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Bye-bye, ICR!

17 settembre 2012

di Horia Corneliu Cicortaș, FIRI

Poche sono le istituzioni della Romania di oggi che sono riuscite a imporsi grazie al proprio prestigio in patria e all’estero. Una di queste è stato l’ICR di Bucarest, che si è affermato negli ultimi sette anni come ‘esportatore’ neutro, trasparente e intelligente di cultura romena. Che l’ICR sia diventato un brand lo si è dovuto moltissimo a Horia-Roman Patapievici [foto accanto], il presidente dell’Istituto fino al mese scorso, che ha saputo infondere e rafforzare nei vari reparti dell’istituzione l’adesione a quanto pareva, nel momento del suo insediamento, una mission impossibile: promuovere in modo efficace i prodotti culturali romeni all’estero, come accompagnamento naturale del ritorno istituzionale della Romania nella rete di legami strategici occidentali, al termine dei cinquant’anni di ‘freddo siberiano’ (e di altri dieci di smarrimento post-comunista).

Ne hanno beneficiato centinaia di scrittori emergenti, traduttori di opere letterarie, cineasti, artisti visivi, gruppi teatrali indipendenti, studiosi, organizzatori di convegni scientifici, mostre, festival, rassegne e altri progetti culturali, perlopiù in collaborazione con partner internazionali, il cui numero e prestigio hanno seguito una linea ascendente. Molti di questi  numerosi artisti e operatori culturali romeni hanno avuto così la possibilità di varcare le frontiere e sottoporre i propri progetti al vaglio dei loro colleghi, della critica e del pubblico, in Romania ma soprattutto in altri Paesi dove in precedenza le loro opere erano scarsamente rappresentate. Sotto la presidenza Patapievici, la rete di istituti culturali all’estero è stata ampliata e consolidata costantemente, grazie a sforzi non indifferenti per assicurarne un’adeguata copertura di risorse umane, finanziarie e logistiche.

Insomma, grazie alla cooperazione internazionale sostenuta dall’ICR, la Romania è diventata in questi anni, da Paese semi-sconosciuto ‘dell’Est’, una realtà sicuramente più interessante e degna di essere esplorata, almeno sotto il profilo culturale.

Questi sono i fatti, verificabili e indiscussi.

Eppure, c’è chi, sotto l’effetto della sbornia che talvolta provoca l’ascesa al potere, si è messo in testa di far saltare l’ICR, già prima di affrontare altre battaglie.

Poche settimane dopo il trionfo dell’alleanza USL (Unione social-liberale, formata da socialisti e liberali) alle elezioni amministrative del giugno scorso, il neopremier Victor Ponta si è affrettato a far approvare dalla maggioranza USL del parlamento di Bucarest una strana ordinanza di emergenza dell’esecutivo, con cui l’ICR passa dalla subordinazione al Presidente della Repubblica a quella del Senato. La mossa è diventata subito chiara: con questo gesto, apparentemente ingenuo e ‘democratico’ di trasferimento di competenza, si è voluto colpire il presidente in carica Traian Băsescu – bersaglio principale della summenzionata coalizione – e il suo gioiellino di famiglia, il famigerato ICR, troppo indipendente per i gusti del nuovo potere, con la scusa della ‘faziosità politica’ dei suoi vertici: Patapievici in primis, cui si rinfaccia la posizione filo-Basescu anche in occasione delle elezioni presidenziali del 2009, faticosamente vinte da quest’ultimo contro il candidato socialista (peraltro, grazie alla manciata di voti decisivi venuti dalla diaspora). Băsescu, in altre parole, andava colpito tramite il ‘suo’ intellettuale, Patapievici. Il problema è che il vero perdente in questa storia non è né Băsescu né Patapievici, ma l’ICR stesso, come si può evincere dall’atto stesso che ‘sposta’ l’istituzione dalla presidenza al senato – con tutte le conseguenze politiche e di governabilità conseguenti all’osservanza dell’algoritmo politico di turno. Tanto più che, nell’atto normativo citato – oggetto di accese proteste, petizioni pubbliche e ricorso (perso) da parte dell’ICR alla Corte costituzionale, viene ridefinita la missione dell’Istituto, nel senso della difesa della “identità culturale nazionale”.

