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Habeas vultus. Quei romeni

15 marzo 2009 Commenti disabilitati

Barbara Spinelli

Habeas vultus. Quei romeni

(La Stampa, 15 marzo 2009)

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati. Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più. Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto. Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi – una parola senza corpo e un corpo senza parola – lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti». Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari – e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo – «biondino» – che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio). Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni – Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo. Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaurita. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harja, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato. La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato. Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöller: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde – politici, giornalisti, cittadini comuni – per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.

Maledetti romeni

10 marzo 2009 1 commento

Umberto Eco: Maledetti romeni
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maledetti-romeni/2071780/18)

Lo erano la Franzonescu di Cogne, i coniugi di Erba Olindu e Roza, Sindoara e Calvuli. E poi Badalamentu, Provenzanul, Liggiu. Hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste

Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano già che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni così drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l’avevano già fatta più di 60 anni fa). Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sarà opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei romeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L’Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Romena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, romena doveva essere Rina Fort, l’autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell’origine romena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull’amante a Villa d’Este. Romena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l’ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e romeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 45 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Romeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un’audace e sanguinosa rapina a Milano, e romeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell’Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure. Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell’autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l’assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti. Romeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell’Italicus e di quella di Ustica, dell’omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d’Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l’attentatore del papa (agente dell’associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu. Questi romeni hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.

Casadio vs. Scaraffia sulla “questione” dei romeni

7 marzo 2009 1 commento

Subject: lettera aperta al Direttore responsabile de Il Riformista sulla Romania

Al Direttore responsabile de Il Riformista,

Roma, 1 marzo, festa di Mărţişor

Caro Antonio Polito,

su invito del FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e del suo presidente Horia Corneliu Cicortas ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza (un’università che è stata la mia per un quindicennio e alla quale sono ancora molto legato)  su Il Riformista di giov. 5 febbr. 2009. Un articolo che, nel tono, nei contenuti, negli argomenti non esiterei a definire in-decente. Dal titolo: “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”, e dalla seconda parte del testo par di capire che l’autrice abbia avuto l’intenzione di controbattere un articolo apparso sulla Stampa di lunedì, in cui si asserisce che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino». L’autore Guido Ceronetti è – lo sanno tutti –  un poeta-profeta che si guadagna da vivere inviando al quotidiano torinese pezzi astutamente provocatori nello stile pessimistico- apocalittico dello scrittore (romeno, en passant) Emile Cioran (1911-1965). Nel 1956 scrisse a Raffaele Pettazzoni manifestandogli il suo interesse per la storia delle religioni (aveva studiato l’ebraico per tradurre passi della Scrittura): il grande storico delle religioni alla cui scuola io mi onoro di appartenere gli rispose sconsigliandolo, saggiamente, dall’intraprendere quella carriera. Dichiarazioni di una tale assurdità non meritano di essere prese sul serio, e tanto meno  confutate con argomenti penosamente moralistici e pelosamente caritatevoli. Le esternazioni del “raffinato intellettuale” Ceronetti (“Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica” lo definisce Wikipedia) potranno al massimo interessare un critico letterario o uno psicoanalista.

