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Ioan Petru Culianu (1950-1991). Un ricordo di Grazia Marchianò

21 maggio 2016 Commenti disabilitati

Pubblichiamo qui, per gentile concessione della prof.ssa Grazia Marchianò, questo breve ricordo, scritto in occasione dei 25 anni dalla morte di Ioan Petru Culianu.

Culianu by Jan Bauwens

Un giorno del 1990 a Montepulciano, mentre con Elémire1 e Hillary2 si sostava in Piazza Grande, Giovanni  se ne uscì con questa battuta: chissà  se vedrò il prossimo secolo!  Lo disse sorridendo sornione, e tutto finì lì. Oggi Nené (il  suo nome per gli amici) avrebbe sessantasei anni, ed è difficile immaginare quanto altro, dopo quel fatidico 21 maggio del 1991, avrebbe scritto.

Il fiore delle sue ricerche da pioniere nel campo delle scienze religiose e cognitive che impostò nei fascicoli di Incognita3, la rivista di studi interdisciplinari che fondò nel 1990 dall’editore Brill, è rimasto acerbo. E pochi conoscono  i tre saggi propositivi  System and History, A Historian’s Kit to the Fourth Dimension, e Magic and Cognition, pubblicati lì tra il 1990 e il 1991.

A differenza che in Romania, in Italia, la sua seconda patria che amò da nomade nel breve tempo che la sorte gli concesse, la sua opera interrotta e geniale rischia di essere dimenticata. Ci spetta di difenderla, approfondirla e  tramandarla con tenacia confuciana.

Grazia Marchianò

21 maggio 2016

 

Note:

[1] Elémire Zolla.

[2] Hillary Wiesner, l’allora fidanzata (e promessa sposa) di Culianu.

[3] Di Incognita. International Journal for Cognitive Studies in the Humanities (Brill, Leiden) uscirono quattro fascicoli: due nel 1990 e due nel 1991.

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Andrea Scarabelli, Eliade&Culianu, un oceano di enigmi. Intervista a Horia Corneliu Cicortaş

Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo

21 maggio 2016 Commenti disabilitati

Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo. L’intervista “perduta” su Mircea Eliade

ioan_petru_culianu

Ioan Petru Culianu (1950-1991)

Nell’autunno del 1984 Andrei Oișteanu (n. 1948), antropologo e storico delle religioni, va a trovare Ioan Petru Culianu all’Università di Groninga, in Olanda, dove questi insegna dal 1976. Con l’occasione, lo sottopone a una lunga intervista, che uscirà l’anno dopo sulla Revista de Istorie şi Teorie Literară con il titolo “Ricostituzioni della mitologia romena”. Come racconta lo stesso Oișteanu, non fu di certo facile pubblicare quel colloquio. Parecchie redazioni lo rifiutarono: il regime comunista considerava ancora lo studioso romeno – che nel 1972 aveva chiesto asilo politico in Italia – un esule e un traditore. Quando infine esce, due domande vengono comunque tagliate. Riguardano il rapporto di Culianu con Eliade, personaggio dell’esilio romeno “scottante” per la censura di Ceaușescu. Le riportiamo di seguito, per la prima volta tradotte in italiano.

Signor Culianu, da molti intellettuali è considerato un discepolo e prosecutore di Mircea Eliade. Qual è la sua idea a riguardo? Cosa deve a Eliade e dove, invece, le vostre strade divergono?

Ho sempre detto di essere un discepolo di Mircea Eliade nella misura in cui è lui a riconoscermi come tale. Poiché, in diverse occasioni, questo riconoscimento c’è stato, be’, allora posso dire di essere suo allievo. A Eliade mi lega tutta la mia esistenza, dato che ho cercato di diventare storico delle religioni da quando, al primo anno di università, durante una crisi di identità che molti attraversano, ho preso in mano i suoi libri… Il sogno si è avverato poiché ho avuto occasione di stargli vicino, studiare con lui negli Stati Uniti e ho potuto beneficiare più volte della sua attenzione benevola – a partire dai suggerimenti che mi diede per i miei primi articoli, fino alle prefazioni ai miei ultimi libri usciti [Esperienze dell’estasi ed Eros e magia nel Rinascimento, entrambi del 1984].

Se, invece, parliamo dell’importanza di Eliade nella cultura romena… Ho capito bene la sua domanda o mi sono allontanato dall’argomento?

Continui, ciò che sta per dire è molto interessante…

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Andrei Oișteanu

Credo che Mircea Eliade sia il teorico di una scuola che non ha ancora dato molti frutti, ma che, indubbiamente, li darà. Dobbiamo considerarlo come uno storico. Non dimentichiamoci la sua grande ammirazione per lo storico Nicolae Iorga[1]; da adolescente si era identificato in lui, nel bene come nel male. Nemmeno dopo la rottura con Iorga smise di farlo. Eliade ha cercato di superarlo e, senz’altro, lo ha superato molto come storico. In Romania molti sono i discepoli di Iorga, meno quelli di Eliade. Eppure, credo che il modo d’interpretare i documenti storici di Eliade rappresenti un passo enorme sul piano qualitativo, rispetto quello praticato da Iorga.

