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“Vivere in Italia da cittadino europeo”, presentazione a Firenze del progetto MoveAct

12 dicembre 2012 2 commenti

 sabato 15 dicembre 2012, ore 17.00, Auditorium dell’Istituto Niels Stensen, Viale Don Minzoni 25/C, Firenze: L’Europa siamo noi? Vivere in Italia da cittadino europeo”  presentazione del Progetto Moveact  (Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara).

europa di notte

In programma, oltre al saluto di benvenuto del Presidente della Commissione Affari Istituzionali del Comune di Firenze, Valdo Spini, la presentazione della ricerca di Ettore Recchi (Coordinatore del Progetto Moveact) e Luca Raffini (Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara).

Alle 17:30 la proiezione in prima assoluta del documentario “Something for tomorrow – nove racconti europei”, alla presenza del regista Alberto Bougleux (che vive e lavora a Barcellona). Il film è un viaggio di immagini e voci di europei del Nord e dell’Est che vivono nel Sud del continente (dalla Costa del Sol al mezzogiorno italiano ad Atene). Voci dissonanti, di un’Europa vissuta sulla propria pelle, fatta di lingue, abitudini, progetti personali, anziché di spread, veti incrociati, discussioni sulle Banche Centrali. Un viaggio pieno di umanità, a volte malinconico a volte sognante, che smonta luoghi comuni e pregiudizi e rinnova il senso profondo dell’Europa unita.

Alle 18:00 tavola rotonda con Anna Triandafyllidou (Istituto Universitario Europeo), Maria Gratkowska Scarlini, Presidente dell’Associazione Culturale Italo-Polacca in Toscana, Horia Corneliu Cicortas, Presidente di FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e Julia Bolton Holloway, President Aureo Anello, Jeroen Moes, Fraternité 2000.

***

In Italia risiedono circa un milione e mezzo di cittadini europei non italiani. Due terzi di loro sono romeni, ma numerosi sono anche i polacchi, i bulgari, i tedeschi e gli inglesi. In provincia di Firenze si contano 18.000 romeni, 2.200 polacchi e circa un migliaio di inglesi e tedeschi (una quota dei quali tuttavia vivono in Toscana senza prendervi la residenza). Come cittadini europei, hanno gli stessi diritti degli italiani, anche in politica (salvo il voto alle elezioni del parlamento di Roma). E tuttavia la loro visibilità pubblica è modestissima. Alle ultime elezioni del parlamento europeo, nel 2009, i cittadini comunitari iscritti alle liste elettorali aggiunte sono stati pari a meno del 5%. La partecipazione alle elezioni municipali è più alta, ma sempre ridotta. Perché? Cosa li frena? E non sarebbe una buona idea coinvolgerli di più nel gioco politico locale e, perché no, anche nazionale?

La ricerca MOVEACT suggerisce come promuovere una partecipazione attiva degli stranieri comunitari, al fine di costruire una democrazia europea dei cittadini. Un loro maggiore coinvolgimento potrebbe arricchire i circuiti della rappresentanza, portando sulla scena nuove sensibilità e progetti in un momento storico in cui le istituzioni politiche nazionali e la stessa Unione Europea soffrono una delle crisi di legittimità più profonde della loro storia.

Uno dei curatori del progetto Moveact, Luca Raffini ha spiegato per la redazione FIRI alcuni risultati della ricerca.

vivere_italia_cittadino_europeoFIRI: Da più parti si sente parlare di Stati Uniti d’Europa, anche se l’Unione Europea fatica a salvare la moneta unica e ad agire in modo coeso sul piano geo-strategico internazionale. Quali sono state le principali conclusioni emerse dalla ricerca, per quanto riguarda l’evoluzione attuale della mobilità dei cittadini europei?

Luca Raffini: È prevedibile che la crisi economica attuale determini un mutamento delle dinamiche di mobilità intra-europee. La nostra ricerca non è di tipo demografico, ma concentrata sulla dimensione della cittadinanza, non abbiamo quindi dati approfonditi in tal senso. Possiamo comunque dire che ad oggi i flussi che continuano ad essere più rilevanti sono quelli dai paesi dell’Europa dell’est, tra cui la Romania ha un peso rilevante, verso i paesi dell’UE occidentale, con una significativa rilevanza dei paesi dell’Europa meridionale, Italia e Spagna in primo luogo, che sono meta preferita proprio dai romeni. Ciò che è interessante osservare è che se il flusso est-ovest aveva sostituito il precedente flusso sud-nord, con la crisi quest’ultimo canale si riapre. In particolare, i paesi più colpiti dalla crisi, come Grecia e Spagna, stanno tornando ad essere paesi di emigrazione: i flussi tra Grecia e Germania sono raddoppiati tra 2010 e 2011 e quelli tra Spagna e Germania sono aumentati del 50%. Un simile fenomeno non sta riguardando, invece, l’Italia.
A fronte di una debolezza dell’UE sul piano dell’integrazione politica, la libertà di circolazione resta il vero carattere distintivo dell’integrazione europee. Il diritto di libera circolazione viene quindi praticato dagli individui, e tra loro da un numero cospicuo di giovani, per cercare migliori opportunità lavorative, determinando flussi differenziati e incrociati, rendendo, per esempio, alcuni paesi sia mete sia luoghi di partenza.