I fatti riportati e gli argomenti sviluppati nella prima colonna del pezzo sono a mia parere molto più inquietanti perché L. Scaraffia è una prolifica autrice di saggistica storico-accademica e al tempo stesso collaboratrice di numerosi (troppi!) autorevoli quotidiani: Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e L’ Osservatore Romano (nonché membro del Comitato Nazionale di Bioetica). Richiamiamo anzitutto i fatti, o almeno quello che la nostra indaffarata studiosa postcomunista e postfemminista (nonché cattolica “rinata”) presenta come tali. La Romania è un paese disumanizzato, gelido, umanamente povero, e non solo povero, disperato. Lo spirito vitale, la voglia di fare e di abbellire il mondo sono assenti, la gente è costretta a emigrare e si riempie di ostilità nei confronti degli abitanti dei ricchi paesi ospitanti. Sono affermazioni pesantemente diffamatorie, e sconcertanti in bocca a un’esponente della sinistra cattolica. In  quanto storica l’autrice dovrebbe sapere che nel 1826 Gabriele Pepe sfidò a duello il poeta francese Alfonse Lamartine per aver definito l’Italia “poussière du passé, qu’un vent stérile agite! Terre, où les fils n’ont plus le sang de leurs aïeux!” (popolarmente « Italia, terra dei morti ») ? Nella Romania d’oggi si può immaginare che qualcuno sfidi a duello una professoressa papalina ? Certamente no, ma può succedere di peggio. Sulla base di una stupida deformazione giornalistica (che un direttore “responsabile” avrebbe forse potuto e dovuto prevedere) operata da un quotidiano online italiano (La Voce) il Vicepresidente del Senato di Romania Dan Voiculescu ha chiesto conto (10 febbr. 2009) al direttore di codesta testata delle oltraggiose affermazioni contenute nell’articolo in oggetto. La versione giunta alle orecchie romene dove si parla della Romania come di un paese “dove le persone vivono senza umanità alla giornata, mendicando, prostituendosi e ubriacandosi” e “pure la religione è vissuta come qualcosa di orribile e di vacuo, senz’anima, senza gioia” è grottescamente deformata, ma non tradisce nella sostanza il ragguardevole pensiero dell’autrice. Scaraffia non conosce né la geografia, né la storia, né la lingua, né la letteratura, né la cultura romena: una civiltà che nel Novecento ha prodotto il più grande storico delle religioni del secolo, Mircea Eliade (1907-1986), uno dei più grandi drammaturghi d’Europa, Eugen Ionescu (1909-1994), uno dei più grandi scultori del mondo, Constantin Brancusi (1876-1957), e pensatori e poeti del rango di Constantin Noica (1909-1987) ed Emile Cioran. Donde ella trae le adamantine certezze su cui è basata la sua caritatevole immagine del paese dei Carpazi? Ma, naturalmente, da una gita turistica al mese di maggio dell’anno scorso. Non c’erano rose o altri fiori attorno alle casette. Nelle strade non aleggiava il profumo del pane appena sfornato. E – udite, udite –  “il pane è ancora cotto in forni centralizzati per essere distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguale per tutti e dovunque”. Dal corpo poi si passa allo spirito: i rapporti fra le religioni presenti nel paese sono stati a tal punto avvelenati (dal Male, rappresentato nella faccia contadina di Ceausescu)  che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita. Orbene, tali affermazioni sono o completamente false, o faziose e maliziose. In Romania esiste naturalmente, come in altri paesi del mondo, un pane spugnoso ma non troppo (assomiglia al nostrano pan carré che a mia figlia ad es. piace moltissimo) che la nostra schizzinosa viaggiatrice ha assaggiato, ma esistono altre infinite varietà di pane (per giunta in varie case della Transilvania in cui lo scrivente ha avuto il piacere di alloggiare persiste la vecchia e sana abitudine di cucinare il pane nel forno casalingo). Inutile aggiungere che basta guardarsi intorno per vedere ogni tipo di fiori sbocciare nei giardini di casa (in un nuovo quartiere di Sighisoara, centro in parte ancora medioevale della Transilvania, tutte le strade hanno preso il nome di un fiore: esiste la Via delle Rose, insieme a quella delle Viole o dei Gigli). Oltracciò, mentre viaggiava con occhi e naso otturati la nostra specialista di agiografia ha avuto modo di lanciare giudizi in materia di storia religiosa. La disinvolta sicurezza esibita a questo riguardo ha a tal punto impressionato il senatore Voiculescu che questi l’ha nominata sul campo “profesor de istoria religiilor”. Un equivoco (peraltro veniale in un uomo politico) che invece chi scrive vive come un’onta per la disciplina da lui professata, disciplina, tra l’altro, che la Romania ha contribuito più di ogni altre paese al mondo a magnificare. E non è solo grazie ad Eliade e ad alcuni suoi discepoli. In tempi recenti (in particolare con un congresso internazionale nel 2006) un manipolo di giovani studiosi nati e cresciuti in questo “paese grigio e disperato di prostitute e ubriaconi” ha dispensato una somma incredibile di energie nel promuovere iniziative culturali di altissimo rilievo, mentre la classe di governo e gli organi di informazione del paese hanno dimostrato tangibilmente un sostegno e una partecipazione a tali iniziative che non troverebbero un corrispettivo in un paese come l’Italia in cui la conoscenza e l’insegnamento della storia delle religioni sta decadendo in maniera spaventosa (per non parlare della competenza nel campo delle lingue: molti studenti romeni padroneggiano l’inglese e il francese, talora anche l’italiano o il tedesco meglio – non dico degli studenti italiani che spesso non padroneggiano neanche la lingua madre – ma, dico, di molti docenti della mia università pagati cinque volte più dei docenti romeni.  Per tornare alla nostra Scaraffia: le sue saccenti affermazioni  sulle “religioni” del paese romeno presentate come languenti e rancorose dimostrano una tale povertà intellettuale (concetti tagliati con l’accetta connessi, si fa per dire, da giudizi francamente inaccettabili per qualsiasi studioso delle religioni) da far nascere preoccupazioni sulla sorte dei suoi studenti. In Romania, sia chiaro, esiste una sola religione: quella cristiana (insignificanti le presenze ebraiche e islamiche). Coesistono tre confessioni, l’ortodossa (che ha una schiacciante maggioranza: 86,7 %), la cattolica di rito latino (4, 7 %) e di rito greco (0,9 %) e la protestante (calvinista 3,7 %). La partecipazione al culto dei fedeli è intensissima, paragonabile a quella dell’Italia del sud nelle forme di devozione ma con apparente  maggior raccoglimento interiore e un’adesione più militante. Esistono naturalmente tensioni fra le chiese per motivi prevalentemente etnici ed economici (lascito dell’eredità comunista), ma non è compito dello storico lanciare giudizi di carattere assiologico con toni pesantemente denigratori. Ma qui evidentemente parla la giornalista molto cattolica e poco cristiana che vede il fuscello nell’occhio del fratello e ignara la trave, la pesante trave dell’acrimonioso interminabile bisticcio tra le varie componenti del teatrino confessionale italiano (nel nostro paese, come del resto in Francia e Spagna, è confessionale anche l’atteggiamento fazioso di certo laicismo fanatico).

Se questi sono gli pseudo-fatti presentati dalla storica Scaraffia, che dire dell’incredibile giudizio sparato in esordio dalla nostra intellettuale cattolica? “No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti … Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania”. Con tutto il rispetto per le buone intenzioni dell’antropologo-criminologo Cesare Lombroso (1835-1909), le sue teorie su ”L’uomo delinquente” – che hanno a suo tempo fomentato politiche di eugenetica e derive xenofobe – sono oggi considerate del tutto infondate.  Tocca ora a un’ intellettuale cattolica, esponente intransigente (alcuni la definiscono fondamentalista, ma lo storico delle religioni che conosce il peso delle parole deve evitare accuratamente questo termine) del Comitato di Bioetica,  rispolverarle a spese del popolo romeno. Al catalogo lombrosiano della “ruga del cretino” e della  “fossetta del brigante” si aggiunge ora “l’occhio gelido e vuoto del Romeno”. Notare bene: non “dell’immigrato romeno”, dell’indigeno di Romania, “che – bontà sua ! – non è un brutto paese”, che manda in Europa occidentale – anche! – cittadini “pacifici e lavoratori”. Scaraffia può rispondere quello che vuole – o probabilmente non rispondere affatto con la tipica iattanza dell’intellettuale alla moda – ma non c’è scusa che tenga. In quelle righe di una disumanata freddezza si legge ben più che un disprezzo etnocentrico (che può fare adontare il lettore romeno), si legge un’esecrabile affermazione della concomitanza tra caratteri somatici/ambiente sociale e comportamento umano secondo una dinamica determinista  causa-effetto, che fa rabbrividire ogni essere umano che abbia appreso la lezione della vita e della storia.

