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“Il coraggio di cogliere un fiore” – a colloquio con Ioan Ciprian Farcaş

12 gennaio 2010

Intervista con Ioan Ciprian Farcaş

– a cura di Diana Miloş –

Ioan Ciprian Farcaş è nato nel 1980 a Bacău (Romania) e vive a Milano. Dal 2002 è volontario della Caritas Ambrosiana come mediatore linguistico-culturale e, dal 2006, è tutor per progetti d’integrazione e recupero scolastico per adolescenti stranieri. Dal 2007 lavora nell’ambito socio-pedagogico. Con il racconto La gioia di essere grande si è classificato al primo posto al concorso “Immicreando” del 2007. Il coraggio di cogliere un fiore è la sua prima pubblicazione.

L’emergere di un giovane e talentuoso letterato romeno sulla scena culturale italiana è un evento per una comunità, come quella dei romeni d’Italia, con una vitalità culturale piuttosto latente e ancora poco visibile. Comincerei però la nostra conversazione con una domanda comune: come sei arrivato in Italia?

Ti ringrazio per il “letterato”: se fossi pienamente consapevole, esulterei di gioia! Attualmente mi manca tale consapevolezza. Facendo un excursus esistenziale, penso che tutti questi anni di lontananza siano stati conditi da una specie di “innocua inconsapevolezza”. La stessa inconsapevolezza che in qualche modo ha condito la mia partenza dalla Romania. Finita la terza media, volevo entrare in seminario. L’alta concorrenza e il numero chiuso mi fecero attendere un anno. È in quell’anno che maturò la scelta di venire in Italia. Non sapevo, né pensavo di trovare un mondo nuovo: non avevo mai viaggiato, perciò pensavo che l’Italia fosse semplicemente un’altra Romania. In quegli anni erano poche le persone che venivano in Italia, e io non mi ero costruito una mitologia di questo Paese. Indescrivibili risultano le sensazioni che vivevo in quel periodo. Solo dopo tre giorni di viaggio, al mio arrivo a Roma, mi sono reso conto che effettivamente avevo lasciato il mio paese e la mia casa. Lì per lì inconsapevolmente mi sono detto “che sarà mai un paese nuovo, buttiamoci”, e ancora oggi mi ci butto.

Qual è l’origine dell’inclinazione verso la letteratura e della convinzione di possedere una “retorica” artistica, una parola più acuta da dire al mondo? Qual è dunque il tuo percorso letterario fino ad arrivare alla sua prima pubblicazione, è stato questo un percorso lineare di studio, oppure una passione libera e informale?

Come tutte le mie partenze, fisiche ed esistenziali, anche l’inizio di questa fantastica avventura l’ho condita di un senso di inconsapevolezza. Ho sempre amato leggere e ho sempre invidiato coloro che avevano la capacità di esprimersi pienamente. Inoltre, uno dei più grandi miei difetti è l’angoscia di non essere compreso. È questo difficoltà che mi ha spinto a costruirmi una dialettica esplicativa. Non amo la vita in bianco e nero. Da qui la necessaria dovizia di particolari. Semmai dovessi identificare l’inizio di questa avventura letteraria, penso sia nel continuo “malinteso” con i miei vari professori di italiano. Malgrado l’acclamata bravura (sinceramente non ho affatto capito ispirata da quali dati), non ho mai preso più di sei in italiano. È lì che è nata l’officina di linguaggio. La consapevolezza di possedere una dialettica da certamente un senso di tranquillità, una pace strana, una ricerca inquieta di parole che scaccia l’angoscia dell’incomprensione. Ho partecipato a Immicreando 2007 spinto da amici e parenti. Mi aspettavo dei complimenti dopo la premiazione. L’unica cosa che mi sentivo dire era: “te l’ho sempre detto che hai un modo particolare di scrivere e parlare”. E questo “particolare” non l’ho mai capito. L’unica linearità che mi sono imposto è il forte desiderio di descrivere un mondo colorato, un mondo umano colorato. Il resto nasce da una liberalità di sensazioni e da un’informalità espressiva. Quando scrivo mi sembra di essere nell’officina di un falegname. Ho l’impressione di prendere le parole, di scolpirle, storpiarle per un desiderio di musicalità, di liricità e perché no, di “deliricità”.

Per tornare al tuo libro, ho notato un ampio registro stilistico: presenza di particolari metafore, ricchezza di immagini, psico-analisi dei vissuti. Anche se a volte in nuda e diretta confidenza passionale, le parole scorrono verso una versione colta ed elegante, cavalleresca e casta. Si sente un ritmo classico, austero, nel rivolgere (ad esempio) parole d’amore all’ “amata” … Tu definisci questo tuo libro “lirico-delirico”. Quali sono i maestri che hanno dato forma artistica a questo “delirio” di vissuti? Cominciamo con Dante, qui nominato ed invitato a farti compagna nel viaggio-purgatorio d’amore. Poi?