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[1] Nicolae Iorga (1871-1940), storico (noto soprattutto come medievista, bizantinista e slavista), critico letterario, scrittore, accademico e uomo politico romeno. In italiano, esiste una biografia scritta dalla nipote Bianca Valota Cavallotti, Nicolae Iorga, Guida, Napoli, 1977.

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I labirinti (letterari) di Mircea Eliade

15 aprile 2016 Commenti disabilitati

I labirinti (letterari) di Mircea Eliade

di Elena Lavinia Dumitru/ FIRI

M. Eliade, Dayan e altri racconti, a cura di H. C. Cicortaș, postfazione di S. Alexandrescu, Bietti, Milano, 2015, pp. 200. 

Dayan_Bietti

Le edizioni Bietti hanno pubblicato recentemente, nella traduzione curata da Horia Corneliu Cicortaș, tre racconti di Eliade, inediti in italiano, scritti tra il 1975 e il 1982.

Un filo rosso che sembra attraversare i tre racconti è rappresentato dall’elemento politico, inserito in un determinato contesto temporale del secondo Novecento. Una specie di entità perpetua e allo stesso tempo altamente convertibile acquisisce dimensioni fantastiche e altrettanto assurde, alla maniera di Kafka, attraverso il mistero e la suspense che l’autore sa creare partendo da un fatto sospetto che incuriosisce, dando il via all’azione.

Dayan, il primo e più lungo dei tre racconti, scritto a Palm Beach e a Chicago tra il dicembre 1979 e il gennaio 1980, tratta il tema del tempo attraverso l’incredibile prospettiva aperta dalla matematica per cui il Tempo ha la capacità di concentrarsi e dilatarsi a seconda delle circostanze. Il racconto segue una traiettoria labirintica nella quale il personaggio che gli dà il nome compie un percorso di composizione e decomposizione esistenziale strettamente “accompagnato” da due presenze diametralmente opposte: Ahasverus, una sorta di anima mundi, Spirito del Mondo che potrebbe essere ognuno di noi e l’onnipresente Securitate, la polizia segreta romena che indaga le vicende fantastiche nelle quali viene coinvolto Dayan, un geniale studente di matematica che diventa sospetto e finisce, seguendo il classico e crudele scenario prediletto dalle autorità comuniste romene del tempo, in un ospedale psichiatrico con la diagnosi di una “classica schizofrenia”.

Il racconto La mantella (in romeno Pelerina), datato Puerto de Andratx, agosto 1975, è quello che più permette al lettore di calarsi nell’atmosfera di sospetto e intrigo di un paese socialista al tempo della Guerra Fredda. Il filo narrativo prende avvio da un’anomalia, un fatto sospetto, una specie di scandaloso segreto che sconvolgerebbe il mondo intero. Il tema del tempo, che sembra “atemporale” e insieme molto preciso, aumenta il senso di incertezza e ansia in un universo nel quale tutto sembra di una gravità eccezionale, colossale, irreparabile. Un universo dominato dalle azioni paranoiche della Securitate, pronta a soffocare ogni tipo di complotto contro il Partito che, come afferma un suo alto dirigente, “non sbaglia mai”, ma si sente minacciato dalla misteriosa formula che risulta dalla decodificazione degli incomprensibili messaggi inviati attraverso le copie apocrife di Scînteia, il quotidiano ufficiale del regime.

La formula scoperta dalle autorità che indagano sull’incomprensibile complotto – Sognatori di tutto il mondo, unitevi! – risulta un’alterazione ironica del noto slogan Proletari di tutti i paesi, unitevi!, mettendo così in discussione le radici ideologiche del regime comunista e la sua ingannevole immagine di costruttore del “paradiso socialista”.

