Home > immigrazione, storia > La Cortina di Ferro e i paradossi della mobilità

La Cortina di Ferro e i paradossi della mobilità

16 dicembre 2012

La Cortina di Ferro e i paradossi della mobilità

di Horia Corneliu Cicortas / FIRI

Viene qui riprodotto il testo dell’intervento di Horia Corneliu Cicortas alla presentazione del progetto MoveAct all’auditorium Stensen di Firenze, sabato 15 dic. 2012:

Cercherò di essere breve e, come diceva prima la collega Anna Triandafyllidou, resterò anch’io nell’ambito delle riflessioni soggettive, per rendere più interattiva e interessante questa tavola rotonda conclusiva.

Ma prima di iniziare, vorrei fare i miei complimenti al regista del film che abbiamo visionato, perché secondo me è riuscito a trasmettere non solo informazioni interessanti, ma anche belle emozioni.

E anche una piccola osservazione, per ricollegarci a quanto era stato detto in precedenza da Luca Raffini circa la scarsa partecipazione dei cittadini europei nei paesi di residenza all’estero. Ecco, secondo me dobbiamo stare attenti ai dati statistici, perché c’è la categoria degli “ex-stranieri”, ovvero stranieri naturalizzati italiani, per esempio tramite matrimonio o altro, che magari vanno a votare, ma lo fanno come italiani. Per cui, questi dati potrebbero non essere registrati, quindi potrebbero sfuggire alle statistiche riguardanti la partecipazione dei cittadini UE alle elezioni – comunali o europee – nel paese di residenza.

cortina di ferroDetto ciò, vorrei fare un passo indietro nella storia recente, condividendo con voi una breve riflessione che chiamerei “La Cortina di Ferro e  i paradossi della mobilità”, partendo dalla mia esperienza personale. Devo dire, innanzitutto, che nel 1991 quando venni in Italia, e nei anni successivi, durante la mia esperienza di studente universitario, la mobilità – anche universitaria – dall’Est verso l’Ovest era minima, direi quasi inesistente. Il programma Erasmus non coinvolgeva ancora i Paesi dell’Europa centro-orientale, che si erano appena liberati dal comunismo di stato. E quindi, per chi come me si trovava a studiare da straniero in Italia, non c’erano né borse Erasmus, né borse per merito, niente. Mi ricordo anche il meccanismo buffo con cui, ad esempio, si stabiliva l’entità delle tasse universitarie da pagare. Ad un certo punto, verso la metà degli anni Novanta, erano state introdotte fasce di reddito in base alle quali bisognava pagare le tasse. E così, quando andai a pagare le tasse di quell’anno, l’addetto della segreteria guardò una tabella della Banca Mondiale, dove la Romania risultava tra i paesi a “reddito medio”, così venni inserito nella “fascia media” e dovetti pagare un milione di lire, che a quei tempi era una certa somma. Senza considerare che la fascia media di reddito italiana era diversa dalla fascia media di reddito calcolata dalla Banca Mondiale…

In seguito, verso la fine degli anni Novanta, con l’avanzare del processo di integrazione dei paesi dell’Est, la mobilità è aumentata, e ci sono state più opportunità sia per gli studenti sia per chi veniva a cercare lavoro e opportunità migliori di vita nei paesi dell’Europa occidentale, quindi anche in Italia. Negli anni duemila, questo fenomeno ha raggiunto nel caso della Polonia e della Romania proporzioni di massa, in cui erano coinvolte folle di emigranti in cerca di lavoro nei paesi dell’ovest. Nel frattempo, anche la mobilità universitaria, come appunto quella del programma Erasmus, si è ulteriormente sviluppata, sia all’interno dell’Europa occidentale, sia dall’Est verso l’Ovest, sia anche dall’Ovest verso Est, anche grazie alle facilitazioni dei voli low-cost e della maggiore libertà di circolazione dei cittadini comunitari.

