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Archive for the ‘immigrazione’ Category

Uno spazio ancora negato

30 settembre 2013 2 commenti

EU

di Valentina Elia, FIRI (oblò)

Nuovo ostacolo (francese) per l’adesione allo spazio Schengen di Romania e Bulgaria

Pochi giorni fa in Francia si è alzato un vero e proprio polverone politico che sembra aver anticipato di quasi sei mesi le elezioni locali ed europarlamentari, previste per la primavera del 2014. Oggetto di discussione sembra essere ancora una volta la candidatura di Romania e Bulgaria all’area Schengen, lo spazio in vigore dal 1995 in cui è consentita la libera circolazione delle persone, senza controlli alle frontiere interne.

Negli anni scorsi, diversi stati membri avevano espresso perplessità sull’ingresso di Romania e Bulgaria, arrivando persino a minacciare il veto per bloccare la candidatura (congiunta) dei due paesi danubiani nell’area Schengen. Ad alzare la voce furono stati come la Germania e l’Olanda. Oltre alla presunta inadeguatezza di Romania e Bulgaria nella gestione e prevenzione dei flussi migratori, Germania e Olanda contestavano anche la loro capacità nel fronteggiare la corruzione e la criminalità ai propri confini. Contestazioni che certamente non piacquero agli stati interessati, dati gli enormi sforzi compiuti per mettersi al pari con gli altri membri del club. Ma a queste preoccupazioni politiche ora si accostano le preoccupazioni “culturali” da parte della Francia. A mettere in allarme il Governo francese sono i 20.000 rom stranieri presenti sul territorio della Francia, i quali, si afferma negli ambienti vicino al presidente Hollande, “hanno uno stile di vita estremamente differente”.Schengen-Map

Per la prima volta, un argomento di questo genere viene utilizzato per bloccare l’adesione di un Paese UE nello Spazio Schengen. La Commissione europea, pertanto, ha giudicato scandalose le affermazioni della Francia, ricordando che la libera circolazione delle persone costituisce uno dei valori su cui si basa l’Unione Europea. E neppure il commissario della giustizia Viviane Reding è stata clemente nei confronti della Francia, accusandola di usare la questione rom come una sorta di scudo dietro il quale rifugiarsi per non affrontare questioni scottanti come il bilancio del Paese o il debito pubblico.

A smorzare un po’ i toni, cercando di precisare e chiarire alcune questioni alla base delle accuse francesi, è il premier romeno Victor Ponta. Egli ha ribadito che “non esiste una connessione tra l’adesione della Romania allo spazio Schengen e la minoranza rom, per il semplice motivi che la Romania non è ancora un membro dello spazio Schengen, eppure i rom sono già lì”.

 Fonte: Gazeta Românească

“La mia scuola è il mondo”

2 aprile 2013 Commenti disabilitati

La mia scuola è il mondo

conversazione con Anna Mahjar-Barducci

autrice di La mia scuola è il mondo, Edizioni Melagrana, 2013, illustrazioni di Hili Carmon,  prefazione di Graziano Delrio (sindaco di Reggio Emilia).

copertina

FIRI: Ci dica qualcosa sul suo periplo attraverso tanti continenti

Anna Mahjar-Barducci: Mio padre è italiano e mia madre è marocchina. Sono nata in Italia, ma mio padre, ora in pensione, lavorava principalmente in Africa per progetti di cooperazione. Sono quindi cresciuta tra il Senegal, lo Zimbabwe e la Guinea Conakry. Ho anche vissuto in Tunisia e in Pakistan, paese a cui ho dedicato il mio secondo romanzo. Mio marito, invece, è romeno nato a Bucarest, ma cresciuto in Israele. Sua madre era nata in Transilvania, mentre suo padre era della Bucovina.

Il ritorno in Italia, dopo il periodo in Israele, è stata una tappa provvisoria della vostra migrazione, o qualcosa di più stabile?

In realtà, in questo momento un altro paese che ci ospita nel nostro incessante girovagare: gli Stati Uniti. E, coincidenza della vita, il nostro vicino di casa è romeno. È un ingegnere affermato ed è stato rifugiato politico in Francia, al tempo di Ceauşescu. Non so quando e se torneremo in Italia. Dopo tutto, Mahjar, il mio cognome materno, significa “diaspora”, sembra essere quindi destino vivere lontana dal luogo dove sono nata… nomen omen, dicevano appunto i latini.

Può raccontarci qualcosa del suo rapporto – non solo culinario! – col Pakistan?

Pakistan Express, nonostante includa ricette, non è solo un libro di cucina. Ogni capitolo racconta le storie di persone che ho conosciuto negli anni trascorsi in Pakistan, ricostruendo così – attraverso le loro vite – la storia dello stesso paese.

