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“Orizzonti culturali italo-romeni”, nuova rivista online

11 dicembre 2011 4 commenti

NASCE LA RIVISTA BILINGUE «ORIZZONTI CULTURALI ITALO-ROMENI»

«Italia e Romania hanno molto da dirsi e da darsi, ben al di là di stereotipi, luoghi comuni, interessi economici – legittimi ma miopi, se non culturalmente animati. La comune matrice latina e la condivisa appartenenza europea possono esprimere risultati di eccellente valore e significato: ne abbiamo tutti un gran bisogno per la reciproca conoscenza e integrazione». 

Nasce con questi auspici, diretta da Afrodita Carmen Cionchin, la nuova rivista on-line bilingue Orizzonti culturali italo-romeni / Orizonturi culturale italo-române, dedicata alla comunicazione interculturale tra Italia e Romania. Interviste, inchieste, studi, presenze letterarie, contributi di ospiti italiani e romeni presentano, con cadenza mensile, il grande patrimonio culturale dei due Paesi, spesso vittime di reciproci stereotipi o fraintendimenti. Tra le firme più prestigiose da parte italiana e romena, figurano intellettuali come Claudio Magris, docenti universitari romenisti e italianisti come Bruno Mazzoni, Lorenzo Renzi, Doina Condea Derer e Geo Vasile.

«Ci auspichiamo – sottolinea ancora l’ideatrice – che la rivista possa far crescere l’interesse del pubblico italiano, inclusi i grandi editori della Penisola, per la cultura e la letteratura romena, e suscitare, nel mondo culturale romeno, aperture e intersezioni con l’universo culturale italiano».

La rivista è edita dall’associazione “Orizzonti culturali italo-romeni”, che con la nuova rivista online prosegue il progetto del sito omonimo, avviato un anno fa.

Afrodita Carmen Cionchin è docente, italianista, romenista e traduttrice.
Membro dell’Associazione Italiana di Romenistica e della Società di Studi Romeni “Miron Costin” dell’Università di Padova, affianca l’attività di ricerca e docenza con la collaborazione a varie pubblicazioni culturali e scientifiche, romene e italiane. (foto: Adevarul.ro)

Cultura romena in Italia. Parla Ervino Curtis (Associazione “Decebal”, Trieste)

28 novembre 2010 Commenti disabilitati

Cultura romena in Italia. Il punto di vista di Ervino Curtis
– intervista realizzata da Afrodita Carmen Cionchin

«Il messaggio rimane ancora a livello di élite e soprattutto mancano iniziative culturali nella provincia italiana». Si presenta in questo modo, a giudizio di Ervino Curtis [foto], presidente dell’Associazione culturale di amicizia italo-romena «Decebal» di Trieste, la diffusione della cultura romena in Italia.

Tra le associazioni culturali create da romeni e italiani nella Penisola, l’Associazione «Decebal», fondata nel 1987, è, dopo la «Fondazione Europea Dragan» (1967), la più antica organizzazione esistente in Italia, con una ricca attività culturale e di ricerca.

In che termini si può parlare, a suo parere, della ricezione della cultura romena in Italia oggi?

Ervino Curtis: Purtroppo siamo ancora lontani da una conoscenza diffusa della storia, della letteratura e di tutti gli altri campi della cultura romena in Italia, non solo a livello popolare ma soprattutto a livello di operatori culturali italiani, per non parlare di politici o amministratori. Qualche cosa si sta muovendo nelle grandi città dove ci sono istituzioni romene o associazioni di romeni, però il messaggio rimane ancora a livello di élite e soprattutto mancano iniziative culturali nella provincia italiana.

Quale è il ruolo dell’associazionismo italo-romeno nell’integrazione e nel dialogo interculturale?

L’associazionismo romeno e italo-romeno ha un ruolo essenziale nel processo di diffusione culturale e nell’integrazione dei romeni în Italia nella misura in cui attui iniziative di apertura verso la società e non si chiuda in un’attività di circolo o di attivismo solo verso i soci.

La sua associazione si è impegnata sul piano della comunicazione anche con un sito Internet, http://www.decebal.it, complesso e articolato, di carattere preminentemente culturale, che offre, oltre alle notizie dell’associazione, tutta una serie di informazioni, immagini e riferimenti sulla cultura e sulla storia della Romania. Quale è la sua esperienza al riguardo?