Ho sicuramente dei punti di riferimento. Ho il maledetto Dante che mi fa paura. M’incanta leggerlo. Una perfezione di espressione e di musicalità. Sono terrorizzato dall’idea di poterlo storpiare. Non mi sognerò mai di imitarlo. Il risultato sarebbe sempre e comunque mediocre. Lui mi resta maestro, o meglio guida. La sua idea geniale del purgatorio, del paradiso, dell’inferno per una che a stento vedeva di passaggio, mi incanta molto.  Pensando a lui mi immagino le angosce che lo avvolgevano nell’attendere la domenica lì, dove poteva incontrare la donna di cui era innamorato. Quest’immagine mi evoca il ricordo delle infinite notti d’attesa. La mia amata aveva poco tempo e mi ricordo un giorno che mi aveva inviato un’e-mail alle cinque di mattina. Io che non avevo internet mi sono catapultato in ufficio. Quel viaggio era sì colmo di gioia, disperazione e attesa. Questo mi spinge a pensare  alla percezione di tempo descritta da Dante. Lo invidio per essere vissuto un’epoca in cui non c’erano i cellulari ad avvisarti di una mail spedita… Una percezione di eternità e di fugacità. Un misto di inferno delle sue inadeguatezze, un purgatorio di attese e fugaci attimi di contemplazione paradisiaca.

Un altro che mi fa paura e mi provoca una certa rabbia per la sua esistenza è Eugen Ionescu. Spesso lo odio perché è nato. Semmai avessi voluto essere qualcuno, ecco sarei voluto essere Ionescu. La sua capacità di cogliere l’assurdità della normalità umana mi prende e mi angoscia, eppure mi incanta.

Se potessi fare un appello lo farei proprio a loro due: Dante e Eugen, adottatemi, mettiamoci in un locale e voi con le vostre arti e io lavo i piatti e cucino e faccio tutto quanto. Entrambi siete ciò che scrivete, dannazione, e siete mitici!

Trovandomi davanti ad un libro autobiografico e parlando dell’autore, si arriva a parlare del personaggio stesso, ms parlando del personaggio si arriva di nuovo a parlare dell’autore. Insomma, come ti senti da personaggio del tuo stesso libro?

Alda Merini diceva che la sua più bella poesia era la sua propria vita.  Il personaggio è colui che ha colto l’eccellenza di sensazioni vissute, è l’anima della poesia.

Il mio personaggio, il mio essere sognatore e ricercatore di sensazioni, sogna, vive. L’autore ne fa da cronista. Difficile scindere le sue cose. Da qui nasce la necessità di una guida per il lettore, da portarlo nel cuore del personaggio. Così accompagno il lettore in questo mondo tempestato e colmo di sensazioni. In quanto autore mi sento come quelle guide turistiche che accompagnano i gruppi a visitare i siti di interesse culturale. È come se, avendo vissuto i miei giorni pienamente, non potessi che orgogliosamente vantarla agli altri. Ma non parlo di un orgoglio sbeffeggiante, bensì dell’ orgoglio di poter condividere il bello. Se oggi  mi dicessero che è il mio ultimo giorno di vita, mi sederei a mangiare un profiterole. Io personaggio e io autore non conosciamo rimpianti e pregiudizi. Abbiamo avuto il coraggio di cogliere del bello. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere la consapevolezza di un nostro mondo, di un microcosmo che ruota intorno alla quotidianità di vite, ospitandone angosce, ma non solo.

Nel tuo microcosmo artistico si incontrano due mondi, due società, due culture, ognuna con le proprie bellezze e i propri problemi passati e presenti. Io ho distinto due “rifiuti”, due prese di posizione: il rifiuto ad una Romania che non offriva un lancio degno per volare in alto. Un secondo rifiuto ad un’Italia, alla quale si dichiara di voler diventare di nuovo “straniero”: in un paese scoperto e amato come il proprio, figlio adottato e fedele, sei obbligato a diventare figliol prodigo controvoglia. Puoi commentare un po’ il significato profondo di questo tuo “rifiuto”?