Quando ho iniziato a scrivere il libro l’idea era quella di fare conoscere l’“altro” Pakistan. Nei media, il Pakistan è sempre legato a notizie sul terrorismo e Al-Qaeda, ma il Paese è anche altro. Per questo, ho deciso di scrivere dei luoghi d’incontro dei giovani, le loro feste proibite, gli individui nella loro intimità, i movimenti che combattono l’estremismo, le donne coraggiose che lottano per i loro diritti, la resistenza della parte più conservatrice della società e del clero. Come in ogni viaggio, i ricordi sono accompagnati da sapori e profumi, impossibili da ricreare con le parole, ma che rivivono attraverso la cucina, espressione della cultura di un popolo. Ecco perché i capitoli sono intervallati dalla descrizione di piatti legati alle storie narrate, di cui ho trascritto le ricette tradizionali: il mosaico è più completo e più autentico.pakistan-express

Mi piacerebbe scrivere un giorno, chissà, Romania Express, raccontando la Romania di cui i media non parlano mai, per descrivere i sui paesaggi, la letteratura e le sue tradizioni, che fanno di questo Paese un luogo meraviglioso.

A quale dei suoi libri si sente più legata?

Tutti e tre libri raccontano di un periodo della mia vita. Il primo racconta la storia della mia famiglia da parte materna, le loro vicissitudini e la loro emigrazione in Europa, legata alla speranza di trovare una vita migliore. Il libro affronta anche le problematiche identitarie.

Il secondo racconta gli anni trascorsi in Pakistan, che hanno segnato un periodo importante della mia vita. È stato, infatti, in Pakistan che ho concluso i miei studi liceali. Il libro, tra l’altro, è stato finalista del Premio Bancarella della cucina 2012, ed è stato tradotto in polacco.

L’ultimo è sicuramente un libro a cui tengo molto, dato che l’ho scritto e illustrato assieme a mia figlia Hili, che appare come co-autrice del libro. La mia scuola è il mondo è un libro per l’infanzia che ha come protagonista mia figlia e che racconta la storia di una bambina italo-romena di 4 anni, orgogliosa delle proprie origini. È stato proprio grazie a questo libro che sono entrata in contatto con Ingrid Coman, scrittrice romena, che mi ha dato l’opportunità di partecipare al progetto Rediviva, la prima casa editrice romena in Italia. La Coman mi ha affidato l’incarico di occuparmi per la casa editrice Rediviva dell’ufficio stampa e della collana per l’infanzia. Spero che i media italiani possano iniziare a guardare con attenzione e interesse alla produzione letteraria romena e in particolare a quella pubblicata da Rediviva.

Oltre che in italiano, lei scrive – e pubblica – anche in altre lingue; ha una sua identità linguistica “principale”, o si tratta di una componente variabile?

Preferisco scrivere in italiano, dato che è la lingua con la quale penso e sogno. L’italiano è la mia madrelingua. Sicuramente, oggigiorno, è importante poter comunicare e scrivere in più lingue, se si vogliono avere più opportunità nel mondo lavorativo e, in questo caso, in quello dell’editoria.

Per tornare al suo ultimo libro, ci sono stati effetti dell’esperienza della maternità sulla sua scrittura?

Nel mio caso, l’idea di scrivere un libro per l’infanzia nasce dall’essere madre. Il libro propone attraverso un racconto semplice e delicato di una bimba italo-romena di 4 anni, Hili, ovvero mia figlia, la necessità di mettere in movimento le proprie tante radici e non di reciderle per circoscriverle a un solo “territorio”. La scuola, in questo senso, appare come il miglior laboratorio di conoscenza tra culture diverse. La mia scuola è il mondo, evidenzia la necessità di un insegnamento aperto all’orizzonte di tutti. Il libro si conclude con Hili che prende coscienza della sua doppia identità culturale italiana e romena e dichiara di essere fiera delle sue origini.

Con la piccola Hili in che lingue parlano i suoi genitori?

Nostra figlia sta crescendo principalmente trilingue. Parla italiano, inglese ed ebraico. Negli Stati Uniti, incontro molti bambini nati da genitori, provenienti da due paesi diversi, che parlano perfettamente tre lingue, senza alcuna confusione. Io le parlo in italiano e anche in inglese, mentre mio marito le parla in ebraico e in inglese. In romeno sa contare fino a dieci, sa salutare e sta imparando delle canzoni per bambini. Sa anche contare in arabo. Non le vogliamo però mettere alcuna pressione. Spero però che crescendo possa essere fluente in queste cinque lingue. I nonni materni, ovvero i miei genitori, le parlano in italiano e mia madre le sta insegnando qualche parola di arabo. È molto importante per noi farla crescere in un ambiente multilingue e vogliamo che cresca come una persona cosmopolita. Non le sarà difficile, dato che ha una famiglia con background diversi, ha un nonno materno cristiano, una nonna materna musulmana, e la parte paterna di religione ebraica.