Il gatto Motanov – mascotte della Revista de povestiri – durante una delle manifestazioni di sostegno a H.R. Patapievici e all’ICR. Foto: Titel Dragomir

Non serve conoscere a fondo il contesto storico per capire cosa vuol dire questo spostamento di accento: un ritorno a qualcosa che ha già la puzza di propaganda.

Nel mentre la Corte suprema dava torto all’ICR sulla eccezione di costituzionalità del nuovo atto governativo, il ministro di finanze tagliava, nel mese di agosto, di un terzo il budget dell’Istituto per l’anno scorso. All’attacco politico è seguito, così, lo strangolamento finanziario – con successive dimissioni per protesta, da parte di Patapievici e dei due vicepresidenti. Nel frattempo, Ponta & Co. vanno avanti nelle loro ritorsioni politiche, prendendo di mira questioni delicate come il funzionamento indipendente della giustizia e sollevando così preoccupazioni e perplessità in quelle istituzioni europee (Consiglio Europeo, Commissione, Parlamento europeo) che vigilano sull’adempimento delle riforme e di quei compiti su cui si decide, ad esempio, l’ammissione nello Spazio Schengen e la credibilità stessa della Romania all’interno dell’UE. Il recente caso dell’Ungheria scivolata nel populismo era, del resto, un monito, ed è stato recentemente citato da José Manuel Barroso proprio alla luce di quanto sta accadendo in Romania.

Infine, la settimana scorsa il Senato di Bucarest ha nominato in seduta plenaria il nuovo presidente dell’ICR, ovvero colui che dovrà vigilare patriotticamente alla promozione della “identità nazionale. Si tratta del professore di filosofia Andrei Marga [foto sotto], classe 1946, ex docente all’Università di Cluj (dove ha occupato la poltrona di rettore per 15 anni complessivi, tra il 1993 e il 2012), autore di libri vari, esponente politico di area liberale, ex ministro della pubblica istruzione ecc. Marga ha già tracciato, in un “manifesto” in 12 punti, un programma per il nuovo ICR in cui a vaghe dichiarazioni di principio si mescolano idee confuse circa l’importanza di promuovere all’estero i valori collaudati in Romania (non è chiaro perché e con quali criteri di demarcazione) e affermazioni in netto contrasto con la missione cosmopolita dell’istituto nella versione Patapievici, quando l’ICR si è affermata quale istituzione pubblica di mediazione tra la creazione culturale e i mercati, senza interferenze politiche. Non vogliamo commentare qui le dichiarazioni del neo-presidente Marga, che farebbe bene a consultarsi coi suoi futuri colleghi di lavoro (dal personale manageriale di Bucarest ai  direttori degli istituti culturali all’estero) prima di distruggere quanto di positivo è stato costruito in precedenza. Di certo, non è un buon segno il fatto che la direzione del dinamico New York Romanian Cultural Institute si sia dimessa il giorno successivo alla sua nomina. Del resto, dobbiamo ricordare che l’ordinanza di governo 27/2012 è stata controfirmata dal ministro degli esteri, che in quel momento era proprio… Andrei Marga. Perché meravigliarsi allora se qualcuno, avendo una dignità da difendere, non intende piegarsi ai diktat di un premier irresponsabile e dei suoi complici più o meno accademici?

Rimane da vedere se, nei mesi che precederanno le elezioni politiche in Romania (9 dicembre) e nei primi mesi del 2013, l’evoluzione dei fatti sarà tali da consentire un salvataggio in extremis dell’ICR.

 Articoli correlati (sulle evoluzioni recenti in Romania): La tentazione autoritaria di Victor Ponta (Revista 22); Giustizia, l’obiettivo del braccio di ferro (Le Monde).

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