Anche qui devo dire che non sono soddisfatto di me stesso. Poiché, dopo il primo grosso momento di investimento di tempo e, non solo, sul sito, sono poi stato travolto da molteplici problemi di carattere personale che mi hanno impedito di aggiornarlo come avrei voluto. D’altronde, diverse iniziative sugli istroromeni hanno preso la gran parte del mio tempo e delle mie risorse. Sicuramente, nonostante sia riuscito ad inserire oltre 1000 immagini interessanti sul sito, ne ho altrettante da inserire spero in un prossimo futuro.

Lei e la sua associazione accordate una particolare attenzione agli istroromeni. Come si presenta, all’inizio del terzo millennio, la situazione degli istroromeni e come si può portare avanti la loro causa?

La situazione degli istroromeni è sempre più drammatica poiché, se già il Maiorescu nel suo primo viaggio in Istria nel 1857 si stupiva della permanenza di questa cultura e dava a essa solo pochi decenni di sopravvivenza, si può immaginare dopo un secolo e mezzo come possa essere la situazione. Però, se Bratianu parlava della lingua romena come un enigma e un miracolo, ancor di più tale assunto vale per l’istroromeno che, al di la di tutte le previsioni, viene ancora parlato da alcune centinaia di istriani croati. Una mostra da me fatta sugli istroromeni, quale prima immigrazione di romeni verso l’ovest, nel giugno del 2007 a Trieste e reiterata a Toppo di Travesio, a Venezia, poi nel maggio del 2008 a Timisoara e nel settembre a Sibiu, ha riproposto il tema a diversi livelli di interesse. Inoltre, il catalogo della mostra ha costituito una prima pubblicazione in assoluto di tipo storico divulgativo sulla cultura e sulla lingua. Un ulteriore momento di interesse è stata la tesi di laurea sugli istroromeni alla Ca’ Foscari di Venezia del dottor Gilberto Pegoraro. Ben tre articoli di fondo sulla mostra e sugli istroromeni sono stati dedicati dalla diffusissima rivista romena «Formula AS». Credo che, se le associazioni romene in Italia si facessero parte dirigente per organizzare la mostra nelle varie città italiane, ci sarebbe un sicuro ritorno positivo sia sulla immagine della Romania che sugli istroromeni stessi. Inoltre, le università romene, facoltà linguistiche, dovrebbero organizzare stages nei luoghi degli istroromeni, come sta cercando di fare l’Università de Vest di Timisoara.

Qual è il suo giudizio sul modo in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

La stampa italiana riflette naturalmente la grande ignoranza che lo stesso popolo italiano ha sulla Romania e sui romeni, salvo casi rari. I romeni confusi con i rom, con gli slavi e ammassati assieme ai marocchini, curdi e tunisini ecc., vengono generalmente trattati come la stampa del nord Italia trattava negli anni ’50 i meridionali. È naturale che il grande numero complessivo dei romeni in Italia porta statisticamente a grandi numeri anche per coloro che delinquono tra i romeni, ma altresì porta anche a grandi numeri di lavoratori che pagano le trattenute dell’INPS per i pensionati italiani, a grandi numeri di nuovi nati che riempiono le vuote aule scolastiche e impediscono pesanti ridimensionamenti di personale scolastico, a grandi numeri di badanti che sopperiscono alle carenze della società italiana e alle difficoltà delle famiglie verso gli anziani, a grandi numeri di addetti all’agricoltura e pastorizia che hanno impedito una tremenda crisi del settore agroalimentare, a grandi numeri nell’industria e nell’edilizia coprendo le carenze provocate dalla poca disponibilità di lavoratori italiani, con purtroppo grandi numeri anche tra i deceduti sul posto di lavoro ecc.  Bisognerebbe più spesso accomunare tutti insieme questi grandi numeri.

