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Posts Tagged ‘discriminazione’

“24 ore senza di noi”, sciopero e mobilitazione degli immigrati

1 marzo 2010 Commenti disabilitati

Manifestazioni a Milano, Napoli e in numerose città italiane per la prima giornata di sciopero dei lavoratori immigrati.

L’iniziativa per rendere “visibili” gli immigrati e per lottare contro il razzismo, parte dalla Francia; colore simbolo il giallo. A Napoli oltre 20 mila i lavoratori in corteo. Iniziative di solidarietà in 60 piazze in tutta Italia.

“Basta razzismo, siamo i nuovi cittadini, le vostre pensioni le paghiamo noi”. Sono alcuni degli slogan gridati dai lavoratori immigrati nel corso del corteo del primo marzo a Milano. Emanuel, 34 anni del Camerun, lavora nella reception di un grande albergo. “Sono a Milano da sei anni e da sei anni in metropolitana vengo guardato con disprezzo” racconta. Oggi ha deciso di non andare al lavoro: “I motivi di questa scelta sono tanti, il punto è che non veniamo considerati come cittadini” spiega. Eder Herrera ha 22 anni ed è uno studente peruviano dell’Università Statale: “ho raggiunto i miei genitori che lavorano qui – racconta – non dimenticherò mai quel giorno che mi hanno fermato i controllori dell’Atm. Avevo dimenticato il portafoglio con l’abbonamento e mi hanno trattato come un criminale”. “Ho dovuto rinnovare il permesso di soggiorno e sono precipitato in un limbo – spiega Roberto, ecuadoriano, che l’autista – mi sono sposato qui, lavoro qui, mio figlio è nato qui: ha avuto bisogno di cure ma con il permesso di soggiorno scaduto al massimo puoi andare al pronto soccorso. Ecco perché stamattina ho scelto di scioperare”.

Sono circa ventimila, secondo gli organizzatori, le presenze stimate al corteo antirazzista a Napoli nell’ambito della giornata di mobilitazione “Ventiquattro ore senza di noi” promossa a difesa dei diritti degli extracomunitari. La manifestazione si è svolta in maniera pacifica e senza incidenti. Il corteo, partito da piazza Garibaldi, ha raggiunto piazza del Plebiscito dove, per l’intero pomeriggio sono previste esibizioni di musicisti e attori. Presenti tutte le comunità presenti sul territorio campano, dal Burkina Faso al Ghana, dalla Nigeria al Marocco, dal Bangladesh al Senegal. “I lavoratori extracomunitari – sottolinea il responsabile immigrati della Cgil Campania, Jamal Qaddorah – hanno risposto in maniera massiccia all’appello lanciato dalle associazioni e dal sindacato. Hanno raggiunto Napoli dalle città della provincia, da Castelvolturno e da San Nicola Varco. E’ una bella giornata di mobilitazione, con tanti italiani presenti in corteo”.

A Roma salgono in cattedra gli stranieri con le loro “lezioni di clandestinità” in piazza Montecitorio, davanti al Parlamento, dove gli studenti universitari dell’Onda e quelli delle superiori si sono seduti in terra e in silenzio ad ascoltare “gli insegnamenti” degli immigrati, intervenuti per parlare della loro condizione in Italia e descrivere le loro esperienze protestando contro “il razzismo delle istituzioni”. L’iniziativa si è svolta in occasione dello sciopero nazionale degli stranieri che vivono in Italia, per sottolineare l’importanza del ruolo degli immigrati nel mondo del lavoro e contro il razzismo. Su di una lavagnetta sono state esposte scritte che criticano il pacchetto sicurezza del governo che li “criminalizza” e il tetto del 30% per l’iscrizione di alunni stranieri nelle scuole, considerato “discriminatorio”. A parlare sono stati alcuni migranti di seconda generazione, lavoratori, studenti stranieri, africani di Rosarno, e richiedenti asilo afghani. Tra i presenti anche alcuni docenti e il dirigente scolastico della scuola elementare Iqbal Masih, Simonetta Salacone. Sono state esposti ovunque cartelli, striscioni e le immagini di San Papier, protettore dei migranti. “Non pensiamo – hanno detto i manifestanti – che serva un pezzo di carta per essere cittadini e per rivendicare i diritti. La strada da percorre è un’altra, e il primo marzo è solo una tappa”. “Bisogna ripartire dalla cultura per cambiare le leggi sulla cittadinanza”, ha detto nel suo intervento la scrittrice italo-somala, Igiaba Sciego.