Emergono, in questi primi due racconti del volume, i metodi tipici adottati dalla Securitate durante la dittatura comunista (pedinamenti, intercettazioni, ricatti, minacce), ben descritti da un Eliade che si rivela un ottimo conoscitore della Romania comunista, dove non mise mai piede dopo la guerra. Sebbene nel terzo racconto, All’ombra di un giglio… (La umbra unui crin, Chicago-Eygalières, aprile-agosto 1982), il nome dei servizi segreti romeni venga menzionato solo da uno dei personaggi che si riferisce ad un episodio del passato, i metodi polizieschi continuano ad esservi presenti. Lo scrittore sceglie per quest’ultimo racconto un’altra geografia, diversa da quella della città di Bucarest, spostando l’azione all’estero, tra un gruppo di romeni emigrati a Parigi. Come negli altri due racconti, le circostanze, per quanto plausibili, diventano man mano inverosimili. “Incontrarsi all’ombra di un giglio” costituisce la frase chiave della narrazione che apre la discussione su temi che preoccupano la società degli anni Ottanta, con misteriosi riferimenti agli UFO o alle possibilità di alterazione di spazio e tempo confermate dalla scomparsa, in un determinato tornante di una strada statale, di alcuni camion che “entrano in uno spazio con altre dimensioni rispetto al nostro”. Così, la natura sembra governata da leggi e regole che trascendono il tempo, o almeno la temporalità che conosciamo. Parimenti, gli stessi protagonisti dei tre racconti trascendono l’esperienza comune. Dayan, ma anche Pantelimon (ne La mantella) e Postăvaru (in All’ombra di un giglio), conducono solo apparentemente un’esistenza normale. In realtà, ognuno di loro ha delle stranezze difficilmente spiegabili, compie gesti bizzarri e aperti a varie interpretazioni, mescolando il piano della realtà e quello onirico.

Immagine del film TV "Mesagerul" (1995), tratto dal racconto "Dayan".

Immagine del film TV “Mesagerul” (1995), tratto dal racconto “Dayan”.

Nonostante la composizione complessa che rischia talvolta di confondere il lettore, i  tre racconti sono caratterizzati da un dinamismo particolare che risulta dai dialoghi, tesi, ironici e penetranti allo stesso tempo. Come osservava Alex Ştefănescu nella sua Storia della letteratura romena contemporanea (Istoria literaturii române contemporane), Eliade non risparmia il suo pubblico, ma lo espone ad una quantità esagerata di personaggi che si ritrovano a parlare dei grandi problemi dell’umanità, in particolare della probabilità di un’esistenza anche “al di là”, del Sacro Graal dotato di poteri mistico-magici, della possibilità di fermare il tempo, del potere del ricordo e dell’amnesia.

Il lettore si trova di fronte a tre narrazioni che riguardano quella “dialettica del fantastico” – di cui Sorin Alexandrescu parla in un celebre studio sulla narrativa eliadiana – che, secondo lo scrittore, è in grado di mostrare il senso fondamentale dell’esistenza anche in un mondo spopolato dagli dèi. Senso dell’esistenza e (ri)scoperta del proprio destino sono racchiusi nei tre racconti di questo volume che, grazie anche alla breve ma illuminante postfazione di S. Alexandrescu, riesce ad introdurci pienamente nei labirinti letterari di Mircea Eliade.

Elena DUMITRU è traduttrice e docente a contratto presso il Dipartimento CORIS dell’Università di Roma “La Sapienza”. Ha conseguito due dottorati di ricerca, in storia d’Europa presso La Sapienza e in filologia presso l’Università di Bucarest. Autrice de L’emigrazione intellettuale dall’Europa centro-orientale. Il caso di Panait Istrati (Nuova Cultura, Roma 2012) e De vorbă cu Panait Istrati/Parlando con Panait Istrati (Aracne, Roma 2015).

Nota FIRI: Questo testo è la versione leggermente abbreviata della recensione pubblicata sul numero di maggio della rivista “Orizzonti culturali italo-romeni.

 

“L’universo è cenere in trasformazione”

2 novembre 2015 1 commento

Recensione a: E.M. Cioran, Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, Archinto, Milano 2015.

di Draga Rocchi

 

Un dialogo dell’anima con se stessa. La conversazione di un unico essere – sdoppiato – in due vite possibili. Questo è il contenuto che custodiscono le lettere di Emil Cioran al fratello Aurel (1931-1985), raccolte in un libro dal titolo Ineffabile nostalgia, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, per l’editore Archinto.

Emil CioranIl libro è il memoriale di un’esistenza spezzata in due, che la scrittura raccoglie: senza poter del tutto unificare. È la parabola di due destini, quelli dei fratelli Cioran, uniti da una stessa radice che, molto presto, la vita ha reciso – tra Romania e Francia –, creando due storie da un’unica storia.

Nelle lettere Emil Cioran racconta questa separazione, la vive e la sente profondamente rinnovarsi su se stesso, ogni giorno. La scrittura prova a tener insieme il dolore di ricordi spezzati, a tal punto fatti propri da risultare quasi incondivisibili. Da tale difficoltà nel condividere scaturisce la valenza universale di una scrittura intima: sempre personale, ma altrettanto vera per chi legge e vi ritrova l’uomo e il suo destino mortale.

Ciò che è di Cioran è di ognuno, o può esserlo, se si sceglie di riflettere sulla condizione aperta dall’esistenza. Sono lettere private e, allo stesso tempo, nella loro intimità, parlano ad ognuno, perché evocano la forza della memoria in quanto tale, il potere degli affetti, la magia dei luoghi, l’esser stati e il desiderio dell’oltre che ha in sé ogni domandare.