E i nonni paterni?

Purtroppo, non li ha più. Sua nonna paterna, Regina, era nata a Gheorgheni, in Transilvania, parlava romeno, ma la sua madrelingua era l’ungherese. I suoi genitori, infatti, nati sotto l’impero austro-ungarico, erano stati cittadini ungheresi e a casa parlavano ungherese. Il nonno paterno, invece, era nato a Cernăuți, in Bucovina del Nord, oggi in Ucraina. È interessante, come attraverso la storia familiare, si possa ricostruire la geopolitica di un’intera regione. Il nonno paterno, Beno, veniva da una famiglia che ha vissuto per generazioni a Cernăuți, nota anche come la Gerusalemme sul Prut. Pertanto, sotto l’impero austro-ungarico i suoi familiari erano cittadini austriaci, dopo la prima guerra mondiale sono diventati cittadini romeni, dopo la secondo guerra mondiale l’area è poi passata all’Unione Sovietica e – dopo la caduta del muro di Berlino – Cernăuți è diventata una città dell’Ucraina. Nonostante questi passaggi di nazionalità, il nonno Beno era di madrelingua romena.

Ci andate ogni tanto in Romania?

Sì, siamo andati in Romania e pensiamo di ritornare presto con nostra figlia. Ci piacerebbe farle visitare Gheorgheni, dove è nata la nonna paterna.

Anna Mahjar-BarducciL’autrice. Anna Mahjar-Barducci, scrittrice e giornalista, ha pubblicato finora i libri Italo Marocchina. Storie di immigrati marocchini in Europa (Diabasis, 2009), Pakistan Express. Vivere (e cucinare) all’ombra dei talebani (Lindau, 2011) e La mia scuola è il mondo, Edizioni Melagrana. È presidente dell’Associazione Arabi Democratici Liberali, con sede a Roma.

Intervista a cura di Horia Corneliu Cicortas. Foto: Isabella De Maddalena.

Gran Bretagna: “I romeni sfortunati di arrivare qui per ultimi”

2 marzo 2013 Commenti disabilitati

Intervista a Petru Clej, giornalista romeno che vive a Londra, sull’immigrazione in Gran Bretagna e sulla politica attuale britannica in materia di integrazione europea.

Redazione FIRI: Fino a non molto tempo fa, la Gran Bretagna sembrava essere meta “tranquilla” per gli emigranti romeni rispetto ad altri Stati europei, in cui l’immigrazione di massa, unita a fattori di politica interna, aveva portato a manifestazioni xenofobe e campagne anti-romene. L’eccezione britannica è legata solo all’accesso limitato al mercato del lavoro? Polacchi e cittadini dei Paesi Baltici hanno ricevuto lo stesso trattamento nel periodo 2004-2007?

Petru Clej: La Gran Bretagna, assieme all’Irlanda e la Svezia, è tra i primi Paesi ad aprire sin dal primo momento il mercato del lavoro ai cittadini degli otto Stati ex-comunisti, che nel 2004 hanno aderito all’UE.

P. Clej

Dopo l’Italia, anche la Francia di Sarkozy (2011) se l’è presa con i migranti romeni e con i rom, che fungono perfettamente da capro espiatorio nel momento in cui si parla di una crescita, reale o “percepita”, della micro-criminalità. In Gran Bretagna che peso hanno questi fattori sul discorso politico e mediatico riguardante l’immigrazione dall’Est Europa?

I romeni sono al secondo posto, dopo i polacchi, tra i residenti nel Regno Unito provenienti dai 26 stati UE, per il numero di reati commessi. Ma non è questo dato a motivare la tendenza a considerare i romeni come capri espiatori, quanto il fatto che dopo il 2004 siano giunti dall’Europa Centrale e dell’Est molti più migranti di quanto ci si aspettasse. Si può dire che i romeni subiscono questo trattamento perché hanno avuto la sfortuna di giungere qui per ultimi.

Esistono in Gran Bretagna, stampa e società, categorie di “good immigrants” e “bad immigrants” in questo momento? Naturalmente tralasciando gli immigrati percepiti come “buoni” in quanto pochi (come eravamo noi romeni all’inizio degli anni Novanta in Italia!)

Per prima cosa, stampa e società in Gran Bretagna non costituiscono un blocco che pensa in maniera omogenea. Successivamente, non pensiate che i romeni siano l’ombelico del mondo, per essere il bersaglio di un disprezzo generalizzato. La società britannica è pur sempre una multiculturale e multirazziale.

