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Archive for the ‘fatti e misfatti’ Category

Ioan Petru Culianu (1950-1991). Un ricordo di Grazia Marchianò

21 maggio 2016 Commenti disabilitati

Pubblichiamo qui, per gentile concessione della prof.ssa Grazia Marchianò, questo breve ricordo, scritto in occasione dei 25 anni dalla morte di Ioan Petru Culianu.

Culianu by Jan Bauwens

Un giorno del 1990 a Montepulciano, mentre con Elémire1 e Hillary2 si sostava in Piazza Grande, Giovanni  se ne uscì con questa battuta: chissà  se vedrò il prossimo secolo!  Lo disse sorridendo sornione, e tutto finì lì. Oggi Nené (il  suo nome per gli amici) avrebbe sessantasei anni, ed è difficile immaginare quanto altro, dopo quel fatidico 21 maggio del 1991, avrebbe scritto.

Il fiore delle sue ricerche da pioniere nel campo delle scienze religiose e cognitive che impostò nei fascicoli di Incognita3, la rivista di studi interdisciplinari che fondò nel 1990 dall’editore Brill, è rimasto acerbo. E pochi conoscono  i tre saggi propositivi  System and History, A Historian’s Kit to the Fourth Dimension, e Magic and Cognition, pubblicati lì tra il 1990 e il 1991.

A differenza che in Romania, in Italia, la sua seconda patria che amò da nomade nel breve tempo che la sorte gli concesse, la sua opera interrotta e geniale rischia di essere dimenticata. Ci spetta di difenderla, approfondirla e  tramandarla con tenacia confuciana.

Grazia Marchianò

21 maggio 2016

 

Note:

[1] Elémire Zolla.

[2] Hillary Wiesner, l’allora fidanzata (e promessa sposa) di Culianu.

[3] Di Incognita. International Journal for Cognitive Studies in the Humanities (Brill, Leiden) uscirono quattro fascicoli: due nel 1990 e due nel 1991.

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Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo

21 maggio 2016 Commenti disabilitati

Ioan Petru Culianu, 25 anni dopo. L’intervista “perduta” su Mircea Eliade

ioan_petru_culianu

Ioan Petru Culianu (1950-1991)

Nell’autunno del 1984 Andrei Oișteanu (n. 1948), antropologo e storico delle religioni, va a trovare Ioan Petru Culianu all’Università di Groninga, in Olanda, dove questi insegna dal 1976. Con l’occasione, lo sottopone a una lunga intervista, che uscirà l’anno dopo sulla Revista de Istorie şi Teorie Literară con il titolo “Ricostituzioni della mitologia romena”. Come racconta lo stesso Oișteanu, non fu di certo facile pubblicare quel colloquio. Parecchie redazioni lo rifiutarono: il regime comunista considerava ancora lo studioso romeno – che nel 1972 aveva chiesto asilo politico in Italia – un esule e un traditore. Quando infine esce, due domande vengono comunque tagliate. Riguardano il rapporto di Culianu con Eliade, personaggio dell’esilio romeno “scottante” per la censura di Ceaușescu. Le riportiamo di seguito, per la prima volta tradotte in italiano.

Signor Culianu, da molti intellettuali è considerato un discepolo e prosecutore di Mircea Eliade. Qual è la sua idea a riguardo? Cosa deve a Eliade e dove, invece, le vostre strade divergono?

Ho sempre detto di essere un discepolo di Mircea Eliade nella misura in cui è lui a riconoscermi come tale. Poiché, in diverse occasioni, questo riconoscimento c’è stato, be’, allora posso dire di essere suo allievo. A Eliade mi lega tutta la mia esistenza, dato che ho cercato di diventare storico delle religioni da quando, al primo anno di università, durante una crisi di identità che molti attraversano, ho preso in mano i suoi libri… Il sogno si è avverato poiché ho avuto occasione di stargli vicino, studiare con lui negli Stati Uniti e ho potuto beneficiare più volte della sua attenzione benevola – a partire dai suggerimenti che mi diede per i miei primi articoli, fino alle prefazioni ai miei ultimi libri usciti [Esperienze dell’estasi ed Eros e magia nel Rinascimento, entrambi del 1984].