Sono terrorizzato dall’idea di vivere in un mondo sempre più mediaticamente modificato. Un mondo pigro che appende da ciarlatani arguti le verità del mondo. Inconsapevolmente mi sono integrato in Italia. Ne ho colto lo spirito rimanendo romeno. La mediatizzazione produce ogni giorno psicosi a orologeria. La Romania e l’Italia (non vorrei sembrare pessimista) alternano psicosi e ipocondria. Non c’è più quello spirito curioso, intellettualmente curioso. So che l’Italia è un’altra. E so anche che la Romania stessa non è così come appare qui. Nutro la consapevolezza che la minoranza più grande in Questa Italia siano proprio gli italiani autentici. Loro non urlano e non insultano. Loro sanno che il mondo non è fato di buoni e di cattivi, di vincitori e di vinti. Loro non rincorrono il successo, ma costruiscono con successo la loro professione. Loro non soffocano l’estraneo, ma lo invitano a tavola riconoscendone l’alterità e la diversità. Ecco, il mio essere straniero vuole essere un rifiuto a questa crescente mediatizzazione del quotidiano. Torno straniero non riconoscendomi in questo clima di dilemma, di regnante confusione. Qualcuno definisce dilemma una situazione in cui uno cerca di prevalere sull’altro cercando di distruggere e annullare l’altro. Ecco io orgogliosamente mi dichiaro estraneo e straniero a questi meccanismi.

Forse l’immagine più bella di questo libro riguarda, almeno a mio parere, il legame ombelicale con la propria madre(lingua) e l’amore verso la madre(lingua) adottiva. A questo proposito, quali sono le soddisfazioni dell’uso della Parola nel tuo lavoro di mediazione?

Uscendo presto di casa, non sono riuscito a “mettere in croce” i miei genitori nella mia adolescenza. A mettere in atto la mia ribellione. Ho potuto invece mettere in atto questa dinamica nei confronti della lingua madre. Mi sono a lungo ribellato alla romenità non perdendo occasione per sottolinearne l’apparente fragilità. Tutta questa bagarre di lingue e linguaggi mi ha portato a comprendere il ruolo delle due lingue. Crescendo mi sono reso conto che sono due lingue distinte con due ruoli distinti. Un uomo arrivato in età adulta sposa una donna, non certo per avere una seconda madre. Così anch’io pur non rinnegando, anzi scoprendola sempre più fantastica, la lingua romena, ho sposato quella italiana. Come una donna che più amo al mondo. Due lingue con due distinti ruoli. L’aspetto fertile, la prole, la mia poetica vuole essere un punto di congiunzione. Non un miscuglio, né un pasticcio alla livornese in cui si butta un po’ di qua e un po’ di la, ma un romantico punto di congiunzione. Un trait d’union in qui la struttura della lingua romena cerca di ospitare la musicalità dell’italiana.

La mediazione linguistica favorisce questo connubio. Nella mediazione, a differenza della traduzione tout court dove si traducono le parole con altre corrispondenti parole, si traducono mondi diversi. Si spiegano reciprocamente due linguaggi e due modi di pensare. Mediare diventa un ruolo chiave, un punto di unione. Incantevole soprattutto per chi la fa. Mediare inoltre mi aiuta a riconoscere e rispettare e spesso ad amare la diversità, l’alterità. L’alterità che fa tanto paura oggi, la diversità dello straniero per me diventa sempre più un valore aggiunto, un qualcosa che rende il mondo intorno a me non più bianco e nero, ma colorato, anzi coloratissimo. La contraddizione più evidente che oggi noto nei media di tutto il mondo è proprio quella di raccontare un mondo in bianco e nero, con l’uso di coloratissime immagini. “Mediare” fa il contrario: apre la realtà cupa della povertà verso mondi colorati, diversi.

Qual è il significato del titolo “Il coraggio di cogliere un fiore”? Dunque, qual è la visione dell’amore in questo libro dedicato all’amore?

Il senso profondo del titolo non si limita ad una semplice situazione d’amore. Il titolo è un assioma quasi universale (per me). Non si coglie più perché si lascia cogliere ad altri, perché si ha paura delle conseguenze, perché ci si ha paura di pungersi. Penso spesso a quanto siano utili la gioia e la sofferenza. Sono entrambe indicatrici di vita. Ci rendiamo conto di avere una vita quando soffriamo, quando temiamo di perderla. Il coraggio sta nel cogliere la sofferenza per cogliere la vita, il coraggio è di non prevenire la vita negandosi il bello, ma di coglierla così com’è. Di gustarla.  Di non lasciarsi ammagliare dai pregiudizi che immancabilmente producono rimpianti.  Di non pensare a come vivere ergendo muri di autodifesa, ma di vivere, semplicemente. Semmai potessi definirmi con un motto, sarebbe questo: “semplicemente vivere e vivere semplicemente”. Malgrado l’avverbio semplicemente ripetuto, cogliere la semplicità della vita penso sia la cosa più complicata di oggi. Cogliere la semplicità necessita di coraggio, del coraggio di cogliere un fiore. È questo il senso profondo. Il titolo evoca il necessario coraggio di vivere l’amore, nudo da pregiudizi e immune da rimpianti.