Fonte e immagini: ANSA.

No al razzismo – il messaggio di FIRI

16 ottobre 2009 Commenti disabilitati

No al razzismo – Manifestazione Nazionale a Roma

http://www.17ottobreantirazzista.org/

FIRI ha aderito alla Manifestazione e ha inviato al Comitato Organizzativo il seguente messaggio:

Il razzismo e la xenofobia albergano, come sentimenti potenziali, in ogni individuo umano e in ciascuna società di ogni tempo o luogo. E’ compito della società civile lottare contro leggi inumane o ingiuste ed è compito dei governanti (parlamento + esecutivo) quello di abrogarle.

In parallelo, occorre costruire percorsi di prevenzione degli scontri sociale, lavorare per un clima di comprensione e rispetto che non si traduca in un generico, auto colpevolizzante ed impotente buonismo, ma in leggi e prassi consolidate di accoglienza migrante e del minoritario (e qui non ci riferiamo solo alle entità etniche), in progetti funzionanti di integrazione, in procedure burocratiche snelle a favore dei migranti e soprattutto a favore dei più vulnerabili di loro (ovvero: profughi, sfollati, donne, bambini, gruppi discriminati ecc.).

FIRI ritiene che i cittadini comunitari presenti in Italia, in particolare i romeni, devono restare sensibili e vigili sulla questione – diventato negli ultimi tempi un reale allarme – del razzismo, della xenofobia e dell’omofobia, anche se apparentemente lo status di cittadini UE li mette al riparo da abusi, atti di discriminazione e linciaggio mediatico. L’esperienza del biennio 2007-2009 dimostra infatti il contrario, mentre la tendenza attuale delle politiche sociali, sull’immigrazione e sulla “sicurezza”, non sembra andare nella direzione di una soluzione condivisa dei malintesi e del malcontento sociale, bensì in quella del peggioramento del clima culturale italiano, con conseguenti e frequenti “sfoghi” sociali, anche di natura xenofoba o razzista.

FIRI, quale associazione culturale apolitica e apartitica, ritiene che la lotta alle discriminazioni non sia una prerogativa di una certa parte dello spettro politico, ma ma è una questione che riguarda tutti i cittadini abitanti in un paese democratico dell’Unione Europea. Da questo punto di vista, noi non ci facciamo illusioni: il gusto amaro dei provvedimenti e dei discorsi anti-romeni proviene da governi nazionali di centro-destra (dal 2008) ma anche di centro-sinistra (novembre 2007, decreto Amato).

Pertanto, FIRI si augura che la società civile italiana, e in particolare le associazioni che lottano per i diritti umani, le personalità e le entità politiche, gli enti e le istituzioni che hanno come finalità tale lotta, le chiese e i mass-media – portino avanti l’opposizione alla xenofobia legalizzata.

Consiglio Direttivo FIRI

Romania, la cultura come antidoto al razzismo

3 ottobre 2009 Commenti disabilitati

Com’è possibile che nell’arco di pochi anni la comunità di immigrati che sembrava potersi integrare più facilmente nel tessuto sociale italiano – per motivi linguistici, religiosi e culturali – si sia trasformata nella più temuta?

Colpa della politica? Dell’ignoranza, forse reciproca? Della superficialità dei giornalisti, troppo spesso indulgenti verso stereotipi e banalità di carattere xenofobo? O forse il clima di diffidenza tra romeni e italiani, spesso sconfinato in atti di violenza, è un inevitabile corollario di un fenomeno migratorio di enormi dimensioni? Una risposta unica non esiste: è la conclusione che si può distillare dall’incontro “Roma-Bucarest. Andata e ritorno”, andato in scena venerdì pomeriggio alla sala Estense. Moderato con leggerezza e ironia da Beppe Severgnini, il dibattito ha toccato argomenti diversi: dalla libertà di stampa ai rapporti economici, dalla questione della minoranza rom alla percezione reciproca tra i due paesi.