Se, invece, parliamo dell’importanza di Eliade nella cultura romena… Ho capito bene la sua domanda o mi sono allontanato dall’argomento?

Continui, ciò che sta per dire è molto interessante…

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Andrei Oișteanu

Credo che Mircea Eliade sia il teorico di una scuola che non ha ancora dato molti frutti, ma che, indubbiamente, li darà. Dobbiamo considerarlo come uno storico. Non dimentichiamoci la sua grande ammirazione per lo storico Nicolae Iorga[1]; da adolescente si era identificato in lui, nel bene come nel male. Nemmeno dopo la rottura con Iorga smise di farlo. Eliade ha cercato di superarlo e, senz’altro, lo ha superato molto come storico. In Romania molti sono i discepoli di Iorga, meno quelli di Eliade. Eppure, credo che il modo d’interpretare i documenti storici di Eliade rappresenti un passo enorme sul piano qualitativo, rispetto quello praticato da Iorga.

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[1] Nicolae Iorga (1871-1940), storico (noto soprattutto come medievista, bizantinista e slavista), critico letterario, scrittore, accademico e uomo politico romeno. In italiano, esiste una biografia scritta dalla nipote Bianca Valota Cavallotti, Nicolae Iorga, Guida, Napoli, 1977.

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Articoli correlati (2016):

A febbraio in “Orizzonti culturali italo-romeni”

9 febbraio 2015 Commenti disabilitati

ORIZZONTI CULTURALI ITALO-ROMENI (n. 2, febbraio 2015, anno V), mensile online bilingue; per l’edizione romena, cliccare qui.

Edizione italiana

Cioran/1. «Una verità enigmatica e mutante». Parla Giovanni Rotiroti «Cioran è colui che aiuta a scorgere nel buio delle parole un’apertura che non nasconde nulla di riducibile al sapere, e che per questo consente di entrare in dialogo con se stessi senza rimanerne sopraffatti. Quella dell’opera di Cioran è una verità enigmatica e mutante, che ama mantenersi sempre aperta nel campo della lingua e del desiderio di domandare». È quanto afferma Giovanni Rotiroti, professore all’Università Orientale di Napoli, in un’ampia intervista dedicata ad alcuni temi di fondo dell’opera di Emil Cioran, con l’apporto di originali prospettive ermeneutiche.

Cioran/2. Leggere la storia alla luce dell’utopia. Tesi di Paolo Vanini Rileggere l’opera di Cioran come una variazione filosofica sul tema dell’utopia. È quanto si propone Paolo Vanini, nella sua tesi di laurea che qui pubblichiamo. «Rispetto alla letteratura critica degli ultimi anni, che ha visto nell’utopia di Cioran una specie di corollario all’interno della tematica storica, noi – scrive Vanini – vogliamo osservare la storia alla luce dell’utopia». La tesi rilegge, sulla base di questo registro, tutta l’opera di Cioran, segnalando come questo pensatore, nonostante il pessimismo che lo caratterizza, sia capace di creare uno spazio etico, pur privo di un ideale normativo positivo.

 «Se io uccido un romeno…». Quando la giustizia italiana non funziona Lo scorso 30 gennaio il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo dello scrittore Antonio Pennacchi, premio Strega 2010, con al centro due notizie di cronaca nera e giudiziaria che hanno visto coinvolte, con opposti ruoli, due cittadine romene. La tragicità dei fatti, delle conseguenze e delle implicazioni solleva gravi interrogativi circa il sistema giudiziario italiano e il contesto in cui esso opera. Giovanni Ruggeri segnala alcuni aspetti bisognosi di urgenti interventi, primi tra tutti certezza della pena, superamento del formalismo, realizzazione di adeguati accordi internazionali tra Italia e Romania.

Romanian_Athenaeum_in_BucharestìNicolae Lascu: «Che geniali quei mastri architetti italiani in Romania…» Ci sono in Romania edifici che tutti apprezzano: l’Ateneo Romeno, il palazzo Cotroceni, il castello Peleş di Sinaia e molti altri. Pochi, però, sanno che alla bellezza di tali opere hanno dato uno speciale apporto anche alcuni mastri architetti italiani. Ce lo spiega Nicolae Lascu, architetto e grande specialista in urbanistica e patrimonio della Romania, riprendendo alcune acquisizioni del monumentale volume bilingue La via del marmo artificiale da Rima a Bucarest e in Romania tra Otto e Novecento (a cura di Enrica Ballaré, Zeisciu Centro Studi, Magenta, 2012). Intervista di Smaranda Bratu Elian.

