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Ostacoli e auspici nella lotta alla tratta in Romania e Italia

7 ottobre 2010

Inganni (promesse di lavoro ben retribuito all’estero), compravendita di persone destinate allo sfruttamento sessuale o lavorativo, violenze, riduzione in schiavitù: sono questi gli elementi principali di una piaga mondiale che coinvolge reti criminali di sfruttamento, da un lato, e le vittime destinate al mercato della degradazione umana, dall’altro. Se n’è parlato a Firenze tra il 27 e il 29 settembre, nell’ambito del quinto seminario nell’ambito del progetto Anima Nova (www.animanova.ro), dedicato alle “misure integrate di accompagnamento per l’inclusione socio-lavorativa delle vittime di tratta”.Rappresentanti di istituzioni e associazioni di  Romania e d’Italia si sono incontrati per proseguire un lavoro comune, svolto nei quattro incontri precedenti (di cui due in Italia: Torino e Roma, e due in Romania, a Bucarest e Iaşi), che continuerà nei mesi prossimi con i lavori di Timişoara e Milano. Individuazione, approfondimento e aggiornamento sui metodi migliori e sulle prassi da condividere sul percorso di prevenzione del fenomeno di tratta, ma anche di assistenza alle vittime per favorirne il reinserimento sociale – ecco, in sintesi, l’oggetto del seminario. Ne abbiamo parlato col prof. Louis Ulrich, della Soros Foundation Romania, Bucarest, che ci ha gentilmente concesso l’intervista sottostante.

(La versione cartacea della presente intervista, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, è uscita, in romeno e in italiano, sul numero 5 (9 ottobre 2010) del quindicinale torinese “Ora”).

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Secondo Lei, quali sono i principali ostacoli attuali, dal punto di vista socio-culturale, ma anche sul piano legislativo e istituzionale, per la lotta contro la tratta?

Louis Ulrich: Non credo ci siano ostacoli socio-culturali o legate alla legislazione e alle istituzioni con responsabilità nel contrasto al traffico di esseri umani – né a livello nazionale (e mi riferisco sia alla Romania che all’Italia), né a livello internazionale. La Romania è uno Stato che ha firmato il Protocollo di Palermo, ha elaborato un corpus di leggi e atti normativi in conformità con la legislazione internazionale riguardante la prevenzione e la lotta contro la tratta, sono state create strutture istituzionali con precisi compiti e responsabilità in materia.

Dunque, la lotta contro la tratta in Romania non è sminuita da un deficit sul piano legislativo o da istituzioni poco attrezzate ad affrontare il fenomeno. La stessa cosa può essere affermata anche nel caso dell’Italia. Al contrario, tra le strutture dei due Paesi di contrasto alla tratta si è radicata da tempo una collaborazione molto stretta, sia tramite scambi di informazioni, sia tramite azioni comuni contro le reti di sfruttamento, da un lato, e di assistenza alle vittime, dall’altro.

Si sa però che le reti di sfruttamento sono molto organizzate, anche sul piano della difesa legale…

Certo, parliamo di una lotta tra due combattenti che dispongono di abilità e poteri il più delle volte sbilanciati. È risaputo che il traffico di persone è una delle attività criminali che, accanto al traffico di droga e di quello delle armi, produce ricavi colossali. Le somme ottenute nello sfruttamento della tratta, sia che si tratti di bambini e adulti, donne o uomini, superano spesso, di gran lunga, il PIL di alcuni Stati che si confrontano da tanto tempo con la povertà endemica o con frequenti guerre civili.

Solo per avere un’idea della vastità del fenomeno, vorrei ricordare alcuni numeri presentati nel Rapporto sul Traffico di Persone del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, pubblicato nel giugno di quest’anno. Si stima che, a livello mondiale, il numero degli adulti e dei bambini vittime delle varie forme di sfruttamento conseguente alla tratta  sia di 12,3 milioni, mentre il numero delle vittime identificate è di 49.105. Rispetto a tali numeri, secondo i dati dello stesso Rapporto, le condanne per tratta nel 2009 sono state 4166, mentre esistono ancora 104 Paesi privi di leggi, politiche o misure di prevenzione della deportazione delle vittime identificate sul proprio territorio.