Nelle righe di ogni giorno, c’è l’infanzia nella vecchiaia, il dolore di una leggerezza persa per sempre. C’è il ricordo, a costruire un presente di attesa, di chi vorrebbe far ritorno ma non può. Ci sono anni di vita attraversati da una lontananza incolmabile, fatta di scelte e di desideri, prima ancora che di spazio.

Ci sono immagini improvvise, nitide e, tuttavia, perse per sempre, in un dialogo tra morti e vivi che confonde i confini, annullando il loro senso.

Si parla ad altri per parlare principalmente a se stessi, per chiarire con la propria anima il non detto di una vita: c’è incontro tra vita e morte nella forza fragile di una scrittura in frammenti, di una forma che non contiene più.

Tutto sembra poter tornare, senza che si possa realmente far ritorno. Un esilio metafisico è il luogo dal quale giunge la voce, come un’eco: del pianto, del riso, del cinismo, dell’amarezza, della malattia, della salute. Gli affetti sono costanti, – presenti assenti – modulano lo scorrere dei giorni, dando corpo al vuoto.

Un abisso insuperabile è di fronte e dentro, nel cuore di una sensibilità che non conosce davvero indifferenza, anche quando la esprime – disperatamente –.

Dell’attaccamento alla vanità d’essere parlano le abitudini, diffuse nei giorni: al tempo stesso meccaniche e familiari nella loro gelida estraneità. Dell’essere cercati, senza essere conosciuti, del parlare senza saper star vicino, della superficie priva di spessore sono testimonianza i molti che scrivono, i molti che vogliono, invitano, premiano e criticano. Contro tutto ciò, la fuga verso un altrove irraggiungibile. Tentata e ritentata, nella follia di gesti folli, forse creatori.

Il silenzio dell’anima di Cioran produce, così, nelle lettere, una scrittura d’ascolto, rubata, solo per brevi tratti, al tempo dell’inessenziale, a ciò che allontana e che, per questo, si dovrebbe allontanare.Ineffabile nostalgia copertina web

La verità è seduta accanto, mentre lo scorrere delle illusioni continua a far teatro alla vista. Ascoltare, ascoltarla, è forse ancora possibile, se l’anima impara con fatica a non disperdersi, raccogliendo le forze che l’età e la vita ancora concedono.

La scrittura può registrare quanto accade, farsene portavoce, rendere immortale ciò che è perituro, custodire l’eternità dell’inessenziale, affinché non vada dispersa, affinché non vada confusa fino a generare le ragioni di nuovi inganni.

Il presente è costellato di luoghi della memoria, così vivi da poter essere percorsi nell’immaginazione, così lontani nella realtà. Sono soprattutto i luoghi dell’infanzia, quelli in cui qualcosa si è interrotto, quelli che si attraversano ancora, tante volte, senza poterci mai tornare. Sono la felicità capita solo dopo: quella che il tempo restituisce quando non c’è più. Luoghi leggeri, fatti di sogni: luoghi che la vecchiaia sa che non potranno appartenerle mai. Luoghi di tempo, che forse neanche si è vissuto, più profondi dei pensieri, più forti degli affetti. Sono le immagini che impediscono la dispersione dell’anima e fanno da raccordo tra il presente che viviamo e l’essere che non siamo più e mai saremo ancora. Senza stanchezza il cuore indugia dentro strade sospese nel tempo, intravedendo il destino che non ha mai avuto. La volontà ripercorre passi bambini, cercando nel presente nuovi inizi, che si negano.

La storia personale e quella importante dei fatti accaduti non hanno soluzione di continuità: nessun evento è dato, se non come vissuto. Grande e piccolo, generale e personale, seguono un solo destino, la cui forza e il cui senso sono preclusi alla coscienza che li cerca.

Ogni lettera custodisce e perde, è frammento e richiamo alla totalità, è individuale e collettiva, rivolta ad uno perché parli a tutti.

La scrittura raccoglie la cenere di un universo personale in costante trasformazione: mescola i piani, lavora negli affetti, svuota e riempie, recide e dà vita.

Nespus dor, ineffabile, indicibile nostalgia, è ciò che prova e sempre proverà chi cambia lingua e lascia il suo paese, o chi, pur restando, vive davvero, nella ricerca di sé, e sente nel profondo la condizione radicale dell’esistenza, come esilio dalla perfezione.

La condizione dello spaesamento, dell’assenza di radici, del non sentirsi a casa anche in ciò che vi è di più familiare. Questo è il proprio dell’essere umano, questo è il tema sotteso da ascoltare, che attraversa, come un basso continuo, ogni lettera di Cioran al fratello, legandola alle altre: trama variegata di un unico tessuto esistenziale.