«Atac în bibliotecă», il grande giallo di George Arion Salutato dalla critica come il primo vero romanzo poliziesco romeno, Atac în bibliotecă di George Arion è un giallo spassoso e quasi parodistico di questo genere paraletterario. Stile vivace e ironico, l’autore punta con frecciatine allusive e asprigne alla realtà sociale e al clima politico dell’epoca (dittatura di Ceaușescu), bolsaggine del relativo linguaggio inclusa, sfuggendo incredibilmente alle grinfie della censura. Pubblicato a Bucarest nel 1983, il romanzo si sta facendo ora conoscere nei Paesi di lingua inglese e francese, in attesa di trovare un editore anche in Italia. A cura di Mauro Barindi.

Silvio Guarnieri, dieci anni di vita e studi a Timişoara. Un inedito  Silvio Guarnieri (1910-1992) fu uomo di lettere, scrittore e docente universitario. Nel 1938, insofferente delle limitazioni imposte dalla censura fascista, giunse in Romania come direttore dell’Istituto italiano di cultura, sezione di Timişoara, fino al 1948. A questa singolare figura di studioso e diplomatico, Doina Condrea Derer ha dedicato un importante volume monografico, Silvio Guarnieri. Universitar în Romania și Italia (2009). Pubblichiamo, in traduzione italiana, il capitolo dedicato all’attività pubblicistica di Guarnieri in Romania, con una lettera inedita.

Ungaretti, la vergine semplicità della parola che parla «Ogni colore si espande e si adagia / negli altri colori / Per essere più solo se lo guardi». Il 24 maggio 1915 l’Italia entrava in guerra contro l’Austria e Giuseppe Ungaretti si arruolava volontario. Trincea e massacri gli impediranno per sempre le magniloquenze stilistiche proprie di una certa poesia, per ritrovare piuttosto nella semplicità del vocabolo un nucleo capace di trasmettere significati inconsueti. Ungaretti abbandona i vecchi schemi retorico-stilistici e impone i propri codici di comunicazione poetica, realizzando così un raccordo con la grande poesia europea. Analisi di Hanibal Stănciulescu.

«Nessuna patria è al di sopra». Versi di Dan Dănilă Con il titolo Nessuna patria è al di sopra, pubblichiamo in edizione bilingue una selezione di poesie di Dan Dănilă, poeta, traduttore e artista plastico, nato a Sibiu nel 1954. Dănilă è presente in numerose antologie e sulla stampa letteraria romena e internazionale con poemi propri, traduzioni dal tedesco, inglese e francese, saggi e opere di pittura e grafica. Membro dell’Unione degli Scrittori Romeni e dell’Exil PEN, dal 1990 vive in Germania. Le poesie sono estratte dalla raccolta Atlantida există (Atlantide esiste, 2011) e tradotte da Francesca Paşcalău e Laszlo Alexandru.

Maschere e abiti tradizionali, la Transilvania in mostra a Venezia L’abbigliamento tradizionale, utilizzato in Transilvania fino alla metà del XX secolo, ha ben rispecchiato le identità etniche e territoriali delle varie aree culturali di questa grande regione. All’abbigliamento si sono affiancate nel corso dei secoli anche numerose maschere tradizionali, in uso particolarmente nelle festività invernali. Fino al 18 febbraio, la Nuova Galleria dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia ospita la mostra Maschere e abiti tradizionali festivi della Transilvania.maschere di transilvania

Aperta tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19, la mostra è a ingresso libero.

XX Colloquio internazionale di studi «Emil Cioran»: Sibiu, 7-9 maggio Dal 7 al 9 maggio prossimo avrà luogo a Sibiu e a Răşinari la XX edizione del Colloquio internazionale di studi «Emil Cioran», organizzato dal Dipartimento di Studi romanzi dell’Università «Lucian Blaga» di Sibiu, a continuazione della lungimirante iniziativa ideata, avviata e condotta per anni dal compianto professor Eugène van Itterbeck. Tema dell’edizione 2015 sarà la morte, ossessione che attraversa l’insieme dell’opera di Cioran e che si impone come soggetto di studio a 20 anni dalla sua scomparsa. Gli interessati a partecipare possono inviare la loro comunicazione entro il 15 marzo.

