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Andrei Pleșu, Un nuovo significato di “unione”

12 febbraio 2014

Proponiamo qui di seguito la traduzione dell’articolo di Andrei Pleșu pubblicato sul quotidiano Adevărul il 20 gennaio scorso. Con colori vivaci, quelli tipici dell’ironia e della satira, quasi come un vero e proprio pittore, Pleșu ripropone la realtà romena, e, per assurdo, senza volerlo molte realtà di questo periodo. Ogni analogia con la realtà italiana è puramente casuale.

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Un nuovo significato di “unione”

di  Andrei Pleșu

“Per i romeni, la parola “unione” è sacra. Festeggiamo l’unione dei Principati e l’unione della Transilvania con il resto del Paese, sogniamo il ricongiungimento con la Bessarabia [attuale Rep. Moldova, n. red.] e proclamiamo ardimentosi l’unione delle menti e dei cuori.

Per farla breve, come disse il poeta, “sulla nostra bandiera c’è scritto unione”. Per i politici di oggi, tuttavia, la parola è divenuta un ornamento elettorale, un riflesso tardivo dei manuali scolastici.

Di recente ne hanno cambiato nuovamente il senso, avvalendosi dell’efficiente tradizione del linguaggio di legno. Non unifichiamo più il popolo romeno, bensì l’amministrazione di alcune istituzioni. E non parliamo più di “unione”, ma di “accorpamento”. La motivazione non consiste più nel nobile bisogno di solidarietà, ma nella “riduzione delle spese di bilancio”.

I governanti sembrano vivere una reale euforia dell’agglutinazione. Tra tutti i problemi che devono affrontare, hanno deciso di occuparsi assiduamente degli “sprechi” attribuibili alla cultura. La soluzione è sostituire le istituzioni esistenti con aziende collettive di settore. Uniamo, per esempio, l’Opera con l’Operetta, ed eventualmente con il Teatro dell’Opera e di balletto di Constanța e col Centro Nazionale di Danza Contemporanea. Poi uniamo il Museo del Contadino Romeno col Museo del Villaggio e con un pezzetto del Museo di Scienze Naturali. Si parla anche della prospettiva di unire il Museo Nazionale di Arte Contemporanea con il Museo Nazionale di Arte presso l’ex palazzo regale. Di recente, un decreto d’urgenza (principale metodo di lavoro dell’attuale governo) ha deciso “l’accorpamento” della Biblioteca Pedagogica Nazionale “I.C. Petrescu” con la Biblioteca Centrale Universitaria. A ragione, le associazioni di categoria protestano. Si tratta di un’istituzione di 134 anni, legata a nomi importanti della cultura romena moderna, e che raccoglie una collezione di libri di circa 450.000 volumi. Il motivo della decisione? L’edificio della biblioteca è stato restituito ai proprietari. Il danno? 400.000 volumi senza riparo, perché la BCU non può ospitare più di 50.000 volumi oltre quelli esistenti. Dal 2006 si era a conoscenza della notifica di restituzione. Ma nessuno dei governi precedenti, né quello attuale, ha colto l’occasione per trovare una via d’uscita onorevole dalla crisi.”

Comunque, la cultura e l’istruzione sono la quinta ruota del carro.

unione dei contrari

Di conseguenza, torna naturale semplificare le cose provocando un’anemia radicale dell’Istituto culturale romeno, mandando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

L’economia nazionale riceverà, cosi, un nuovo slancio: tapperemo tutti i buchi, pagheremo tutti i debiti, avremo sempre più autostrade e una crescita economica sbalorditiva, quella che tollererà una percentuale incrementata di furti, poiché sullo sfondo di una prosperità in crescita, i piccoli deflussi finanziari non si osservano più.ndando rapidamente in pensione personalità prestigiose che dirigono teatri, musei, cattedre universitarie (solo in politica non conta l’età) e producendo, attraverso mezzi specifici, un ritratto disgustoso dell’élite culturale, responsabile della disgrazia del Paese. In tale contesto, gli accorpamenti sono una manna dal cielo: abbiamo un direttore al posto di due, un contabile al posto di due, un amministratore al posto di due (evidentemente abbiamo, per ogni posizione, due vice al posto di uno…).

All’estero potrebbero imitarci: il Louvre potrebbe essere accorpato al Centro Pompidou di arte contemporanea, la Biblioteca Nazionale di Francia alle oltre 50 biblioteche municipali di Parigi, la Tate Gallery, la National Gallery e il British Museum dovrebbero unirsi anche loro, a beneficio dell’economia britannica. Allo stesso modo, la Galleria degli Uffizi di Firenze con Palazzo Bargello. E così via. Dal momento che viviamo nell’epoca della “regionalizzazione” e della “cooperazione transfrontaliera”, potremmo pensare, per esempio, ad un’unione vantaggiosa del Museo del Villaggio di Bucarest col Museo dell’Uomo di Parigi. O la fusione del Museo di Bacặu  con qualche collezione della città filippina di Mandaue, con cui Bacặu è gemellata.

Anzi, potremmo addirittura uscire dal perimetro della cultura. Potremmo finanziare, in regime di urgenza, ricerche genetiche che uniscano due occhi in uno solo. Si realizzerebbe, in questo modo, un enorme risparmio nell’industria ottica.

Potremmo rinunciare anche alle orecchie, se riuscissimo a trasferire l’udito nel naso. Potremmo unire, per guadagnare spazio, i bagni con le cucine, gli ospedali con le chiese e i cimiteri, gli allevamenti di cinghiali con gli orti. Tutto sta nell’iniziare. Le possibilità che abbiamo dinanzi a noi sono infinite. Perché non avere tutti i musei, di qualunque tipo, riuniti in un unico grande museo nazionale? O tutti i teatri del Paese riuniti in un solo “Teatro della Nazione”? Pian piano scopriremo, probabilmente, anche i vantaggi del partito unico, di un’unica ideologia, di un solo tipo di pane e di una guida assoluta ed eterna.

A parte gli scherzi, non potremmo convincere davvero i nostri ingegnosi dirigenti che non sono gli investimenti nella cultura e nell’educazione a minare il benessere della popolazione? Che, a medio e lungo termine, il profitto prodotto dalle somme stanziate per le istituzioni in questione è immensamente gratificante? Che l’eternità è a buon mercato? Che l’incompetenza, la stupidità e la villana sfrontatezza sono molto più costosi?

Traduzione di Valentina Elia, FIRI.

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Horia Corneliu Cicortaș, AndrePleșu (ancora) inedito”, sul sito web FIRI;

Mauro Barindi, “Farse alle porte dell’Oriente”, va in scena la Romania di Andrei Pleșu, sul mensile online Orizzonti culturali italo-romeni.

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