I Laburisti assumono una posizione differente rispetto ai Conservatori riguardo la questione Europa, e in particolar modo riguardo al diritto alla libera circolazione e al diritto al lavoro dei cittadini UE?

Il partito laburista era al potere nel 2007 quando la Romania ha aderito all’UE e quando il governo britannico ha esercitato il proprio diritto a introdurre restrizioni per l’accesso al mercato del lavoro. Il governo di coalizione conservatore-liberaldemocratico non ha fatto altro che prolungare queste restrizioni fino al massimo consentito di sette anni.

Nei discorsi riguardo al referendum sull’uscita dall’ UE da parte della Gran Bretagna rientrano anche argomenti contrari alla  libertà di movimento dei cittadini europei all’interno dell’Unione? L’indipendentismo scozzese ha un qualche legame con l’atteggiamento “euroscettico” di Londra?

Al momento il referendum è solo un’ipotesi. Il premier Cameron ha annunciato che lo proporrà in caso di vittoria da parte del partito conservatore alle elezioni parlamentari del 2015.

Petru Clej [nella foto, a Istanbul] è dal 2009 corrispondente di Radio France Internationale Romania (rfi.ro) a Londra. Collabora inoltre con: BBC News, Jewish Chronicle, Hotnews.ro, contributors.ro e Reporter Virtual. Ha lavorato nella redazione romena della BBC tra il 1991 e il 2008 (dal 2000 al 2008 come capo redattore). Nel 2007 ha lavorato per otto mesi al sito web di notizie BBC News. In Romania, è stato negli anni 1990 – 1991 redattore del quotidiano România liberă.

Nota: la versione originale romena di questa conversazione può essere letta sul quindicinale Ora României di Torino.

Articoli correlati: Robert Rowthorn, What can Cameron really do about Bulgarian and Romanian immigration?, The Guardian

Mobilità in aumento dall’Italia verso la Romania

15 febbraio 2013 Commenti disabilitati

Recenti indagini analizzano i flussi migratori attraverso la posta elettronica e Twitter

world-migration

Si emigra dall’Italia verso la Romania: è questa una delle novità emerse da uno studio su 100 milioni di account Yahoo di tre ricercatori, tra cui l’italiano Emilio Zagheni del Queens College di New York e il romeno Bogdan State della Stanford University, presentato alla International Conference on Web Search and Data Mining (WSDM 2013) svoltasi a Roma la settimana scorsa, che ha creato un vero e proprio “barometro” delle migrazioni nel mondo. [Il terzo coautore della ricerca è Ingmar Weber del Centro di Ricerca Yahoo! di Barcelona, n. FIRI].

 “Rispetto a statistiche ufficiali abbiamo notato che alcune delle destinazioni più gettonate sono rimaste simili (Germania, Regno Unito, Stati Uniti)”, spiega Zagheni.

“La maggiore differenza che abbiamo osservato è che la Romania è entrata a far parte delle destinazioni top dall’Italia. Pensiamo che ciò possa essere un segno di migrazione di ritorno, o di cresciuta integrazione demografica tra i Paesi”.

I ricercatori hanno studiato le posizioni geografiche degli utilizzatori e hanno generato una mappa globale della mobilità internazionale per il periodo 2011-2012. Dalla ricerca si è visto che gli Usa dominano tra le destinazioni globali dei migranti, ricevendo persone da 58 Paesi sui 132 esaminati (44%), seguiti da Gran Bretagna, Francia, India e Australia.cartoon migration

Lo studio ha anche individuato dei “corridoi di migrazione” prima sconosciuti, ad esempio tra Cuba e il Venezuela, o tendenze in atto come la nascita di nuovi hub dell’immigrazione in Asia: “Uno dei prossimi passi è sperimentare l’approccio con dati Twitter – spiega l’esperto – pubblici e disponibili in tempo reale”. Il metodo, sottolineano gli autori nelle conclusioni, potrebbe ’aiutare’ quelli ufficiali: “Le statistiche ufficiali sono basate su definizioni contraddittorie – spiegano – il web invece ha una dimensione univoca, e una volta che si è data una definizione di migranti le stime si possono ottenere in maniera chiara”.

Fonte: Immigrazione Oggi.

Zoom. Alla scoperta della Romania

1 febbraio 2013 4 commenti

[zoom]

Alla scoperta della Romania

di Valentina Elia

Globalizzazione e pregiudizi

Gadamer sosteneva che la vera grande ricchezza del continente europeo fosse semplicemente la sua capacità di essere un mosaico di diversità. Lo slogan stesso dell’Unione Europea, “Uniti nella diversità”, sembra risaltare e convalidare queste parole, suggerendo l’idea di un insieme di Stati aperti all’alterità. Ma è davvero proprio cosi? La diversità non viene più percepita come un pericolo o come una minaccia per la nostra identità? Difficile dirlo.