MOVEACT_Stensen (programma in pdf)

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Le amministrative e i romeni d’Italia: un’opportunità mancata?

28 maggio 2011 2 commenti

Le amministrative e i romeni d’Italia: un’opportunità mancata?

– Alcune considerazioni a partire dalle elezioni di questo mese –

di Horia Corneliu Cicortaș/FIRI

 Nei giorni scorsi sono stato contattato da una giovane studiosa della Luiss che sta preparando una ricerca dal titolo suggestivo: “Diritto di voto locale per gli immigrati: uno strumento di democrazia e un supporto per l’integrazione”. La dottoranda sta conducendo questa ricerca alternando periodi a Roma e Bruxelles. Nella nostra lunga conversazione, abbiamo toccato diversi argomenti che riguardano la partecipazione degli immigrati (sia comunitari che non comunitari) alla vita sociale e politica del Paese di destinazione. Naturalmente, le sue domande – e le mie risposte – hanno perlopiù gravitato  attorno alla comunità dei romeni residenti in Italia. Il dialogo ha fornito spunti utili sia per la ricerca della studiosa italiana che per la mia riflessione su argomenti di attualità riguardanti le dinamiche migratorie, come ad esempio la partecipazione dei residenti romeni alle recentissime elezioni amministrative italiane.

Cerco di riassumere qui il mio pensiero circa gli argomenti sui quali sono stato invitato a pronunciarmi in qualità di “testimone privilegiato” (tra gli stranieri che vivono qui) della vita pubblica italiana.

Innanzitutto, qualche parola sulla partecipazione dei romeni alle elezioni amministrative di questo mese. Personalmente, non sono sorpreso dalla loro scarsa partecipazione, in termini numerici, al voto; e qui mi riferisco sia agli aventi diritto iscritti sulle liste supplementari dei Comuni sia a quanti hanno effettivamente espresso un voto presentandosi alle urne, per non parlare dei pochissimi (su oltre cinquanta candidati) eletti nei consigli municipali. Eppure, se confrontiamo le tornate elettorali del 2007, 2009 e 2011 – le uniche utili per misurare la partecipazione al voto dei neocomunitari romeni (e bulgari) residenti in Italia -, possiamo notare un aumento costante di iscritti, votanti e candidati dal 2007 al 2009 e dal 2009 al 2011. Con ogni probabilità, questa percentuale aumenterà nei prossimi anni. Certo, la percentuale di partecipazione di romeni è ancora minima, se la rapportiamo a quella dei cittadini italiani o anche dei “vecchi” (e pochi) cittadini UE che vivono nello Stivale. Un paragone con la partecipazione dei polacchi e di altri cittadini dei Paesi europei centro-orientali che hanno aderito all’UE nel 2004, non ci rivela grandi differenze.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la partecipazione della popolazione alle elezioni in Romania (amministrative, parlamentari, presidenziali o altro) ha avuto un netto andamento discendente dal 1990 a oggi: si è passati da una partecipazione di oltre 80% all’inizio degli anni Novanta verso il 60%, dieci anni dopo, per scendere sotto il 50% negli ultimi anni. Addirittura, nel recente rinnovo dell’amministrazione della città di Baia Mare, il sindaco è stato eletto con un’affluenza al voto inferiore al 29%. Allo stesso tempo, il presidente della Romania Traian Băsescu è stato rieletto nel secondo mandato (2009-2014), al ballottaggio del 2009 contro il suo principale controcandidato Mircea Geoană, con pochi voti di differenza, ottenuti proprio grazie ai voti espressi dai romeni residenti all’estero. Certo, la partecipazione della diaspora alle elezioni che avvengono in Romania (per il rinnovo di: parlamento, presidenza della repubblica, parlamento europeo o per i referendum, come quello – fallito – per l’impeachement di Băsescu, nel 2007) è superiore rispetto al coinvolgimento nei processi elettorali nei paesi UE dove gli emigrati romeni hanno diritto a votare, in quanto cittadini comunitari. Di conseguenza, non ci deve sorprendere se i romeni residenti in Italia che decidono di votare siano ancora pochi: innanzitutto, la maggior parte degli oltre un milione di residenti appartengono ad una’immigrazione che possiamo definire recente (5-10 anni di permanenza). In secondo luogo, sottolineo ancora, essi provengono da un Paese – la Romania – nel quale la popolazione si è disinnamorata progressivamente della politica, anche a causa della corruzione e dell’incompetenza che hanno caratterizzato, penalizzandoli, tutti gli schieramenti attuali. In terzo luogo, molti dei romeni di cui parliamo hanno sì i piedi in Italia, ma la testa in Romania: nonostante il sogno di tornare “a casa” si stia a poco a poco allontanando per molti di loro, essi tendono a seguire con più interesse la politica del Paese di origine rispetto a quella del Paese-destinazione (che nel frattempo è diventato adottivo, oltre che elettivo). Le dinamiche altalenanti e il pendolarismo continentale che contraddistinguono la diaspora romena sono processi che andrebbero studiati in maniera comparata, confrontando situazioni analoghe di migrazione intra-europea: soprattutto il caso degli emigrati italiani, greci e polacchi nell’Europa nord-occidentale.

