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A settembre in “Orizzonti culturali italo-romeni”

2 novembre 2015 Commenti disabilitati

ORIZZONTI CULTURALI ITALO-ROMENI (n. 9, settembre 2015, anno V) mensile online bilingue; per l’edizione romena, cliccare qui.

Edizione italiana

Cattolici e ortodossi, fratelli oltre le divisioni. Parla il cardinal Bassetti Lo scorso 12 luglio, l’ambasciatore di Romania presso la Santa Sede, Bogdan Tataru-Cazaban, a nome del Presidente della Repubblica Klaus Iohannis ha conferito il titolo dell’«Ordine Nazionale “Servizio fedele” in grado di Gran Croce» al cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. Un gesto simbolico nei confronti di un Pastore per esprimere gratitudine a un’intera comunità. Nell’intervista realizzata da Giovanni Ruggeri, S.E. il cardinal Bassetti racconta la sua amicizia con la Chiesa ortodossa romena e delinea alcune prospettive ecumeniche.

Dinu Flămând: Da Petrarca a Montale, la grande poesia ha antiche radici Ospite questo mese de «Gli invitati di Smaranda Bratu Elian» è Dinu Flămând, noto poeta, saggista e critico letterario romeno, nonché tra i più importanti traduttori di poesia. Membro fondatore del cenacolo e della rivista «Echinox», che alla fine del secolo scorso ha segnato uno dei movimenti letterari più importanti della Romania, Flămând è stato anche amico del grande italianista Marian Papahagi. Di questa esperienza culturale, dell’opera di traduzione poetica nonché del proprio legame alla cultura e poesia italiana, ci parla in questa ampia intervista.

B_FondaneLa domanda radicale di Benjamin Fondane. Intervista a Luca Orlandini «Una figura affascinante e complessa nel panorama della cultura europea del primo Novecento. Una personalità febbrile, polemica, che irritava non solo per la radicalità delle sue domande, ma anche per il suo stile metodologicamente disinvolto e la sua prosa lirica». Sono alcuni dei tratti salienti di Benjamin Fondane [foto a sinistra], pensatore romeno di primo piano, nel ritratto che ne fa Luca Orlandini, curatore della sua opera in Italia. In dialogo con Antonio Di Gennaro, Orlandini traccia un ampio e affascinante affresco del pensiero di Fondane, ricco di rimandi a grandi protagonisti del Novecento.

«Eventi e personaggi» nella prosa breve di Florin Lăzărescu Pubblicato due mesi fa da Polirom, l’ultimo libro di Florin Lăzărescu, Eventi e personaggi (Întâmplări și personaje), è un piccolo tesoro di prosa, ancora più prezioso in quanto prosa breve, genere poco ricorrente nella letteratura romena. Ma non è questo aspetto statistico a renderlo prezioso, quanto la singolarità dello stile, che tiene insieme oltre duecento racconti, pieni di eventi e personaggi, e soprattutto dello stesso autore. I testi che compongono l’opera provengono dal diario degli ultimi tredici anni di Lăzărescu. A cura di Clara Mitola.

750 anni di Dante. Note di un lettore romeno della «Divina commedia» 750 anni fa nasceva a Firenze Dante Aligheri, il più grande poeta della neolatinità, come lo definisce l’italianista Alexandru Balaci. Pubblichiamo uno studio di Geo Vasile che segnala, tra l’altro, le versioni complete in lingua romena della Divina Commedia: la prima del poeta George Coşbuc, curata e stampata dalla Casa Editrice «Cartea Românească» dal romenista Ramiro Ortiz tra il 1924 e il 1932, la seconda dell’italianista Alexandru Marcu. Le successive sono di Ion A. Ţundrea, della poetessa Eta Boeriu e infine anche dell’italiano Giuseppe Cifarelli.

Iurie Bojoncă, poeta di Bessarabia autoesiliatosi in Italia Poeta per vocazione, portatore di fresche sonorità nella lirica bessaraba e lontano dai club dei letterati, Iurie Bojoncă vive il destino poetico a modo suo. Nato nel 1961, si è laureato alla Facoltà di Filologia dell’Università Pedagogica «Ion Creangă» di Chişinău. Autoesiliatosi in Italia, abita a Mogliano Veneto da circa quattordici anni: in questo tempo ha pubblicato il volume Il fiume Zero e il pioppo dispari (2007) e la raccolta bilingue Din puşcăriile paradisului / Dalle prigioni del paradiso (Art Press, Timişoara 2010, traduzione di Viorica Balteanu), dalla quale proponiamo una selezione di versi.

istroromeni

Istroromeni in abiti tradizionali

Linguistica: l’istroromeno e il suo contatto con il croato L’istroromeno, che i parlanti nativi chiamano vlwaški [valacco] è una lingua neolatina dell’Istria, trasmessa fino ad oggi solo oralmente. Il professor Antonio Dianich ne presenta nuovi aspetti relativi al contatto con il croato: «Forse non è azzardato dire che il grado di compenetrazione tra croato e vlwaški avrebbe portato, in un lasso di tempo più o meno lungo, ad una lenta dissoluzione del vlwaški a favore del croato istriano, e tuttavia il danno maggiore sta avvenendo sotto i nostri occhi nella dispersione dei parlanti a causa degli eventi successivi alla seconda guerra mondiale».