Potremmo cercare di analizzare la questione alla luce di complesse teorie sociologiche o filosofiche circa il rapporto Io-Altro che tanto ha interessato intellettuali appartenenti ai più disparati periodi storici.

Ma, in realtà, attraverso questa rubrica, non a caso chiamata Zoom, cercheremo di comprendere tale rapporto, le difficoltà, i limiti e i pregiudizi che inevitabilmente si porta dietro, da una prospettiva particolare. La mia esperienza personale.

Parlerò di una studentessa italiana di Lingue e letterature straniere, che un bel giorno decide di armarsi di bagagli e tanta curiosità e di trasferirsi per sei mesi in Romania.

Bucarest

Cercherò di portare alla luce una realtà delle cose che a volte fa a pugni con i pregiudizi della gente, un concetto di diversità ancora lontano dall’essere considerato un valore positivo e barriere fisiche, oramai invisibili in un mondo globale come il nostro, sostituite da barriere psicologiche, altrettanto invisibili, ma molto più grandi, che ci separano dagli altri.

Riduzione di distanze fisiche da un lato, quindi, ma fortificazioni di pregiudizi e identità dall’altro.

La globalizzazione, con le sue innumerevoli trasformazioni in ambito sociale, politico, economico e culturale, lancia delle sfide, costringendoci a ripensare, e, in alcuni casi a ridefinire, la nostra visione del mondo. E all’interno di tale scenario internazionale, l’Europa che ruolo svolge, considerando anche la crisi dello Stato-nazione?

Analizzando le due questioni, saremo inevitabilmente posti dinanzi a interrogativi a cui a volte non verranno date delle risposte, ma che costituiranno comunque spunti di riflessione.

Iniziamo quindi questo nostro viaggio insieme.

Noi e la studentessa con la valigia in mano per le strade di Iași…

Alla scoperta della Romania

1 Settembre 2008. Ore 10 del mattino. Aeroporto di Roma.

Lì, seduta in attesa del volo che mi portasse a Bucarest, mi domandavo, per l’ultima volta, se fossi certa di aver preso la decisione giusta.

Si trattava di fare un bel salto nel buio. E, forse, anche se un po’ tendevo a nasconderlo, mi spaventava l’idea di vivere per i successivi sei mesi in una nazione totalmente sconosciuta, e, per di più, con lati oscuri rimarcati più volte dai mass-media.

Ricordo che proprio quell’estate la televisione ci bombardò con fatti di cronaca nera. Lo scenario era sempre lo stesso: uomini e donne, di nazionalità rumena, legati alla criminalità.

Assassini, violentatori di donne, ladri, imbroglioni, violenti ed ubriachi. Sembravano tutti sinonimi di uno stesso termine. Romania. O almeno questo è quello che i mass-media ci spingevano a credere, alimentando cosi pregiudizi e intolleranze a volte covate sotto la cenere.

I riflettori portavano alla luce le violenze, le trasgressioni e le infrazioni di un popolo, ospite ingrato sul nostro territorio, togliendo voce, invece, a quella parte onesta e amante del lavoro,  che ogni giorno si prendeva cura dei nostri cari con pazienza e devozione, che lavorava i campi, e che decideva ogni singolo giorno di esser parte attiva della nostra società.moneta Carol I

Leggevo la paura negli occhi dei miei genitori, soprattutto di mio padre. Non deve esser semplice scacciare i pregiudizi e i cattivi pensieri quando ad essere coinvolta è una persona a te cara.

Ma forse fu proprio questa loro paura, e la mia voglia di dimostrare che potevo farcela anche da sola, anche a chilometri di distanza, anche in mezzo a una marea di pregiudizi, a darmi la spinta necessaria per prendere la valigia in mano ed imbarcarmi.

Ad attendermi, dopo un’ora e mezza di volo, una grigia Bucarest, e un taxi.

Al di là del finestrino si succedevano una serie di immagini, a volte familiari, e altre volte completamente nuove e strane per gli occhi di una giovane studentessa italiana che non aveva mai messo piede al di fuori della propria realtà ovattata. Capannoni di legno semi distrutti, bestiame per strada e, di tanto in tanto, ragazzini dall’aspetto schernito, simboli di una faccia della medaglia, e  divenuti poi costanti della mia permanenza in Romania. Ma questo l’avrei capito solo in seguito.

Un viaggio interminabile, poi l’arrivo, finalmente, a Iași.

Il sole, tanto verde e fiori intorno a me, un immenso studentato, un portinaio super disponibile e giovani provenienti da ogni angolo della terra sono i miei primi ricordi.