Ma non la “luce di posizione” di Lucetta Scaraffia non è poi tanto sola. L’illuminazione è generale, e le statistiche sono vistosamente esibite (5, 3 % degli omicidi sono romeni: Corsera del 23 febbr.) per addivenire a una stringente conclusione: i Romeni (sic: rumeni è un francesismo desueto sgradito agli interessati; la maiuscola è una rettifica grammaticale) sono violenti. In particolare sono inclini allo stupro (6, 2 % degli stupratori sono romeni: Corsera del 23 febbr.), un tipo di violenza odiosa anche agli occhi dei criminali più incalliti. Che dire del napoletano dodicenne stuprato e seviziato da un impiegato napoletano il 24 febbraio? Che dire della fanciulla romena di 8 anni stuprata da un altro campano il 28 febbraio? Eppure nel desolato hinterland napoletano e nella conurbazione della cintura vesuviana (un paesaggio urbano che stupra l’occhio, e fino a un anno fa anche il naso, e non ha confronti in termine di squallore in nessuna realtà urbana della miserabile Romania) l’aria è satura fin dal mattino dell’odore del pane, del panuozzo, di fragranti cornetti e del migliore caffè del mondo. Che dire, infine delle crociere del sesso pedofilo in Tailandia in cui tra i tanti cittadini dell’Europa opulenta gli Italiani non sono secondi a nessuno? Sarebbe certo meglio che i giornalisti riferissero i fatti senza titoli discriminatori, e gli intellettuali tuttologi imparassero l’arte di soffrire tacendo piuttosto che improvvisarsi sociologi da strapazzo. Per chiudere, vorrei esibire una statistica anch’io. “Marocco, Romania e Albania sono i paesi che ogni anno pagano il maggior tributo in termini di infortuni totalizzando il 40 % delle denunce e il 47 % dei casi mortali. Merita attenzione il caso della Romania che con quasi 18 mila casi si pone al secondo posto della graduatoria delle denunce e al primo di quelle mortali con 41 casi nell’ultimo anno, vale a dire che quasi un decesso su quattro tra gli stranieri riguarda un lavoratore romeno; va aggiunto che tra i romeni uno su tre deceduti è muratore” (Corsera del 24 febbr., sulla base di dati INAIL). Un altro primato della Romania dunque: non sarà la nutrizione col pane spugnoso e l’educazione “in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito una parola umana” (un’altra espressione che fa rabbrividire e fa “venir voglia di tirar conclusioni pericolose” sui frutti dell’ educazione sessantottina della nostra femminista eretica convertita) che spinge gli operai romeni a cadere dalle impalcature?

In fede, Giovanni Casadio

Prof. Ordinario di Storia delle religioni, Università di Salerno

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RIF. Il Riformista Giov. 5 febbr. 2009

Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?

Luci di posizione di Lucetta Scaraffia

No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti. Anche se tutti noi, ormai, abbiamo conosciuto rumeni pacifici e lavoratori, persone per bene che sopportano con dignità e speranza la loro difficile situazione di emigrati. Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania. Non è che si tratti di un brutto Paese, né di un Paese privo di testimonianze artistiche pregevoli: la questione è un’altra, e riguarda l’atmosfera complessiva che vi si respira, un’atmosfera di disumanizzazione.

Certo, la povertà è ancora forte ed evidente, ma non somiglia alla povertà calda e viva del Terzo mondo, dove vita e colori testimoniano la volontà di esistere e di sperare nonostante tutto. Quello che stupisce è l’assenza di spirito vitale, di voglia di fare e di abbellire il mondo: pur essendo a maggio, non ho visto un fiore nella terra che circonda le casette allineate lungo la strada in molte regioni del Paese, non ho sentito una volta il profumo di pane appena sfornato. Un paese dove, quasi vent’anni dopo la fine del comunismo, il pane è ancora cotto in forni centralizzati – e poi distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguali per tutti e dovunque – pone dei drammatici interrogativi.

Perché non c’è stato un risveglio di energie, di vitalità, alla fine della terribile dittatura che l’ha angariato per decenni? Perché i rumeni preferiscono emigrare – e poi magari riempirsi di ostilità dei ricchi abitanti degli altri Paesi europei – invece di ricostituire il loro Paese? Forse perché non è solo povero, ma disperato. Il comunismo di Ceausescu (foto) ne ha ucciso l’anima: tutti sospettavano di tutti, ogni legame umano è stato dissolto, ogni iniziativa mortificata, ogni possibilità di ribellione estirpata. In Romania si vedono ancora le tracce di un male capace di distruggere tutto, e di durare nel tempo, di contagiare ogni realtà: perfino i rapporti fra le religioni presenti nel Paese ne sono stati a tal punto avvelenati, che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita.

Se uno ha ancora dubbi su cosa sia stato il comunismo, un viaggio nelle campagne rumene costituisce senza dubbio l’occasione per aprire gli occhi definitivamente. Ma tutto questo non vuol dire, come ha scritto Ceronetti sulla Stampa di lunedì, che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino».

Non è certo il caso di mettere in dubbio la dura repressione dell’aborto da parte del dittatore – del resto magistralmente raccontato nel bellissimo film del regista rumeno Cristian Mungiu, nel 2007 Palma d’oro a Cannes – ma non è certo questo il suo più grave delitto, né la causa di tutti i mali. Non è detto che i figli nati “non desiderati” siano per forza peggiori di desiderati, e tanto meno che siano condannati al randagismo. La cattiveria umana non ha alcuna remora a presentarsi anche nei figli di buona famiglia, figli sicuramente “desiderati” e viziati: basti pensare ai giovani italiani che hanno dato fuoco all’indiano, poche notti fa. Stupisce che un raffinato intellettuale come Ceronetti si sia rifatto al luogo comune rappresentato dall’utopia del figlio desiderato, che pensi sul serio che i “figli desiderati” sono davvero buoni e felici, e che quelli nati per caso sono delinquenti. Ceronetti nel suo pessimismo, non può ignorare come il male appartenga a tutti gli esseri umani, e che solo una vera educazione al bene e solo una società che sa punire e premiare possono indirizzare i giovani e aiutarli a sfuggirlo. Non può non sapere che i giovanissimi di Trento che hanno fatto ubriacare e poi violentato una loro compagna di scuola sono figli desiderati, ma male amati e male educati.

I recenti casi di cronaca nera fanno capire come il vuoto morale, l’irresponsabilità e la mancanza assoluta di speranza possono accecare tutti: sia gli immigrati rumeni educati in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito un parola umana, sia i nostri ragazzi, viziati e accontentati in tutti loro desideri e che, incapaci di sfuggire al vuoto e alla noia delle loro vite, lasciano via libera agli istinti più crudeli. Sono due tipi di vuoto diverso, certo, ma che portano alla fine agli stessi risultati. Prima di dare ogni colpa all’immigrazione, prima di pensare che ogni problema può essere risolto cacciando rumeni o marocchini, dobbiamo guardare a cosa sono diventati i ragazzi italiani.