Di tutto questo hanno discusso Gabriela Preda, corrispondente della televisione romena Prima Tv e collaboratrice di Internazionale, Ovidiu Nahoi, direttore della versione romena della rivista Foreign Policy e Mircea Vasilescu, direttore del settimanale Dilema Veche e professore di letteratura all’università di Bucarest.

Risultato? Serve tempo e conoscenza. Le campagne di comunicazione sono utili, citare la dimensione degli scambi commerciali serve e c’è bisogno di giornalisti capaci di raccontare la realtà nella sua complessità. Ma è soprattutto la cultura che dovrà avere un ruolo chiave: i film di Mungiu, i libri di Cartarescu, i saggi di Eliade, i racconti di Manea sono gli ambasciatori migliori di un paese che vuole farsi conoscere per quello che è davvero.

Fonte – www.internazionale.it. Il programma del festival, che comprende altre presenze romene, consultabile qui.

Caso Racz: due associazioni chiedono al Majestic di ripensarci

30 marzo 2009 Commenti disabilitati

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

“Inaccettabile comportamento dell’Hotel Majestic di Roma”.

Roma, 29 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), nell’ambito delle iniziative a tutela del rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza e contro ogni forma di pregiudizio nei confronti degli stranieri presenti in Italia, lanciano un appello all’Hotel Majestic di Roma perché ritorni sui suoi passi ed assuma, come annunciato, Karol Racz.

Non è tollerabile, infatti, che una struttura alberghiera di tale prestigio ceda di fronte alle posizioni ostili ingiustificabili e frutto di inaccettabile pregiudizio di alcuni suoi dipendenti.

Se l’Hotel Majestic dovesse confermare la non assunzione di Karol Racz in virtù di tali comportamenti, FIRI ed ERI valuteranno se lanciare una pubblica campagna internazionale volta ad invitare i potenziali clienti a non alloggiare presso la struttura in questione e, sussistendone i presupposti, a richiedere l’intervento dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).

FIRI ed ERI si stanno attivando, inoltre, per reperire – come già fatto per Alexandru Loyos Isztoika – una dimora anche a Karol Racz, il quale, dopo essere stato “eroe” per un giorno, scemato l’interesse commerciale nei suoi confronti, porta ancora un marchio indelebile frutto di un errore giudiziario, nonostante la bocciatura delle ipotesi accusatorie nei suoi confronti da parte del Tribunale del Riesame ed in virtù degli accertamenti scientifici espletati.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)

Lettera aperta al senatore Badea

7 marzo 2009 11 commenti

Lettera aperta al Senatore Viorel Badea,

al Ministro Diaconescu, al Ministro Frattini

Roma, 3 marzo 2009

Gentile Sen. Badea, Illustrissimi Ministri,

Secondo le dichiarazioni del Sen. Badea del 23 gennaio a Roma, nel corso della conferenza stampa all’Accademia di Romania, a Bucarest alcuni parlamentari “non gradirebbero” che un italiano sia dirigente di movimenti associativi italiani che si occupano dei diritti dei Romeni e dei rapporti tra Italiani e Romeni. Inoltre, lo scorso 8 febbraio a Catania il Sen. Badea si è rifiutato di incontrare i romeni dell’associazione Siculo – Romena perché il presidente è un italiano.

Premesso che la Presidente del movimento degli imprenditori italiani in Romania è di nazionalità romena, sul punto vorremmo sapere:

1) chi sono questi parlamentari;

2) se per i due Ministri degli Esteri tali affermazioni non rappresentano un’ingerenza negli affari interni di uno Stato (quello italiano) considerato che si tratta di associazioni italiane con sede in Italia e di diritto italiano;

3) fino a quando si deve tollerare l’ingerenza delle istituzioni e della politica romena in merito alle attività di tali associazioni italiane;

4) perché i politici e le istituzioni non intervengono in occasione di gravi violazioni di legge e di principi basilari di correttezza, democrazia e convivenza, come è accaduto nelle scorse settimane in merito alla Federazione delle Associazioni per i Romeni in Italia, e sul punto cosa ne pensa l’On. Badea, senatore PDL, responsabile dei Romeni all’estero, considerato anche che tra le persone che hanno partecipato al blitz fraudolento a danno di FARI compare anche il vice presidente della filiale del Suo partito a Roma, dato che tali comportamenti danneggiano l’immagine dei Romeni ed impediscono all’associazionismo di svolgere il suo ruolo essenziale per la società, per il suo sviluppo e modernizzazione.