Torniamo, infine, alle elezioni del 15-16 maggio, il cui esito definitivo sarà noto nei prossimi giorni, a Milano e in altre città. Non credo ci siano ragioni per dilungarsi troppo sulle cosiddette candidature “etniche” (i candidati per i consigli municipali provenienti dalla comunità straniera) e sul loro numero crescente versus il loro sostanziale fallimento – pochi volti raccolti sul mercato del consenso politico. Da un lato, è normale che l’integrazione dei romeni porti con sé anche una frammentazione politica delle opzioni elettorali: un riflesso della diversità politica non tanto del Paese di origine (Romania) quanto, piuttosto, della società di destinazione (Italia). Dall’altro, l’esercizio dell’elettorato  attivo (il votare)  e passivo (l’essere votati) implica non solo tempi più o meno lunghi di immedesimazione sociale, come in ogni dinamica migratoria – una cosa sono gli italiani in Argentina, altra cosa sono gli italiani in paesi vicini come Francia o Germania –, ma anche altre variabili da cui dipendono gli aspetti quantitativi e qualitativi dell’integrazione: educazione, formazione individuale, estrazione sociale, orientamento ideologico, appartenenza religiosa e così via. Tutto questo, coniugato con la seduzione che i partiti italiani esercitano alla vigilia delle elezioni nei confronti di ogni papabile interessante, o utile per la affermare la propria immagine di formazione politica aperta alla promozione dei “nuovi italiani”, rende molto difficile il voto etnicamente compatto, a favore dei candidati della comunità, o meglio di coloro che si dichiarano candidati per la comunità. Infine, l’impegno politico richiede, anche in tempi di populismi vari, assenza di leadership e di antipolitica modaiola, determinate doti personali, periodi di militanza, risorse e perseveranza da impiegare al servizio della comunità elettorale di riferimento.

Almeno finora, l’offerta politica è stata tale da non smuovere le masse inerti che costituiscono l’elettorato romeno-italiano, troppo “nostalgico” per staccarsi dalle radici, e troppo confuso per costituire un modello valido per quanti auspicano l’estensione del voto amministrativo anche agli extracomunitari stabilmente residenti in Italia.

Media e immigrazione: tavola rotonda alla Camera

26 marzo 2011 1 commento

Roma, giovedì 31 marzo 2011, Sala delle Colonne, c/o Palazzo Marino della Camera dei Deputati, via Poli 19, dalle ore 17.00.

Il Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia (FIRI) e l’Associazione parlamentare “Amici della Romania” organizzano la tavola rotonda I media e l’immigrazione in Italia: cronaca e immagine di un incontro.

La tavola rotonda è il quarto appuntamento nell’ambito della serie di incontri su “Politica e immigrazione”, avviato lo scorso giugno. (Progetto a cura di Radu Motoca e Draga Rocchi, FIRI).

Esiste al momento, in Italia, un’informazione accurata, responsabile e non sensazionalistica sull’immigrazione? Quale immagine dell’immigrato viene offerta dai quotidiani, dalla televisione e dal web? Quanto e che tipo di spazio è dedicato a questo tema dai mass media? Dare visibilità alla presenza straniera in Italia vuol dire per l’informazione occuparsi esclusivamente di fatti di cronaca? Chi è l’altro nel racconto dei giornalisti e quale accesso ha questo altro alla possibilità stessa di proporre in prima persona la sua storia?

Rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati, adozione di termini giuridicamente congrui, diffusione di informazioni corrette e non distorte: queste sono solo alcune delle norme approvate all’unanimità nel 2008 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, con la “Carta di Roma”, ossia con il “Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”. È realmente monitorato il rispetto fondamentale di questo codice?

Esperti ed organizzazioni specializzate in materia devono assolutamente intervenire su come i mass media siano in grado di influenzare, in modo decisivo, il giudizio della società nei confronti degli immigrati. Soltanto dalla forza e dalla profondità di questo intervento, reiterato e costante, può dipendere, infatti, la costruzione di un’immagine, quanto più possibile vicina alla realtà, di un’Italia interculturale, radicata nella propria storia ma capace di sincronizzarsi con i mutamenti globali in corso.

L’argomento verrà analizzato in un’unica sezione, seguita da dibattito finale, dando rilievo al fenomeno migratorio sia nei media tradizionali (stampa cartacea e televisione), sia nei nuovi media (stampa online, web-tv, social network).

 

Convegno FIRI alla Camera, giugno 2010.

Programma

17.00-17-15 Apertura: Dott. Horia Corneliu Cicortaş (Presidente del Firi) e On. Guido Melis (Associazione “Amici della Romania”)

17.15-19.00

Relatori:

– On. Claudio Martelli (politico e giornalista)

– On. Jean-Léonard Touadi (politico e giornalista)

– Dott.ssa Alina Harja (dir. editoriale “Actualitatea românească”)

– Dott. Marco Pacciotti (coordinatore nazionale Forum Immigrazione del PD)

Moderatori: Dott. Horia Corneliu Cicortaş e Dott.ssa Draga Rocchi

19.00-20.00: Dibattito e conclusione

Ingresso libero con pre-registrazione obbligatoria (indicare nome e cognome) tramite e-mail (info.firi@yahoo.it) o sms a 339-5860765.