 

 

Ostacoli e auspici nella lotta alla tratta in Romania e Italia

7 ottobre 2010 Commenti disabilitati

Inganni (promesse di lavoro ben retribuito all’estero), compravendita di persone destinate allo sfruttamento sessuale o lavorativo, violenze, riduzione in schiavitù: sono questi gli elementi principali di una piaga mondiale che coinvolge reti criminali di sfruttamento, da un lato, e le vittime destinate al mercato della degradazione umana, dall’altro. Se n’è parlato a Firenze tra il 27 e il 29 settembre, nell’ambito del quinto seminario nell’ambito del progetto Anima Nova (www.animanova.ro), dedicato alle “misure integrate di accompagnamento per l’inclusione socio-lavorativa delle vittime di tratta”.Rappresentanti di istituzioni e associazioni di  Romania e d’Italia si sono incontrati per proseguire un lavoro comune, svolto nei quattro incontri precedenti (di cui due in Italia: Torino e Roma, e due in Romania, a Bucarest e Iaşi), che continuerà nei mesi prossimi con i lavori di Timişoara e Milano. Individuazione, approfondimento e aggiornamento sui metodi migliori e sulle prassi da condividere sul percorso di prevenzione del fenomeno di tratta, ma anche di assistenza alle vittime per favorirne il reinserimento sociale – ecco, in sintesi, l’oggetto del seminario. Ne abbiamo parlato col prof. Louis Ulrich, della Soros Foundation Romania, Bucarest, che ci ha gentilmente concesso l’intervista sottostante.

(La versione cartacea della presente intervista, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, è uscita, in romeno e in italiano, sul numero 5 (9 ottobre 2010) del quindicinale torinese “Ora”).

***

Secondo Lei, quali sono i principali ostacoli attuali, dal punto di vista socio-culturale, ma anche sul piano legislativo e istituzionale, per la lotta contro la tratta?

Louis Ulrich: Non credo ci siano ostacoli socio-culturali o legate alla legislazione e alle istituzioni con responsabilità nel contrasto al traffico di esseri umani – né a livello nazionale (e mi riferisco sia alla Romania che all’Italia), né a livello internazionale. La Romania è uno Stato che ha firmato il Protocollo di Palermo, ha elaborato un corpus di leggi e atti normativi in conformità con la legislazione internazionale riguardante la prevenzione e la lotta contro la tratta, sono state create strutture istituzionali con precisi compiti e responsabilità in materia.

Dunque, la lotta contro la tratta in Romania non è sminuita da un deficit sul piano legislativo o da istituzioni poco attrezzate ad affrontare il fenomeno. La stessa cosa può essere affermata anche nel caso dell’Italia. Al contrario, tra le strutture dei due Paesi di contrasto alla tratta si è radicata da tempo una collaborazione molto stretta, sia tramite scambi di informazioni, sia tramite azioni comuni contro le reti di sfruttamento, da un lato, e di assistenza alle vittime, dall’altro.

Si sa però che le reti di sfruttamento sono molto organizzate, anche sul piano della difesa legale…

Certo, parliamo di una lotta tra due combattenti che dispongono di abilità e poteri il più delle volte sbilanciati. È risaputo che il traffico di persone è una delle attività criminali che, accanto al traffico di droga e di quello delle armi, produce ricavi colossali. Le somme ottenute nello sfruttamento della tratta, sia che si tratti di bambini e adulti, donne o uomini, superano spesso, di gran lunga, il PIL di alcuni Stati che si confrontano da tanto tempo con la povertà endemica o con frequenti guerre civili.

Solo per avere un’idea della vastità del fenomeno, vorrei ricordare alcuni numeri presentati nel Rapporto sul Traffico di Persone del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, pubblicato nel giugno di quest’anno. Si stima che, a livello mondiale, il numero degli adulti e dei bambini vittime delle varie forme di sfruttamento conseguente alla tratta  sia di 12,3 milioni, mentre il numero delle vittime identificate è di 49.105. Rispetto a tali numeri, secondo i dati dello stesso Rapporto, le condanne per tratta nel 2009 sono state 4166, mentre esistono ancora 104 Paesi privi di leggi, politiche o misure di prevenzione della deportazione delle vittime identificate sul proprio territorio.