Vorremmo a questo punto ricordare che l’Ambasciata Romena a Roma invia corrispondenza alle associazioni cosiddette “romene” o “dei romeni”, ovvero alle associazioni italiane che si occupano dei diritti dei romeni e dello sviluppo dei rapporti tra romeni ed italiani, esclusivamente in lingua romena e tiene incontri solo in lingua romena, escludendo così quei cittadini italiani che tanto si prodigano per il rispetto dei diritti dei romeni in Italia e per i rapporti di amicizia tra i due popoli.

Del resto, le Autorità romene, i partiti politici romeni e persino molte associazioni fanno confusione a questo riguardo, continuando a chiamare anche nei documenti ufficiali “associazioni romene” quelle associazioni che sono per i romeni e, nella maggior parte dei casi, di romeni, le quali possono essere chiamate “romene” solo impropriamente, in quanto comunque italiane. Occorre inoltre ricordare che l’elezione dei Presidenti e degli organi delle singole Associazioni o Federazioni, a prescindere dalla nazionalità o dall’origine delle persone, è una libera opzione che spetta ai soli soci membri di tali organizzazioni democratiche.

Tanto premesso, si chiede di valutare se determinati comportamenti e dichiarazioni non creino una inaccettabile discriminazione nei confronti dei non-Romeni impegnati in Associazioni italiane, che potrebbe stimolare già frequenti atti discriminatori nei confronti dei Romeni all’estero.

Infatti, anziché auto-ghettizzarsi o essere spinti verso l’auto-ghettizzazione, i Romeni dovrebbero invece essere spronati ad aprirsi ai rapporti con i cittadini italiani e con cittadini di altre nazionalità, ai fini di un maggiore impegno ed una partecipazione paritaria rispetto ai cittadini italiani, soprattutto nei processi sociali e politici riguardanti l’intercultura e l’immigrazione.

In tal modo, l’associazionismo potrebbe e dovrebbe essere davvero un luogo naturale e fertile di incontro tra le due culture.

Per i contenuti della presente, si ritiene utile invitare a questo dibattito, a questa rispettosa riflessione, anche l’UNAR, per eventuali iniziative in merito.

Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia)

Giovanni Falsone, presidente As. Sicula-Romena

Casadio vs. Scaraffia sulla “questione” dei romeni

7 marzo 2009 1 commento

Subject: lettera aperta al Direttore responsabile de Il Riformista sulla Romania

Al Direttore responsabile de Il Riformista,

Roma, 1 marzo, festa di Mărţişor

Caro Antonio Polito,

su invito del FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e del suo presidente Horia Corneliu Cicortas ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza (un’università che è stata la mia per un quindicennio e alla quale sono ancora molto legato)  su Il Riformista di giov. 5 febbr. 2009. Un articolo che, nel tono, nei contenuti, negli argomenti non esiterei a definire in-decente. Dal titolo: “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”, e dalla seconda parte del testo par di capire che l’autrice abbia avuto l’intenzione di controbattere un articolo apparso sulla Stampa di lunedì, in cui si asserisce che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino». L’autore Guido Ceronetti è – lo sanno tutti –  un poeta-profeta che si guadagna da vivere inviando al quotidiano torinese pezzi astutamente provocatori nello stile pessimistico- apocalittico dello scrittore (romeno, en passant) Emile Cioran (1911-1965). Nel 1956 scrisse a Raffaele Pettazzoni manifestandogli il suo interesse per la storia delle religioni (aveva studiato l’ebraico per tradurre passi della Scrittura): il grande storico delle religioni alla cui scuola io mi onoro di appartenere gli rispose sconsigliandolo, saggiamente, dall’intraprendere quella carriera. Dichiarazioni di una tale assurdità non meritano di essere prese sul serio, e tanto meno  confutate con argomenti penosamente moralistici e pelosamente caritatevoli. Le esternazioni del “raffinato intellettuale” Ceronetti (“Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica” lo definisce Wikipedia) potranno al massimo interessare un critico letterario o uno psicoanalista.