Romeni a Milano, Maria Stefanache si candida per loro

16 febbraio 2011 1 commento

di Ginevra Battistini, Mixa (Milano)

Milano come la Parigi di Eugène Ionescu, Mircea Eliade, Emile Cioran, Tristan Tzara, i grandi scrittori e artisti della cultura romena. È il sogno di Maria Ștefanache, uno dei motivi per cui ha scelto di candidarsi come consigliere comunale alle elezioni di maggio nella lista dell’aspirante sindaco Giuliano Pisapia.

Nata a Bucarest nel 1962, da vent’anni è e si sente milanese e a Milano lavora come regista teatrale dal 1992. Della politica l’affascina la partecipazione, il protagonismo, la voglia di darsi da fare in prima persona per cambiare il volto della città. Un volto raggiante, fresco come il suo che si accende con un sorriso.

Maria incarna alla perfezione la donna di teatro: è piena di energia, è convinta e convincente. Ha entusiasmo da vendere e ride appena può. Sull’ottimismo, la positività, l’ironia e la speranza punterà la sua campagne elettorale. “I romeni sono così, e lo sono anch’io. Come Tristan Tzara, il fondatore del Dadaismo. ‘Da’  significa sì, va bene, siamo d’accordo”. Un sì alla vita e alla voglia di fare, piuttosto che disfare. “Esatto, ripartiamo da qua. Io non farò mai polemiche con nessuno, sono una persona pacifica e mi interessa costruire lasciando perdere le critiche alla destra”. Piuttosto, guardiamo avanti e ragioniamo sul da farsi è il senso del suo impegno politico. “Ogni volta che nomini la destra poi, in particolare il signor B., porti energia alla loro parte. Un disastro” dice ridendo. Sulla sua scelta di campo, risponde, ancora una volta, con una battuta: “Ti pare che un’artista come me, possa votare per la destra? Ne ho di amici di destra ma c’è poco da fare: è la sinistra o il centrosinistra ad avere un’apertura maggiora verso gli stranieri, una più forte solidarietà sociale. Qui ho trovato fatti concreti, contenuti. Dall’altra parte, non mi hanno dato mai retta e solo ora, in vista delle elezioni, tentano di corteggiarmi. Ma è solo perché vogliono esibire un manichino”.

Impresa ardua portare dalla sua i circa 12 mila romeni residenti a Milano che come tutti i cittadini comunitari possono votare alle elezioni comunali. Secondo diversi sondaggi, il voto degli immigrati romeni va soprattutto a destra. “È normale. Per molti di loro sinistra significa comunismo” spiega Maria. E comunismo significa il regime di Ceausescu durato più di vent’anni. […]

L’articolo intero su Mixa Magazine.

Italia-Romania, mosse pre-elettorali

14 febbraio 2011 3 commenti

“Oblò”. Italia-Romania, mosse pre-elettorali

di Horia Corneliu CICORTAȘ

Il 14 gennaio scorso è stato firmato a Roma, dal segretario del Partito democratico italiano Pierluigi Bersani e dal presidente del Partito socialdemocratico romeno Victor Ponta, un accordo di collaborazione tra i due partiti di sinistra, attualmente all’opposizione nei rispettivi parlamenti di Roma e di Bucarest. L’accordo, nato dall’iniziativa del Psd, stipula tra altro l’impegno da parte del Pd di “coinvolgere in modo attivo nella  vita sociale e politica italiana i cittadini romeni segnalati dal Psd” (con analogo riferimento agli italiani residenti in Romania segnalati dal Pd ai colleghi del Psd) e, in particolare, di “sostenere la candidatura di un rappresentante della comunità romena in Italia in seno al Parlamento italiano”. L’intesa siglata da Bersani e Ponta stipula inoltre la creazione in Italia di una filiale del Psd, nell’ambito dell’organizzazione Psd all’estero, per sostenere il Pd “nei rapporti diretti con la comunità romena”, ai fini della “promozione degli esponenti della comunità romena in Italia” in occasione delle elezioni politiche, europee ed amministrative.

L’accordo, che ha ricevuto un certo spazio sulla stampa romena, è passato quasi inosservato in Italia, dove la politica è cronicamente concentrata sui problemi di Berlusconi.

Ciò che ad un primo sguardo appare come promessa per un futuro ipotetico romeno nel Parlamento italiano, può essere visto piuttosto come una mossa strategica da parte del giovane leader del Psd in vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2014. È vero che in una recente intervista, l’on. Livia Turco, responsabile immigrazione del Pd, considera che l’Italia sia pronta  per un parlamentare romeno, ritenendo “che il Pd debba candidare anche persone originarie di altri Paesi”. Ma dobbiamo ricordarci che alle elezioni politiche possono votare – ed essere votati – soltanto i cittadini italiani. Ecco perché, in assenza di una partecipazione significativa dei cittadini comunitari alle elezioni amministrative, la poltrona del primo parlamentare romeno-italiano sarà difficile da conquistare sul campo. E questo vale anche per lo sherpa dell’accordo tra i due partiti, George Teseleanu, nel caso in cui volesse provare la scalata al Montecitorio.