La differenza tra stime e vittime identificate è enorme

I numeri possono dire di più o di meno a seconda di chi legge e della prospettiva adoperata per la comprensione del fenomeno. Dobbiamo però tener presente un fatto molto semplice per capire la complessità della lotta di cui parlavano e lo squilibrio di forze impiegate nella tratta: ovvero, nel processo di tratta, la compravendita delle vittime tra i trafficanti è un fatto normalissimo, e ciascuna vendita viene fatta per ottenere il massimo del profitto possibile. Possiamo immaginare l’ammontare delle somme “investite” o “impiegate” e il profitto ottenuto solo se teniamo presente il fatto che nel primo passaggio, un reclutatore o un piccolo trafficante può vendere una vittima per due o trecento euro, mentre il valore “commerciale” di quest’ultima, e il relativo profitto ottenuto tramite sfruttamento potrà tranquillamente raddoppiare o triplicare con ciascuna successiva vendita, di modo che si potrà facilmente arrivare ad un profitto mensile di almeno 5000 euro. Se noi moltiplichiamo questa somma col numero di vittime, comprendiamo molto bene la dimensione finanziaria del fenomeno e la sua natura criminale. L’essenza del traffico di persone risiede nella reificazione: da essere umano, la vittima è trasformata in merce. Una merce che viene valutata dal venditore e dall’acquirente, con un prezzo che è contrattato tra i trafficanti, visto che la preoccupazione esclusiva di tutti quanti sono coinvolti in questo fenomeno, indipendentemente dal ruolo occupato nella gerarchia delle reti di tratta, è l’ottenimento del massimo profitto possibile. Infatti, è proprio a causa di queste somme immense ottenute in ciascun anello della catena criminale, che la lotta contro la tratta è sempre più difficile, dato che gli Stati non hanno, il più delle volte, risorse paragonabili a quelle di cui dispongono i trafficanti. In più, la tentazione di accedere a questi guadagni fantastici è enorme, e la sostituzione di un attore più piccolo o più grande in questo meccanismo è fatta non soltanto con molta rapidità, ma anche con un evidente desiderio di occupare un posto quanto più alto nella gerarchia. La dimensione pecuniaria annulla ogni tipo di sentimento umano nei riguardi delle vittime, e tanto meno il rischio di una guerra personale con una istituzione nazionale o sovrannazionale, o con un’organizzazione internazionale, per non parlare dell’accettazione delle leggi e regole imposte tramite legislazione o azioni che denunciano il fenomeno.

Per tornare ai romeni presenti in Italia, a suo avviso come possono contribuire alla prevenzione del fenomeno già dal Paese di origine?

L’Italia è uno dei principali Paesi di destinazione dei cittadini romeni, minori e adulti, trafficati ai fini dello sfruttamento sessuale o lavorativo. Mentre il fenomeno della prostituzione (forzata o no) quale effetto della tratta è più visibile per via dell’esibizione pubblica delle vittime e, di conseguenza, più facile da identificare, controllare e combattere dalle istituzioni governative abilitate, congiuntamente all’azione preventiva realizzata dalle ONG, la tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo sembra essere, invece, un tema meno conosciuto dalla popolazione in generale, non solo in Italia. La Romania è un Paese di origine per molte persone trafficate in Italia anche in vista del lavoro forzato. Questo fenomeno, che è sempre più esteso e ha sulle vittime conseguenze altrettanto devastanti delle altre forme di sfruttamento,  è diventato un argomento di preoccupazione permanente per le autorità romene.

Le campagne di prevenzione a livello regionale o focalizzate nelle zone che sono note alle autorità italiane per essere destinazioni predilette scelte dai trafficanti (specialmente per lo sfruttamento lavorativo nell’edilizia o in agricoltura), possono avere un impatto molto consistente sui cittadini italiani. Questo, in considerazione del fatto che le persone trafficate non sono molto visibili, il loro contatto con gli autoctoni è minimo, ed è proprio su questa mancanza di reazione della popolazione locale che i trafficanti puntano; mancanza di reazione generata soprattutto dalla mancanza di informazioni su questo fenomeno anche nelle zone che ne sono interessate.