I fatti riportati e gli argomenti sviluppati nella prima colonna del pezzo sono a mia parere molto più inquietanti perché L. Scaraffia è una prolifica autrice di saggistica storico-accademica e al tempo stesso collaboratrice di numerosi (troppi!) autorevoli quotidiani: Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e L’ Osservatore Romano (nonché membro del Comitato Nazionale di Bioetica). Richiamiamo anzitutto i fatti, o almeno quello che la nostra indaffarata studiosa postcomunista e postfemminista (nonché cattolica “rinata”) presenta come tali. La Romania è un paese disumanizzato, gelido, umanamente povero, e non solo povero, disperato. Lo spirito vitale, la voglia di fare e di abbellire il mondo sono assenti, la gente è costretta a emigrare e si riempie di ostilità nei confronti degli abitanti dei ricchi paesi ospitanti. Sono affermazioni pesantemente diffamatorie, e sconcertanti in bocca a un’esponente della sinistra cattolica. In  quanto storica l’autrice dovrebbe sapere che nel 1826 Gabriele Pepe sfidò a duello il poeta francese Alfonse Lamartine per aver definito l’Italia “poussière du passé, qu’un vent stérile agite! Terre, où les fils n’ont plus le sang de leurs aïeux!” (popolarmente « Italia, terra dei morti ») ? Nella Romania d’oggi si può immaginare che qualcuno sfidi a duello una professoressa papalina ? Certamente no, ma può succedere di peggio. Sulla base di una stupida deformazione giornalistica (che un direttore “responsabile” avrebbe forse potuto e dovuto prevedere) operata da un quotidiano online italiano (La Voce) il Vicepresidente del Senato di Romania Dan Voiculescu ha chiesto conto (10 febbr. 2009) al direttore di codesta testata delle oltraggiose affermazioni contenute nell’articolo in oggetto. La versione giunta alle orecchie romene dove si parla della Romania come di un paese “dove le persone vivono senza umanità alla giornata, mendicando, prostituendosi e ubriacandosi” e “pure la religione è vissuta come qualcosa di orribile e di vacuo, senz’anima, senza gioia” è grottescamente deformata, ma non tradisce nella sostanza il ragguardevole pensiero dell’autrice. Scaraffia non conosce né la geografia, né la storia, né la lingua, né la letteratura, né la cultura romena: una civiltà che nel Novecento ha prodotto il più grande storico delle religioni del secolo, Mircea Eliade (1907-1986), uno dei più grandi drammaturghi d’Europa, Eugen Ionescu (1909-1994), uno dei più grandi scultori del mondo, Constantin Brancusi (1876-1957), e pensatori e poeti del rango di Constantin Noica (1909-1987) ed Emile Cioran. Donde ella trae le adamantine certezze su cui è basata la sua caritatevole immagine del paese dei Carpazi? Ma, naturalmente, da una gita turistica al mese di maggio dell’anno scorso. Non c’erano rose o altri fiori attorno alle casette. Nelle strade non aleggiava il profumo del pane appena sfornato. E – udite, udite –  “il pane è ancora cotto in forni centralizzati per essere distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguale per tutti e dovunque”. Dal corpo poi si passa allo spirito: i rapporti fra le religioni presenti nel paese sono stati a tal punto avvelenati (dal Male, rappresentato nella faccia contadina di Ceausescu)  che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita. Orbene, tali affermazioni sono o completamente false, o faziose e maliziose. In Romania esiste naturalmente, come in altri paesi del mondo, un pane spugnoso ma non troppo (assomiglia al nostrano pan carré che a mia figlia ad es. piace moltissimo) che la nostra schizzinosa viaggiatrice ha assaggiato, ma esistono altre infinite varietà di pane (per giunta in varie case della Transilvania in cui lo scrivente ha avuto il piacere di alloggiare persiste la vecchia e sana abitudine di cucinare il pane nel forno casalingo). Inutile aggiungere che basta guardarsi intorno per vedere ogni tipo di fiori sbocciare nei giardini di casa (in un nuovo quartiere di Sighisoara, centro in parte ancora medioevale della Transilvania, tutte le strade hanno preso il nome di un fiore: esiste la Via delle Rose, insieme a quella delle Viole o dei Gigli). Oltracciò, mentre viaggiava con occhi e naso otturati la nostra specialista di agiografia ha avuto modo di lanciare giudizi in materia di storia religiosa. La disinvolta sicurezza esibita a questo riguardo ha a tal punto impressionato il senatore Voiculescu che questi l’ha nominata sul campo “profesor de istoria religiilor”. Un equivoco (peraltro veniale in un uomo politico) che invece chi scrive vive come un’onta per la disciplina da lui professata, disciplina, tra l’altro, che la Romania ha contribuito più di ogni altre paese al mondo a magnificare. E non è solo grazie ad Eliade e ad alcuni suoi discepoli. In tempi recenti (in particolare con un congresso internazionale nel 2006) un manipolo di giovani studiosi nati e cresciuti in questo “paese grigio e disperato di prostitute e ubriaconi” ha dispensato una somma incredibile di energie nel promuovere iniziative culturali di altissimo rilievo, mentre la classe di governo e gli organi di informazione del paese hanno dimostrato tangibilmente un sostegno e una partecipazione a tali iniziative che non troverebbero un corrispettivo in un paese come l’Italia in cui la conoscenza e l’insegnamento della storia delle religioni sta decadendo in maniera spaventosa (per non parlare della competenza nel campo delle lingue: molti studenti romeni padroneggiano l’inglese e il francese, talora anche l’italiano o il tedesco meglio – non dico degli studenti italiani che spesso non padroneggiano neanche la lingua madre – ma, dico, di molti docenti della mia università pagati cinque volte più dei docenti romeni.  Per tornare alla nostra Scaraffia: le sue saccenti affermazioni  sulle “religioni” del paese romeno presentate come languenti e rancorose dimostrano una tale povertà intellettuale (concetti tagliati con l’accetta connessi, si fa per dire, da giudizi francamente inaccettabili per qualsiasi studioso delle religioni) da far nascere preoccupazioni sulla sorte dei suoi studenti. In Romania, sia chiaro, esiste una sola religione: quella cristiana (insignificanti le presenze ebraiche e islamiche). Coesistono tre confessioni, l’ortodossa (che ha una schiacciante maggioranza: 86,7 %), la cattolica di rito latino (4, 7 %) e di rito greco (0,9 %) e la protestante (calvinista 3,7 %). La partecipazione al culto dei fedeli è intensissima, paragonabile a quella dell’Italia del sud nelle forme di devozione ma con apparente  maggior raccoglimento interiore e un’adesione più militante. Esistono naturalmente tensioni fra le chiese per motivi prevalentemente etnici ed economici (lascito dell’eredità comunista), ma non è compito dello storico lanciare giudizi di carattere assiologico con toni pesantemente denigratori. Ma qui evidentemente parla la giornalista molto cattolica e poco cristiana che vede il fuscello nell’occhio del fratello e ignara la trave, la pesante trave dell’acrimonioso interminabile bisticcio tra le varie componenti del teatrino confessionale italiano (nel nostro paese, come del resto in Francia e Spagna, è confessionale anche l’atteggiamento fazioso di certo laicismo fanatico).