Due lettere targate FIRI contro la discriminazione etnica

7 marzo 2009 Commenti disabilitati

Dopo la recente presa di posizione FIRI contro l’articolo xenofobo di Giordano Bruno Guerri pubblicato su “Il Giornale”, altre due lettere aperte, complementari e convergenti, hanno lo stesso tema, purtroppo di grande attualità, soprattutto nel caso dei romeni, in questi primi mesi del 2009: la discriminazione su base etnica.

Giovanni Casadio, professore ordinario di Storia delle religioni all’Università di Salerno, ha scritto  il 1 marzo una lettera aperta ad Antonio Polito, Direttore del quotidiano “Il Riformista”, in cui replica all’articolo di Lucetta Scaraffia. Potete leggere il testo della lettera aperta e l’articolo incriminato cliccando qui.

Un’altra lettera aperta, del 3 marzo, indirizzata al senatore romeno Viorel Badea e ai due ministri degli esteri Diaconescu e Frattini, sottoscritta dal presidente di FIRI e dal presidente dell’Associazione Siculo-Romena di Catania, richiama l’attenzione sulle ingerenze della politica e delle autorità romene nell’associazionismo italiano, sollevando la questione della discriminazione, nutrita o tollerata, nei confronti degli italiani o comunque dei non-romeni all’interno dell’associazionismo italiano per i romeni. Il testo di questa  lettera può essere letto qui.

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

23 febbraio 2009 3 commenti

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

Lettera aperta a Giordano Bruno Guerri
e al Direttore de “Il Giornale”, Mario Giordano

di Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI

Roma, 22 febbraio 2009

Sull’edizione cartacea de “Il Giornale” del martedì scorso, 17 febbraio, troviamo in prima pagina l’articolo – ripreso anche nella versione on-line della testata – firmato di Giordano Bruno Guerri e intitolato La violenza dei nuovi invasori. Il riferimento del titolo, probabilmente scelto dalla redazione de “Il Giornale” [1], non può trarre in inganno, dato il contesto infiammato di questi giorni, in cui il problema della sicurezza nelle città italiane è emerso nuovamente in forma drammatica e drammatizzata, come conseguenza di alcuni stupri commessi perlopiù da stranieri e, in particolare, da cittadini romeni. Il titolo è già di per sé offensivo nei confronti degli immigrati, e se è stato scelto, come sembra, dalla Redazione, allora non si tratta di un semplice deragliamento personale, ma di una precisa intenzione di infierire.
L’Autore parte da lontano, da un pretesto apparentemente innocuo e irrilevante, ovvero della partita amichevole di calcio tra il Belgio e la Slovenia, all’inizio della quale, per errore, la banda belga ha suonato l’inno della Slovacchia anziché quello della Slovenia. Prendendo spunto da quest’episodio, Giordano Bruno Guerri allarga le sue riflessioni sulla incompiutezza e sull’artificialità dell’unità europea, che egli associa ad una “scatola di bottoni spaiati” per arrivare ad affermare, verso la fine del suo scritto, che “la rapidità con la quale si vuole realizzare l’unione – non solo economica, anche politica – è uno stupro alle tradizioni, ai sentimenti, alla nazionalità dei popoli che compongono l’UE”. Infatti, aggiunge il Nostro, “i popoli non possono venire uniti a colpi di trattati e di costituzioni imposte dall’alto”. In altre parole, l’attuale processo di unificazione europea, e nella fattispecie la recente integrazione dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, è una violenza sia perché è imposta dall’alto, per motivi politico-economici (ma per gli interessi politici ed economici di chi, se non di quelli degli Stati che hanno promosso da una parte e dall’altra l’unificazione europea?), sia perché avviene in maniera troppo veloce. Anche se, dobbiamo ricordarlo all’Autore, secondo molti europeisti il processo è, al contrario, troppo lento.
Dunque, la velocità e l’imposizione dall’alto.
Conclusione: “non si può neanche pretendere che una banda musicale distingua i ventisette inni dell’Unione, figurarsi una presunta fratellanza decisa a tavolino e smentita ogni giorno”.
Non ci è dato sapere se, per l’autore dell’articolo, una banda musicale dovrebbe sapere o meno distinguere i ventisette inni dell’Unione. Per noi, sì. Naturalmente, un errore di una banda non è una tragedia, come non lo è stato nemmeno per i giocatori sloveni, che hanno elegantemente fatto finta di niente. La tragedia è, dice l’Autore, quella rappresentata dalla violenza coatta cui sarebbero sottoposti i popoli europei, “stuprati” da questa cattiva e frettolosa Unione, realizzata a tavolino senza un reale rispecchiamento sul “terreno”. Non è questa la sede opportuna per discutere sul grado di rispecchiabilità nel territorio europeo, tra i suoi popoli e le sue regioni, dell’unità rincorsa nei salotti politici di Bruxelles. Indubbiamente, l’Autore non ha tutti i torti nell’osservare che il processo di unificazione europea è piuttosto un traguardo, un sogno di un matrimonio in grande – per alcuni certamente utopico – che non la spontanea formalizzazione di un’unione di fatto. Tant’è vero che al momento attuale non solo non esiste una squadra di calcio europea, come provocatoriamente ci suggerisce Guerri per “dimostrare” l’impossibilità di una vera unione europea, ma non c’è neppure una politica estera europea o di difesa comune.
Da questa consapevolezza, però, fino allo “stupro” delle tradizioni e dei sentimenti nazionali, c’è una distanza abissale, anche di stile. Anche perché la fratellanza europea non è una chimera campata in aria, ma è culturalmente giustificata – nel senso più radicale e tellurico dell’espressione – ed è peraltro desiderata dalla maggioranza dei cittadini europei, nonostante le sensibilità nazionali e gli interessi locali, i quali possono variare da un Paese all’altro e da una regione all’altra. I fatti occasionali di cronaca nera “inter-etnica” non potranno minare mai questo desiderio. Semmai, esso potrebbe essere minato da una politica miope in materia di immigrazione, che trascura le cause dei fenomeni per concentrarsi demagogicamente sugli effetti e sui sintomi, mescolando strumentalmente i temi dell’immigrazione con quelli della sicurezza, facilitando e stimolando il linciaggio mediatico di intere popolazioni e categorie sociali.
Sull’incompiutezza e sui limiti del processo di unificazione europea si può dunque legittimamente discutere. Non si può discutere, invece, su un’espressione carica di odio xenofobo come “la violenza dei nuovi invasori”, lanciata dalle pagine del “Giornale” come un assioma inconfutabile, come un punto di partenza obbligato per ogni ulteriore (pseudo) riflessione palesemente tracciata in partenza. Infatti, l’Autore giunge ad un’affermazione allucinante, assimilando gli immigrati – e in particolare i romeni – agli invasori, attribuendone di conseguenza il “primo bottino di guerra” rappresentato, per l’appunto, dagli stupri. Sentiamo le sapienti considerazioni di G. Bruno Guerri: “Il fatto è che – sempre e ovunque – lo stupro viene percepito come la presa di possesso dell’invasore: io invado il tuo territorio, e ti dimostro di averne preso possesso nel modo più spietato, violentando le tue donne, che sono il primo bottino di guerra di tutti gli invasori”. A “dimostrare” questa tesi, applicata ai casi degli stupratori recenti con passaporti esteri, secondo l’Autore sarebbe il fatto che “lo sdegno che hanno suscitato gli ultimi episodi avvenuti in Italia è superiore a quello dovuto a rapine e omicidi”. Condividiamo il fatto che lo sdegno suscitato nella popolazione dagli ultimi episodi in questione è superiore a quello causato dalle rapine o dagli omicidi. Concordiamo col fatto che questo sdegno è dovuto anche alla grande carica simbolica della violenza sessuale che, come osserva G. Bruno Guerri, è spesso erroneamente associata alla violenza degli invasori anziché essere presa per quella che è: violenza dell’uomo sulla donna.
Non sappiamo però, stando a questa teoria dell’Autore, a cosa siano associati tutti gli altri stupri, che costituiscono peraltro la stragrande maggioranza dei casi di violenza sessuale in Italia, ovvero quelli “domestici”, compresi quelli perpetrati a danno delle donne non-italiane (indipendentemente se i loro violentatori siano o no italiani). Forse, nel primo caso, si tratta di semplici incidenti di percorso, peccati veniali frutto di comprensibili frustrazioni da parte degli ex-partners delle donne aggredite, magari persone rispettabilissime della buona società? E invece, nel secondo caso, di quale presa di territorio si tratta, soprattutto quando si tratta di aggressori autoctoni e di vittime non italiane? Forse della presa di un territorio virtuale, come quello di Second Life?! Ad ogni modo, è curioso notare come certa politica e certa stampa stimoli lo sdegno dell’opinione pubblica italiana solo quando si tratta di una determinata nazionalità dell’aggressore (preferibilmente, non italiana) e di una determinata nazionalità della vittima (preferibilmente, italiana).
Lasciamo al signor Giordano Bruno Guerri il piacere di escogitare e di illustrarci altri affascinanti modelli teorici applicabili ai casi da noi sollevati. Qui ci preme, invece, sottolineare il danno d’immagine gravissimo, perché frutto di asserzioni arbitrarie e calunniose a carico dei circa un milione di cittadini romeni d’Italia – uomini e donne – considerati “invasori” in questa fantasiosa teoria dell’Autore; ma anche, per estensione, a carico degli altri milioni di residenti di origine straniera, valutati dalla Confindustria o dal sistema previdenziale italiano quali “lavoratori immigrati”, mentre per l’Autore e per la direzione de “Il Giornale” sono degli invasori, da trattare dunque come tali. La conseguenza logica di tale pensiero – già espresso dai microfoni di comizi politici, leghisti e non – sarebbe infatti il licenziamento e l’espulsione di massa di tutti gli immigrati presenti in Italia, per assicurare così al Paese italico quella sicurezza, quella pace e quell’armonia sociale che regnavano prima dell’arrivo degli “invasori”. D’altra parte, se per invasori vanno intesi solo gli stranieri delinquenti, tale ragionamento dovrebbe condurre, semmai, ad associare costoro ai loro “colleghi” di razza italica d.o.c.; questo, se vogliamo evitare di riproporre oggi quanto già commesso nel passato a danno dell’immagine dei cittadini italiani all’estero (“italiani = mafiosi” e così via).
Pertanto, considerata la gravità di quanto contenuto nell’articolo considerato, chiedo allo stesso Autore e al Direttore del quotidiano “Il Giornale” di ritirare pubblicamente le affermazioni incriminate, riservandoci la facoltà di segnalare nelle sedi competenti il fatto commesso, anche per verificare l’eventuale presenza del reato di istigazione all’odio razziale.