Francia e Romania, i luoghi della divisione fisica di Emil e Aurel, finiscono così per diventare stati dell’anima, condizioni di separazione, scelte radicali, ferite diverse per chi porta in sé lo stesso sangue. Non serve cercare di sanare la distanza, sognare e realizzare un ricongiungimento.

Il tempo ha reso straniera l’anima a se stessa, approfondendo il solco scavato nella terra della propria interiorità. Ha reso sconosciuto un fratello e familiare ciò che è estraneo. Il tempo ha insegnato a essere nella trasformazione, a perdere identità, a non possedere nulla, nemmeno se stessi.

Eppure di questi infiniti piccoli frammenti qualcosa rimane. Nella scrittura – controluce – si rivela un’immagine: qualcosa di ciò che la vita è stata e non sa più, qualcosa che lega indissolubilmente, entro una sola trama, i frammenti che la realtà ha spezzato, impedendone la deriva.

Un’origine è intravista, come cammino e meta, come luogo che non esiste e che, per questo, catalizza su di sé il desiderio del ritorno, raccordando tutte le strade, percorse e da percorrere. Per quel che resta. Ogni cosa è illuminata da questo riflesso, presente in ogni lettera, come traccia di scrittura. Ogni cosa è custodita e persa nella memoria che opera, trasformando l’universo interiore, donando ad esso nuove forme a partire dalle sue ceneri continue.

Il pensiero sa ciò che l’esistenza non potrà mai essere: la vede nel suo insieme, prima ancora che realmente si concluda, la sente come unica, personale e totale, passata e non ancora finita.

Il pensiero registra, attraverso la scrittura, il desiderio di senso, la volontà di conferire totalità a partire dai ricordi di ciò che si è amato e che dà continuità alla trama di un’esistenza ferita dalla perenne estraneità a se stessa. Nell’origine, sentita e mai raggiunta, nessun frammento è solo. Di questa unità, e della sua luce possibile e mai reale, il pensiero di Emil Cioran scrive, raccontando – anche per noi – una vita di esperienze e d’attesa.

«Penso alla neve che ricopriva tutto».

Novità editoriale: le lettere di Cioran al fratello Aurel

7 aprile 2015 Commenti disabilitati

Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaș, introduzione di Massimo Carloni, Archinto, Milano, 2015, pp. 176, € 18. (Nelle librerie dal 12 marzo 2015).

Ineffabile nostalgia copertinaLa corrispondenza tra Cioran e suo fratello Aurel, pubblicata in edizione italiana presso Archinto, copre un arco temporale di oltre mezzo secolo, rivelandosi quanto mai decisiva per ripercorrere la parabola letteraria, ma soprattutto umana dello scrittore romeno trapiantato a Parigi. Il volume raccoglie 237 lettere, su un corpus totale stimabile, a tutt’oggi, intorno alle 400 unità. La scelta dei curatori ha privilegiato i contenuti di particolare interesse letterario, filosofico e storico, utili all’esegesi dell’opera di Cioran, senza trascurare quei documenti che, apparentemente marginali, rivelano il lato privato, quotidiano e affettivo dell’autore. Alcune di queste lettere vengono pubblicate per la prima volta in questa edizione, non essendo state finora comprese nei vari testi che raccolgono la corrispondenza tra Emil Cioran e i familiari rimasti in Romania. Sono incluse nella raccolta anche alcune lettere politicamente «impegnate», scritte da Cioran negli anni Trenta e Quaranta, che, una volta estrapolate dal contesto storico e dall’evoluzione spirituale dell’autore, possono condurre a lapidari e fuorvianti (pre)giudizi ideologici. I destini dei fratelli Cioran, uniti in gioventù dalla passione intellettuale e dal fervore politico, si separano sul finire degli anni Trenta. Confermando a guerra finita la scelta di restare in Francia, e di non tornare più in una Romania ormai sovietizzata, Cioran rinuncerà persino alla sua lingua madre, pur di tagliare con una parte «inattuale» di sé. Installandosi al «centro del mondo», pensa di liberarsi per sempre dall’onta di appartenere ad una «piccola cultura». La seconda guerra mondiale, ma soprattutto la cortina di ferro che taglia l’Europa in due blocchi contrapposti, costringe i fratelli Cioran a quarant’anni di separazione forzata. L’uno, Emil, meteco a Parigi, nel cuore di quel «paradiso desolante» che è diventato ai suoi occhi l’Occidente; l’altro, Aurel, prigioniero in patria, in una Romania ridotta dal regime comunista a un grigio inferno «che non è più di nessuno». I due fratelli affidano alla sorte incerta e vulnerabile della lettera il desiderio di sentirsi uniti, nonostante la storia stessa cospiri contro di loro. All’intenso scambio epistolare fa da corollario, da parte del più «fortunato» Emil, l’invio di vestiario, cibo, medicinali e quant’altro possa tornare utile a cei de-acasă, dimostrando nell’occasione una premura, una generosità, una tenerezza quasi materne, nei confronti dei lontani e sventurati parenti. Aurel, da parte sua, ricambia come può, ovvero con l’invio di oggetti della sua terra e, soprattutto, con le immagini dei paesaggi dell’infanzia: Rășinari, Sibiu, Șanta, arricchite dalle stravaganti storie dei personaggi che li animano. Grazie alle affezioni magiche del temps retrouvé, Cioran, riconciliatosi col fondo romeno della sua anima, è colto da un’«ineffabile nostalgia» per i luoghi incontaminati dell’infanzia, considerati una sorta di paradiso perduto, una metafora del suo sradicamento metafisico.