Se questi sono gli pseudo-fatti presentati dalla storica Scaraffia, che dire dell’incredibile giudizio sparato in esordio dalla nostra intellettuale cattolica? “No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti … Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania”. Con tutto il rispetto per le buone intenzioni dell’antropologo-criminologo Cesare Lombroso (1835-1909), le sue teorie su ”L’uomo delinquente” – che hanno a suo tempo fomentato politiche di eugenetica e derive xenofobe – sono oggi considerate del tutto infondate.  Tocca ora a un’ intellettuale cattolica, esponente intransigente (alcuni la definiscono fondamentalista, ma lo storico delle religioni che conosce il peso delle parole deve evitare accuratamente questo termine) del Comitato di Bioetica,  rispolverarle a spese del popolo romeno. Al catalogo lombrosiano della “ruga del cretino” e della  “fossetta del brigante” si aggiunge ora “l’occhio gelido e vuoto del Romeno”. Notare bene: non “dell’immigrato romeno”, dell’indigeno di Romania, “che – bontà sua ! – non è un brutto paese”, che manda in Europa occidentale – anche! – cittadini “pacifici e lavoratori”. Scaraffia può rispondere quello che vuole – o probabilmente non rispondere affatto con la tipica iattanza dell’intellettuale alla moda – ma non c’è scusa che tenga. In quelle righe di una disumanata freddezza si legge ben più che un disprezzo etnocentrico (che può fare adontare il lettore romeno), si legge un’esecrabile affermazione della concomitanza tra caratteri somatici/ambiente sociale e comportamento umano secondo una dinamica determinista  causa-effetto, che fa rabbrividire ogni essere umano che abbia appreso la lezione della vita e della storia.