 

Da sinistra a destra: Ponta, Bersani, Rizea (Psd diaspora) e Teseleanu (console onorario della Romania ad Ancona)

Perché, allora, tanta fretta da parte di Ponta? Molti ritengono che, dopo la sconfitta subita nel 2009, quando il presidente uscente Băsescu riuscì a sconfiggere l’avversario socialdemocratico Geoană al secondo turno, per una manciata di voti arrivati proprio dalla diaspora (in particolare dall’Italia e dalla Spagna, dove i votanti hanno espresso, come alle politiche dell’anno precedente, una chiara opzione di centro-destra), il Psd abbia imparato la lezione, preparandosi perciò a rifare il terreno perso rispetto al Partito democratico-liberale (Pdl). Il Pdl aveva vinto le elezioni del 2008, creando una fragile maggioranza parlamentare insieme all’Unione democratica dei magiari di Romania (Udmr), mentre l’ex partito alleato a destra, i liberali del Pnl, era entrato in opposizione dal 2007 per dissidi tra l’allora premier liberale Tăriceanu col presidente Băsescu, dando nascita ad una insolita collaborazione proprio col Psd. Al di là delle stranezze della politica romena, che vede uniti contro il governo di centro-destra (sostenuto da Pdl ed Udmr) un partito di destra e uno di sinistra con storie, elettorati e programmi divergenti, resta da vedere se e come l’accordo transnazionale Pd-Psd riuscirà a produrre i frutti desiderati. Da una parte, il Pd italiano dovrà convincere i romeni d’Italia di essere sinceramente interessato alla loro piena integrazione, anche sul piano politico. Dall’altra, il Psd romeno dovrà dimostrare di essere un partito di sinistra nel senso riformista e occidentale del termine, a vent’anni dalla caduta del mondo sovietico. Un primo banco di prova, per testare l’interesse dei romeni per la vita politica italiana e la capacità dei partiti italiani a coinvolgere nella vita politica gli stranieri con diritto di voto, sarà rappresentato dalle elezioni comunali di questa primavera; elezioni che, come qualche anno fa, vedranno iscritti nella corsa per i posti di consiglieri municipali anche alcuni cittadini romeni. I precedenti, a parte il caso di Nona Evghenie, eletta proprio sulle liste del Pd nel consiglio comunale di Padova, sono finora di rilevanza modesta rispetto al notevole potenziale elettorale rappresentato dai cittadini neo-comunitari; un bacino finora trascurato dai grandi partiti italiani, che può tuttavia rivelarsi decisivo nella composizione delle future amministrazioni locali.

Nel frattempo, la battaglia di Bucarest per i voti della diaspora romena va avanti. Il Pdl, i cui due parlamentari eletti nelle circoscrizioni dei romeni all’estero, Badea e Brînză, hanno creato numerose filiali del partito all’estero, sostiene un progetto di legge del Ministro degli esteri Baconschi sul voto per corrispondenza, accantonando un progetto per l’introduzione del voto elettronico presentato da una cordata di Ong. Il progetto è stato duramente criticato dal Psd, che denuncia il rischio di frodi, mentre i liberali del Pnl, più prudenti, studiano una possibile intesa con il neonato Fli, per intercettare l’elettorato della diaspora orientato a destra, ma allergico ai vari Pdl.

Le elezioni amministrative italiane sono imminenti, ma la temperatura elettorale aumenta soprattutto nei parlamenti: a Roma, dove il governo può cadere da un momento all’altro, e a Bucarest, dove ci si prepara per le elezioni dell’anno prossimo (prima le amministrative e poi le politiche). In mezzo, gli emigrati romeni, chiamati a far emergere i propri diritti civili e a bilanciare la sproporzione tra lo scarso coinvolgimento politico e il notevole contributo nell’economia italiana.

 

Dova Cahan, un libro sulla terra promessa

23 dicembre 2010 1 commento

Dova Cahan, israeliana di origine romena (è nata a Bucarest il 1947) e cultura italiana, si è trovata il mese scorso in Italia, dove ha presentato, prima a Trento poi a Milano, il suo volume Un askenazita tra Romania ed Eritrea, GDS Edizioni, 2010, 161 pp., 14 euro, con una prefazione del prof. Marco Cavallarin, storico della comunità ebraica di Eritrea. Si tratta della biografia del padre, Herşcu Şaim Cahan (1912-1974), pioniere sionista  emigrato dalla Romania all’inizio della dittatura comunista e rimasto nell’ex colonia italiana Eritrea fino alla morte. Il libro è stato scritto in lingua italiana. FIRI ne ha colto l’occasione per pubblicare qui la conversazione con l’autrice, il cui libro sarà presentato tra qualche mese anche in altre città, tra cui Firenze. (Intervista realizzata da Horia Corneliu Cicortaş; una versione romena è stata pubblicata sul quindicinale Ora di Torino, n. 10, sabato 18 dicembre 2010).

FIRI: Partiamo dal momento del 1948, successivo alla fuga dalla Romania: i suoi genitori devono ripiegare su Eritrea in seguito al rifiuto inglese di farvi entrare in Palestina. Come mai l’Eritrea?

