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Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo

21 maggio 2016 Commenti disabilitati

Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo. L’intervista “perduta” su Mircea Eliade

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Ioan Petru Culianu (1950-1991)

Nell’autunno del 1984 Andrei Oișteanu (n. 1948), antropologo e storico delle religioni, va a trovare Ioan Petru Culianu all’Università di Groninga, in Olanda, dove questi insegna dal 1976. Con l’occasione, lo sottopone a una lunga intervista, che uscirà l’anno dopo sulla Revista de Istorie şi Teorie Literară con il titolo “Ricostituzioni della mitologia romena”. Come racconta lo stesso Oișteanu, non fu di certo facile pubblicare quel colloquio. Parecchie redazioni lo rifiutarono: il regime comunista considerava ancora lo studioso romeno – che nel 1972 aveva chiesto asilo politico in Italia – un esule e un traditore. Quando infine esce, due domande vengono comunque tagliate. Riguardano il rapporto di Culianu con Eliade, personaggio dell’esilio romeno “scottante” per la censura di Ceaușescu. Le riportiamo di seguito, per la prima volta tradotte in italiano.

Signor Culianu, da molti intellettuali è considerato un discepolo e prosecutore di Mircea Eliade. Qual è la sua idea a riguardo? Cosa deve a Eliade e dove, invece, le vostre strade divergono?

Ho sempre detto di essere un discepolo di Mircea Eliade nella misura in cui è lui a riconoscermi come tale. Poiché, in diverse occasioni, questo riconoscimento c’è stato, be’, allora posso dire di essere suo allievo. A Eliade mi lega tutta la mia esistenza, dato che ho cercato di diventare storico delle religioni da quando, al primo anno di università, durante una crisi di identità che molti attraversano, ho preso in mano i suoi libri… Il sogno si è avverato poiché ho avuto occasione di stargli vicino, studiare con lui negli Stati Uniti e ho potuto beneficiare più volte della sua attenzione benevola – a partire dai suggerimenti che mi diede per i miei primi articoli, fino alle prefazioni ai miei ultimi libri usciti [Esperienze dell’estasi ed Eros e magia nel Rinascimento, entrambi del 1984].

Se, invece, parliamo dell’importanza di Eliade nella cultura romena… Ho capito bene la sua domanda o mi sono allontanato dall’argomento?

Continui, ciò che sta per dire è molto interessante…

andrei-oisteanu

Andrei Oișteanu

Credo che Mircea Eliade sia il teorico di una scuola che non ha ancora dato molti frutti, ma che, indubbiamente, li darà. Dobbiamo considerarlo come uno storico. Non dimentichiamoci la sua grande ammirazione per lo storico Nicolae Iorga[1]; da adolescente si era identificato in lui, nel bene come nel male. Nemmeno dopo la rottura con Iorga smise di farlo. Eliade ha cercato di superarlo e, senz’altro, lo ha superato molto come storico. In Romania molti sono i discepoli di Iorga, meno quelli di Eliade. Eppure, credo che il modo d’interpretare i documenti storici di Eliade rappresenti un passo enorme sul piano qualitativo, rispetto quello praticato da Iorga.

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[1] Nicolae Iorga (1871-1940), storico (noto soprattutto come medievista, bizantinista e slavista), critico letterario, scrittore, accademico e uomo politico romeno. In italiano, esiste una biografia scritta dalla nipote Bianca Valota Cavallotti, Nicolae Iorga, Guida, Napoli, 1977.

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I labirinti (letterari) di Mircea Eliade

15 aprile 2016 Commenti disabilitati

I labirinti (letterari) di Mircea Eliade

di Elena Lavinia Dumitru/ FIRI

M. Eliade, Dayan e altri racconti, a cura di H. C. Cicortaș, postfazione di S. Alexandrescu, Bietti, Milano, 2015, pp. 200. 

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Le edizioni Bietti hanno pubblicato recentemente, nella traduzione curata da Horia Corneliu Cicortaș, tre racconti di Eliade, inediti in italiano, scritti tra il 1975 e il 1982.