Nel dialogo a distanza con Aurel, ad emergere prepotentemente è proprio il lato romeno della personalità di Cioran, quel suo côté balcanique che è possibile leggere solo in filigrana nell’opera edita. Pur avendo adottato il francese, Cioran esalta l’incomparabile poeticità dell’idioma romeno, fortuna e sciagura ad un tempo, poiché, se da un lato ha partorito lirici di prim’ordine come Eminescu, dall’altro ha confinato per sempre il suo popolo «nell’intraducibile».

La malinconia, la rassegnazione, lo scetticismo, il lamento di fronte a un destino sentito come irreparabile, queste ed altre tonalità affettive dell’anima romena, condannate da Cioran come tare culturali regressive ai tempi della Trasfigurazione della Romania, riemergono ora, nelle lettere a Relu, quali elementi essenziali di una saggezza primordiale, rurale che, beffandosi della storia, diventa preferibile alla fredda intelligenza parigina, poiché in grado di sopportare meglio le sventure della vita. Il 6 aprile 1972 scrive al fratello: «Più si è primitivi, più si è prossimi ad una saggezza originaria che le civiltà hanno perduto. Il borghese occidentale è un imbecille che pensa solo al denaro. Qualunque cioban [pastore] nostrano è più filosofo d’un intellettuale di qui». D’altronde, al di là del portato culturale, la malinconia dei fratelli Cioran risente anche di un’eredità familiare. Di quel male oscuro la madre Elvira aveva trasmesso loro «il gusto e il veleno». Il gusto, assaporato attraverso la musica sublime di Bach, unico antidoto al tormento dell’invano, autentico veleno che divora l’anima afflitta. Un giorno, poco prima di morire, la madre scrisse al figlio queste desolanti parole: «Qualsiasi cosa faccia l’uomo, la rimpiangerà sempre» – «Era il suo testamento. Vi riconosco la filosofia della nostra tribù», chiosa amaramente Cioran. In seguito al soggiorno in Germania del 1933-35, Cioran è in piena esaltazione politica. Non il cammino interiore, bensì l’azione collettiva, guidata da un capo carismatico, diventa l’unica via di salvezza in grado di condurre a quella trasfigurazione della Romania, che rappresenta l’ultima speranza di riscatto per la tânara generație. Tuttavia, se per Emil la passione per il destino del proprio paese si rivela un’infatuazione di breve durata – pretesto, più che altro, per sciorinare provocazioni geopolitiche e sfogare il suo irrefrenabile lirismo, frutto al contempo d’un disperato complesso d’inferiorità culturale e d’insonnie devastanti – per Aurel significa un’adesione in prima persona alla Guardia di Ferro.

Quando nel secondo dopoguerra Cioran, dal suo isolamento parigino, pone in essere il personale «disormeggio» dalla storia – «Qualunque partecipazione ai tumulti temporali è tempo perso e vana dissipazione» – spingendo il fratello a fare altrettanto, è ormai troppo tardi. La mannaia del socialismo di stato romeno non tarda ad abbattersi anche sul suo capo. Nel 1948, dopo un processo farsa, Aurel Cioran è condannato a sette anni di carcere e a otto anni di lavori forzati per motivi politici. Stessa sorte tocca alla sorella maggiore Virginia – evidentemente, per entrambi, il fatto di chiamarsi Cioran non è secondario. Negli anni Sessanta Aurel esce dal tunnel, fisicamente e psicologicamente provato, ma moralmente integro, tanto da rifiutare ripetutamente l’invito della Securitate a diventare un suo informatore. Si aggiunga a ciò, nel 1966, la perdita nel giro di un mese della madre Elvira e della sorella Virginia. Cioran lo sostiene a distanza, consigliandogli la lettura di Marco Aurelio – «non esiste consolatore migliore» – ed invitandolo al distacco dagli esseri e dalle vicende passate, insomma a non farsi cattivo sangue, prendendo le cose troppo seriamente.cp Cioran Dopo quarant’anni di separazione, Emil e Aurel si rincontrano nell’aprile del 1981 a Parigi. A tal punto il tempo e la sofferenza hanno segnato i loro volti, che alla stazione stentano a riconoscersi: «Sei tu?» – chiede Cioran al fratello. Nel crepuscolo delle loro vite, per una curiosa ironia del destino, ognuno vorrebbe trovarsi al posto dell’altro. Emil, per sfuggire all’asfissiante «garage apocalittico» parigino, sogna un’esistenza anonima, immerso nella campagna transilvana; mentre Aurel, al pari dei suoi compatrioti, sente ancora il fascino ammaliante di Parigi e della libertà occidentale.