Dova Cahan: La scelta di andare lì era stata presa da mio padre già dalla Romania, nel caso gli inglesi non ci facessero restare in Palestina. Infatti, allo scadere del nostro visto turistico, verso la fine di febbraio del 1948, le autorità britanniche vennero a cercarci in albergo, ci notificarono il foglio di via e ci caricarono su una macchina militare. Fummo espulsi.

Ad Asmara, in Eritrea, viveva già dal 1944 mia zia Lea, sorella di mio padre che era andata nel 1936 a Gerusalemme, dove lavorava come infermiera in un ospedale. Lì aveva conosciuto il suo futuro marito, un giovane ebreo polacco che era stato inviato dai suoi genitori in Palestina a continuare gli studi iniziati a Berlino e cessati in seguito alla “notte dei cristalli”. Finiti gli studi, questo giovane di nome Boris Gwircman si arruolò nella polizia britannica e fu mandato in missione in Eritrea. Per questo motivo siamo arrivati in Eritrea… grazie al visto fattoci avere dallo zio Boris.

In seguito, una volta nato lo stato d’Israele, suo padre ha più provato a entrarvi?

Mio padre era ancora in una situazione economica abbastanza difficile, avendo abbandonato tutto in Romania: fabbrica, casa, macchina, oggetti personali etc. In Eritrea chi ci ha veramente aiutato agli inizi è stato questo zio Boris, ma poi papà ha dovuto mettersi a lavorare per potergli ridare il prestito. Israele restava, nel suo desiderio sionistico, ancora da realizzare; infatti, un tentativo di investimento che aveva fatto nel 1952 non portò buoni frutti. In compenso, in Eritrea la sua condizione economica incominciò a migliorare: prima, aprendo una fabbrica di carne che esportava in Italia per la famosissima ditta Montana e poi prelevò una grande fabbrica a rito casher, la Incode, che aveva messo su per il governo israeliano. Questa fabbrica è stata fino al 1974 il simbolo di rifornimento per l’esercito israeliano.

Mio padre viaggiava moltissimo per i suoi affari sia in Israele che in Italia, ma la sua casa e la sua residenza fissa erano ad Asmara. Avevamo ottenuto il passaporto etiopico, perché eravamo rimasti 18 anni apolidi, e nel 1974 mio padre voleva liquidare gli affari e venire a vivere con noi in Israele. Purtroppo, la sua morte improvvisa glielo negò. Subito dopo, lo abbiamo portato a sepoltura in Israele assieme a sua mamma Vittoria ed a un’altra sorella di Vittoria, anche lei morta lì nel 1954, due anni dopo aver lasciato la Romania comunista.

Qual era, in Eritrea, la lingua di comunicazione all’interno della vostra famiglia? e invece qual era la sua lingua principale, la più intima?

Quando siamo arrivati in Eritrea io avevo solamente 7 mesi e mia sorella Lisa 1 anno e 10 mesi… A casa certamente abbiamo incominciato a parlare in romeno con mamma, c’era anche la nostra nonna paterna Vittoria e nostra zia Lea che parlavano il romeno.

 

La famiglia Cahan ad Asmara, nel 1956

In famiglia si parlava dunque il romeno, fino a quando nonna Vittoria era in vita. Quando lei morì, nel 1957, a casa abbiamo continuato a parlare solamente con mamma in romeno mentre con papà e tra di noi, io e Lisa parlavamo italiano… ed ormai anche con la zia Lea e zio Boris… perche Boris non parlava romeno, e con lui i nostri genitori parlavano in yiddish.

E con la popolazione locale, in che lingua comunicavate?

In italiano. Ad Asmara tutti apprendevano immediatamente l’italiano. La lingua locale, il tigrino, noi non lo parlavamo, e la lingua ufficiale dell’impero etiopico l’amarico, lo si studiava a scuola, ma più per scrivere e leggere, non tanto per parlarlo… Si parlava molto anche l’inglese in quanto c’era una base militare americana situata ad Asmara, che diffondeva nella città le trasmissioni della radio.

Dopo il liceo italiano ad Asmara, la scelta di andare all’università in Israele era la più desiderata, la più ovvia, oppure lei e sua sorella avevate considerato anche l’idea di studiare in Occidente?

Io e che mia sorella avevamo finito il liceo nel 1965, ma i nostri genitori non vedevamo di buon occhio che andassimo a continuare gli studi in altri paesi all’infuori di Israele. Questo, principalmente per il fatto che volevano che incontrassimo e sposassimo dei giovani di religione ebraica… Questo era fondamentale sia per papà, che era più liberale, sia per mamma che era molto conservatrice…

Quando siete andate in Romania, nel 2005 e poi l’anno scorso, che sentimenti avete provato, lei e sua sorella?

Nel 2005 abbiamo anche riacquistato la cittadinanza romena, e siamo andate in Romania col passaporto romeno. Per me e Lisa era come chiudere un capitolo del nostro passato. Mentre la nostra mamma Ester non si è mai rappacificata con la Romania, e fino a quando è morta nel 2003, non ci è mai voluta ritornare. Per lei, il dover abbandonare tutto e arrivare come una profuga in Eritrea con due figlie piccole è stato un capitolo molto doloroso… In più, tutta la sua famiglia era rimasta in Romania e suo fratello, avendo una fabbrica ed essendo industriale e capitalista, fu anche imprigionato dai comunisti.