Ma non la “luce di posizione” di Lucetta Scaraffia non è poi tanto sola. L’illuminazione è generale, e le statistiche sono vistosamente esibite (5, 3 % degli omicidi sono romeni: Corsera del 23 febbr.) per addivenire a una stringente conclusione: i Romeni (sic: rumeni è un francesismo desueto sgradito agli interessati; la maiuscola è una rettifica grammaticale) sono violenti. In particolare sono inclini allo stupro (6, 2 % degli stupratori sono romeni: Corsera del 23 febbr.), un tipo di violenza odiosa anche agli occhi dei criminali più incalliti. Che dire del napoletano dodicenne stuprato e seviziato da un impiegato napoletano il 24 febbraio? Che dire della fanciulla romena di 8 anni stuprata da un altro campano il 28 febbraio? Eppure nel desolato hinterland napoletano e nella conurbazione della cintura vesuviana (un paesaggio urbano che stupra l’occhio, e fino a un anno fa anche il naso, e non ha confronti in termine di squallore in nessuna realtà urbana della miserabile Romania) l’aria è satura fin dal mattino dell’odore del pane, del panuozzo, di fragranti cornetti e del migliore caffè del mondo. Che dire, infine delle crociere del sesso pedofilo in Tailandia in cui tra i tanti cittadini dell’Europa opulenta gli Italiani non sono secondi a nessuno? Sarebbe certo meglio che i giornalisti riferissero i fatti senza titoli discriminatori, e gli intellettuali tuttologi imparassero l’arte di soffrire tacendo piuttosto che improvvisarsi sociologi da strapazzo. Per chiudere, vorrei esibire una statistica anch’io. “Marocco, Romania e Albania sono i paesi che ogni anno pagano il maggior tributo in termini di infortuni totalizzando il 40 % delle denunce e il 47 % dei casi mortali. Merita attenzione il caso della Romania che con quasi 18 mila casi si pone al secondo posto della graduatoria delle denunce e al primo di quelle mortali con 41 casi nell’ultimo anno, vale a dire che quasi un decesso su quattro tra gli stranieri riguarda un lavoratore romeno; va aggiunto che tra i romeni uno su tre deceduti è muratore” (Corsera del 24 febbr., sulla base di dati INAIL). Un altro primato della Romania dunque: non sarà la nutrizione col pane spugnoso e l’educazione “in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito una parola umana” (un’altra espressione che fa rabbrividire e fa “venir voglia di tirar conclusioni pericolose” sui frutti dell’ educazione sessantottina della nostra femminista eretica convertita) che spinge gli operai romeni a cadere dalle impalcature?

In fede, Giovanni Casadio

Prof. Ordinario di Storia delle religioni, Università di Salerno

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RIF. Il Riformista Giov. 5 febbr. 2009

Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?