Un ruolo molto importante nell’avviare e svolgere tali azioni di sensibilizzazione delle comunità locali, per attirarne l’attenzione su un fenomeno piuttosto poco conosciuto o riconosciuto, anche se molto diffuso, potrebbero avere le ONG, naturalmente col sostegno logistico delle istituzioni locali o centrali. Inoltre, le associazioni degli immigrati (ma non solo dei romeni), possono benissimo essere coinvolte in tali campagne. Essi possono essere vettori credibili, fornitori di informazioni pertinenti su certe realtà durissime, dato che hanno superato l’iniziale barriera di diffidenza dei locali e godono di un certo grado di accettazione, se non di integrazione, nella popolazione locale.

In questo senso, i seminari bilaterali di lavoro, come questo di Firenze, sono un passo avanti, anche nell’ottica del coinvolgimento delle associazioni dei due Paesi

Sì, il seminario organizzato a Firenze nell’ambito del progetto Anima Nova, coordinato da organizzazioni non governative di Romania e d’Italia, è stata una prova perentoria del fatto che gli sforzi comuni profusi in due Paesi possono avere un ottimo risultato. Anzi, è stato evidente che la maggior parte delle ONG italiane partecipanti avevano un grande bisogno di informarsi sulle realtà della Romania in generale, e sul fenomeno della tratta in particolare. Questo deficit di conoscenza, peraltro molto legittimo, visto che nemmeno le autorità romene non hanno fatto sforzi troppo grandi per la disseminazione di informazioni nel seno della società e dei media italiani, può essere colmato in abbastanza facile ed efficace mediante un’organizzazione più efficiente e incontri con frequenza più elevata tra gli enti locali e le ONG attive nei due Paesi nel settore della prevenzione della tratta e dell’assistenza alle vittime di tratta. Credo che lo scambio continuo di informazioni, ma anche di idee e buone pratiche a livello “micro”, per così dire, ovvero al livello “grass root organizations”,  sia una delle più efficaci modalità per la costruzione di campagne a raggio limitato, ma costante, ben mirate e dunque azzeccate, per la prevenzione della tratta di cittadini romeni in Italia.

Lei pensa che, se non la legalizzazione vera e propria, almeno la depenalizzazione della prostituzione potrebbe facilitare la lotta allo sfruttamento sessuale? Le chiedo questo considerando che la legge romena, a differenza di quella italiana, punisce non soltanto gli sfruttatori, ma anche le persone che praticano la prostituzione, sia che si tratti di una scelta libera o di una coercizione.

La risposta a questa domanda, o meglio i tentativi per rispondere a queste domande, si sono costituiti in altrettanto posizioni degli interrogati, talvolta intransigenti e radicali, posizioni che hanno spesso non solo un carico etico-sociale, ma anche politico. Gli argomenti variano da quelli di tipo funzionale-economico (una volta depenalizzata o, più correttamente, sgravata di ogni connotazione che la situi al di fuori della legge, la prostituzione può essere vista come attività di natura economica, fornitrice di reddito alle casse dello Stato, i soggetti che si prostituiscono diventando in tal modo persone la cui professione li rende semplici contribuenti paganti tasse e imposte), a quello sanitario (il controllo medico permanente e il monitoraggio rigoroso dello stato di salute delle prostitute farebbe scendere moltissimo i casi di malattie contagiose a trasmissione sessuale), fino a quelli teologici – ovvero, la netta condanna della prostituzione da parte dei rappresentanti della Chiesa Ortodossa, condanna che fa spesso ricorso non soltanto alla lettera e allo spirito delle scritture religiose, ma anche ad argomentazioni facilmente riconducibili alla logica di discorsi patriottardi o perfino nazionalisti. Il ricorso ad una retorica che intreccia in maniera aleatoria il sostrato ortodosso con un’identità sociale e nazionale discutibile, eventi e personaggi storici, innestati su una dose di sfiducia, scetticismo e delusione generate dalle realtà socio-economiche, non è sempre facile da comprendere e assimilare, implica un coefficiente abbastanza elevato di ambiguità al livello del ricettore, e crea infine ansia e insicurezza.