Io e Lisa siamo ritornate in Romania nel 2009, per la commemorazione dei 35 anni della perdita di nostro padre. Avevamo fatto una commemorazione a Tel Aviv il 3 marzo 2009, una bella cerimonia con molti amici e parenti che lo ricordavano. Abbiamo così deciso di farla anche a Bucarest e portare lì a conoscenza la sua personalità sionista. Il 5 settembre 2009, nel giorno della cultura ebraica, nei saloni della Jewish Agency, assieme al centro comunitario ebraico è stata tenuta una grande bella conferenza, riportata sia sui giornali romeni che su quelli israeliani locali in lingua romena. Abbiamo avuto l’impressione positiva che le cose cambino e siamo andate a visitare anche Tecuci ed Iveşti, i due paesi d’origine dei nostri genitori. Io vorrei tornarci anche nel 2011 e fare la presentazione del mio libro lì, ma mi dicono che la situazione oggi non è per niente buona… vedremo in primavera.

Si sa che oggi la comunità romena non ha una situazione facile qui in Italia. Cosa ne pensa?

L’immagine che i romeni hanno non solamente in Italia ma in tutte le parti d’Europa viene danneggiata dal fatto che ci sono molti rom con i quali vengono associati, i quali non hanno la mentalità di lavorare. Così, i romeni lavoratori ed onesti sono associati ai rom che provengono dalla Romania. Io ho una identità più cosmopolita e non ne risento. Forse in Italia ne risento più come israeliana ed ebrea, perché, purtroppo, l’antisemitismo si fa risentire a toni alti. Ma ciò, devo premettere, non avviene nel mio vasto ambiente di italiani asmarini con i quali conservo tutt’oggi rapporti di vecchia amicizia.

Tratto della ferrovia Massaua-Asmara


Roma, primo congresso del Partito dei romeni (PIR)

3 dicembre 2010 3 commenti

Primo Congresso del PIR. Colloquio con Mihai Muntean, segretario nazionale del partito. 

Dopo quattro anni di attività in sostegno dell’integrazione dei cittadini romeni in Italia, il Partito dei Romeni in Italia – Identità Romena, organizza il suo primo Congresso Nazionale che si terrà sabato, 4 dicembre 2010, a partire dalle ore 9.30, a Roma, presso il Collegio dei Salesiani in Via Marsala, 42 (Stazione Termini).

I lavori inizieranno con la presentazione delle attività svolte in questi quattro anni, dal Tesoriere Adrian Ioan Grigor, seguito della relazione introduttiva del Presidente del Partito, l’avv. Giancarlo Germani. Seguirà il dibattito e l’elezione degli organi direttivi del partito previsti dallo Statuto. Al dibattito parteciperanno, oltre ai rappresentanti del partito, anche esponenti dei vari partiti politici italiani e della società civile, tra i quali: On. Potitto Salatto – parlamentare europeo FLI; On. Guido Melis – deputato PD – Presidente del Gruppo Interparlamentare Italia-Romania; On. Pietro Tidei – deputato PD; On Federico Rocca – Consigliere comunale PDL, Delegato del Sindaco di Roma per i cittadini neocomunitari; Dott. Umberto Caruso – Vice Segretario Nuovo PSI PDL; Dott. Ricardo Lucarelli – Coordinatore “Rete Liberal”; Dott. Massimo Converso – Presidente Opera Nomadi. Il diritto di voto nell’Assemblea Nazionale competerà a tutti coloro in regola con l’iscrizione al Partito ai sensi dello Statuto, iscritti entro e non oltre la data del 05 ottobre 2010. Il Partito dei Romeni in Italia e un partito misto, composto da cittadini romeni ed italiani, organizzato in maniera capillare in varie regioni italiane e lotta per la piena integrazione dei romeni in Italia e il riconoscimento dei loro diritti in quanto cittadini comunitari. Obiettivo principale del partito, nato senza alcuna connotazione ideologica, ma con lo scopo di ottenere un progressivo e costante miglioramento delle condizioni di vita della comunità romena in Italia, è di promuovere e sostenere l’inserimento dei cittadini romeni nella realtà sociale, politica e culturale italiana, alla luce delle radici latine che accomunano i nostri popoli. (Fonte: PIR)

Colloquio con Mihai Muntean, segretario del Pir

FIRI: Sabato, il primo Congresso del partito: una tappa senz’altro importante nella giovane vita del PIR…

Mihai Muntean: Il primo congresso di un partito è senz’altro anche il più importante sotto il profilo del significato e del carico emotivo per i propri membri e simpatizzanti, poiché legittima e gratifica l’impegno di tutti quanti in questi quattro anni dalla nascita, consolidando nel contempo i rapporti con le istituzioni politiche italiane.

Quali sono le vostre aspirazioni e proposte per questo appuntamento?

