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Caragiale torna nelle librerie italiane, dopo un lungo oblio

14 aprile 2012

Ion Luca Caragiale, Stupidaggini, traduzione di Giuseppe Petronio e Lilio Cialdea, a cura e postfazione di Patrizia di Meglio, Imagaenaria, Ischia 2011, 288 pp., 15 euro.

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La raccolta di racconti dello scrittore romeno Ion Luca Caragiale (1952-1902) è stata pubblicata l’anno scorso dalla casa editrice Imagaenaria di Ischia, a cura di Patrizia di Meglio. Si tratta di una selezione basata sui volumi ormai introvabili Novelle rumene (Carabba, Lanciano 1914) e Scene romene (Sansoni, Firenze 1944). Ne abbiamo parlato con la curatrice del volume (intervista a cura di Horia Corneliu Cicortaș).

FIRI: Quest’anno la Romania festeggia il centenario dalla morte di Caragiale, drammaturgo e scrittore famoso in patria ma praticamente ignoto nell’Italia di oggi. Come ha scoperto l’autore, e com’è avvenuta l’iniziativa di ri-pubblicarlo?

Patrizia di Meglio: L’editore Enzo Migliaccio ed io siamo vecchi amici e collaboriamo da molto tempo, ma il merito della pubblicazione va ascritto interamente a lui, che credo abbia trovato l’autore abbastanza casualmente. Siccome me lo ha proposto, io ne sono rimasta ‘folgorata’: è un autore straordinario e ingiustamente sconosciuto oggi in Italia.

Avete deciso insieme di fare una selezione di testi, secondo un determinato criterio?

Abbiamo scartato dei racconti che pure ci erano piaciuti molto, ma che secondo noi non rientravano completamente nel genere comico e che erano tematicamente e stilisticamente diversi ed invece abbiamo scelto di includere tutte le storielle dal ritmo più tipicamente teatrale. Per la verità, avevamo pensato ad una seconda pubblicazione dedicata a quei racconti – come Canuta lo strambo (“Cănuță om sucit”) o il bellissimo Cero pasquale (“O făclie de Paște”) – che avevamo espunto da Stupidaggini. Quindi la scelta della raccolta è stata fatta seguendo il criterio della coerenza tematica e stilistica (mentre nelle edizioni di riferimento, quella del 1914 e quella del 1944, i racconti comici erano affiancati alle fiabe e alle storie dal tono grottesco). Ovviamente si tratta di una scelta opinabile, ma – come dicevo – il progetto iniziale contemplava anche una seconda pubblicazione di racconti caragialiani.

Diceva prima che è stato l’editore a segnalarle l’autore, di cui è rimasta folgorata. Poi, cos’è successo? Leggendo Caragiale, cosa l’aveva colpita di più?

Non solo mi sono trovata di fronte ad uno scrittore di grandissima qualità, i cui contenuti mi sono apparsi fin da subito attualissimi, ma che m’interessava anche in relazione al genere comico, che rientra da molto tempo nei miei interessi, letterari e non. Inoltre, uno degli aspetti che più mi hanno incuriosita, sono quelli relativi alla vicenda editoriale di questo autore, pubblicato precocissimamente in Italia e poi, incomprensibilmente caduto nell’oblio. Da questo interrogativo sono arrivata a pormi un altro genere di domande, del tipo: che rapporti ci sono stati nei primi decenni del ‘900 tra l’Italia e la Romania? E, poiché questi rapporti ci sono stati, cosa è accaduto, cosa ha spezzato questo filo fecondo di contatti e di studi tra questi due paesi? Non è forse una spiegazione troppo frettolosa quella di attribuire la responsabilità di questa rottura solo al regime di Ceaușescu? Purtroppo, non conosco il romeno e non ho – ancora – avuto modo di visitare la Romania, ma Caragiale ha per me effettivamente costituito una porta (molto più di quanto non lo siano stati scrittori ben più celebri e pure amati, come Ionesco o Cioran o Mircea Eliade) per affacciarmi alla complessità di una cultura insieme così prossima e così remota.

Certo, le sue domande sono legittime e, purtroppo, ancora attuali: infatti, la Cortina di Ferro è solo in parte una spiegazione di quest’oblio. Più in generale, il rapporto che il regime di Ceaușescu ha avuto con l’Occidente è complicato, sinuoso e dettato da questioni politiche e ideologiche. Per tornare invece a Caragiale: cosa, secondo lei, può “dire” oggi al lettore – ed eventualmente allo spettatore – italiano?