È chiaro per il coraggio. Quale potrebbe essere invece, per il tuo personaggio innamorato, il timore più grande? A parte, ovviamente, le spine. E la speranza più grande?

Il mio vero timore è che questa ingenuità così incantevole dia luogo alla solitudine non del genio, ma dell’ingenuo che sono. Ho paura di non trovare complici per una simile e stupenda avventura. Ho il timore di gustarmi semplicemente la vita senza una complice. Il personaggio teme in sintesi di non riuscire a pungersi. Facile quindi la conclusione.

La speranza più grande è che il libro, il personaggio e l’autore, ove vi fosse un distinguo tra queste tre entità, ispirino un semplicemente vivere e un amare semplicemente. Ho sottolineato in vari passaggi la differenza tra amore e possesso. L’amore è un qualcosa di incontenibile, perciò bello, mentre il possesso dell’amata è l’evoluzione patologica dell’amore. Il coraggio spunta come il prezzemolo anche in questo contesto: cogliere non per avere, ma per essere. Cogliere non per possesso ma per condivisione.


  1. ioan ciprian farcas
    13 gennaio 2010 alle 23:15

    oggi leggevo i giornali… ho sentito un pezzo di tg e ho provato nostalgia. ho provato nostalgia per l’italia.. quella vera… mi domando quanti si rendono conto della retrocessione umana che sta vivendo questo bellissimo paese. proprio come una gnocca, una figa che malgrado una bellezza straordinaria è patologicamente depressa..

  2. patrasc ionel
    31 gennaio 2010 alle 16:04

    ho letto finalmente il tuo libro e devo dire che usi un linguaggio molto classicheggiante e avvolte dantesco, ma quello che non sono riuscito a capire come mai ci vuole tuttto sto coraggio per cogliere un fiore??? tu quanti ne hai raccolti???

    • ioan ciprian farcas
      13 settembre 2010 alle 21:02

      tado a risponderti ionel.. perchè a volte la chiarezza delle risposte e delle idee e delle cose da cogliere nella vita sia un lusso da pochi e io a lungo me ne sento privato. perchè serva coraggio mi chiedi. io penso per vovere autenticamente, perchè a cercare il male spesso ci viene naturale, meno naturale invece ci viene cercare e accettare di essere degni di un bello che segni, che lasci traccia nelle nostre esistenze. e quanto a me, tanti sono i fiori raccolti forse, molto meno di quanto avrei desiderato

  3. roca monica
    13 settembre 2010 alle 20:07

    ho letto parzialmente il tuo libro e posso dire che mi ha impressionato molto e ti faccio i miei complimenti. continua sempre così, auguri. spero che ti ricordi di me, andavamo a scuola insieme in balcescu. fatti sentire. ciao.

    • ioan ciprian farcas
      13 settembre 2010 alle 20:58

      certo che mi ricordo… cara Monica. e mi ricordo quel periodo come fosse una pagina importante e divertente e spensierata e a posteriori magica della mia vita. in questi giorni ho la percezione che il mondo vada a rotoli e che tutto il resto rimanga. e penso che certe pagine della nostra esistenza siano un tutto che rimane. ti ringrazio per i complimenti e spero di vederci presto.. ciao ciao

  4. fabrizio
    13 settembre 2010 alle 23:20

    Caro Iona( ho scoperto che poi ti chiamano ciprian anzi cip) ho letto il tuo libro e confesso l’ho riletto dopo che ho iniziato a leggere di te. mi chiedo quanta energia e quanta voglia di vivere tu abbia? quanta capacità di odorare il bello anche quando c’è meno? fatico ad immaginarti adulto e maturo anche se la tua vivacità linguistica nasconde un intelligenza e una profondità non comune. oltre al libro ho letto anche dei racconti che hai scritto. come ho letto il testo con cui hai vinto quel concorso qualche anno fa. e ho chiesto di te ai tuoi amici( confesso che facebook agevola ste cose). ed effettivamente mi sembra che tu abiti un mondo incantato? con tutto questo catastrofismo che respiriamo dove trovi tutta questa energia? complimenti e spero tu voglia condividere questo tuo spirito e spero tu ci voglia ocntagiarci.

  5. 3 luglio 2013 alle 11:35

    Thank you for the information!
    (sorry for using english I can understand italian but I am not so good at writing)

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