La differenza tra stime e vittime identificate è enorme

I numeri possono dire di più o di meno a seconda di chi legge e della prospettiva adoperata per la comprensione del fenomeno. Dobbiamo però tener presente un fatto molto semplice per capire la complessità della lotta di cui parlavano e lo squilibrio di forze impiegate nella tratta: ovvero, nel processo di tratta, la compravendita delle vittime tra i trafficanti è un fatto normalissimo, e ciascuna vendita viene fatta per ottenere il massimo del profitto possibile. Possiamo immaginare l’ammontare delle somme “investite” o “impiegate” e il profitto ottenuto solo se teniamo presente il fatto che nel primo passaggio, un reclutatore o un piccolo trafficante può vendere una vittima per due o trecento euro, mentre il valore “commerciale” di quest’ultima, e il relativo profitto ottenuto tramite sfruttamento potrà tranquillamente raddoppiare o triplicare con ciascuna successiva vendita, di modo che si potrà facilmente arrivare ad un profitto mensile di almeno 5000 euro. Se noi moltiplichiamo questa somma col numero di vittime, comprendiamo molto bene la dimensione finanziaria del fenomeno e la sua natura criminale. L’essenza del traffico di persone risiede nella reificazione: da essere umano, la vittima è trasformata in merce. Una merce che viene valutata dal venditore e dall’acquirente, con un prezzo che è contrattato tra i trafficanti, visto che la preoccupazione esclusiva di tutti quanti sono coinvolti in questo fenomeno, indipendentemente dal ruolo occupato nella gerarchia delle reti di tratta, è l’ottenimento del massimo profitto possibile. Infatti, è proprio a causa di queste somme immense ottenute in ciascun anello della catena criminale, che la lotta contro la tratta è sempre più difficile, dato che gli Stati non hanno, il più delle volte, risorse paragonabili a quelle di cui dispongono i trafficanti. In più, la tentazione di accedere a questi guadagni fantastici è enorme, e la sostituzione di un attore più piccolo o più grande in questo meccanismo è fatta non soltanto con molta rapidità, ma anche con un evidente desiderio di occupare un posto quanto più alto nella gerarchia. La dimensione pecuniaria annulla ogni tipo di sentimento umano nei riguardi delle vittime, e tanto meno il rischio di una guerra personale con una istituzione nazionale o sovrannazionale, o con un’organizzazione internazionale, per non parlare dell’accettazione delle leggi e regole imposte tramite legislazione o azioni che denunciano il fenomeno.

Per tornare ai romeni presenti in Italia, a suo avviso come possono contribuire alla prevenzione del fenomeno già dal Paese di origine?

L’Italia è uno dei principali Paesi di destinazione dei cittadini romeni, minori e adulti, trafficati ai fini dello sfruttamento sessuale o lavorativo. Mentre il fenomeno della prostituzione (forzata o no) quale effetto della tratta è più visibile per via dell’esibizione pubblica delle vittime e, di conseguenza, più facile da identificare, controllare e combattere dalle istituzioni governative abilitate, congiuntamente all’azione preventiva realizzata dalle ONG, la tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo sembra essere, invece, un tema meno conosciuto dalla popolazione in generale, non solo in Italia. La Romania è un Paese di origine per molte persone trafficate in Italia anche in vista del lavoro forzato. Questo fenomeno, che è sempre più esteso e ha sulle vittime conseguenze altrettanto devastanti delle altre forme di sfruttamento,  è diventato un argomento di preoccupazione permanente per le autorità romene.

Le campagne di prevenzione a livello regionale o focalizzate nelle zone che sono note alle autorità italiane per essere destinazioni predilette scelte dai trafficanti (specialmente per lo sfruttamento lavorativo nell’edilizia o in agricoltura), possono avere un impatto molto consistente sui cittadini italiani. Questo, in considerazione del fatto che le persone trafficate non sono molto visibili, il loro contatto con gli autoctoni è minimo, ed è proprio su questa mancanza di reazione della popolazione locale che i trafficanti puntano; mancanza di reazione generata soprattutto dalla mancanza di informazioni su questo fenomeno anche nelle zone che ne sono interessate.

Un ruolo molto importante nell’avviare e svolgere tali azioni di sensibilizzazione delle comunità locali, per attirarne l’attenzione su un fenomeno piuttosto poco conosciuto o riconosciuto, anche se molto diffuso, potrebbero avere le ONG, naturalmente col sostegno logistico delle istituzioni locali o centrali. Inoltre, le associazioni degli immigrati (ma non solo dei romeni), possono benissimo essere coinvolte in tali campagne. Essi possono essere vettori credibili, fornitori di informazioni pertinenti su certe realtà durissime, dato che hanno superato l’iniziale barriera di diffidenza dei locali e godono di un certo grado di accettazione, se non di integrazione, nella popolazione locale.