[1] Cfr. il titolo scelto dall’Autore, “Europa calcistica e bottoni spaiati”, per l’articolo pubblicato sul proprio blog nello stesso giorno, http://www.giordanobrunoguerri.it/gbgblog/default.htm.

“Cittadinanza è sicurezza”: manifestazione davanti alla RAI

4 febbraio 2009 Commenti disabilitati

Cittadinanza è sicurezza

(fonte: http://www.radicali.it)

Roma, 5 febbraio 2009, ore 16: manifestazione davanti alla Rai “Cittadinanza è sicurezza”.

GIOVEDI’ 5 FEBBRAIO ORE 16 – VIALE MAZZINI 14 MANIFESTAZIONE DI FRONTE ALLA RAI – solidarietà a tutte le donne vittime di violenza – no alla demonizzazione di intere comunità – per il rispetto del diritto di voto e di informazione dei cittadini europei

Non tutti lo sanno – e i primi a non saperlo sono proprio i diretti interessati – ma i cittadini comunitari residenti in Italia hanno diritto di voto sia alle elezioni europee che alle elezioni amministrative. Per dare una dimensione del fenomeno, i cittadini dell’Unione europea, provenienti dagli altri 26 paesi membri, che risiedono in Italia, sono 934.435. La comunità più presente è quella dei cittadini rumeni, ben 625.278; seguono i polacchi 90.218, i tedeschi 40.163, i Bulgari 33.477, i francesi 30.803, i britannici 26.448, gli spagnoli 17.354. In vista delle prossime elezioni previste in giugno, le Istituzioni preposte devono mettere in atto quegli strumenti che consentano concretamente a tutti i cittadini europei residenti in Italia di poter votare. Il termine ultimo per l’iscrizione alle liste elettorali è il prossimo 9 marzo.

