre un milione di residenti appartengono ad una’immigrazione che possiamo definire recente (5-10 anni di permanenza). In secondo luogo, sottolineo ancora, essi provengono da un Paese – la Romania – nel quale la popolazione si è disinnamorata progressivamente della politica, anche a causa della corruzione e dell’incompetenza che hanno caratterizzato, penalizzandoli, tutti gli schieramenti attuali. In terzo luogo, molti dei romeni di cui parliamo hanno sì i piedi in Italia, ma la testa in Romania: nonostante il sogno di tornare “a casa” si stia a poco a poco allontanando per molti di loro, essi tendono a seguire con più interesse la politica del Paese di origine rispetto a quella del Paese-destinazione (che nel frattempo è diventato adottivo, oltre che elettivo). Le dinamiche altalenanti e il pendolarismo continentale che contraddistinguono la diaspora romena sono processi che andrebbero studiati in maniera comparata, confrontando situazioni analoghe di migrazione intra-europea: soprattutto il caso degli emigrati italiani, greci e polacchi nell’Europa nord-occidentale.

Torniamo, infine, alle elezioni del 15-16 maggio, il cui esito definitivo sarà noto nei prossimi giorni, a Milano e in altre città. Non credo ci siano ragioni per dilungarsi troppo sulle cosiddette candidature “etniche” (i candidati per i consigli municipali provenienti dalla comunità straniera) e sul loro numero crescente versus il loro sostanziale fallimento – pochi volti raccolti sul mercato del consenso politico. Da un lato, è normale che l’integrazione dei romeni porti con sé anche una frammentazione politica delle opzioni elettorali: un riflesso della diversità politica non tanto del Paese di origine (Romania) quanto, piuttosto, della società di destinazione (Italia). Dall’altro, l’esercizio dell’elettorato  attivo (il votare)  e passivo (l’essere votati) implica non solo tempi più o meno lunghi di immedesimazione sociale, come in ogni dinamica migratoria – una cosa sono gli italiani in Argentina, altra cosa sono gli italiani in paesi vicini come Francia o Germania –, ma anche altre variabili da cui dipendono gli aspetti quantitativi e qualitativi dell’integrazione: educazione, formazione individuale, estrazione sociale, orientamento ideologico, appartenenza religiosa e così via. Tutto questo, coniugato con la seduzione che i partiti italiani esercitano alla vigilia delle elezioni nei confronti di ogni papabile interessante, o utile per la affermare la propria immagine di formazione politica aperta alla promozione dei “nuovi italiani”, rende molto difficile il voto etnicamente compatto, a favore dei candidati della comunità, o meglio di coloro che si dichiarano candidati per la comunità. Infine, l’impegno politico richiede, anche in tempi di populismi vari, assenza di leadership e di antipolitica modaiola, determinate doti personali, periodi di militanza, risorse e perseveranza da impiegare al servizio della comunità elettorale di riferimento.

Almeno finora, l’offerta politica è stata tale da non smuovere le masse inerti che costituiscono l’elettorato romeno-italiano, troppo “nostalgico” per staccarsi dalle radici, e troppo confuso per costituire un modello valido per quanti auspicano l’estensione del voto amministrativo anche agli extracomunitari stabilmente residenti in Italia.

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Italia-Romania, mosse pre-elettorali

14 febbraio 2011 3 commenti

“Oblò”. Italia-Romania, mosse pre-elettorali

di Horia Corneliu CICORTAȘ

Il 14 gennaio scorso è stato firmato a Roma, dal segretario del Partito democratico italiano Pierluigi Bersani e dal presidente del Partito socialdemocratico romeno Victor Ponta, un accordo di collaborazione tra i due partiti di sinistra, attualmente all’opposizione nei rispettivi parlamenti di Roma e di Bucarest. L’accordo, nato dall’iniziativa del Psd, stipula tra altro l’impegno da parte del Pd di “coinvolgere in modo attivo nella  vita sociale e politica italiana i cittadini romeni segnalati dal Psd” (con analogo riferimento agli italiani residenti in Romania segnalati dal Pd ai colleghi del Psd) e, in particolare, di “sostenere la candidatura di un rappresentante della comunità romena in Italia in seno al Parlamento italiano”. L’intesa siglata da Bersani e Ponta stipula inoltre la creazione in Italia di una filiale del Psd, nell’ambito dell’organizzazione Psd all’estero, per sostenere il Pd “nei rapporti diretti con la comunità romena”, ai fini della “promozione degli esponenti della comunità romena in Italia” in occasione delle elezioni politiche, europee ed amministrative.

L’accordo, che ha ricevuto un certo spazio sulla stampa romena, è passato quasi inosservato in Italia, dove la politica è cronicamente concentrata sui problemi di Berlusconi.