Andrei Pleșu, Un nuovo significato di “unione”

12 febbraio 2014 Commenti disabilitati

Proponiamo qui di seguito la traduzione dell’articolo di Andrei Pleșu pubblicato sul quotidiano Adevărul il 20 gennaio scorso. Con colori vivaci, quelli tipici dell’ironia e della satira, quasi come un vero e proprio pittore, Pleșu ripropone la realtà romena, e, per assurdo, senza volerlo molte realtà di questo periodo. Ogni analogia con la realtà italiana è puramente casuale.

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Un nuovo significato di “unione”

di  Andrei Pleșu

“Per i romeni, la parola “unione” è sacra. Festeggiamo l’unione dei Principati e l’unione della Transilvania con il resto del Paese, sogniamo il ricongiungimento con la Bessarabia [attuale Rep. Moldova, n. red.] e proclamiamo ardimentosi l’unione delle menti e dei cuori.

Per farla breve, come disse il poeta, “sulla nostra bandiera c’è scritto unione”. Per i politici di oggi, tuttavia, la parola è divenuta un ornamento elettorale, un riflesso tardivo dei manuali scolastici.

Di recente ne hanno cambiato nuovamente il senso, avvalendosi dell’efficiente tradizione del linguaggio di legno. Non unifichiamo più il popolo romeno, bensì l’amministrazione di alcune istituzioni. E non parliamo più di “unione”, ma di “accorpamento”. La motivazione non consiste più nel nobile bisogno di solidarietà, ma nella “riduzione delle spese di bilancio”.

I governanti sembrano vivere una reale euforia dell’agglutinazione. Tra tutti i problemi che devono affrontare, hanno deciso di occuparsi assiduamente degli “sprechi” attribuibili alla cultura. La soluzione è sostituire le istituzioni esistenti con aziende collettive di settore. Uniamo, per esempio, l’Opera con l’Operetta, ed eventualmente con il Teatro dell’Opera e di balletto di Constanța e col Centro Nazionale di Danza Contemporanea. Poi uniamo il Museo del Contadino Romeno col Museo del Villaggio e con un pezzetto del Museo di Scienze Naturali. Si parla anche della prospettiva di unire il Museo Nazionale di Arte Contemporanea con il Museo Nazionale di Arte presso l’ex palazzo regale. Di recente, un decreto d’urgenza (principale metodo di lavoro dell’attuale governo) ha deciso “l’accorpamento” della Biblioteca Pedagogica Nazionale “I.C. Petrescu” con la Biblioteca Centrale Universitaria. A ragione, le associazioni di categoria protestano. Si tratta di un’istituzione di 134 anni, legata a nomi importanti della cultura romena moderna, e che raccoglie una collezione di libri di circa 450.000 volumi. Il motivo della decisione? L’edificio della biblioteca è stato restituito ai proprietari. Il danno? 400.000 volumi senza riparo, perché la BCU non può ospitare più di 50.000 volumi oltre quelli esistenti. Dal 2006 si era a conoscenza della notifica di restituzione. Ma nessuno dei governi precedenti, né quello attuale, ha colto l’occasione per trovare una via d’uscita onorevole dalla crisi.”

Comunque, la cultura e l’istruzione sono la quinta ruota del carro.

unione dei contrari

Di conseguenza, torna naturale semplificare le cose provocando un’anemia radicale dell’Istituto culturale romeno, mandando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

L’economia nazionale riceverà, cosi, un nuovo slancio: tapperemo tutti i buchi, pagheremo tutti i debiti, avremo sempre più autostrade e una crescita economica sbalorditiva, quella che tollererà una percentuale incrementata di furti, poiché sullo sfondo di una prosperità in crescita, i piccoli deflussi finanziari non si osservano più.ndando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

