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Dova Cahan, un libro sulla terra promessa

23 dicembre 2010 1 commento

Dova Cahan, israeliana di origine romena (è nata a Bucarest il 1947) e cultura italiana, si è trovata il mese scorso in Italia, dove ha presentato, prima a Trento poi a Milano, il suo volume Un askenazita tra Romania ed Eritrea, GDS Edizioni, 2010, 161 pp., 14 euro, con una prefazione del prof. Marco Cavallarin, storico della comunità ebraica di Eritrea. Si tratta della biografia del padre, Herşcu Şaim Cahan (1912-1974), pioniere sionista  emigrato dalla Romania all’inizio della dittatura comunista e rimasto nell’ex colonia italiana Eritrea fino alla morte. Il libro è stato scritto in lingua italiana. FIRI ne ha colto l’occasione per pubblicare qui la conversazione con l’autrice, il cui libro sarà presentato tra qualche mese anche in altre città, tra cui Firenze. (Intervista realizzata da Horia Corneliu Cicortaş; una versione romena è stata pubblicata sul quindicinale Ora di Torino, n. 10, sabato 18 dicembre 2010).

FIRI: Partiamo dal momento del 1948, successivo alla fuga dalla Romania: i suoi genitori devono ripiegare su Eritrea in seguito al rifiuto inglese di farvi entrare in Palestina. Come mai l’Eritrea?

Dova Cahan: La scelta di andare lì era stata presa da mio padre già dalla Romania, nel caso gli inglesi non ci facessero restare in Palestina. Infatti, allo scadere del nostro visto turistico, verso la fine di febbraio del 1948, le autorità britanniche vennero a cercarci in albergo, ci notificarono il foglio di via e ci caricarono su una macchina militare. Fummo espulsi.

Ad Asmara, in Eritrea, viveva già dal 1944 mia zia Lea, sorella di mio padre che era andata nel 1936 a Gerusalemme, dove lavorava come infermiera in un ospedale. Lì aveva conosciuto il suo futuro marito, un giovane ebreo polacco che era stato inviato dai suoi genitori in Palestina a continuare gli studi iniziati a Berlino e cessati in seguito alla “notte dei cristalli”. Finiti gli studi, questo giovane di nome Boris Gwircman si arruolò nella polizia britannica e fu mandato in missione in Eritrea. Per questo motivo siamo arrivati in Eritrea… grazie al visto fattoci avere dallo zio Boris.

In seguito, una volta nato lo stato d’Israele, suo padre ha più provato a entrarvi?

Mio padre era ancora in una situazione economica abbastanza difficile, avendo abbandonato tutto in Romania: fabbrica, casa, macchina, oggetti personali etc. In Eritrea chi ci ha veramente aiutato agli inizi è stato questo zio Boris, ma poi papà ha dovuto mettersi a lavorare per potergli ridare il prestito. Israele restava, nel suo desiderio sionistico, ancora da realizzare; infatti, un tentativo di investimento che aveva fatto nel 1952 non portò buoni frutti. In compenso, in Eritrea la sua condizione economica incominciò a migliorare: prima, aprendo una fabbrica di carne che esportava in Italia per la famosissima ditta Montana e poi prelevò una grande fabbrica a rito casher, la Incode, che aveva messo su per il governo israeliano. Questa fabbrica è stata fino al 1974 il simbolo di rifornimento per l’esercito israeliano.

Mio padre viaggiava moltissimo per i suoi affari sia in Israele che in Italia, ma la sua casa e la sua residenza fissa erano ad Asmara. Avevamo ottenuto il passaporto etiopico, perché eravamo rimasti 18 anni apolidi, e nel 1974 mio padre voleva liquidare gli affari e venire a vivere con noi in Israele. Purtroppo, la sua morte improvvisa glielo negò. Subito dopo, lo abbiamo portato a sepoltura in Israele assieme a sua mamma Vittoria ed a un’altra sorella di Vittoria, anche lei morta lì nel 1954, due anni dopo aver lasciato la Romania comunista.

Qual era, in Eritrea, la lingua di comunicazione all’interno della vostra famiglia? e invece qual era la sua lingua principale, la più intima?

Quando siamo arrivati in Eritrea io avevo solamente 7 mesi e mia sorella Lisa 1 anno e 10 mesi… A casa certamente abbiamo incominciato a parlare in romeno con mamma, c’era anche la nostra nonna paterna Vittoria e nostra zia Lea che parlavano il romeno.

 

La famiglia Cahan ad Asmara, nel 1956

In famiglia si parlava dunque il romeno, fino a quando nonna Vittoria era in vita. Quando lei morì, nel 1957, a casa abbiamo continuato a parlare solamente con mamma in romeno mentre con papà e tra di noi, io e Lisa parlavamo italiano… ed ormai anche con la zia Lea e zio Boris… perche Boris non parlava romeno, e con lui i nostri genitori parlavano in yiddish.

E con la popolazione locale, in che lingua comunicavate?

In italiano. Ad Asmara tutti apprendevano immediatamente l’italiano. La lingua locale, il tigrino, noi non lo parlavamo, e la lingua ufficiale dell’impero etiopico l’amarico, lo si studiava a scuola, ma più per scrivere e leggere, non tanto per parlarlo… Si parlava molto anche l’inglese in quanto c’era una base militare americana situata ad Asmara, che diffondeva nella città le trasmissioni della radio.

Dopo il liceo italiano ad Asmara, la scelta di andare all’università in Israele era la più desiderata, la più ovvia, oppure lei e sua sorella avevate considerato anche l’idea di studiare in Occidente?