Caragiale mostra di avere un’acutissima capacità di osservazione della società del suo tempo: osserva i suoi personaggi agire nella quotidianità – mentre sono in birreria, per strada, negli uffici pubblici – ma anche nella loro vita privata, in casa; il nostro autore sta lì ed osserva gli altri agire e soprattutto parlare; ma il gesto è quello della marionetta e il discorso è ridotto ad un chiacchiericcio sciocco, disarticolato; nei casi estremi la parola diviene balbettio, mera interiezione. Ciò accade perché le storie che questi individui raccontano (e/o si raccontano) sono sempre meschine, quando non proprio sordide. I suoi personaggi sono persone comuni, piccoli borghesi che si arrabattano per sembrare di essere più e meglio di quel che sono, che perseguono continuamente il successo sociale e non esitano, per questo, a ricorrere al raggiro o al servilismo. Attraverso il comico, che diventa un procedimento perfetto per smascherare ipocrisie, attaccare pregiudizi e mettere in discussione convinzioni consolidate, Caragiale mette a nudo una società che sta cercando faticosamente di darsi un’identità.

C’è qualcosa di particolare che l’ha colpita leggendo i testi di Caragiale?

ImmagineLa grandezza di Caragiale nasce, secondo me, da una qualità che solo i grandi narratori possiedono: la spietatezza, unita al gusto per il paradosso e per il grottesco; inoltre ritengo lo stile ed i temi dei suoi racconti estremamente attuali. Quando parlo di spietatezza mi riferisco alla capacità di penetrazione che Caragiale dimostra, al di là di qualsiasi presupposto ideologico. Credo che si possa dire che egli provasse un vero e proprio orrore per le posizioni precostituite: per esempio, rifugge dall’idealizzazione del mondo contadino (che rappresenterebbe tout court un valore, da opporre alla ‘corruzione’ della città) e critica l’illusoria corsa della società romena verso la ‘modernità’, che all’epoca era rappresentata dal modello occidentale.

Gli ultimi testi di Caragiale pubblicati in Italia risalgono agli anni sessanta: alcune commedie contenute in antologie di teatro romeno. Lei, invece, che altri testi caragialiani vorrebbe curare per una prossima edizione italiana?

Senza dubbio il racconto Un cero pasquale, a mio parere una delle più potenti ed intense prove narrative del secondo ‘800, in grado di stare alla pari con Dostoevskij; la storia di un povero ebreo che, ossessionato da un bruto che lo aveva minacciato tempo addietro, si consuma nel terrore maturando una disperata e folle resistenza. La conclusione – tragica ed inaspettata – sarà l’atroce soluzione che Leiba, il protagonista, elaborerà per uscire dalla prigione del capro espiatorio della società, che lo ha abbandonato completamente nonostante le sue ripetute richieste d’aiuto: “un mondo intero” – dirà –“mi lascia apposta preda di un pazzo!”. Un altro testo che ho trovato estremamente bello è Canuta, lo strambo, la vicenda di un povero cristo, nato sfortunato e vessato da tutti, che ad un certo punto, quando gli altri sono ormai assuefatti a maltrattarlo, ha un improvviso moto di ribellione, che lo porta a isolarsi completamente. L’assurdità di questa tardiva reazione nasce dalla piccolezza dell’evento che la scatena, la classica goccia che fa traboccare il vaso. La sua solitudine, la sua malasorte, lasciano gli altri indifferenti e nessuno lo capisce Canuta è l’incarnazione dell’ottusità cieca, ma come Leiba suscita un miscuglio di disgusto e pietà, essendo in fondo entrambi il prodotto di un mondo spietato che li ingoia completamente. Ecco, la forza narrativa di Caragiale nasce, secondo me, da una qualità che solo i grandi narratori possiedono: la capacità di avere uno sguardo sulla realtà assolutamente lucido, privo di qualsiasi retorica.

L’autore. Suggeritore di attori girovaghi, co­pista, direttore di riviste letterarie e di teatri, insegnante, birraio, milionario per caso e dis­­­sipatore per vocazione, Ion Luca Caragiale (Hai­­­manale, Ploiéşti 1852 – Ber­li­no 1912), padre fondatore del  tea­tro romeno moderno e, secon­do Ionesco, “il più grande degli au­tori drammatici sconosciuti”, è uno degli scrittori di maggior ta­len­to e bizzarria dell’Europa fin de siècle. Tra le sue opere migliori, le novelle Un cero pasquale e Alla locanda di Manjoala (“La hanul lui Mânjoală”) e la commedia Una lettera smarrita (“O scrisoare pierdută), quest’ultima pubblicata in Italia nel 1960.

ImmagineLa curatrice. Patrizia di Meglio è nata a Barano d’Ischia, dove vive e lavora. Storica dell’arte (laurea e specializzazione presso la “Federico II” di Napoli), ha collaborato al volume La pittura napoletana dell’Ottocento, Pironti, 1990, Napoli. Autrice del saggio La retorica dell’immagine: dalla caricatura al manifesto in Otto/Novecento, II, ESI, 1996, Napoli e curatrice del convegno sul “Mercato dell’arte contemporanea a Napoli” (1997), ha lavorato come storica dell’arte dal 1992 al 2000 per la Soprintendenza ai Beni artistici e Storici di Salerno e Avellino, e dal 2003 al 2007 come redattrice per la Imagaenaria edizioni, dove ha pubblicato il saggio Ischia. Natura, cultura e storia (I ed. 1997; II ed. ampliata, 2001; III ed. 2010). Attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.

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