All’estero potrebbero imitarci: il Louvre potrebbe essere accorpato al Centro Pompidou di arte contemporanea, la Biblioteca Nazionale di Francia alle oltre 50 biblioteche municipali di Parigi, la Tate Gallery, la National Gallery e il British Museum dovrebbero unirsi anche loro, a beneficio dell’economia britannica. Allo stesso modo, la Galleria degli Uffizi di Firenze con Palazzo Bargello. E così via. Dal momento che viviamo nell’epoca della “regionalizzazione” e della “cooperazione transfrontaliera”, potremmo pensare, per esempio, ad un’unione vantaggiosa del Museo del Villaggio di Bucarest col Museo dell’Uomo di Parigi. O la fusione del Museo di Bacặu  con qualche collezione della città filippina di Mandaue, con cui Bacặu è gemellata.

Anzi, potremmo addirittura uscire dal perimetro della cultura. Potremmo finanziare, in regime di urgenza, ricerche genetiche che uniscano due occhi in uno solo. Si realizzerebbe, in questo modo, un enorme risparmio nell’industria ottica.

Potremmo rinunciare anche alle orecchie, se riuscissimo a trasferire l’udito nel naso. Potremmo unire, per guadagnare spazio, i bagni con le cucine, gli ospedali con le chiese e i cimiteri, gli allevamenti di cinghiali con gli orti. Tutto sta nell’iniziare. Le possibilità che abbiamo dinanzi a noi sono infinite. Perché non avere tutti i musei, di qualunque tipo, riuniti in un unico grande museo nazionale? O tutti i teatri del Paese riuniti in un solo “Teatro della Nazione”? Pian piano scopriremo, probabilmente, anche i vantaggi del partito unico, di un’unica ideologia, di un solo tipo di pane e di una guida assoluta ed eterna.

A parte gli scherzi, non potremmo convincere davvero i nostri ingegnosi dirigenti che non sono gli investimenti nella cultura e nell’educazione a minare il benessere della popolazione? Che, a medio e lungo termine, il profitto prodotto dalle somme stanziate per le istituzioni in questione è immensamente gratificante? Che l’eternità è a buon mercato? Che l’incompetenza, la stupidità e la villana sfrontatezza sono molto più costosi?

Traduzione di Valentina Elia, FIRI.

Articoli correlati: 

Horia Corneliu Cicortaș, AndrePleșu (ancora) inedito”, sul sito web FIRI;

Mauro Barindi, “Farse alle porte dell’Oriente”, va in scena la Romania di Andrei Pleșu, sul mensile online Orizzonti culturali italo-romeni.

Uno spazio ancora negato

30 settembre 2013 2 commenti

EU

di Valentina Elia, FIRI (oblò)

Nuovo ostacolo (francese) per l’adesione allo spazio Schengen di Romania e Bulgaria

Pochi giorni fa in Francia si è alzato un vero e proprio polverone politico che sembra aver anticipato di quasi sei mesi le elezioni locali ed europarlamentari, previste per la primavera del 2014. Oggetto di discussione sembra essere ancora una volta la candidatura di Romania e Bulgaria all’area Schengen, lo spazio in vigore dal 1995 in cui è consentita la libera circolazione delle persone, senza controlli alle frontiere interne.

Negli anni scorsi, diversi stati membri avevano espresso perplessità sull’ingresso di Romania e Bulgaria, arrivando persino a minacciare il veto per bloccare la candidatura (congiunta) dei due paesi danubiani nell’area Schengen. Ad alzare la voce furono stati come la Germania e l’Olanda. Oltre alla presunta inadeguatezza di Romania e Bulgaria nella gestione e prevenzione dei flussi migratori, Germania e Olanda contestavano anche la loro capacità nel fronteggiare la corruzione e la criminalità ai propri confini. Contestazioni che certamente non piacquero agli stati interessati, dati gli enormi sforzi compiuti per mettersi al pari con gli altri membri del club. Ma a queste preoccupazioni politiche ora si accostano le preoccupazioni “culturali” da parte della Francia. A mettere in allarme il Governo francese sono i 20.000 rom stranieri presenti sul territorio della Francia, i quali, si afferma negli ambienti vicino al presidente Hollande, “hanno uno stile di vita estremamente differente”.Schengen-Map

Per la prima volta, un argomento di questo genere viene utilizzato per bloccare l’adesione di un Paese UE nello Spazio Schengen. La Commissione europea, pertanto, ha giudicato scandalose le affermazioni della Francia, ricordando che la libera circolazione delle persone costituisce uno dei valori su cui si basa l’Unione Europea. E neppure il commissario della giustizia Viviane Reding è stata clemente nei confronti della Francia, accusandola di usare la questione rom come una sorta di scudo dietro il quale rifugiarsi per non affrontare questioni scottanti come il bilancio del Paese o il debito pubblico.