Le aspirazioni del partito sono orientate verso la creazione di una voce indipendente ed auto-organizzata della nostra comunità, verso la realizzazione di un asset di collaborazione e dialogo, paritario e trasparente, in base a degli accordi principiali con le forze politiche italiane ma anche rispetto alla politica romena, snza tentativi di infilitrazioni inutili quanto dannose. La proposta principale è quella di creare un polo elettorale della comunità, unitario e consapevole, con ampie aperture verso le realtà politiche locali, alla luce delle esigenze delle comunità dei romeni in Italia.

2. Il Pir è percepito ancora – a torto o a ragione – come una formazione radicata a Roma e nei dintorni, anche se siete noti per i progetti a favore della comunità romena in diverse regioni italiane. Qual è la strategia “geografica” del Pir e con quali interlocutori pensate di collaborare a livello locale?

Siamo percepiti come organizzazione forte nel Lazio anche perché il nucleo di Roma è stato il locomotore del partito; tuttavia, i nostri colleghi nel resto del Paese non sono affatto da sottovalutare. Ogni organizzazione è composta da persone attive, meno attive o… inerti. Ecco perché non possiamo sostituirci a nessuno ma abbiamo molta fiducia in coloro che si sono uniti a noi poiché, non essendo attratti da improbabili vantaggi materiali, hanno dimostrato la loro disponibilità di mettersi, altruisticamente e con dedizione, a servizio delle nostre idee e idealità.

La nostra strategia è semplice: individuare le persone aperte e oneste, disposte a dedicare un po’ del loro tempo per la cosa più importante: le idee, il dialogo, le proposte.

D’altra parte, la situazione della nostra comunità, al pari delle altre comunità nel panorama politico italiano, è quanto mai infelice. I grandi partiti, i mammut della politica preferiscono – al di là della retorica e delle polemiche ai vertici – la scissione delle comunità, per servirsene a livello individuale.

Ovvero?

Ovvero, preferiscono promuovere dei singoli personaggi, con la speranza che costoro possano portare nella cassa dei partiti un certo numero di voti. Naturalmente, in ciascuna di tale situazione ogni voto è importante per un partito, ma il potere contrattuale dei rispettivi personaggi in rapporto al partito e alla comunità di provenienza è pari allo zero. Ecco perché essi non riescono a proporre e imporre progetti a favore della propria comunità, dato che non sono seguiti e sostenuti da quest’ultima, nel territorio.

Quali sono le cause di questo comportamento?

Questo modo di lavorare, che possiamo chiamare “ingrato”, riflette una realtà enorme: la paura dei grandi partiti di perdere il loro elettorato tradizionale, di rischiare apertamente delle alleanze politiche con le organizzazione di coloro sulla “pelle” dei quali hanno vinto o perse le elezioni e i quali sono, ormai, per colpa dei primi, respinti e rinnegati dalla società civile: parliamo, naturalmente, degli immigrati. La gente dovrebbe capire che, in realtà, questo non è un problema che riguarda il PIR, ma gli stranieri in generale.

 

E i partiti più piccoli?

Sono più aperti e più disposti a fare “gioco di squadra”, a rispettare e promuovere l’identità dell’alleato, perché a loro volta non hanno difficoltà a relazionarsi col proprio elettorato, in genere molto radicato e fedele, nonostante le fluttuazioni croniche della politica italiana. Non a caso, il nostro partito si trova al secondo accordo politico serio con uno di questi partiti. Il primo fu quello con l’UDEUR, concluso a causa dello scioglimento di quella formazione, mentre il secondo, quello attualmente in vigore, è col Nuovo PSI, un partito-radice per numerosi politici italiani, che ora sono sparsi su tutto lo spettro politico.

Certo, dobbiamo ricordarci che nessun partito, piccolo o grande che sia, non stipula un’alleanza se il partner non può offrire garanzie di credibilitatà, serietà e fedeltà, cosa che vale in entrambi i sensi.

A questo proposito, rispetto al quadro politico e sociale italiano, come si muoverà il Pir nei prossimi anni? Le priorità si concentrano sulla società italiana, o anche sulla realtà politica romena?

In Italia terremo conto soprattutto delle esigenze e della posizione locale delle nostre comunità, lasciando aperto ogni canale di comunicazione sociale e politica con coloro che, a livello locale, si dimostreranno aperti e collaborativi. Quanto alla politica e ai politici della Romania, posso dire che non accetteremo la cannibalizzazione politica della diaspora, e nemmeno l’import di delinquenza e di certi usi elettorali dalla Romania all’Italia. Non a caso, abbiamo avviato nell’ultimo semestre una campagna di informazione e di protestazioni in tutta Italia contro l’infiltrazione politica dalla Romania all’Italia, ma soprattutto contro una legge e un disegno di legge frutto del lavoro “a (s)favore dell’ellettorato”, portato avanti dagli onorevoli parlamentari romeni, i quali hanno così affondato la loro mano nelle tasche dei romeni della diaspora, attraverso tasse consolari che non soltanto rubano il frutto del lavoro degli emigranti, ma ne ledono la dignità – visto e considerato che questa legge è stata votata in unanimità!

Comunque, le nostre priorità si concentreranno sulla vita politica italiana. Come dicevo prima, lotteremo per l’auto-organizzazione indipendente delle comunità di romeni all’estero e per una collaborazione in regime di rispetto reciproco e partnership.