Quando nei primi anni Novanta il baratro dell’Alzheimer inghiotte progressivamente la mente lucida di Cioran, costringendolo al ricovero presso l’ospedale Broca, Aurel vorrà essere ancora accanto a lui. Impossibilitato a camminare, Cioran è costretto – lui infaticabile promeneur – sulla sedia a rotelle. Aurel lo accompagna nel parco dell’ospedale, rievocando insieme, in romeno o in francese, gli anni dell’infanzia. Simone Boué assicura di averli sentiti ridere, sghignazzare alla romena. Forse, ripensavano con sarcasmo a quel formidabile aforisma di Aurel, che Cioran volle includere in una sua raccolta: «La vecchiaia è l’autocritica della natura».

(M. Carloni e H.C. Cicortas)

NOTA: Quest’articolo è uscito – in italiano e in romeno – anche sul numero di aprile/2015 del mensile bilingue online Orizzonti culturali italo-romeni.

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UPDATE: recensioni

Draga Rocchi, “L’universo è cenere in trasformazione”, FIRI, 2 novembre 2015

Claudio Bagnasco, “Ineffabile nostalgia”, Gli Squadernauti, 12 giugno 2015.

Giovanni Sessa, “Emil Cioran tra nostalgia ed azione”, Il Borghese, giugno 2015, pp. 72-73. Pubblicata con lo stesso titolo anche sul sito Ereticamente, 10 giugno 2015.

Pietro Citati, “Cioran salvato dalle regole grammaticali”, Corriere della Sera, 11 maggio 2015.

Stefano Chemelli, “Cioran scrive le parole del silenzio”, l’Adige, 16 aprile 2015. Recensione pubblicata anche nel mensile online Orizzonti culturali italo-romeni (maggio 2015).

Alessandro Giuli, “Cioran, il tramonto”, Il Foglio, 11 aprile 2015

Mario Bernardo Guardi, “L’ineffabile nostalgia di Cioran”, Il Tempo, 10 aprile 2015

Nicola Vacca, “Ineffabile nostalgia”, SatisFiction, 7 aprile 2015

Giovanni Balducci, “Ineffabile nostalgia fra Cioran e anelito metafisico”, Barbadillo, 6 aprile 2015

Raoul Bruni, “Cinquant’anni di Ineffabile nostalgia: le lettere scambiate col fratello Aurel, rimasto in Romania”, Alias (il Manifesto), 5 aprile 2015. [V. sotto l’articolo in formato jpeg].

Nicola Sguera, “Un ricordo di Emil Cioran”, Economia e Diritto, 1 aprile 2015 [pdf scaricabile qui: Nicola Sguera, “Un ricordo di Emil Cioran”]

Mario Bernardo Guardi, “Fratelli Cioran, Karamazov del nichilismo”, Libero28 marzo 2015; ripreso col titolo “I fratelli Cioran da Codreanu al nichilismo”, ne Il Primato Nazionale, 29 marzo 2015.

Gian Paolo Serino, “Cioran cinico e nichilista? Semmai premuroso e umano”, Il Giornale, 11 marzo 2015

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Convegno: “Romania e Italia nella prima guerra mondiale”

7 ottobre 2014 Commenti disabilitati

Accademia di Romania in Roma, 10-11 ottobre 2014

Convegno internazionale di studi: “Romania e Italia nella prima guerra mondiale”

Grande Guerra AdR

PROGRAMMA

Venerdì, 10 ottobre 2014, ore 15.00
Indirizzi di saluto:
Prof. Mihai Barbulescu (Accademia di Romania in Roma)
S.E. Dana Manuela Constantinescu, Ambasciatore di Romania
Prof. Antonello Biagini (La Sapienza – Università di Roma)

Ore 15.30 – Prima sessione
Moderatori: Acad. Dan Berindei – Prof. Antonello Biagini

Acad. Ioan-Aurel Pop (Università di Cluj-Napoca), L’intesa italo-romena dell’epoca moderna – premesse storiche
Conf. Rudolf Dinu (Università di Bucarest/ IRCCU Venezia), Sicurezza vs. irredentismo. I lineamenti della politica estera del Vecchio Regno romeno dalla fine dell’Ottocento fino all’entrata nella Grande Guerra
Prof. Gheorghe Cliveti (Universitatea di Iasi), Italy, Romania and the “Bismarckian System of Alliances”, 1879-1890
Acad. Dan Berindei (Academia Română, Bucarest), La Roumanie, l’Italie et le divorce de la Triple Alliance
Acad. Alexandru Zub (Iasi), Les liaisons culturelles roumaino-italiennes au début du XX siècle
Prof. Stefan Damian (Università di  Cluj-Napoca), Guerra di propaganda in anni di conflitto
Dibattiti. Pausa