A smorzare un po’ i toni, cercando di precisare e chiarire alcune questioni alla base delle accuse francesi, è il premier romeno Victor Ponta. Egli ha ribadito che “non esiste una connessione tra l’adesione della Romania allo spazio Schengen e la minoranza rom, per il semplice motivi che la Romania non è ancora un membro dello spazio Schengen, eppure i rom sono già lì”.

 Fonte: Gazeta Românească

UE-28: benvenuta Croazia!, ma… dove?

2 luglio 2013 2 commenti

UE-28: benvenuta Croazia!, ma…dove?

di Horia Corneliu Cicortas, FIRI

La Croazia ha ritrovato la strada, smarrita in seguito alla guerre che hanno insanguinato l’ex Yugoslavia negli anni Novanta, e da ieri è il 28-esimo Stato Membro dell’Unione Europea.

A differenza della Slovenia (ormai da 9 anni nell’UE), che è stata coinvolta solo superficialmente nello scontro con le truppe di Belgrado all’indomani della duplice secessione, la Croazia di Tudjman ha dovuto combattere per anni contro la Serbia di Milosevic, che non le voleva cedere regioni di confine abitate da molti serbi (la Slavonia e la Krajna). Non solo: è stata poi trascinata, seppure non direttamente, nella spaventosa guerra di Bosnia-Erzegovina tra bosniaci musulmani, croati cattolici e serbi ortodossi. Il sogno della “grande Serbia”, che aveva alimentato le guerre intestine nelle varie repubbliche e regioni che formavano una volta la Yugoslavia di Tito, si è risolto alla fine in una piccola Serbia, che ha perso tutto, compreso il Montenegro e soprattutto il Kossovo.

STEPHFF_croatia_UEDopo la prima grande ondata di allargamento verso l’Europa centro-orientale dell’UE, nel 2004, seguita dall’adesione della Bulgaria e della Romania nel 2007, il processo di integrazione europea si è apparentemente raffreddato. E questo, non solo per le condizioni particolari richieste alla Croazia e agli altri Paesi coinvolti nelle guerre balcaniche, ma anche per un certo clima di stanchezza, litigiosità interna, mancanza di visione comune e di leadership europea, cui si è venuta aggiungendosi la crisi economico-finanziaria internazionale; una crisi che ha scosso soprattutto l’edificio della moneta euro, ma che ha avuto effetti negativi anche su quei Paesi i quali, pur non facendo parte dell’Eurozona, sono fortemente condizionati dalle dinamiche delle economie facenti capo alla BCE di Francoforte. Pertanto, non dobbiamo meravigliarci se a Zagabria oggi, come ieri a Varsavia o a Bucarest, la gioia dell’adesione (o del ritorno nella famiglia europea) è accompagnata da dubbi e timori.

Come se i vecchi euro-scetticismi non bastassero, l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea è stato accompagnato nei giorni scorsi da due eventi, apparentemente senza connessione tra di loro, destinati a gettare nuove ombre sulla coesione europea: il fallimento del progetto del gasdotto Nabucco e il caso Snowden. Il gasdotto Nabucco (Nabucco Pipeline) avrebbe dovuto trasportare gas dal Mar Caspio a Vienna, attraverso il territorio turco, la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria. A quanto pare, l’Azerbaigian ha preferito un progetto alternativo di trasporto verso l’Adriatico, promosso da un consorzio internazionale alternativo e, a differenza di Nabucco, non sostenuto ufficialmente dall’Unione Europea. La posta in gioco delle reti di trasporto energetico è costituita dall’importanza, per l’Europa, di diversificare le sue fonti di approvvigionamento per non dipendere troppo da chi, come la Russia di Putin, ha le mani sui rubinetti e usa l’energia come arma di ricatto per i propri interessi, chiamiamoli geo-strategici (specialmente a scapito dei Paesi dell’Europa centro-orientale). Con la sconfitta di Nabucco, Gazprom ha motivi per esultare. Ma quando la Russia (di oggi) esulta, l’Europa non ha tanti motivi per essere felice.