Luci di posizione di Lucetta Scaraffia

No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti. Anche se tutti noi, ormai, abbiamo conosciuto rumeni pacifici e lavoratori, persone per bene che sopportano con dignità e speranza la loro difficile situazione di emigrati. Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania. Non è che si tratti di un brutto Paese, né di un Paese privo di testimonianze artistiche pregevoli: la questione è un’altra, e riguarda l’atmosfera complessiva che vi si respira, un’atmosfera di disumanizzazione.

Certo, la povertà è ancora forte ed evidente, ma non somiglia alla povertà calda e viva del Terzo mondo, dove vita e colori testimoniano la volontà di esistere e di sperare nonostante tutto. Quello che stupisce è l’assenza di spirito vitale, di voglia di fare e di abbellire il mondo: pur essendo a maggio, non ho visto un fiore nella terra che circonda le casette allineate lungo la strada in molte regioni del Paese, non ho sentito una volta il profumo di pane appena sfornato. Un paese dove, quasi vent’anni dopo la fine del comunismo, il pane è ancora cotto in forni centralizzati – e poi distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguali per tutti e dovunque – pone dei drammatici interrogativi.

Perché non c’è stato un risveglio di energie, di vitalità, alla fine della terribile dittatura che l’ha angariato per decenni? Perché i rumeni preferiscono emigrare – e poi magari riempirsi di ostilità dei ricchi abitanti degli altri Paesi europei – invece di ricostituire il loro Paese? Forse perché non è solo povero, ma disperato. Il comunismo di Ceausescu (foto) ne ha ucciso l’anima: tutti sospettavano di tutti, ogni legame umano è stato dissolto, ogni iniziativa mortificata, ogni possibilità di ribellione estirpata. In Romania si vedono ancora le tracce di un male capace di distruggere tutto, e di durare nel tempo, di contagiare ogni realtà: perfino i rapporti fra le religioni presenti nel Paese ne sono stati a tal punto avvelenati, che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita.

Se uno ha ancora dubbi su cosa sia stato il comunismo, un viaggio nelle campagne rumene costituisce senza dubbio l’occasione per aprire gli occhi definitivamente. Ma tutto questo non vuol dire, come ha scritto Ceronetti sulla Stampa di lunedì, che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino».

Non è certo il caso di mettere in dubbio la dura repressione dell’aborto da parte del dittatore – del resto magistralmente raccontato nel bellissimo film del regista rumeno Cristian Mungiu, nel 2007 Palma d’oro a Cannes – ma non è certo questo il suo più grave delitto, né la causa di tutti i mali. Non è detto che i figli nati “non desiderati” siano per forza peggiori di desiderati, e tanto meno che siano condannati al randagismo. La cattiveria umana non ha alcuna remora a presentarsi anche nei figli di buona famiglia, figli sicuramente “desiderati” e viziati: basti pensare ai giovani italiani che hanno dato fuoco all’indiano, poche notti fa. Stupisce che un raffinato intellettuale come Ceronetti si sia rifatto al luogo comune rappresentato dall’utopia del figlio desiderato, che pensi sul serio che i “figli desiderati” sono davvero buoni e felici, e che quelli nati per caso sono delinquenti. Ceronetti nel suo pessimismo, non può ignorare come il male appartenga a tutti gli esseri umani, e che solo una vera educazione al bene e solo una società che sa punire e premiare possono indirizzare i giovani e aiutarli a sfuggirlo. Non può non sapere che i giovanissimi di Trento che hanno fatto ubriacare e poi violentato una loro compagna di scuola sono figli desiderati, ma male amati e male educati.

I recenti casi di cronaca nera fanno capire come il vuoto morale, l’irresponsabilità e la mancanza assoluta di speranza possono accecare tutti: sia gli immigrati rumeni educati in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito un parola umana, sia i nostri ragazzi, viziati e accontentati in tutti loro desideri e che, incapaci di sfuggire al vuoto e alla noia delle loro vite, lasciano via libera agli istinti più crudeli. Sono due tipi di vuoto diverso, certo, ma che portano alla fine agli stessi risultati. Prima di dare ogni colpa all’immigrazione, prima di pensare che ogni problema può essere risolto cacciando rumeni o marocchini, dobbiamo guardare a cosa sono diventati i ragazzi italiani.