Per questo manifesteremo di fronte alla Rai, per un’informazione corretta sull’esercizio del diritto di voto dei cittadini comunitari alle prossime elezioni europee e per il rispetto dei diritti della persona contro gli stereotipi razzisti. La violenza si sconfigge con la cittadinanza. Con una comune patria europea! Saranno presenti i dirigenti e i parlamentari radicali e le comunità di cittadini europei provenienti dai 26 paesi dell’Unione.

L’immagine dei romeni in Italia, tra realtà e percezione

11 luglio 2008 3 commenti

Inchiesta realizzata da Afrodita Carmen Cionchin (Università di Padova)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

ROBERTO SCAGNO (professore di lingua e letteratura romena, Università di Padova): Il successo delle Olimpiadi d’Inverno di Torino (febbraio 2006) probabilmente non ci sarebbe stato senza il lavoro degli operai romeni che sono stati indispensabili nella collaborazione alla costruzione, in tempi forzatamente ristretti, di nuovi impianti sportivi e di alloggiamenti per i turisti in città e nelle vallate montane sedi delle competizioni sportive, e all’ampliamento e al miglioramento delle infrastrutture. Tutto è avvenuto senza vittime e incidenti gravi. Eppure questa notizia ha avuto pochissimo risalto in Italia ed è stata praticamente ignorata in Romania. In cambio, nell’ultimo anno, gli spazi dei giornali e dei salotti televisivi sono stati sovente occupati da furibondi dibattiti tra i sostenitori del «pugno duro» e della «tolleranza zero» contro i criminali provenienti dalla Romania in maggioranza identificati con appartenenti alle comunità rom e i sostenitori del giusto principio della responsabilità giuridica personale e della norma democratica, fondamento della civiltà occidentale, che vieta ogni discriminazione basata sulla «differenza» etnica, sociale o religiosa. Tali dibattiti sono quasi sempre caratterizzati dalla contrapposizione intollerante di posizioni ideologiche che finiscono con l’emergere in primo piano quando l’argomentazione razionale è sostituita dalle mitologie totalizzanti e dalla emotività irrazionale.

Preliminarmente a ogni altra considerazione occorre, a mio parere, mantenere saldi e condividere alcuni punti fermi: essere vigili contro ogni pericoloso scivolamento verso forme diffuse di intolleranza razzista e di criminalizzazione del «diverso», e quindi punire sul nascere ogni tendenza al «farsi giustizia da sé»; e, nel contempo, garantire la sicurezza di tutti i cittadini non solo attraverso un’azione più efficace della magistratura e delle forze dell’ordine ma anche attraverso un’attività preventiva di controllo sociale e di collaborazione internazionale. Al di là di questo quadro generale, che dovrebbe essere accettato senza alcuna riserva, è aperto il dibattito non pregiudiziale, lo spazio per la pluralità delle argomentazioni. Gli uomini di cultura italiani che a diverso titolo hanno avuto contatti non sporadici con la realtà romena dovrebbero cercare di ottenere maggiore visibilità ai loro interventi, anche sulla stampa romena, ma senza cadere nell’errore simmetrico opposto a quello tendenzialmente «razzista», l’errore della «mitologizzazione positiva». Reputo profondamente sbagliato contrapporre alla stupidità razzista i miti letterari romanzi/romantici da Cervantes a Budai-Deleanu oppure quelli «ambiguamente positivi» del melodramma italiano da Rossini a Verdi. Allo stesso modo, mi pare del tutto insensato utilizzare il paradigma della «pulizia etnica» (come sovente fanno alcuni giornalisti, saggisti e accademici della Penisola) o addirittura evocare l’ombra terribile della Shoah, con il rischio di una incosciente e irresponsabile «banalizzazione del male», anticamera del «negazionismo». Certamente non si devono incolpare interi popoli o interi gruppi etnici, ma allo stesso tempo non si devono chiudere gli occhi di fronte a pratiche sociali aberranti quali lo sfruttamento dei minori e delle donne per furti e rapine, o degli anziani, dei mutilati e dei portatori di handicap per accattonaggio. La lotta contro lo strapotere di italiche mafie e camorre non esclude la lotta contro i racket internazionali che spesso vedono protagonisti rom di Romania. Se a quasi vent’anni dalla caduta del regime di Ceauşescu il «problema rom» non è risolto la colpa non è principalmente delle istituzioni italiane che non hanno utilizzato i fondi europei ma delle autorità e della società civile romene poco sensibili, in generale, ai gravi problemi sociali interni (e non solo a quelli riguardanti la minoranza rom).

Quel che mi preme maggiormente mettere in rilievo è, tuttavia, un altro aspetto. Mi sembra utopico aspettarsi dalla stampa e dalle televisioni nazionali un interesse costante e costruttivo ai risultati positivi dell’immigrazione romena in Italia. L’imbarbarimento dell’informazione verso la messa in evidenza del negativo, del perverso, del macabro e del sanguinoso è, purtroppo, una direzione di marcia accelerata e inarrestabile… A questo punto, è compito ineludibile degli uomini di cultura – accademici, scrittori, poeti, saggisti, ecc. – uscire dalla «torre d’avorio» e dai propri «fortilizi» mitologici per scendere nel «foro» e per guardarsi attorno. Nelle grandi città come nelle piccole cittadine di provincia e nei borghi di campagna o delle nostre valli alpine vivono e lavorano decine di migliaia di famiglie romene che hanno trasformato la loro residenza nel nostro Paese da temporanea a permanente (almeno in prospettiva pluriennale), si sacrificano per fare studiare i figli (che sono presenti ormai non solo nelle classi elementari e nei licei ma anche nelle Università e nei centri di ricerca), mandano mensilmente cospicue rimesse ai familiari rimasti a casa, accendono mutui bancari per acquistare una casa in Italia, iniziano attività imprenditoriali nei settori più diversi (soprattutto nei servizi, nel commercio e nelle costruzioni), cercano di mantenere vive le tradizioni culturali e religiose del Paese d’origine. Spetta a noi uscire dalla «torre d’avorio» prima di tutto per conoscere i Romeni in Italia e poi per aiutarli in una integrazione che è italiana ed europea nel contempo.