Un filo rosso che sembra attraversare i tre racconti è rappresentato dall’elemento politico, inserito in un determinato contesto temporale del secondo Novecento. Una specie di entità perpetua e allo stesso tempo altamente convertibile acquisisce dimensioni fantastiche e altrettanto assurde, alla maniera di Kafka, attraverso il mistero e la suspense che l’autore sa creare partendo da un fatto sospetto che incuriosisce, dando il via all’azione.

Dayan, il primo e più lungo dei tre racconti, scritto a Palm Beach e a Chicago tra il dicembre 1979 e il gennaio 1980, tratta il tema del tempo attraverso l’incredibile prospettiva aperta dalla matematica per cui il Tempo ha la capacità di concentrarsi e dilatarsi a seconda delle circostanze. Il racconto segue una traiettoria labirintica nella quale il personaggio che gli dà il nome compie un percorso di composizione e decomposizione esistenziale strettamente “accompagnato” da due presenze diametralmente opposte: Ahasverus, una sorta di anima mundi, Spirito del Mondo che potrebbe essere ognuno di noi e l’onnipresente Securitate, la polizia segreta romena che indaga le vicende fantastiche nelle quali viene coinvolto Dayan, un geniale studente di matematica che diventa sospetto e finisce, seguendo il classico e crudele scenario prediletto dalle autorità comuniste romene del tempo, in un ospedale psichiatrico con la diagnosi di una “classica schizofrenia”.

Il racconto La mantella (in romeno Pelerina), datato Puerto de Andratx, agosto 1975, è quello che più permette al lettore di calarsi nell’atmosfera di sospetto e intrigo di un paese socialista al tempo della Guerra Fredda. Il filo narrativo prende avvio da un’anomalia, un fatto sospetto, una specie di scandaloso segreto che sconvolgerebbe il mondo intero. Il tema del tempo, che sembra “atemporale” e insieme molto preciso, aumenta il senso di incertezza e ansia in un universo nel quale tutto sembra di una gravità eccezionale, colossale, irreparabile. Un universo dominato dalle azioni paranoiche della Securitate, pronta a soffocare ogni tipo di complotto contro il Partito che, come afferma un suo alto dirigente, “non sbaglia mai”, ma si sente minacciato dalla misteriosa formula che risulta dalla decodificazione degli incomprensibili messaggi inviati attraverso le copie apocrife di Scînteia, il quotidiano ufficiale del regime.

La formula scoperta dalle autorità che indagano sull’incomprensibile complotto – Sognatori di tutto il mondo, unitevi! – risulta un’alterazione ironica del noto slogan Proletari di tutti i paesi, unitevi!, mettendo così in discussione le radici ideologiche del regime comunista e la sua ingannevole immagine di costruttore del “paradiso socialista”.

Emergono, in questi primi due racconti del volume, i metodi tipici adottati dalla Securitate durante la dittatura comunista (pedinamenti, intercettazioni, ricatti, minacce), ben descritti da un Eliade che si rivela un ottimo conoscitore della Romania comunista, dove non mise mai piede dopo la guerra. Sebbene nel terzo racconto, All’ombra di un giglio… (La umbra unui crin, Chicago-Eygalières, aprile-agosto 1982), il nome dei servizi segreti romeni venga menzionato solo da uno dei personaggi che si riferisce ad un episodio del passato, i metodi polizieschi continuano ad esservi presenti. Lo scrittore sceglie per quest’ultimo racconto un’altra geografia, diversa da quella della città di Bucarest, spostando l’azione all’estero, tra un gruppo di romeni emigrati a Parigi. Come negli altri due racconti, le circostanze, per quanto plausibili, diventano man mano inverosimili. “Incontrarsi all’ombra di un giglio” costituisce la frase chiave della narrazione che apre la discussione su temi che preoccupano la società degli anni Ottanta, con misteriosi riferimenti agli UFO o alle possibilità di alterazione di spazio e tempo confermate dalla scomparsa, in un determinato tornante di una strada statale, di alcuni camion che “entrano in uno spazio con altre dimensioni rispetto al nostro”. Così, la natura sembra governata da leggi e regole che trascendono il tempo, o almeno la temporalità che conosciamo. Parimenti, gli stessi protagonisti dei tre racconti trascendono l’esperienza comune. Dayan, ma anche Pantelimon (ne La mantella) e Postăvaru (in All’ombra di un giglio), conducono solo apparentemente un’esistenza normale. In realtà, ognuno di loro ha delle stranezze difficilmente spiegabili, compie gesti bizzarri e aperti a varie interpretazioni, mescolando il piano della realtà e quello onirico.