Ora, la cosa curiosa è che, mentre prima dell’89 la mobilità tra est e ovest era impedita dalla Cortina di Ferro, ma esisteva e stava crescendo nell’Europa occidentale, all’interno dei rispettivi Stati. E invece, probabilmente per una scelta dei gruppi dirigenti di questi paesi, la mobilità transnazionale non è stata favorita. La mobilità si riduceva a sporadici contatti tra i rappresentanti delle imprese o “scambi di esperienza” tra esponenti di partito; nemmeno il turismo non era così facile o diffuso come si potrebbe pensare. Ricordo la mia prima visita – di un giorno – nella vicina Ungheria, nel 1982. Era una gita scolastica fatta in un paese che era comunista come il nostro e quindi “amico”. Eppure, siamo stati fermi alla dogana, da una parte e dall’altra, più di due ore, per dei controlli estenuanti degni del confine tra il Messico e gli Stati Uniti!

Dunque, prima del 1989, la mobilità era scarsa all’interno dei paesi dell’Europa centro-orientale, e esigua – per le misure restrittive delle libertà individuali, come la difficoltà di avere il passaporto, la libertà di viaggiare o emigrare ecc. – tra i Paesi dell’Est e l’Europa occidentale; ovviamente, ci sono state delle eccezioni e dei periodi più liberali, di maggiore apertura, anche nei paesi comunisti più chiusi, come per l’appunto la Romania di Ceausescu.

muro di berlinoDopo la caduta del Muro di Berlino, che separava i due emisferi del continente, i rapporti est-ovest sono stati ripresi e la mobilità verso ovest è andata crescendo sempre di più, coinvolgendo tutti i paesi ex-comunisti. Ma, anche oggi quando molti di questi paesi fanno ormai parte dell’Unione Europea, la mobilità est-est è ancora molto ridotta rispetto alla mobilità est-ovest e anche rispetto alla mobilità ovest-est, che è comunque un fenomeno in crescita. In altre parole, è come se tutti noi dell’Est ci fossimo rivolto esclusivamente gli sguardi verso Occidente, senza guardarci attorno a noi. Ovviamente, c’è un fascino, un’attrazione dell’Europa occidentale che è dovuta alla sua importanza politica ed economica, al prestigio culturale, alle opportunità migliori e così via, tutti aspetti innegabili, ma secondo me ci sono anche altre cause che spiegano questa immobilità est-est. Alcune derivano sicuramente dalla situazione pre-’89 che, come abbiamo visto, non ha favorito la mobilità, ma l’ha quasi vietata o scoraggiata. Ci sono anche altri fattori attuali. L’Unione Europea ha ricevuto quest’anno il premio Nobel per la Pace, per i suoi risultati di pacificazione e benessere realizzati nel dopoguerra; e un politologo americano ha affermato che, negli ultimi 500 anni, l’evento storico più importante per l’Europa dell’est è stata l’integrazione nell’Unione Europea.

Dobbiamo però ricordarci che, tutt’oggi, ci sono situazioni ancora da ‘bonificare’, come quella della regione balcanica coinvolta dalle guerre degli anni Novanta, situazione solo in parte risolta con l’integrazione della Slovenia nell’Unione Europea, cui seguirà quella della Croazia. Ma finché le ferite delle guerre balcaniche non saranno risanate completamente, e non saranno realizzate le infrastrutture di collegamento regionale, è difficile che l’Europa orientale diventi una realtà più “duttile” dal punto di vista della mobilità al suo interno. D’altra parte, anche se volessimo procedere con l’Unione Europea verso un progetto più integrato, di tipo federale o “Stati Uniti d’Europa”, è chiaro che non potremo arrivare – per motivi di diversità di storia, di culture, di lingue – a un caso simile agli Stati Uniti d’America, ma penso che nemmeno a realtà multiculturali come l’Australia, i cui modelli non sono applicabili in Europa.

Infine, per paesi come la Romania, la Polonia e i Paesi Baltici, l’esistenza al confine orientale dell’UE di Stati ancora problematici, come la Russia, la Bielorussia o l’Ucraina, crea ancora insicurezza e bisogno di affidarsi alle strutture di protezione occidentali, come la Nato.
Per cui, io penso che solo quando la democrazia si instaurerà stabilmente nei Balcani e  in questi Paesi attualmente ai confini orientali dell’Unione Europea, potremo parlare di un continente davvero unificato.

Grazie per la vostra attenzione.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: