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Sulla metafisica dell’addio di Cioran

12 maggio 2011

Sulla metafisica dell’addio di Cioran. Conversazione con Antonio Di Gennaro

di Horia Corneliu Cicortas

L’autore. Nato a Napoli nel 1975, Antonio Di Gennaro si è laureato in Filosofia all’Università di Napoli “Federico II”. I suoi studi privilegiano lo sviluppo dell’esistenzialismo contemporaneo, con particolare riferimento alle problematiche del tempo e del dolore. Ha pubblicato la raccolta di versi Parole scomposte (Alfredo Guida Editore) e saggi sul pensiero di Karl Jaspers. Dal 1996 lavora presso Elasis (gruppo Fiat) dove si occupa di comunicazione aziendale.

Il libro. Metafisica dell’addio è uscito da pochi mesi presso l’editrice Aracne di Roma (104 pp., 8 euro). Il volume contiene tre studi precedentemente pubblicati in Italia (2008 e 2010) e Romania (2007), preceduti da una presentazione del prof. Roberto Garaventa e da una breve nota biografica su Emil Cioran. Un volume snello, di facile lettura anche se opportunamente corredato di note e riferimenti bibliografici, in cui il giovane autore napoletano si sofferma sui vari aspetti della “patosofia” cioraniana, colta nei suoi molteplici aspetti: dalla riflessione filosofico-religiosa, fino al ruolo liberatorio della scrittura. Con l’occasione, Antonio Di Gennaro ha rilasciato la seguente intervista per FIRI.

FIRI: Il volume raccoglie tre suoi studi su Cioran, scritti tra il 2005 e il 2008 e pubblicati su tre riviste distinte (due in Italia e uno in Romania). Qual è stata la ragione che l’ha spinta a ripubblicarli all’interno di un volume?

Antonio di Gennaro: Nei tre saggi, cercavo soltanto di offrire dei contributi interpretativi, a partire dalla mia personale esigenza di comprendere e di relazionarmi al pensatore di Sibiu. Erano singoli passi, accenni, tentativi, che alla fine però si sono rivelati passi di un percorso, tasselli di un disegno, a-posteriori unitario. La necessità di riproporli in un volume unico è sorta proprio quando ho avuto questa percezione: che qualcosa avesse preso forma, che ciò che non avevo inizialmente previsto o pianificato si era comunque realizzato. Pur essendo consapevole della parzialità di ogni lavoro e della particolarità di ogni prospettiva, sentivo che qualcosa di nuovo era emerso, che le mie riflessioni presentavano un filo conduttore riconducibile al tema dell’addio come paradigma dell’esistenza, in Cioran.

Nonostante questi tre approcci ricordati, in tutt’e tre dei testi che compongono il suo libro ho notato l’abbondanza di espressioni filosofiche tedesche, in particolare di matrice heideggeriana: frutto della formazione universitaria o scelta consapevole?

Heidegger è stato, ed è, per me un autore fondamentale. Ma non solo Heidegger. Nel mio volume cito spesso anche Jaspers, filosofo di cui mi sono occupato per la mia tesi di laurea nel 1999. Durante i miei studi su Cioran ho sempre cercato un confronto tra questi pensatori. Da un lato i maggiori teorici della filosofia tedesca contemporanea, dall’altro un filosofo non accademico, un pensatore libero non legato ad alcuna Università. Cosa hanno in comune queste tre esperienze di pensiero? Cosa accomuna l’ontologia fondamentale di Heidegger, la periecontologia di Jaspers e la metafisica di Cioran? Ogni filosofia nasce dal sentimento dell’assurdo, dal fatto sconcertante che vi sia “essere”. Ecco, questi tre pensatori ripropongono in maniera originale e decisiva l’inquietante interrogativo: perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla? Questa è la domanda ultima, la domanda della disperazione.

Certo. Solo che mentre i due pensatori tedeschi hanno scelto la forma articolata e sistematica del pensare per rispondere alla domanda, Cioran ha preferito il frammento e la goccia di lucidità condensata. Com’è avvenuto il suo primo contatto con gli scritti di Cioran e a che cosa si sente più legato, nel discorso o nello stile cioraniano?

Ho sempre amato gli autori “maledetti” e le voci “fuori dal coro”. Scrittori, poeti, filosofi che hanno posto al centro della propria riflessione il tema dell’esistenza e la precarietà della condizione umana (Rilke, Pavese, Pessoa, ad esempio). Credo di essermi imbattuto per la prima volta in un testo di Cioran, La Chute dans le temps, nel 2000. Le ultime pagine sono state per me “folgoranti”, incentrate come sono sulla tragicità del tempo. Da quel momento è iniziata una lettura serrata e approfondita di tutte le opere di e su Cioran. Ogni opera era un universo da esplorare. Scoprivo e mi innamoravo di un autore che non trattava di concetti astratti, di astruse teorie, ma di concrete esperienze vissute: noia, dolore, disperazione, insonnia. Questo è l’aspetto affascinante di Cioran: in lui la filosofia è autentica consolazione dell’anima, ricerca di un senso nonostante l’assurdità della vita. In Cioran la filosofia nasce dalle emozioni: ha a che fare con la sfera “affettiva”, “patica”, non certo con quella logica. In tal senso essa è un atto di resistenza nei riguardi di un’esistenza che non abbiamo chiesto.

Leggendo i Quaderni, ha potuto scoprire un’altra dimensione dell’autore e dell’uomo Cioran, diversa da quella “ufficiale” dei testi pubblicati in vita. Rispetto ai libri parigini postbellici, come le sembrano i testi scritti e pubblicati da Cioran prima di lasciare la Romania? A parte, naturalmente, gli scritti “politici” poi ripudiati, come La trasfigurazione della Romania.

Noto una continuità delle tematiche, non vedo segni di rottura. Lo stile certo subisce le restrizioni della lingua francese, rispetto alle “libertà” e alla “sregolatezza” della lingua rumena, ma la sostanza, l’intima sofferenza che attanaglia l’animo di Cioran, lo accompagna dagli anni giovanili sino alle sue ultime opere. L’evoluzione è quindi di carattere formale, stilistico, ma il nerbo del discorso è lo stesso. È la malinconia, l’angoscia, la solitudine, la lotta contro Dio, la traumaticità del tempo, il sentimento della morte in vita. Ciò che ad esempio caratterizza le opere rumene Al culmine della disperazione (1934), Il libro delle lusinghe (1936) o Il crepuscolo dei pensieri (1940), è ciò che ritroviamo anche nei testi francesi: dal Sommario di decomposizione (1949) a Confessioni e anatemi (1987). E anche nei Quaderni che lei citava, pubblicati postumi, ritroviamo lo stesso Cioran, l’uomo che cerca risposte al “male di vivere”, l’uomo che chiede una giustificazione al dolore e all’angoscia di essere in vita. Quella di Cioran è una autentica Existenzphilosophie, elaborata tanto a Sibiu, quanto a Parigi. Una filosofia dell’esistenza che culmina in una “metafisica dell’addio”.

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