Infine, il caso dell’Europa spiata dalla NSA, rivelato da Der Spiegel, che rende la vicenda Snowden ancora più complessa di quanto sembrasse inizialmente. I leader europei hanno espresso il loro stupore per la notizia e hanno chiesto spiegazioni agli Stati Uniti, partner tradizionale dell’Europa considerata nel suo insieme. Un brivido in più per i Paesi del fianco orientale dell’Unione, che hanno puntato tutto sull’alleanza con chi, in fondo, è tutt’ora il protettore militare del vecchio continente. Anche in questo caso, la posizione della Russia esce avvantaggiata. L’alleanza nord-atlantica, basata sulla fiducia reciproca tra i membri che la compongono, rischia di essere messa duramente alla prova, tra imbarazzi americani e delusioni europee. La questione è tutta da chiarire e reimpostare, non solo sul versante dei rapporti con gli USA, ma soprattutto all’interno dell’UE, se si vuole ritrovare quella coesione ancora latitante. Benvenuta, Croazia!

Un passato da riabilitare

24 aprile 2013 1 commento

Un passato da riabilitare

di Valentina Elia, FIRI/zoom

L’attuale Palazzo del Parlamento di Bucarest è considerato l’edificio pubblico più grande al mondo dopo il Pentagono di Washington. Un edificio immenso, fortemente voluto dal dittatore comunista Nicolae Ceaușescu quasi a conferma del suo potere e realizzato con materiali tutti provenienti dalla Romania, dal marmo al legno, dai tappeti ai candelabri.palazzo del parlamento bucarest

Quando un visitatore si trova al suo interno ne percepisce tutta la sua grandezza, la sua maestosità, lo spirito stesso con cui venne edificato. Ci si sente quasi un granello di sabbia all’interno di queste vaste stanze,  di fronte ai candelabri di vetro che dominano gli spazi, dinanzi a scalinate in puro marmo. Tutto qui ha un valore incommensurabile. E non ci riferiamo solo al suo valore storico, a quello che rappresenta, al suo essere una perenne e visibile ferita sempre aperta nel cuore della capitale; ma anche al suo valore artistico, ovvero a quello legato ai materiali, alle linee e agli stili architettonici.

Il Palazzo del Parlamento rappresenta per gli stranieri l’essenza stessa della nazione. Simbolo di un passato che non può essere ignorato, o ancor peggio, dimenticato, ma che al contrario deve essere valorizzato, conservato, affinché funga da monitor per le future generazioni. Peccato però che a Bucarest, ma in anche in altre città della Romania, la manutenzione del patrimonio storico non è all’altezza della realtà, a parte eccezioni come quella del centro storico di Sibiu, tornato all’antico splendore nel 2007, quando la città è stata capitale europea della cultura. Tornano alla mente, infatti, immagini di case, veri e propri gioielli architettonici, in un completo stato di abbandono, degradate, vittime silenziose del tempo e degli agenti atmosferici. Edifici storici privati, pubblici o la cui sorte incerta dipende da sentenze legali o da cavilli burocratici, anche loro con una storia da raccontare, ma a cui è stata tolta la voce.

Eppure tanti sono i movimenti e le associazioni locali che ogni giorno si mobilitano e combattono per restituire a queste meraviglie architettoniche la dignità che meritano. Ad esempio, l’associazione “Case care Plâng” (Case che piangono), che da anni, attraverso diversi progetti e iniziative, cerca di sensibilizzare la comunità alla riabilitazione e promozione di quel patrimonio culturale che per un motivo ancora poco chiaro è stato gettato nell’oblio.

casa veche bucuresti

“Fintantoché guardiamo, costruiamo e abitiamo case, l’architettura è un argomento che ci riguarda tutti” – così si conclude il discorso con cui quest’associazione si presenta sul sito, e così voglio chiudere questo mio articolo, con la timida ma forte speranza che tutto possa cambiare.