Immagine del film TV "Mesagerul" (1995), tratto dal racconto "Dayan".

Immagine del film TV “Mesagerul” (1995), tratto dal racconto “Dayan”.

Nonostante la composizione complessa che rischia talvolta di confondere il lettore, i  tre racconti sono caratterizzati da un dinamismo particolare che risulta dai dialoghi, tesi, ironici e penetranti allo stesso tempo. Come osservava Alex Ştefănescu nella sua Storia della letteratura romena contemporanea (Istoria literaturii române contemporane), Eliade non risparmia il suo pubblico, ma lo espone ad una quantità esagerata di personaggi che si ritrovano a parlare dei grandi problemi dell’umanità, in particolare della probabilità di un’esistenza anche “al di là”, del Sacro Graal dotato di poteri mistico-magici, della possibilità di fermare il tempo, del potere del ricordo e dell’amnesia.

Il lettore si trova di fronte a tre narrazioni che riguardano quella “dialettica del fantastico” – di cui Sorin Alexandrescu parla in un celebre studio sulla narrativa eliadiana – che, secondo lo scrittore, è in grado di mostrare il senso fondamentale dell’esistenza anche in un mondo spopolato dagli dèi. Senso dell’esistenza e (ri)scoperta del proprio destino sono racchiusi nei tre racconti di questo volume che, grazie anche alla breve ma illuminante postfazione di S. Alexandrescu, riesce ad introdurci pienamente nei labirinti letterari di Mircea Eliade.

Elena DUMITRU è traduttrice e docente a contratto presso il Dipartimento CORIS dell’Università di Roma “La Sapienza”. Ha conseguito due dottorati di ricerca, in storia d’Europa presso La Sapienza e in filologia presso l’Università di Bucarest. Autrice de L’emigrazione intellettuale dall’Europa centro-orientale. Il caso di Panait Istrati (Nuova Cultura, Roma 2012) e De vorbă cu Panait Istrati/Parlando con Panait Istrati (Aracne, Roma 2015).

Nota FIRI: Questo testo è la versione leggermente abbreviata della recensione pubblicata sul numero di maggio della rivista “Orizzonti culturali italo-romeni.

 

La Romania al bivio

15 novembre 2014 Commenti disabilitati

Elezioni presidenziali in Romania – domenica 16 novembre 2014

 Si preannuncia un testa a testa al ballottaggio di domani, quando si conoscerà il nuovo presidente della Romania. L’attuale presidente, Traian Basescu, non poteva infatti ricandidarsi dopo  i due mandati, 2004-2009 e 2009-2014.

klaus iohannis

Gli oltre 18 milioni di elettori romeni chiamati alle urne devono infatti scegliere tra i due candidati rimasti in corsa: il premier socialista Victor Ponta, sostenuto da un’alleanza elettorale guidata dal partido social-democratico, e lo sfidante liberale Klaus Johannis, ex-sindaco di Sibiu (foto destra).

Al primo turno, con un’affluenza di circa il 54%, Ponta ha ottenuto poco più di 40% dei voti, raccolti soprattutto nelle regioni più povere e arretrate del Paese, mentre il candidato dell’Alleanza ha ottenuto 30% dei voti, ottenuti nelle aree più dinamiche, nei centri universitari e nella diaspora (dove migliaia di persone non sono riuscite a votare a causa della pessima organizzazione del voto all’estero), superando candidati ben più noti, popolari e politicamente abili.

victor-pontaIl giovane premier Ponta (foto sinistra) è sostenuto da un gruppo di formazioni capeggiate dal partito più grande del Paese, il PSD, formalmente di sinistra, in realtà un mammut poco riformato al suo interno e costantemente al centro dell’attenzione per i casi di corruzione che vedono come protagonisti i suoi rappresentanti (parlamentari e leader locali), molto influenti specialmente nel sud e nell’est della Romania.