Sarebbe auspicabile, inoltre, un dialogo maggiore sui problemi legati alla immigrazione romena in Italia tra gli uomini di cultura italiani e romeni, al di là dell’adesione a comuni messaggi di «solidarietà antirazzista», sovente non accuratamente formulati. A questo scopo ci si deve augurare anche da parte romena una uscita dalla «torre d’avorio» e un superamento della frequente oscillazione tra chiusura nazionalista e indifferentismo sociale.

***

ANTONELLO BIAGINI

(Storico, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

Brevemente potrei evidenziare alcuni aspetti che non sempre sono stati messi in luce dalle analisi di questo periodo. L’immagine della Romania in Italia ha goduto di una simpatia “latina” di fondo: il coincidere però di alcuni fatti di cronaca con la pressione delle elezioni e con l’allarmismo verso la “percepita” invasione da parte di nuclei di immigrati ha creato quasi le condizioni di una psicosi collettiva. L’ulteriore confusione tra rom e romeni ha aggravato questa percezione.

La diffidenza – più o meno diffusa – verso i romeni in Italia può essere una conseguenza, forse anche per l’allarmismo sul tema dei media. È inevitabile una tendenza al miglioramento – anche se secondo dinamiche di non breve durata – sia per il progresso sociale che economico che la maggior parte della popolazione romena ha conseguito in questi anni.

PAOLO DONÀ (Giornalista, “Il Gazzettino” di Padova)

Lei è un giornalista che ha anche la qualità di essersi laureato in lingua e letteratura romena all’Università di Padova nel 1982. Qual è, quindi, la Sua opinione sul modo in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

La chiave di lettura si trova nello stesso concetto di “notizia”. Ci vorrà molto tempo e sarà anche difficile equilibrare la necessità del giornalista di dare le notizie di atti criminali e le “buone notizie”. È normale che la notizia di un crimine faccia molta più sensazione di una buona notizia. La grande scommessa del terzo millennio, da questo punto di vista, è di non pensare più automaticamente a un romeno quando succede un crimine o si parla di un episodio di violenza. È una etichetta sgradita, che svantaggia e lede profondamente la maggioranza dei romeni, e che chiede di essere eliminata: 23 milioni di persone perbene non possono essere stigmatizzate ogni giorno, ogni ora, ogni minuto dalla “follia sociale” di una minoranza che prima di tutto non stima e non ama la propria terra. Storia, arte, tradizione, folklore, non possono essere adombrate nella percezione internazionale da qualche migliaio di delinquenti. Occorre tuttavia tanta pazienza: è una caratteristica che i romeni possiedono e che fino a qualche anno fa li ha accompagnati come un obbligatorio compagno di vita. Questa pazienza non è stata dimenticata. È – e sarà – di grande aiuto per un futuro con una luce più giusta e più buona.

ALVARO BARBIERI (Filologo romanzo, Università di Padova)

Qual è il giudizio di un intellettuale italiano sulla maniera in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

Sensazionalismo e disinformazione: sono questi, al solito, gli assi portanti della stampa quotidiana italiana. Sulla situazione e le realtà dei romeni residenti in Italia si riflettono, purtroppo, i difetti abituali della nostra pubblicistica. Credo che non ci sia molto da aggiungere.

ERVINO CURTIS (Storico, Presidente dell’Associazione culturale di amicizia Italo-Romena “Decebal”, Trieste)

Anzitutto vorrei menzionare che, nel panorama delle associazioni culturali create da romeni e italiani in Italia, dopo la “Fondazione Europea Dragan”, costituita nel 1967, l’Associazione di amicizia Italo-Romena “Decebal” di Trieste, fondata nel 1987, di cui Lei è Presidente, è la più antica associazione attiva d’Italia, con una ricca attività culturale e di ricerca. Nel presente contesto della realtà romena di qui, come potrebbe caratterizzare l’approccio della stampa italiana?

La stampa italiana riflette naturalmente la grande ignoranza che lo stesso popolo italiano ha sulla Romania e sui romeni salvo casi rari. I romeni confusi con i rom, con gli slavi e ammassati assieme ai marocchini, curdi e tunisini etc. vengono generalmente trattati come la stampa del nord Italia trattava negli anni ’50 i meridionali. È naturale che il grande numero complessivo dei romeni în Italia porta statisticamente a grandi numeri anche per coloro che delinquono tra i romeni ma altresì porta anche a grandi numeri di lavoratori che pagano le trattenute dell’INPS per i pensionati italiani, a grandi numeri di nuovi nati che riempiono le vuote aule scolastiche ed impediscono pesanti ridimensionamenti di personale scolastico, a grandi numeri di badanti che sopperiscono alle carenze della società italiana ed alle difficoltà delle famiglie verso gli anziani, a grandi numeri di addetti all’agricoltura e pastorizia che hanno impedito una tremenda crisi del settore agroalimentare, a grandi numeri nell’industria e nell’edilizia coprendo le carenze provocate dalla poca disponibilità di lavoratori italiani con purtroppo grandi numeri anche tra i deceduti sul posto di lavoro etc. etc. Bisognerebbe più spesso accomunare TUTTI INSIEME questi grandi numeri.

MARIO DEAGLIO (Professore di Economia Internazionale all’Università di Torino, Editorialista economico del quotidiano “La Stampa”)

Nel presente contesto della realtà romena in Italia, molto discussa e controversa, Lei, da editorialista economico de “La Stampa”, è una delle poche voci che hanno espresso, nella stampa italiana, un punto di vista riflessivo più complesso e articolato, documento e informato in proposito. Citerei qui il Suo articolo del 8 novembre 2007 intitolato L’uomo nero, il Rom e il Romeno. Qual è oggi l’immagine dei Romeni in Italia e come viene essa formata e deformata dai media, anche in chiave identitaria, etnica e culturale?

I romeni hanno preso il posto degli albanesi quali “uomini neri” nell’immaginario collettivo specie dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea e il conseguente massiccio afflusso in Italia di romeni di etnia rom. I media continuano a non fare alcuna distinzione tra romeni e rom (anche nei casi in cui i rom non sono romeni ma originari di altre aree dell’Europa Orientale) e quindi deformano gravemente la realtà. Originariamente, nei confronti dei romeni prevaleva una certa stima soprattutto per la loro capacità di lavoro e la loro facilità nell’apprendere l’italiano.

Quali sono, secondo Lei, le conseguenze di ciò che definisce, nel Suo articolo, “l’attenzione estrema a fatti di cronaca che coinvolgono negativamente i romeni” e “appiattimento di una realtà complessa”?