Indipendentemente dal modo in cui potrà strutturarsi ed evolvere il discorso, innanzitutto politico, circa la legalizzazione o no della prostituzione, al di là delle posizione che saranno espresse da diverse istituzioni e organizzazione, tanto governative quanto della società civile, la risposta deve riguardare in primo luogo le cause che rendono possibile il fenomeno di tratta (se parliamo di prostituzione connessa al traffico di persone); soprattutto le cause economiche, ma anche quelle riguardanti il livello sociale e culturale che possono diventare vittime della tratta. La soluzione, sempre più difficile, a questo genere di problemi dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni del governo romeno. I ruoli dovranno essere ben delimitati, tenendo presenti le sfere di competenza e responsabilità degli attori coinvolti.  È ovvio che la prevenzione del traffico di esseri umani può essere realizzata nel modo più efficace tramite gli sforzi congiunti di istituzioni e organizzazioni non governative, mentre la lotta al fenomeno è di competenza esclusiva delle strutture specializzate del Ministero dell’Interno. Ugualmente, l’assistenza alle vittime si è rivelata più efficiente là dove i servizi sono forniti dalle ONG, con sostegno finanziario da parte dello Stato.

Convegno sull’arte medievale della Romania, a Catania

18 gennaio 2010 Commenti disabilitati

L’Associazione “Concordia” di Riposto (CT) organizza venerdì  22 gennaio 2010 presso il Centro Culturale Ciminiere di Catania,  dalle ore 16.30, la 2-a edizione del progetto culturale “Il volto della Romania”, nella forma di un convegno dedicato all’arte medioevale e al ricordo della Rivoluzione anticomunista del 1989.

Il progetto “Il volto della Romania” si propone di presentare la Romania, la sua storia e civiltà in manifestazioni tematiche. La prima edizione, nel dicembre del 2008, è stata dedicata all’arte popolare rumena con una mostra di abiti tradizionali e ceramica popolare.
La scelta del tema della seconda edizione è dovuta all’importanza dell’arte medioevale rumena nel panorama culturale. Essa è testimonianza dell’affermazione dell’indipendenza degli Stati medioevali Valacchia e
Moldavia, nonché della difesa dell’identità cristiana, messa in pericolo dalla penetrazione degli Ottomani in Europa. La Romania conserva infatti importanti monumenti e opere medioevali che illustrano i rapporti col mondo bizantino ma anche con l’arte occidentale.

Il programma del convegno può essere visto cliccando sull’immagine della locandina.

(Fonte: Associazione “Concordia”)

Per Haiti: come aiutare

14 gennaio 2010 Commenti disabilitati

Il terribile e devastante terremoto di ieri ha colpito Haiti, lo Stato caraibico più povero dell’intera America. Un motivo in più perché gli aiuti internazionali siano urgenti e cospicui.

Cosa fare?

Una forma molto semplice di aiuto è questa: spedire un sms (anche vuoto, senza testo) al 48541, con cui si donano 2 euro. Lo abbiamo già fatto in tanti, funziona e soprattutto serve, perché un milione di sms fanno 2 milioni di euro.

Il messaggio sms al 48541 funziona per i cellulari Vodafone e TIM, e per le telefonate dalle utenze Telecom Italia. Maggiori info: AGIRE (Agenzia Italiana per le Risposte alle Emergenze), consorzio di organizzazioni fidate e specializzate in aiuti umanitari.

I clienti di Wind o di “3” possono donare 2 euro alla Croce Rossa Italiana “Pro Emergenza Haiti” inviando un sms al 48540, che sara’ attivo fino al 27 gennaio.

I fondi così raccolti saranno destinati ai bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, medicinali, ripari temporanei.

Altre forme di aiuto sono elencate in questa pagina di RAI News 24.

Update 16 gennaio: USA, raccolta cifra record di oltre 10 milioni di dollari per Haiti via sms.


Dal PIR, voto di protesta alle presidenziali in Romania

19 novembre 2009 Commenti disabilitati

Il PIR propone di votare scheda bianca alle presidenziali in Romania. Intervista a Giancarlo Germani, presidente del Partito “Identità Romena”

(FIRI, 19 nov. 2009, Roma)

Ha fatto molto scalpore, nel mondo della diaspora romena, la notizia del neonato MRE – Movimento dei Romeni d’Europa, di cui, data la composizione eterogenea (associazioni e partiti veri e propri tra cui il Pir) e l’assenza di uno Statuto o di altri elementi precisi, non è chiaro se si tratta di un movimento politico o no. Anche perché la prima iniziativa è stata quella di invitare i romeni a votare scheda bianca per protestare contro tutti i candidati iscritti in corsa per le elezioni presidenziali di domenica prossima. Perché la scheda bianca?