A sua volta, Klaus Iohannis è sostenuto dall’Alleanza cristiano-liberale (ACL) formata dai partiti di centro-destra PDL e PNL e spera di raccogliere i voti di chi al primo turno ha votato per altri candidati anti-Ponta (o anti-corruzione).

Un ruolo importante lo avranno gli indecisi e gli assenti del primo turno, oltre che gli elettori della diaspora, che temono un controllo assoluto da parte del PSD – partito che ha il governo e la maggioranza nel Parlamento – delle istituzioni del Paese.

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http://www.balcanicaucaso.org/aree/Romania/Presidenziali-in-Romania-Ponta-o-Iohannis-157180

Convegno: “Romania e Italia nella prima guerra mondiale”

7 ottobre 2014 Commenti disabilitati

Accademia di Romania in Roma, 10-11 ottobre 2014

Convegno internazionale di studi: “Romania e Italia nella prima guerra mondiale”

Grande Guerra AdR

PROGRAMMA

Venerdì, 10 ottobre 2014, ore 15.00
Indirizzi di saluto:
Prof. Mihai Barbulescu (Accademia di Romania in Roma)
S.E. Dana Manuela Constantinescu, Ambasciatore di Romania
Prof. Antonello Biagini (La Sapienza – Università di Roma)

Ore 15.30 – Prima sessione
Moderatori: Acad. Dan Berindei – Prof. Antonello Biagini

Acad. Ioan-Aurel Pop (Università di Cluj-Napoca), L’intesa italo-romena dell’epoca moderna – premesse storiche
Conf. Rudolf Dinu (Università di Bucarest/ IRCCU Venezia), Sicurezza vs. irredentismo. I lineamenti della politica estera del Vecchio Regno romeno dalla fine dell’Ottocento fino all’entrata nella Grande Guerra
Prof. Gheorghe Cliveti (Universitatea di Iasi), Italy, Romania and the “Bismarckian System of Alliances”, 1879-1890
Acad. Dan Berindei (Academia Română, Bucarest), La Roumanie, l’Italie et le divorce de la Triple Alliance
Acad. Alexandru Zub (Iasi), Les liaisons culturelles roumaino-italiennes au début du XX siècle
Prof. Stefan Damian (Università di  Cluj-Napoca), Guerra di propaganda in anni di conflitto
Dibattiti. Pausa

Ore: 17.30 – Seconda sessione
Moderatori: Acad. Ioan-Aurel Pop – Prof. Alessandro Vagnini

Dr. Raluca Tomi (Istituto di Storia„Nicolae Iorga”, Bucarest), La neutralità italiana e l’opinione pubblica romena
Prof. Antonello Battaglia (La Sapienza – Università di Roma), La neutralità italiana nelle carte dell’addetto militare a Londra
Prof. Andrea Carteny (La Sapienza – Università di Roma), Il congresso delle nazionalità oppresse dell’Austria-Ungheria
Prof. George Cipaianu (Università di Cluj-Napoca), Romania and Italy in World War I. Similarities and dissimilarities
Dibattito.

Sabato, 11 ottobre 2014
Ore 9.00 – Terza sessione
Moderatori: Prof. G. Cipaianu – Prof. Giuseppe Motta

Conf. Ion Cârja (Università di  Cluj-Napoca), L’entrata dell’Italia nella Grande Guerra (1915) – atteggiamenti e percezioni dei romeni
Prof. Emanuela Costantini (Università Roma Tre), Gli Ebrei romeni e la prima guerra mondiale
Prof. Ion Bulei (Università di  Bucarest), La missione Perticari
Prof. Roberto Sciarrone (La Sapienza – Università di Roma), Giornalismo di guerra sul fronte italiano (1915-1918)
Conf. Ioan Marius Bucur (Università di Cluj-Napoca), Cronache di guerra: il fronte italiano in alcuni periodici greco-catolici romeni (1915-1916)
Dibattito – Pausa