L’«Elegia a Nichita» di Matteo Veronesi Matteo Veronesi propone alcune poesie dedicate al grande poeta romeno Nichita Stanescu, con introduzione di Daniela Bisagno. La figura di Stanescu, evocata sullo sfondo di una «Prahova sperduta», è un’icona che si dissemina. Quasi l’«ombra», il «fantasma», il «demone», la «fiamma» (tutte immagini dotate di una forte valenza allegorica) non fossero altro che membra disiecta, emblemi di un corpo (e di un «io») sperduto, di cui si può dire solo disseminandolo, cioè riducendolo a spoglie o, nel linguaggio alchimistico, sottoponendolo ad Aufösung (dissoluzione).

“L’universo è cenere in trasformazione”

2 novembre 2015 1 commento

Recensione a: E.M. Cioran, Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, Archinto, Milano 2015.

di Draga Rocchi

 

Un dialogo dell’anima con se stessa. La conversazione di un unico essere – sdoppiato – in due vite possibili. Questo è il contenuto che custodiscono le lettere di Emil Cioran al fratello Aurel (1931-1985), raccolte in un libro dal titolo Ineffabile nostalgia, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, per l’editore Archinto.

Emil CioranIl libro è il memoriale di un’esistenza spezzata in due, che la scrittura raccoglie: senza poter del tutto unificare. È la parabola di due destini, quelli dei fratelli Cioran, uniti da una stessa radice che, molto presto, la vita ha reciso – tra Romania e Francia –, creando due storie da un’unica storia.

Nelle lettere Emil Cioran racconta questa separazione, la vive e la sente profondamente rinnovarsi su se stesso, ogni giorno. La scrittura prova a tener insieme il dolore di ricordi spezzati, a tal punto fatti propri da risultare quasi incondivisibili. Da tale difficoltà nel condividere scaturisce la valenza universale di una scrittura intima: sempre personale, ma altrettanto vera per chi legge e vi ritrova l’uomo e il suo destino mortale.

Ciò che è di Cioran è di ognuno, o può esserlo, se si sceglie di riflettere sulla condizione aperta dall’esistenza. Sono lettere private e, allo stesso tempo, nella loro intimità, parlano ad ognuno, perché evocano la forza della memoria in quanto tale, il potere degli affetti, la magia dei luoghi, l’esser stati e il desiderio dell’oltre che ha in sé ogni domandare.

Nelle righe di ogni giorno, c’è l’infanzia nella vecchiaia, il dolore di una leggerezza persa per sempre. C’è il ricordo, a costruire un presente di attesa, di chi vorrebbe far ritorno ma non può. Ci sono anni di vita attraversati da una lontananza incolmabile, fatta di scelte e di desideri, prima ancora che di spazio.

Ci sono immagini improvvise, nitide e, tuttavia, perse per sempre, in un dialogo tra morti e vivi che confonde i confini, annullando il loro senso.

Si parla ad altri per parlare principalmente a se stessi, per chiarire con la propria anima il non detto di una vita: c’è incontro tra vita e morte nella forza fragile di una scrittura in frammenti, di una forma che non contiene più.

Tutto sembra poter tornare, senza che si possa realmente far ritorno. Un esilio metafisico è il luogo dal quale giunge la voce, come un’eco: del pianto, del riso, del cinismo, dell’amarezza, della malattia, della salute. Gli affetti sono costanti, – presenti assenti – modulano lo scorrere dei giorni, dando corpo al vuoto.

Un abisso insuperabile è di fronte e dentro, nel cuore di una sensibilità che non conosce davvero indifferenza, anche quando la esprime – disperatamente –.

Dell’attaccamento alla vanità d’essere parlano le abitudini, diffuse nei giorni: al tempo stesso meccaniche e familiari nella loro gelida estraneità. Dell’essere cercati, senza essere conosciuti, del parlare senza saper star vicino, della superficie priva di spessore sono testimonianza i molti che scrivono, i molti che vogliono, invitano, premiano e criticano. Contro tutto ciò, la fuga verso un altrove irraggiungibile. Tentata e ritentata, nella follia di gesti folli, forse creatori.