Ma anche la paura o forse la speranza di scoprire una nuova realtà. La si leggeva nei miei occhi e in quelli di tutti i ragazzi Erasmus di quella stagione…

Due facce di una stessa medaglia. Insomma, una Romania ancora tutta da scoprire.

v. elia

Valentina Elia ha studiato all’Università di Bari, dove ha conseguito la laurea triennale, in lingue e letterature straniere, e quella magistrale, in lingue moderne per la cooperazione internazionale. Tra le lingue studiate, il romeno, che ha approfondito in un soggiorno di sei mesi a Iași. Ha collaborato con associazioni impegnate nell’integrazione degli immigrati. Dal 1 febbraio 2013, fa parte della redazione del sito web di FIRI. Vive a Grottaglie, nella provincia di Taranto.

“Dalle tombe alle culle”

19 dicembre 2012 Commenti disabilitati

Viene qui riprodotto il testo dell’intervento di Julia Holloway in occasione della presentazione del progetto MoveAct (“L’Europa siamo noi? Vivere in Italia da cittadino europeo”) all’auditorium dell’Istituto Stensen di Firenze, sabato 15 dicembre scorso:

Dalle tombe alle culle

di Julia Bolton Holloway

Amo molto l’Italia. Sono arrivata in Toscana per rimanervi dall’Inghilterra nel 1996 dopo il mio prepensionamento in America, dove ho insegnato in diverse università. Accolta come studiosa e come religiosa, nel 2000, mi sono state affidate la custodia e la cura del Cimitero degli Inglesi, proprietà della Chiesa Evangelica Riformata Svizzera, che ospita anche la Mediateca ‘Fioretta Mazzei’, biblioteca fondata quello stesso anno. Patrimonio mondiale dell’umanità, nel Cimitero degli Inglesi in Piazzale Donatello molti dei sepolti hanno legato il proprio nome alla lotta contro la schiavitù e lo schiavismo; contro la schiavitù dei neri in America, a favore delle donne e dei bambini, contro l’oppressione dei popoli. E’ una forte testimonianza del cosmopolitismo della Firenze ottocentesca, con i suoi abitanti inglesi, svizzeri, russi, americani, rumeni, polacchi, ungheresi, greci, ecc.

cemtoday3Con la conoscenza e la frequentazione dei Rom rumeni in un percorso di aiuto e sostegno alle famiglie ho scoperto ancora viva in loro quell’artigianalità e maestria che sarebbero state necessarie al restauro del nostro famosissimo cimitero. Un cimitero in stato di abbandono e che per diversi anni non era visitabile. I Rom sono bravissimi fabbri e muratori, falegnami e giardinieri. A loro insegno i rudimenti dell’alfabeto. Per loro nel corso di questi anni sono stati creati e avviati programmi di inserimento lavorativo per il suo restauro e mantenimento inseriti nel progetto denominato ‘Dalle tombe alle culle’.

 Gli stessi Rom, schiavi nei monasteri e dei nobili dal Medio Evo fino all’Ottocento, conoscono la libertà nel 1856 – quando Uncle Tom’s Cabin di H. Beecher Stowe è tradotto in rumeno. Con i nobili discendenti inglesi e gli studiosi internazionali, dopo aver appreso a scrivere il proprio nome, alcuni divengono soci della nostra Aureo Anello Associazione. E i nostri soci internazionali approvano. Lavorano in tal modo legalmente senza più mendicare per le strade di Firenze.

 Successivamente in Romania nasce l’associazione gemella denominata Agrustic Somnacuni, ovvero “Aureo Anello” (‘Inel de aur’ in rumeno), associazione per preservare le famiglie rom e la lingua romanì.

 Esmeralda che ora frequenta la nostra Scuola di Alfabetizzazione la domenica, e la scuola ufficiale nei giorni feriali, ha dieci anni e ha appreso le moltiplicazioni e come leggere. Per caso, cercando lei di leggere l’italiano medievale dal mio computer, mentre lavoravo sul Tesoro di Brunetto Latino – maestro di Dante Alighieri – è riuscita a leggere perfettamente la sezione in cui Brunetto traduce l’Etica di Aristotele sulla giustizia. Questa dopo solo un anno di scuola! E l’italiano è la sua terza lingua, dopo il romanì e il rumeno!

 Mi perdonerete se non parlo della mia esperienza, di me cittadina britannica ed europea. Di me persona privilegiata. Credo sia più giusto parlare della loro esperienza come cittadini del mondo, la cui lingua ha una forte affinità con il sanscrito. Lingua dell’India che ritroviamo parlata dai Rom in Europa, in America, in Asia, in Australia. Un popolo senza un Paese. Senza un esercito. Che ha vissuto l’Olocausto.