Ore 11.30. Quarta sessione
Moderatori: Prof. Andrea Carteny – Conf. Ana Sima

Conf. Ana Sima (Universitatea „Babes-Bolyai”, Cluj-Napoca), Per l’Imperatore e la patria. L’entusiasmo di guerra presso i Romeni e gli Italiani nella Prima Guerra Mondiale
Prof. Alessandro Vagnini (La Sapienza – Università di Roma), Da prigionieri a forza nazionale: i volontari romeni in Italia
Prof. Giuseppe Motta (La Sapienza – Università di Roma), La Romania e l’unione con la Transilvania nei documenti dello Stato Maggiore dell’Esercito
Conf. Lucian Leustean (Universitatea „Al. I. Cuza”, Iasi), Italy’s Attitude towards Romania at the Paris Peace Conference (1919-1920)
Dibattito

Uno spazio ancora negato

30 settembre 2013 2 commenti

EU

di Valentina Elia, FIRI (oblò)

Nuovo ostacolo (francese) per l’adesione allo spazio Schengen di Romania e Bulgaria

Pochi giorni fa in Francia si è alzato un vero e proprio polverone politico che sembra aver anticipato di quasi sei mesi le elezioni locali ed europarlamentari, previste per la primavera del 2014. Oggetto di discussione sembra essere ancora una volta la candidatura di Romania e Bulgaria all’area Schengen, lo spazio in vigore dal 1995 in cui è consentita la libera circolazione delle persone, senza controlli alle frontiere interne.

Negli anni scorsi, diversi stati membri avevano espresso perplessità sull’ingresso di Romania e Bulgaria, arrivando persino a minacciare il veto per bloccare la candidatura (congiunta) dei due paesi danubiani nell’area Schengen. Ad alzare la voce furono stati come la Germania e l’Olanda. Oltre alla presunta inadeguatezza di Romania e Bulgaria nella gestione e prevenzione dei flussi migratori, Germania e Olanda contestavano anche la loro capacità nel fronteggiare la corruzione e la criminalità ai propri confini. Contestazioni che certamente non piacquero agli stati interessati, dati gli enormi sforzi compiuti per mettersi al pari con gli altri membri del club. Ma a queste preoccupazioni politiche ora si accostano le preoccupazioni “culturali” da parte della Francia. A mettere in allarme il Governo francese sono i 20.000 rom stranieri presenti sul territorio della Francia, i quali, si afferma negli ambienti vicino al presidente Hollande, “hanno uno stile di vita estremamente differente”.Schengen-Map

Per la prima volta, un argomento di questo genere viene utilizzato per bloccare l’adesione di un Paese UE nello Spazio Schengen. La Commissione europea, pertanto, ha giudicato scandalose le affermazioni della Francia, ricordando che la libera circolazione delle persone costituisce uno dei valori su cui si basa l’Unione Europea. E neppure il commissario della giustizia Viviane Reding è stata clemente nei confronti della Francia, accusandola di usare la questione rom come una sorta di scudo dietro il quale rifugiarsi per non affrontare questioni scottanti come il bilancio del Paese o il debito pubblico.

A smorzare un po’ i toni, cercando di precisare e chiarire alcune questioni alla base delle accuse francesi, è il premier romeno Victor Ponta. Egli ha ribadito che “non esiste una connessione tra l’adesione della Romania allo spazio Schengen e la minoranza rom, per il semplice motivi che la Romania non è ancora un membro dello spazio Schengen, eppure i rom sono già lì”.

 Fonte: Gazeta Românească

UE-28: benvenuta Croazia!, ma… dove?

2 luglio 2013 2 commenti

UE-28: benvenuta Croazia!, ma…dove?

di Horia Corneliu Cicortas, FIRI

La Croazia ha ritrovato la strada, smarrita in seguito alla guerre che hanno insanguinato l’ex Yugoslavia negli anni Novanta, e da ieri è il 28-esimo Stato Membro dell’Unione Europea.

A differenza della Slovenia (ormai da 9 anni nell’UE), che è stata coinvolta solo superficialmente nello scontro con le truppe di Belgrado all’indomani della duplice secessione, la Croazia di Tudjman ha dovuto combattere per anni contro la Serbia di Milosevic, che non le voleva cedere regioni di confine abitate da molti serbi (la Slavonia e la Krajna). Non solo: è stata poi trascinata, seppure non direttamente, nella spaventosa guerra di Bosnia-Erzegovina tra bosniaci musulmani, croati cattolici e serbi ortodossi. Il sogno della “grande Serbia”, che aveva alimentato le guerre intestine nelle varie repubbliche e regioni che formavano una volta la Yugoslavia di Tito, si è risolto alla fine in una piccola Serbia, che ha perso tutto, compreso il Montenegro e soprattutto il Kossovo.