Ore: 17.30 – Seconda sessione
Moderatori: Acad. Ioan-Aurel Pop – Prof. Alessandro Vagnini

Dr. Raluca Tomi (Istituto di Storia„Nicolae Iorga”, Bucarest), La neutralità italiana e l’opinione pubblica romena
Prof. Antonello Battaglia (La Sapienza – Università di Roma), La neutralità italiana nelle carte dell’addetto militare a Londra
Prof. Andrea Carteny (La Sapienza – Università di Roma), Il congresso delle nazionalità oppresse dell’Austria-Ungheria
Prof. George Cipaianu (Università di Cluj-Napoca), Romania and Italy in World War I. Similarities and dissimilarities
Dibattito.

Sabato, 11 ottobre 2014
Ore 9.00 – Terza sessione
Moderatori: Prof. G. Cipaianu – Prof. Giuseppe Motta

Conf. Ion Cârja (Università di  Cluj-Napoca), L’entrata dell’Italia nella Grande Guerra (1915) – atteggiamenti e percezioni dei romeni
Prof. Emanuela Costantini (Università Roma Tre), Gli Ebrei romeni e la prima guerra mondiale
Prof. Ion Bulei (Università di  Bucarest), La missione Perticari
Prof. Roberto Sciarrone (La Sapienza – Università di Roma), Giornalismo di guerra sul fronte italiano (1915-1918)
Conf. Ioan Marius Bucur (Università di Cluj-Napoca), Cronache di guerra: il fronte italiano in alcuni periodici greco-catolici romeni (1915-1916)
Dibattito – Pausa

Ore 11.30. Quarta sessione
Moderatori: Prof. Andrea Carteny – Conf. Ana Sima

Conf. Ana Sima (Universitatea „Babes-Bolyai”, Cluj-Napoca), Per l’Imperatore e la patria. L’entusiasmo di guerra presso i Romeni e gli Italiani nella Prima Guerra Mondiale
Prof. Alessandro Vagnini (La Sapienza – Università di Roma), Da prigionieri a forza nazionale: i volontari romeni in Italia
Prof. Giuseppe Motta (La Sapienza – Università di Roma), La Romania e l’unione con la Transilvania nei documenti dello Stato Maggiore dell’Esercito
Conf. Lucian Leustean (Universitatea „Al. I. Cuza”, Iasi), Italy’s Attitude towards Romania at the Paris Peace Conference (1919-1920)
Dibattito

“Steinhardt e la vocazione della libertà”, convegno a Roma

25 marzo 2014 Commenti disabilitati

 

Mercoledì 26 Marzo 2014 alle ore 16, 
Pontificio Istituto Orientale, piazza S. Maria Maggiore 7, Roma

 

Nicolae Steinhardt e la vocazione della libertà”

– convegno di studi –

steinhardt

 

Programma:

 

Indirizzi di saluto

R.P. Prof. James McCANN, SJ (Rettore del Pontificio Istituto Orientale),

S.E. Sig. Bogdan TATARU-CAZABAN (Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede),

Dott. Giuseppe Sergio BALSAMÀ (Presidente Associazione “Insieme per l’Athos”).

 

Relazioni
S.E.R. Mons. SILUAN, Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia
Il monaco Nicolae visto con gli occhi di un giovane studente degli anni ’90
– modello di libertà, di fede e di cultura

R.P. Abate Michel VAN PARYS, O.S.B., Egumeno del Monastero Esarchico di “Santa Maria” di Grottaferrata
Un itinerario paradossale – da dandy a monaco

Prof. Gheorghe CARAGEANI, Già ordinario di Lingua e Letteratura romena
I.U.O. Napoli – Università “La Sapienza” Roma
“Diario della felicità” – riflessioni polifoniche

Dr. Anca MANOLESCU, Collegio Nuova Europa – Bucarest
Nicolae Steinhardt e la scrittura come esercizio spirituale

R. P. Prof. Germano MARANI, SJ, Docente di Teologia Orientale, P.I.O.- Missiologia, PUG
Nicolae Steinhardt e la sua sensibilità europea

 

Moderatore: R.P. Prof. Edward FARRUGIA, SJ,
Docente di Teologia Dogmatica e Patrologia Orientale, P.I.O.

 

Organizzatori: Associazione onlus “Insieme per l’Athos”, Ambasiata di Romania presso la Santa Sede, Diocesi Ortodossa Romena in Italia, Pontificio Istituto Orientale di Roma.

 

Clicca qui per visualizzare la locandina in pdfconvegno_steinhardt_programma