DanteZoita

Dalla mia posizione privilegiata con queste persone – tra le più disprezzate – posso dire di aver trovato un Tesoro. Un Tesoro nella nostra bellissima città. Sono grata all’Italia, a Firenze, ai Rom, alla Romania.

Daniel-Claudiu Dumitrescu, Presidente dell’Asociazione Agrustic Somnacuni – Inel de Aur,  lavorando con il CNR ha eseguito la pulitura della nostra bellissima scultura dell’Allegoria della Speranza di Odoardo Fantacchiotti. Credo che questi progetti, con la  valorizzazione dei monumenti, dei popoli, della storia, dell’arte, delle culture, siano la nostra speranza.

 La speranza per l’Italia, per l’Europa, per il mondo intero.

Julia HollowaySuor Julia Bolton Holloway è eremita nel Cimitero degli Inglesi a Firenze. Nata in Inghilterra, ha studiato negli Stati Uniti e ha insegnato letteratura medievale nelle università di Berkeley, Quincy, Princeton e Boulder. Ha pubblicato diversi libri su Dante e le donne contemplative. E’ curatrice dei siti web www.florin.ms, www.umilta.net, www.ringofgold.eu.

La Cortina di Ferro e i paradossi della mobilità

16 dicembre 2012 Commenti disabilitati

La Cortina di Ferro e i paradossi della mobilità

di Horia Corneliu Cicortas / FIRI

Viene qui riprodotto il testo dell’intervento di Horia Corneliu Cicortas alla presentazione del progetto MoveAct all’auditorium Stensen di Firenze, sabato 15 dic. 2012:

Cercherò di essere breve e, come diceva prima la collega Anna Triandafyllidou, resterò anch’io nell’ambito delle riflessioni soggettive, per rendere più interattiva e interessante questa tavola rotonda conclusiva.

Ma prima di iniziare, vorrei fare i miei complimenti al regista del film che abbiamo visionato, perché secondo me è riuscito a trasmettere non solo informazioni interessanti, ma anche belle emozioni.

E anche una piccola osservazione, per ricollegarci a quanto era stato detto in precedenza da Luca Raffini circa la scarsa partecipazione dei cittadini europei nei paesi di residenza all’estero. Ecco, secondo me dobbiamo stare attenti ai dati statistici, perché c’è la categoria degli “ex-stranieri”, ovvero stranieri naturalizzati italiani, per esempio tramite matrimonio o altro, che magari vanno a votare, ma lo fanno come italiani. Per cui, questi dati potrebbero non essere registrati, quindi potrebbero sfuggire alle statistiche riguardanti la partecipazione dei cittadini UE alle elezioni – comunali o europee – nel paese di residenza.

cortina di ferroDetto ciò, vorrei fare un passo indietro nella storia recente, condividendo con voi una breve riflessione che chiamerei “La Cortina di Ferro e  i paradossi della mobilità”, partendo dalla mia esperienza personale. Devo dire, innanzitutto, che nel 1991 quando venni in Italia, e nei anni successivi, durante la mia esperienza di studente universitario, la mobilità – anche universitaria – dall’Est verso l’Ovest era minima, direi quasi inesistente. Il programma Erasmus non coinvolgeva ancora i Paesi dell’Europa centro-orientale, che si erano appena liberati dal comunismo di stato. E quindi, per chi come me si trovava a studiare da straniero in Italia, non c’erano né borse Erasmus, né borse per merito, niente. Mi ricordo anche il meccanismo buffo con cui, ad esempio, si stabiliva l’entità delle tasse universitarie da pagare. Ad un certo punto, verso la metà degli anni Novanta, erano state introdotte fasce di reddito in base alle quali bisognava pagare le tasse. E così, quando andai a pagare le tasse di quell’anno, l’addetto della segreteria guardò una tabella della Banca Mondiale, dove la Romania risultava tra i paesi a “reddito medio”, così venni inserito nella “fascia media” e dovetti pagare un milione di lire, che a quei tempi era una certa somma. Senza considerare che la fascia media di reddito italiana era diversa dalla fascia media di reddito calcolata dalla Banca Mondiale…

In seguito, verso la fine degli anni Novanta, con l’avanzare del processo di integrazione dei paesi dell’Est, la mobilità è aumentata, e ci sono state più opportunità sia per gli studenti sia per chi veniva a cercare lavoro e opportunità migliori di vita nei paesi dell’Europa occidentale, quindi anche in Italia. Negli anni duemila, questo fenomeno ha raggiunto nel caso della Polonia e della Romania proporzioni di massa, in cui erano coinvolte folle di emigranti in cerca di lavoro nei paesi dell’ovest. Nel frattempo, anche la mobilità universitaria, come appunto quella del programma Erasmus, si è ulteriormente sviluppata, sia all’interno dell’Europa occidentale, sia dall’Est verso l’Ovest, sia anche dall’Ovest verso Est, anche grazie alle facilitazioni dei voli low-cost e della maggiore libertà di circolazione dei cittadini comunitari.