STEPHFF_croatia_UEDopo la prima grande ondata di allargamento verso l’Europa centro-orientale dell’UE, nel 2004, seguita dall’adesione della Bulgaria e della Romania nel 2007, il processo di integrazione europea si è apparentemente raffreddato. E questo, non solo per le condizioni particolari richieste alla Croazia e agli altri Paesi coinvolti nelle guerre balcaniche, ma anche per un certo clima di stanchezza, litigiosità interna, mancanza di visione comune e di leadership europea, cui si è venuta aggiungendosi la crisi economico-finanziaria internazionale; una crisi che ha scosso soprattutto l’edificio della moneta euro, ma che ha avuto effetti negativi anche su quei Paesi i quali, pur non facendo parte dell’Eurozona, sono fortemente condizionati dalle dinamiche delle economie facenti capo alla BCE di Francoforte. Pertanto, non dobbiamo meravigliarci se a Zagabria oggi, come ieri a Varsavia o a Bucarest, la gioia dell’adesione (o del ritorno nella famiglia europea) è accompagnata da dubbi e timori.

Come se i vecchi euro-scetticismi non bastassero, l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea è stato accompagnato nei giorni scorsi da due eventi, apparentemente senza connessione tra di loro, destinati a gettare nuove ombre sulla coesione europea: il fallimento del progetto del gasdotto Nabucco e il caso Snowden. Il gasdotto Nabucco (Nabucco Pipeline) avrebbe dovuto trasportare gas dal Mar Caspio a Vienna, attraverso il territorio turco, la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria. A quanto pare, l’Azerbaigian ha preferito un progetto alternativo di trasporto verso l’Adriatico, promosso da un consorzio internazionale alternativo e, a differenza di Nabucco, non sostenuto ufficialmente dall’Unione Europea. La posta in gioco delle reti di trasporto energetico è costituita dall’importanza, per l’Europa, di diversificare le sue fonti di approvvigionamento per non dipendere troppo da chi, come la Russia di Putin, ha le mani sui rubinetti e usa l’energia come arma di ricatto per i propri interessi, chiamiamoli geo-strategici (specialmente a scapito dei Paesi dell’Europa centro-orientale). Con la sconfitta di Nabucco, Gazprom ha motivi per esultare. Ma quando la Russia (di oggi) esulta, l’Europa non ha tanti motivi per essere felice.

Infine, il caso dell’Europa spiata dalla NSA, rivelato da Der Spiegel, che rende la vicenda Snowden ancora più complessa di quanto sembrasse inizialmente. I leader europei hanno espresso il loro stupore per la notizia e hanno chiesto spiegazioni agli Stati Uniti, partner tradizionale dell’Europa considerata nel suo insieme. Un brivido in più per i Paesi del fianco orientale dell’Unione, che hanno puntato tutto sull’alleanza con chi, in fondo, è tutt’ora il protettore militare del vecchio continente. Anche in questo caso, la posizione della Russia esce avvantaggiata. L’alleanza nord-atlantica, basata sulla fiducia reciproca tra i membri che la compongono, rischia di essere messa duramente alla prova, tra imbarazzi americani e delusioni europee. La questione è tutta da chiarire e reimpostare, non solo sul versante dei rapporti con gli USA, ma soprattutto all’interno dell’UE, se si vuole ritrovare quella coesione ancora latitante. Benvenuta, Croazia!