Ciò che ad un primo sguardo appare come promessa per un futuro ipotetico romeno nel Parlamento italiano, può essere visto piuttosto come una mossa strategica da parte del giovane leader del Psd in vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2014. È vero che in una recente intervista, l’on. Livia Turco, responsabile immigrazione del Pd, considera che l’Italia sia pronta  per un parlamentare romeno, ritenendo “che il Pd debba candidare anche persone originarie di altri Paesi”. Ma dobbiamo ricordarci che alle elezioni politiche possono votare – ed essere votati – soltanto i cittadini italiani. Ecco perché, in assenza di una partecipazione significativa dei cittadini comunitari alle elezioni amministrative, la poltrona del primo parlamentare romeno-italiano sarà difficile da conquistare sul campo. E questo vale anche per lo sherpa dell’accordo tra i due partiti, George Teseleanu, nel caso in cui volesse provare la scalata al Montecitorio.

 

Da sinistra a destra: Ponta, Bersani, Rizea (Psd diaspora) e Teseleanu (console onorario della Romania ad Ancona)

Perché, allora, tanta fretta da parte di Ponta? Molti ritengono che, dopo la sconfitta subita nel 2009, quando il presidente uscente Băsescu riuscì a sconfiggere l’avversario socialdemocratico Geoană al secondo turno, per una manciata di voti arrivati proprio dalla diaspora (in particolare dall’Italia e dalla Spagna, dove i votanti hanno espresso, come alle politiche dell’anno precedente, una chiara opzione di centro-destra), il Psd abbia imparato la lezione, preparandosi perciò a rifare il terreno perso rispetto al Partito democratico-liberale (Pdl). Il Pdl aveva vinto le elezioni del 2008, creando una fragile maggioranza parlamentare insieme all’Unione democratica dei magiari di Romania (Udmr), mentre l’ex partito alleato a destra, i liberali del Pnl, era entrato in opposizione dal 2007 per dissidi tra l’allora premier liberale Tăriceanu col presidente Băsescu, dando nascita ad una insolita collaborazione proprio col Psd. Al di là delle stranezze della politica romena, che vede uniti contro il governo di centro-destra (sostenuto da Pdl ed Udmr) un partito di destra e uno di sinistra con storie, elettorati e programmi divergenti, resta da vedere se e come l’accordo transnazionale Pd-Psd riuscirà a produrre i frutti desiderati. Da una parte, il Pd italiano dovrà convincere i romeni d’Italia di essere sinceramente interessato alla loro piena integrazione, anche sul piano politico. Dall’altra, il Psd romeno dovrà dimostrare di essere un partito di sinistra nel senso riformista e occidentale del termine, a vent’anni dalla caduta del mondo sovietico. Un primo banco di prova, per testare l’interesse dei romeni per la vita politica italiana e la capacità dei partiti italiani a coinvolgere nella vita politica gli stranieri con diritto di voto, sarà rappresentato dalle elezioni comunali di questa primavera; elezioni che, come qualche anno fa, vedranno iscritti nella corsa per i posti di consiglieri municipali anche alcuni cittadini romeni. I precedenti, a parte il caso di Nona Evghenie, eletta proprio sulle liste del Pd nel consiglio comunale di Padova, sono finora di rilevanza modesta rispetto al notevole potenziale elettorale rappresentato dai cittadini neo-comunitari; un bacino finora trascurato dai grandi partiti italiani, che può tuttavia rivelarsi decisivo nella composizione delle future amministrazioni locali.

Nel frattempo, la battaglia di Bucarest per i voti della diaspora romena va avanti. Il Pdl, i cui due parlamentari eletti nelle circoscrizioni dei romeni all’estero, Badea e Brînză, hanno creato numerose filiali del partito all’estero, sostiene un progetto di legge del Ministro degli esteri Baconschi sul voto per corrispondenza, accantonando un progetto per l’introduzione del voto elettronico presentato da una cordata di Ong. Il progetto è stato duramente criticato dal Psd, che denuncia il rischio di frodi, mentre i liberali del Pnl, più prudenti, studiano una possibile intesa con il neonato Fli, per intercettare l’elettorato della diaspora orientato a destra, ma allergico ai vari Pdl.

Le elezioni amministrative italiane sono imminenti, ma la temperatura elettorale aumenta soprattutto nei parlamenti: a Roma, dove il governo può cadere da un momento all’altro, e a Bucarest, dove ci si prepara per le elezioni dell’anno prossimo (prima le amministrative e poi le politiche). In mezzo, gli emigrati romeni, chiamati a far emergere i propri diritti civili e a bilanciare la sproporzione tra lo scarso coinvolgimento politico e il notevole contributo nell’economia italiana.