Ora, la cosa curiosa è che, mentre prima dell’89 la mobilità tra est e ovest era impedita dalla Cortina di Ferro, ma esisteva e stava crescendo nell’Europa occidentale, all’interno dei rispettivi Stati. E invece, probabilmente per una scelta dei gruppi dirigenti di questi paesi, la mobilità transnazionale non è stata favorita. La mobilità si riduceva a sporadici contatti tra i rappresentanti delle imprese o “scambi di esperienza” tra esponenti di partito; nemmeno il turismo non era così facile o diffuso come si potrebbe pensare. Ricordo la mia prima visita – di un giorno – nella vicina Ungheria, nel 1982. Era una gita scolastica fatta in un paese che era comunista come il nostro e quindi “amico”. Eppure, siamo stati fermi alla dogana, da una parte e dall’altra, più di due ore, per dei controlli estenuanti degni del confine tra il Messico e gli Stati Uniti!

Dunque, prima del 1989, la mobilità era scarsa all’interno dei paesi dell’Europa centro-orientale, e esigua – per le misure restrittive delle libertà individuali, come la difficoltà di avere il passaporto, la libertà di viaggiare o emigrare ecc. – tra i Paesi dell’Est e l’Europa occidentale; ovviamente, ci sono state delle eccezioni e dei periodi più liberali, di maggiore apertura, anche nei paesi comunisti più chiusi, come per l’appunto la Romania di Ceausescu.

muro di berlinoDopo la caduta del Muro di Berlino, che separava i due emisferi del continente, i rapporti est-ovest sono stati ripresi e la mobilità verso ovest è andata crescendo sempre di più, coinvolgendo tutti i paesi ex-comunisti. Ma, anche oggi quando molti di questi paesi fanno ormai parte dell’Unione Europea, la mobilità est-est è ancora molto ridotta rispetto alla mobilità est-ovest e anche rispetto alla mobilità ovest-est, che è comunque un fenomeno in crescita. In altre parole, è come se tutti noi dell’Est ci fossimo rivolto esclusivamente gli sguardi verso Occidente, senza guardarci attorno a noi. Ovviamente, c’è un fascino, un’attrazione dell’Europa occidentale che è dovuta alla sua importanza politica ed economica, al prestigio culturale, alle opportunità migliori e così via, tutti aspetti innegabili, ma secondo me ci sono anche altre cause che spiegano questa immobilità est-est. Alcune derivano sicuramente dalla situazione pre-’89 che, come abbiamo visto, non ha favorito la mobilità, ma l’ha quasi vietata o scoraggiata. Ci sono anche altri fattori attuali. L’Unione Europea ha ricevuto quest’anno il premio Nobel per la Pace, per i suoi risultati di pacificazione e benessere realizzati nel dopoguerra; e un politologo americano ha affermato che, negli ultimi 500 anni, l’evento storico più importante per l’Europa dell’est è stata l’integrazione nell’Unione Europea.

Dobbiamo però ricordarci che, tutt’oggi, ci sono situazioni ancora da ‘bonificare’, come quella della regione balcanica coinvolta dalle guerre degli anni Novanta, situazione solo in parte risolta con l’integrazione della Slovenia nell’Unione Europea, cui seguirà quella della Croazia. Ma finché le ferite delle guerre balcaniche non saranno risanate completamente, e non saranno realizzate le infrastrutture di collegamento regionale, è difficile che l’Europa orientale diventi una realtà più “duttile” dal punto di vista della mobilità al suo interno. D’altra parte, anche se volessimo procedere con l’Unione Europea verso un progetto più integrato, di tipo federale o “Stati Uniti d’Europa”, è chiaro che non potremo arrivare – per motivi di diversità di storia, di culture, di lingue – a un caso simile agli Stati Uniti d’America, ma penso che nemmeno a realtà multiculturali come l’Australia, i cui modelli non sono applicabili in Europa.

Infine, per paesi come la Romania, la Polonia e i Paesi Baltici, l’esistenza al confine orientale dell’UE di Stati ancora problematici, come la Russia, la Bielorussia o l’Ucraina, crea ancora insicurezza e bisogno di affidarsi alle strutture di protezione occidentali, come la Nato.
Per cui, io penso che solo quando la democrazia si instaurerà stabilmente nei Balcani e  in questi Paesi attualmente ai confini orientali dell’Unione Europea, potremo parlare di un continente davvero unificato.

Grazie per la vostra attenzione.