Le conseguenze sono simili a quelle che si sono verificate altre volte con la “demonizzazione” di una minoranza: si iniettano nel corpo sociale sentimenti di paura e volontà di difesa e di reazione. Va però detto che in Italia vi è un forte antidoto in quanto le centinaia di migliaia di romeni che si comportano legalmente sono, in genere, piuttosto fortemente integrate e proprio per questo è stato difficile (finora) far vedere davvero il romeno come “uomo nero”.

Dall’altra parte, Lei parla giustamente de “l’estrema disattenzione a ciò che succede in Romania, sicuramente il Paese dell’Europa Orientale più prossimo all’Italia non solo per i legami antichi della lingua ma anche per quelli recenti dell’economia”. In questo senso fa risaltare che “tra Italia e Romania si è verificata una straordinaria integrazione”. In che consiste essa e quali ritiene possano essere gli sviluppi futuri?

Si tratta dell’integrazione economica che vede, accanto allo spostamento di lavoro dalla Romania all’Italia, lo spostamento di capitale dall’Italia alla Romania su scala assai maggiore di quanto normalmente si creda. Ciò è stato generalmente opera di piccole e medie imprese ma, se non vi saranno interferenze politiche, è probabile una maggiore attività in Romania di grandi imprese italiane, soprattutto nel campo energetico e infrastrutturale. Un’altra delle responsabilità dei mezzi di informazione italiani è la loro scarsissima attenzione per un paese in cui la presenza italiana è così importante.

(Le interviste sono uscite in romeno sulla rivista mensile “Orizontul” din Timisoara, il 27 giugno scorso)

Monica Lovinescu, ovvero il potere dei senza potere

21 aprile 2008 Commenti disabilitati

Monica Lovinescu – in memoriam

Diana Milos, FIRI

Monica Lovinescu è venuta a mancare ieri, 20 aprile, all’età di 84 anni (era nata il 19 novembre 1923), a Val d’Oise, nei pressi di Parigi.

Monica Lovinescu, figlia del critico Eugen Lovinescu (1881-1943) è stata un’illustre giornalista, critico letterario e autrice di programmi radiofonici.

In seguito all’instaurazione del comunismo in Romania, si rifugia in Francia nel settembre del 1947, dove chiede asilo politico all’inizio del 1948.

Pubblica studi sulla letteratura romena e articoli critici sull’ideologia comunista in riviste come: “East Europe”, “Kontinent”, “Preuves”, “L’Alternative”, “Les Cahiers de l’Est”, “Temoignages”, “La France Catholique”.

Ha collaborato con riviste dell’esilio romeno e ha tradotto libri firmati Monique Saint-Come e Claude Pascal.

Fra 1951 e 1974 diventa collaboratrice alla Radiodiffusione Francese e nella redazione centrale delle trasmissioni per l’Europa dell’Est. Dal 1960 collabora con la sezione romena di Radio Europa Libera (Free Europe), Monaco di Baviera, dove diventerà celebre per le sue trasmissioni settimanali “L’attualità romena” e “Tesi e Antitesi a Parigi”.

Per la sua prolifica attività di giornalista e critico letterario, Monica Lovinescu è stata premiata col Diploma d’Onore nel 1987 dall’American-Romanian Academy of Arts and Sciences.

Dopo il 1990, la casa editrice Humanitas comincia a pubblicare in Romania i suoi libri, diari, studi e testi letti nelle trasmissioni radiofoniche, rendendoli così noti alle giovani generazioni di oggi.

Nel 1993 visita la Romania ma, scontenta del clima post-comunista romeno, ritorna a Parigi.

Nell’ottobre del 2006 Monica Lovinescu è stata premiata dal premier Calin Popescu Tariceanu come “il più attivo romeno della diaspora”, per i suoi 50 anni di arricchimento del patrimonio culturale romeno e la promozione dell’identità romena nel mondo.

Monica Lovinescu è ricordata come voce di conforto, libertà e speranza per un popolo affranto dalla dittatura comunista e dall’isolamento culturale; un ponte ideale fra l’Occidente libero e la tetra madrepatria. La sua voce ha aggirato la cortina di ferro del regime comunista, sconfitto da due cose: dalla libertà umana interiore e dalla libertà fisica delle onde corte sonore, tenue ombelico attraverso il quale i romeni mantenevano il contatto con un Occidente ancora troppo lontano.

Sever Voinescu, un ascoltatore delle trasmissioni di Monica Lovinescu, la ricorda così sul suo blog di oggi (http://voinescu.blog.cotidianul.ro): “Monica rappresenta il migliore esempio – fra quanti conosco nello spazio culturale romeno – di quel che il dissidente anticomunista Havel chiamava, in un suo articolo sui movimenti dell’Est Europa, il potere dei “senza potere”. La forza di Monica Lovinescu è stata immensa! Parlando al microfono, Monica Lovinescu lacerava il comfort psichico dei funzionari del potere rosso. Le insonnie del potere comunista non erano dovute a qualche rimorso per una strage commessa o a qualche incubo per la colpevolezza accumulata, ma per il fatto che da qualche parte, nell’aria, la voce di Monica Lovinescu si udiva. Il suo potere non era dovuto a chissà quale autorità che la sostenesse, il suo ruolo era conquistato in modo semplice, senza premeditate strategie. Era il potere di colui che testimonia la verità contro la menzogna; perché Monica faceva una sola cosa: diceva la verità. Mi manca la sua voce accompagnata dal secco fischietto delle onde corte perché mi manca un riferimento nel quale credere in modo naturale e senza dubbio, così come credevo in lei. Non c’è stato un solo momento prima di 1990, in cui la mia fiducia e la mia ammirazione per Monica Lovinescu oscillassero. Monica Lovinescu non mi ha mai deluso e so quanto questo sia importante in un tempo in cui le possibilità di trovare una figura intellettuale pubblica che non ti deluda per decenni sono quasi nulle”.

Un mese fa, Monica Lovinescu ha donato allo Stato romeno la sua casa di Parigi. (Il marito Virgil Ierunca, anch’egli intellettuale di spicco dell’emigrazione romena in Francia, è morto nel 2006). L’edificio sarà utilizzato esclusivamente per fini culturali no-profit.

Che la sua luce meteorica trafigga le altre stelle !

Dio con Lei !