Nuovi orizzonti per le minoranze romene all’estero

31 maggio 2013 Commenti disabilitati

romeni nei balcaniDal parlamento di Bucarest in arrivo un strumento di tutela dei milioni di romeni che formano comunità storiche al di fuori dei confini attuali della Romania

di Valentina Elia, FIRI /oblò

Mercoledi 15 maggio 2013 la Camera dei Deputati romena ha approvato, a larghissima maggioranza (293 voti a favore, solo due voti contrari e cinque astensioni), il progetto di legge per la modifica dell’art. 1 della Legge 299/2007 riguardante i romeni della diaspora (românii de pretutindeni). La modifica approvata quasi ad unanimità comporta una piccola ma importante rivoluzione filologica: a partire da ora, tutti gli appartenenti alle comunità storiche all’estero i quali, pur facendo parte della cultura romena, sono stati fino ad ora indicati con diversi etnonimi in singoli Stati, vengono posti sotto un unico e grande denominatore di romeni. La decisione conferisce così alle istituzioni di Bucarest maggiore facilità nel trattare in maniera adeguata la delicatissima questione delle minoranze romene storiche all’estero, situate soprattutto nei Paesi confinanti e, a macchia di leopardo, in diverse regioni della penisola balcanica (Grecia, Macedonia, Albania, Istria).donne aromene

Più volte nel corso degli anni lo Stato romeno aveva manifestato pubblicamente la propria preoccupazione circa la situazione giuridica e sociale delle minoranze romene fuori confine, con la speranza di poter impedire la negazione dei loro diritti, sanciti anche in ambito europeo. Forse non tutti lo ricorderanno, ma circa un anno fa aveva creato scompiglio nei rapporti diplomatici tra Bucarest e Belgrado la questione della minoranza romena (o “valacca”) in Serbia. La Romania, pur sostenendo la candidatura della Serbia per il suo ingresso nell’UE, ha denunciato il poco rispetto che in questo Paese veniva riservato agli etnici romeni, chiedendo progressi concreti in cambio del proprio sostegno al cammino europeo della Serbia. Un tentativo, quello della Romania, di alzare la voce su una questione scottante, che a volte rischia di divenire una bomba ad orologeria nel cuore pulsante dell’Europa centro-orientale.

Ora, con l’approvazione di questa  modifica legislativa, ogni comunità, indipendentemente dallo Stato in cui si trova, beneficerà di una tutela maggiore della propria identità culturale e linguistica; un cambio di prospettiva, che renderà più difficile la loro manipolazione e strumentalizzazione da parte delle autorità degli Stati in cui risiedono, visto che esse potranno fare affidamento sulle istituzioni di Bucarest, oltre che su quelle europee. D’ora in poi, infatti, tante piccole comunità romene d’oltre confine, a parte il caso particolare della Repubblica Moldova – ex territorio della Romania, ceduto all’URSS nel 1940 in conseguenza  del patto Ribentropp-Molotov –, avranno un riconoscimento unitario almeno da parte delle istituzioni di Bucarest, se non di quelle europee. Le quali, presumibilmente, avranno bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare questa svolta.

Un’altra conseguenza notevole di questo riconoscimento consiste nel fatto che ai 21 milioni di Romeni che risiedono in Romania si aggiungono altri 9 milioni di etnici romeni ubicati soprattutto nella Repubblica Moldova e in altre regioni dell’Europa centro-orientale, ai quali si aggiungono gli emigrati.

N.TeslaÈ evidente quindi l’enorme portata simbolica e strategica della suddetta modifica, che per la prima volta pone la romenità al centro di un’area più ampia in cui finora lo Stato romeno è stato, al pari di alcuni suoi vicini, solo – o soprattutto – preda delle grandi potenze continentali, (gli imperi centrali in primis, e l’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale). Grandi ferite da rimarginare, e che a volte continuano a sanguinare; difficile cancellare tutti i soprusi, le umiliazioni, le imposizioni e le violenze subite. La Romania, come tanti altri Stati con una storia simile, non dimentica facilmente.

Questa modifica legislativa, di per sé anche una piccola vittoria contro la litigiosità politica interna, può dunque essere vista come un tentativo di riscatto morale del popolo romeno, una rivincita sulle sofferenze del passato. Un importante strumento politico, come testimonia la stragrande maggioranza con cui questa modifica è stata approvata, dimostrando come talvolta interessi e gruppi politici differenti possano raggiungere obiettivi condivisi.

Foto a destra: gruppo di donne aromene. Qui accanto, lo scienziato Nikolas Tesla, rivendicato da croati (per il luogo di nascita), serbi (per la fede serbo-ortodossa) e istro-romeni (per le sue origini etniche).