Il Mre è nato riprendendo una idea del Segretario del Pir Mihai Muntean, di creare un brand sotto il quale riunire tutte le organizzazioni romene. Pur avendo all’interno alcuni Partiti espressioni delle comunità di residenza come Il Pir in Italia ed il Pirum in Spagna, il Mre non fà politica ma è un contenitore delle varie componenti delle comunità romene le quali continuano a fare in piena libertà ed autonomia quello che facevano ed hanno fatto prima la legate adesso da un simbolo e da una idea di unità e di collaborazione tra di loro. I partiti romeni, tutti, chi più chi meno, non hanno mai avuto una politica seria verso la diaspora. Perciò, le organizzazioni della diaspora europea che hanno fondato il Mre hanno deciso che era ora di lanciare un segnale forte sia alle comunità della diaspora che ai politici romeni: così non si può andare avanti.

La scheda bianca, strumento per capitalizzare il malcontento?

No, il voto in bianco è uno strumento di protesta ed è l’unica arma che i milioni di romeni emigrati per necessità hanno per tentare di instaurare quel dialogo serio e vero con le istituzioni romene che è sin qui sempre mancato.

Ma allora le associazioni, per esempio, cosa devono pensare di un movimento della diaspora avviato da due Partiti, che si dice apolitico ma che di fatto è anche politico?

Molte organizzazioni dei romeni all’estero sono a parole apolitiche, ma soltanto perché sono controllate dai partiti romeni o per vendersi meglio al miglior offerente di volta in volta.

A Roma abbiamo avuto associazioni che non solo hanno fatto campagna per i partiti romeni ma qualcuno anche per tre partiti alla volta. E spesso sono proprio quelle associazioni o quei personaggi che hanno disertato manifestazioni organizzate dal Pir perché loro “non fanno politica”, io aggiungerei che non la fanno alla luce del sole.

E’ di questa politica apolitica che bisogna avere paura, non di quella fatta da chi come il Pir od il Pirum ha nell’interesse delle rispettive comunità l’unica sua stella polare.

Certo. Ma si sa che i partiti, non solo in Italia o in Romania, hanno la tentazione “naturale” di controllare le associazioni e queste a loro volta hanno spesso bisogno di aiuto istituzionale o politico per raggiungere le gli obiettivi. I confini tra associazionismo e politica non sono chiari a molti, perché mentre i partiti sono delle associazioni, non tutte le associazioni sono partiti o entità con finalità politiche. E quindi, per tornare al Movimento, quali sono le finalità che si prefigge?

Lo scopo del Mre è quello di promuovere, attraverso la collaborazione di tutte le organizzazioni romene della diaspora e quest’ombrello comune costituito dal Mre in tutta Europa (per ora Spagna, Italia, Portogallo, Austria, Serbia, Germania, Moldova) l’immagine della Romania, il sentimento di unità e di appartenenza comune sia verso le comunità romene che verso l’esterno, favorendo contatti e scambi di informazione, di esperienze e la possibilità di costruire progetti comuni tra i vari membri del Mre.

Praticamente ci proponiamo di rendere l’associazionismo romeno meno individualista e velleitario costruendo ponti e contatti sinora inesistenti, e siamo fieri di averlo fatto senza alcun aiuto esterno e quindi senza alcuna ingerenza.

Si fa spesso appello all’unità dei romeni, non solo in Italia dove la situazione è degenerata, ma in generale nella diaspora. Ma l’ottenimento di un diritto individuale dev’essere condizionato dalla “unità” di un gruppo etnico o sociale? Se un tifoso laziale è insultato o picchiato in quanto tale, deve prima contribuire all’unità della tifoseria laziale per sperare di avere riconosciuti i diritti individuali davanti alla legge? E tale contributo, da chi sarà valutato e con quali criteri?

E’ chiaro che i romeni possono tranquillamente entrare nelle organizzazioni italiane, sia sociali che politiche, come alcuni hanno già fatto ed intraprendere un loro cammino individuale che è perfettamente legittimo.