Il silenzio dell’anima di Cioran produce, così, nelle lettere, una scrittura d’ascolto, rubata, solo per brevi tratti, al tempo dell’inessenziale, a ciò che allontana e che, per questo, si dovrebbe allontanare.Ineffabile nostalgia copertina web

La verità è seduta accanto, mentre lo scorrere delle illusioni continua a far teatro alla vista. Ascoltare, ascoltarla, è forse ancora possibile, se l’anima impara con fatica a non disperdersi, raccogliendo le forze che l’età e la vita ancora concedono.

La scrittura può registrare quanto accade, farsene portavoce, rendere immortale ciò che è perituro, custodire l’eternità dell’inessenziale, affinché non vada dispersa, affinché non vada confusa fino a generare le ragioni di nuovi inganni.

Il presente è costellato di luoghi della memoria, così vivi da poter essere percorsi nell’immaginazione, così lontani nella realtà. Sono soprattutto i luoghi dell’infanzia, quelli in cui qualcosa si è interrotto, quelli che si attraversano ancora, tante volte, senza poterci mai tornare. Sono la felicità capita solo dopo: quella che il tempo restituisce quando non c’è più. Luoghi leggeri, fatti di sogni: luoghi che la vecchiaia sa che non potranno appartenerle mai. Luoghi di tempo, che forse neanche si è vissuto, più profondi dei pensieri, più forti degli affetti. Sono le immagini che impediscono la dispersione dell’anima e fanno da raccordo tra il presente che viviamo e l’essere che non siamo più e mai saremo ancora. Senza stanchezza il cuore indugia dentro strade sospese nel tempo, intravedendo il destino che non ha mai avuto. La volontà ripercorre passi bambini, cercando nel presente nuovi inizi, che si negano.

La storia personale e quella importante dei fatti accaduti non hanno soluzione di continuità: nessun evento è dato, se non come vissuto. Grande e piccolo, generale e personale, seguono un solo destino, la cui forza e il cui senso sono preclusi alla coscienza che li cerca.

Ogni lettera custodisce e perde, è frammento e richiamo alla totalità, è individuale e collettiva, rivolta ad uno perché parli a tutti.

La scrittura raccoglie la cenere di un universo personale in costante trasformazione: mescola i piani, lavora negli affetti, svuota e riempie, recide e dà vita.

Nespus dor, ineffabile, indicibile nostalgia, è ciò che prova e sempre proverà chi cambia lingua e lascia il suo paese, o chi, pur restando, vive davvero, nella ricerca di sé, e sente nel profondo la condizione radicale dell’esistenza, come esilio dalla perfezione.

La condizione dello spaesamento, dell’assenza di radici, del non sentirsi a casa anche in ciò che vi è di più familiare. Questo è il proprio dell’essere umano, questo è il tema sotteso da ascoltare, che attraversa, come un basso continuo, ogni lettera di Cioran al fratello, legandola alle altre: trama variegata di un unico tessuto esistenziale.

Francia e Romania, i luoghi della divisione fisica di Emil e Aurel, finiscono così per diventare stati dell’anima, condizioni di separazione, scelte radicali, ferite diverse per chi porta in sé lo stesso sangue. Non serve cercare di sanare la distanza, sognare e realizzare un ricongiungimento.

Il tempo ha reso straniera l’anima a se stessa, approfondendo il solco scavato nella terra della propria interiorità. Ha reso sconosciuto un fratello e familiare ciò che è estraneo. Il tempo ha insegnato a essere nella trasformazione, a perdere identità, a non possedere nulla, nemmeno se stessi.

Eppure di questi infiniti piccoli frammenti qualcosa rimane. Nella scrittura – controluce – si rivela un’immagine: qualcosa di ciò che la vita è stata e non sa più, qualcosa che lega indissolubilmente, entro una sola trama, i frammenti che la realtà ha spezzato, impedendone la deriva.

Un’origine è intravista, come cammino e meta, come luogo che non esiste e che, per questo, catalizza su di sé il desiderio del ritorno, raccordando tutte le strade, percorse e da percorrere. Per quel che resta. Ogni cosa è illuminata da questo riflesso, presente in ogni lettera, come traccia di scrittura. Ogni cosa è custodita e persa nella memoria che opera, trasformando l’universo interiore, donando ad esso nuove forme a partire dalle sue ceneri continue.

Il pensiero sa ciò che l’esistenza non potrà mai essere: la vede nel suo insieme, prima ancora che realmente si concluda, la sente come unica, personale e totale, passata e non ancora finita.

Il pensiero registra, attraverso la scrittura, il desiderio di senso, la volontà di conferire totalità a partire dai ricordi di ciò che si è amato e che dà continuità alla trama di un’esistenza ferita dalla perenne estraneità a se stessa. Nell’origine, sentita e mai raggiunta, nessun frammento è solo. Di questa unità, e della sua luce possibile e mai reale, il pensiero di Emil Cioran scrive, raccontando – anche per noi – una vita di esperienze e d’attesa.

«Penso alla neve che ricopriva tutto».