In questo senso, i seminari bilaterali di lavoro, come questo di Firenze, sono un passo avanti, anche nell’ottica del coinvolgimento delle associazioni dei due Paesi

Sì, il seminario organizzato a Firenze nell’ambito del progetto Anima Nova, coordinato da organizzazioni non governative di Romania e d’Italia, è stata una prova perentoria del fatto che gli sforzi comuni profusi in due Paesi possono avere un ottimo risultato. Anzi, è stato evidente che la maggior parte delle ONG italiane partecipanti avevano un grande bisogno di informarsi sulle realtà della Romania in generale, e sul fenomeno della tratta in particolare. Questo deficit di conoscenza, peraltro molto legittimo, visto che nemmeno le autorità romene non hanno fatto sforzi troppo grandi per la disseminazione di informazioni nel seno della società e dei media italiani, può essere colmato in abbastanza facile ed efficace mediante un’organizzazione più efficiente e incontri con frequenza più elevata tra gli enti locali e le ONG attive nei due Paesi nel settore della prevenzione della tratta e dell’assistenza alle vittime di tratta. Credo che lo scambio continuo di informazioni, ma anche di idee e buone pratiche a livello “micro”, per così dire, ovvero al livello “grass root organizations”,  sia una delle più efficaci modalità per la costruzione di campagne a raggio limitato, ma costante, ben mirate e dunque azzeccate, per la prevenzione della tratta di cittadini romeni in Italia.

Lei pensa che, se non la legalizzazione vera e propria, almeno la depenalizzazione della prostituzione potrebbe facilitare la lotta allo sfruttamento sessuale? Le chiedo questo considerando che la legge romena, a differenza di quella italiana, punisce non soltanto gli sfruttatori, ma anche le persone che praticano la prostituzione, sia che si tratti di una scelta libera o di una coercizione.

La risposta a questa domanda, o meglio i tentativi per rispondere a queste domande, si sono costituiti in altrettanto posizioni degli interrogati, talvolta intransigenti e radicali, posizioni che hanno spesso non solo un carico etico-sociale, ma anche politico. Gli argomenti variano da quelli di tipo funzionale-economico (una volta depenalizzata o, più correttamente, sgravata di ogni connotazione che la situi al di fuori della legge, la prostituzione può essere vista come attività di natura economica, fornitrice di reddito alle casse dello Stato, i soggetti che si prostituiscono diventando in tal modo persone la cui professione li rende semplici contribuenti paganti tasse e imposte), a quello sanitario (il controllo medico permanente e il monitoraggio rigoroso dello stato di salute delle prostitute farebbe scendere moltissimo i casi di malattie contagiose a trasmissione sessuale), fino a quelli teologici – ovvero, la netta condanna della prostituzione da parte dei rappresentanti della Chiesa Ortodossa, condanna che fa spesso ricorso non soltanto alla lettera e allo spirito delle scritture religiose, ma anche ad argomentazioni facilmente riconducibili alla logica di discorsi patriottardi o perfino nazionalisti. Il ricorso ad una retorica che intreccia in maniera aleatoria il sostrato ortodosso con un’identità sociale e nazionale discutibile, eventi e personaggi storici, innestati su una dose di sfiducia, scetticismo e delusione generate dalle realtà socio-economiche, non è sempre facile da comprendere e assimilare, implica un coefficiente abbastanza elevato di ambiguità al livello del ricettore, e crea infine ansia e insicurezza.

Indipendentemente dal modo in cui potrà strutturarsi ed evolvere il discorso, innanzitutto politico, circa la legalizzazione o no della prostituzione, al di là delle posizione che saranno espresse da diverse istituzioni e organizzazione, tanto governative quanto della società civile, la risposta deve riguardare in primo luogo le cause che rendono possibile il fenomeno di tratta (se parliamo di prostituzione connessa al traffico di persone); soprattutto le cause economiche, ma anche quelle riguardanti il livello sociale e culturale che possono diventare vittime della tratta. La soluzione, sempre più difficile, a questo genere di problemi dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni del governo romeno. I ruoli dovranno essere ben delimitati, tenendo presenti le sfere di competenza e responsabilità degli attori coinvolti.  È ovvio che la prevenzione del traffico di esseri umani può essere realizzata nel modo più efficace tramite gli sforzi congiunti di istituzioni e organizzazioni non governative, mentre la lotta al fenomeno è di competenza esclusiva delle strutture specializzate del Ministero dell’Interno. Ugualmente, l’assistenza alle vittime si è rivelata più efficiente là dove i servizi sono forniti dalle ONG, con sostegno finanziario da parte dello Stato.

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