Ma è altrettanto chiaro che qualche candidato romeno, per esempio eletto in Italia nel Pdl o nel Pd, non potrà aiutare la propria comunità perché sarà una goccia romena in un mare di italiani che hanno altri interessi da tutelare.

“Goccia romena in un mare di italiani”: ma così la faccenda non è affrontata in termini etnici?

No, non è affrontata in termini etnici, è affrontata in termini reali, l’individuo singolo ha molte meno difese di un gruppo di individui che hanno delle origini e degli interessi in comune e che dovrebbero solidarizzare tra di loro. Sinora queste componenti sono in larga parte mancate nella immigrazione romena che non a caso è la meno rispettata sotto ogni punto di vista.

L’unità della comunità romena conviene ai romeni, perché uno, due, tre non contano nulla, già 300-400.000 persone legate dal vincolo della comune nazionalità e dalla comunità di intenti di inserirsi con dignità e coscienza nella società italiana come individui ma anche come comunità socio-culturale, possono contare ed ottenere molto di più.

Perché possono contare e ottenere molto di più?

Perché un tifoso che và allo stadio da solo e isolato rischia di prendere le botte da tutti (e questo è quello che è successo ai romeni in Italia sinora), mentre un tifoso che si organizza ed appartiene ad un gruppo organizzato è più sicuro, ottiene delle agevolazioni, sui trasporti, sui biglietti etc.

L’idea è molto chiara. D’ora in poi, con la nascita del Mre, le energie del Pir dove saranno concentrate di più: sulla diaspora, sulla Romania, sull’Italia?

Per noi il Mre è un brand che cerca di raccogliere più organizzazioni della stesa comunità sotto una bandiera comune e per uno scopo comune sul quale sarebbe assurdo dividersi se non ci si fosse già divisi troppe volte. Il Mre è la prova che si può dialogare e costruire qualcosa insieme, anche se per ora è necessario scegliersi i compagni di viaggio perché non tutti hanno gli stessi intenti, c’è chi vuole dividere e frammentare a tutti i costi per motivi politici. Non è un caso che il Mre sia nato da organizzazioni libere da ogni condizionamento da Bucarest… a buon intenditor poche parole.

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Un breve video con recenti considerazioni dell’avv. Germani sul Pir, la diaspora e le elezioni in Romania può essere visionato al link http://www.youtube.com/watch?v=w8iRSIK39Lk



Accordo di cooperazione culturale italo-romena a Catania

25 ottobre 2009 Commenti disabilitati

Catania, 23 ottobre 2009

Un Accordo di Cooperazione tra la Facoltà di Lingue e Letterature straniere e l’Associazione romeno-italiana “Concordia” è stato firmato venerdì scorso all’Ex Monastero dei Benedettini di Catania, secondo un comunicato stampa pubblicato sul sito dell’associazione.

L’accordo mira alla promozione di progetti volti ad intensificare e diffondere lo studio dei fenomeni socio-culturali connessi alla presenza delle comunità straniere, in particolare quella romena, nel territorio della provincia di Catania; la conoscenza della lingua italiana da parte dei nuovi cittadini comunitari e la loro formazione professionale; lo studio del patrimonio storico e culturale della Sicilia e della Romania; gli accordi e gli scambi scientifici e culturali con le istituzioni romene.

Il Preside della Facoltà di Lingue, prof. Nunzio Famoso, ha auspicato che la firma dell’Accordo possa essere un significativo passo avanti nel dialogo interculturale con la comunità romena, la più cospicua nella provincia di Catania.

Da parte sua, dott. Vasile Mutu, Presidente dell’Associazione “Concordia”, nonché Consigliere della Provincia Regionale di Catania per i rapporti con la comunità romena, ha annunciato l’organizzazione della prima iniziativa congiunta nel mese di dicembre, la seconda edizione della manifestazione “Il volto della Romania”, dedicata all’arte medioevale romena e alla rievocazione dei 20 anni dalla Rivoluzione romena del 1989.

I firmatari dell'Accordo, Vasile Mutu (a sinistra) e Nunzio Famoso

I firmatari dell'Accordo, Vasile Mutu (a sinistra) e Nunzio Famoso