Io e che mia sorella avevamo finito il liceo nel 1965, ma i nostri genitori non vedevamo di buon occhio che andassimo a continuare gli studi in altri paesi all’infuori di Israele. Questo, principalmente per il fatto che volevano che incontrassimo e sposassimo dei giovani di religione ebraica… Questo era fondamentale sia per papà, che era più liberale, sia per mamma che era molto conservatrice…

Quando siete andate in Romania, nel 2005 e poi l’anno scorso, che sentimenti avete provato, lei e sua sorella?

Nel 2005 abbiamo anche riacquistato la cittadinanza romena, e siamo andate in Romania col passaporto romeno. Per me e Lisa era come chiudere un capitolo del nostro passato. Mentre la nostra mamma Ester non si è mai rappacificata con la Romania, e fino a quando è morta nel 2003, non ci è mai voluta ritornare. Per lei, il dover abbandonare tutto e arrivare come una profuga in Eritrea con due figlie piccole è stato un capitolo molto doloroso… In più, tutta la sua famiglia era rimasta in Romania e suo fratello, avendo una fabbrica ed essendo industriale e capitalista, fu anche imprigionato dai comunisti.

Io e Lisa siamo ritornate in Romania nel 2009, per la commemorazione dei 35 anni della perdita di nostro padre. Avevamo fatto una commemorazione a Tel Aviv il 3 marzo 2009, una bella cerimonia con molti amici e parenti che lo ricordavano. Abbiamo così deciso di farla anche a Bucarest e portare lì a conoscenza la sua personalità sionista. Il 5 settembre 2009, nel giorno della cultura ebraica, nei saloni della Jewish Agency, assieme al centro comunitario ebraico è stata tenuta una grande bella conferenza, riportata sia sui giornali romeni che su quelli israeliani locali in lingua romena. Abbiamo avuto l’impressione positiva che le cose cambino e siamo andate a visitare anche Tecuci ed Iveşti, i due paesi d’origine dei nostri genitori. Io vorrei tornarci anche nel 2011 e fare la presentazione del mio libro lì, ma mi dicono che la situazione oggi non è per niente buona… vedremo in primavera.

Si sa che oggi la comunità romena non ha una situazione facile qui in Italia. Cosa ne pensa?

L’immagine che i romeni hanno non solamente in Italia ma in tutte le parti d’Europa viene danneggiata dal fatto che ci sono molti rom con i quali vengono associati, i quali non hanno la mentalità di lavorare. Così, i romeni lavoratori ed onesti sono associati ai rom che provengono dalla Romania. Io ho una identità più cosmopolita e non ne risento. Forse in Italia ne risento più come israeliana ed ebrea, perché, purtroppo, l’antisemitismo si fa risentire a toni alti. Ma ciò, devo premettere, non avviene nel mio vasto ambiente di italiani asmarini con i quali conservo tutt’oggi rapporti di vecchia amicizia.

Tratto della ferrovia Massaua-Asmara


Milano: incontro con l’autrice di “Un Askenazita tra Romania ed Eritrea”

24 novembre 2010 2 commenti

24 novembre 2010, ore 18.00, libreria Claudiana, Via Francesco Sforza, 12a.

Il Centro Culturale Italo-Romeno di Milano invita alla presentazione del libro di Dova Cahan, Un askenazita tra Romania ed Eritrea,  GDS Edizioni, 2010 (161 pp., 14 euro), con una prefazione del prof. Marco Cavallarin, studioso della comunità ebraica eritrea.  Interverranno: l’Autrice,  il prof. Marco Cavallarin  e la dott.ssa Violeta P. Popescu.

L’autrice. Dova Cahan è nata a Bucarest, Romania, il 17 giugno 1947. Nel febbraio 1948, all’età di sette mesi, giunge ad Asmara, Eritrea, dove ha vissuto fino al giugno 1967. Dopo la Guerra dei Sei Giorni si è trasferita in Israele per proseguire gli studi, per cercare di realizzare una nuova vita e integrarsi in quello che era lo Stato ideale di suo padre, attivista sionista romeno che dovette abbandonare la Romania dopo l’avvento del comunismo per rifugiarsi come profugo in Eritrea. Vent’anni vissuti ad Asmara, in quell’oasi dell’Africa Orientale, hanno lasciato un’impronta profonda  che difficilmente può essere cancellata. Nei quarant’anni vissuti in Israele ha conosciuto tutti i momenti difficili di questa giovane nazione sempre sottoposta a continue guerre: la Guerra di Yom Kippur del 1973, la guerra di Saddam Hussein del 1999 con la protezione delle maschere anti-gas, le due guerre del Libano, la guerra di Gaza, per non parlare degli attentati terroristici con cui sia lei che sua sorella Lisa si sono molte volte trovate a fare i conti.

Il libro. Dova Cahan ha ricostruito la storia della sua famiglia, e in particolare quella di suo padre Herscu Saim Cahan. Attivo sionista, un organizzatore del movimento della gioventù ebraica “Hanoar Hazioni”, impegnato nel salvataggio degli ebrei perseguitati in Romania. Respinto dagli inglesi nel 1948 mentre tenta di fare alyha in Erez Israel, trova riparo in Eritrea dove, dopo varie esperienze nel mondo degli affari, fonda una fabbrica di carne kasher. Forte in questo campo imprenditoriale il suo legame culturale e commerciale con l’Italia essendo egli il produttore della rinomata carne in scatola per l’esportazione “Montana”. Membro della comunità ebraica in Eritrea, ne diventa un rappresentante nel Congresso Sionista. Herscu Saim muore ad Asmara nel 1974, proprio mentre si accinge a raggiungere le sue figlie in Israele.