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Ceausescu, l’ultimo atto

22 dicembre 2009

di Pierluigi Menniti (East Side Report)

Lo sguardo acquoso è perso sulle centomila teste che affollano la piazza. Il cappello di lana nero che gli scivola fin quasi sugli occhi ne accentua la vecchiezza che, d’improvviso, appare evidente a tutti. La voce è roca, incerta, impaurita. Non è più lui, il Conducator, quando a mezzogiorno e mezza prende la parola sulla balconata del palazzo del comitato centrale con l’immancabile moglie Elena al fianco, di colpo invecchiata pure lei. Sotto, nelle prime file, ci sono i figuranti di sempre, le truppe cammellate armate di striscioni, ritratti, slogan sempre uguali inneggianti al Genio dei Carpazi e al socialismo. Ma niente è più come prima. Ceausescu inizia a parlare, e già non sembra più lui.

Lo spartito è lo stesso, la solita litania dei successi del regime ma il tono sembra quello di un uomo appena atterrato da un mondo alieno, il suo e quello dei suoi signorsì, fino all’ultimo chiusi nel piccolo mondo antico assediato dalla folla rivoluzionaria e, soprattutto, dalle trame golpiste che nel frattempo hanno trovato registi e interpreti. La fine del Conducator arriva dopo il primo minuto e dopo il primo applauso e i primi cori, ritmati, scanditi dalle prime file come un disco di vinile coi solchi impolverati. Poi partono i fischi e i boati. Vengono dalle retrovie e al Conducator appaiono segnali da un pianeta lontano. Appare sorpreso. Non sa che dire. Neppure sua moglie trova la chiave giusta. La televisione rumena riprende tutto in diretta, da Budapest e Belgrado sono collegate le rispettive tv di Stato, la telecamera abbandona il balcone, indugia sui palazzi intorno. Su quella piazza si consuma il primo capitolo del tramonto del sultano. La coppia prova a zittire la folla: «Aoh, aoh, restate ai vostri posti». Rimarranno grida famose e disperate che non calmano i fischi, neppure quando Ceausescu riprende promettendo aumenti di salario in verità risibili ai lavoratori. L’incantesimo è finito ma a dare il colpo di grazia è il piano del putsch che in quel momento comincia a prendere corpo. Da punti imprecisati partono raffiche di mitra, la folla ondeggia e prova a disperdersi, poi riprende la piazza e cominciano i tumulti. Sul volto del Conducator compare una smorfia di panico, tutti lasciano il balcone e riparano all’interno, chissà se in quel momento capisce che il meccanismo del potere si è inceppato. Intanto s’inceppa la tv, che interrompe la diretta. È un altro segnale che qualcosa sta accadendo, si sparge già la voce che il sultano è finito, le manifestazioni si diffondono anche nelle altre città del paese.

A Bucarest, per strada non si capisce chi sta con chi. Chi spara e chi scappa, chi grida e chi sventola bandiere con il buco al centro. Spariscono gli striscioni inneggianti a Ceausescu così come i simpatizzanti che fino allora avevano applaudito e gridato le lodi di sempre: dove sono finiti? La gente scappa impazzita, poi torna sui suoi passi, l’atmosfera si fa violenta, arriva sempre più gente, strani informatori diffondono fra la folla notizie artefatte, spuntano i panzer e i camion dell’esercito e molti manifestanti ci salgono sopra, scorazzano per i boulevard gridando e sventolando tricolori: molti solidarizzano, qualcuno spara ancora. Tra le mura del palazzo si consumano gli ultimi tradimenti. Ceausescu prova a riprendere in mano la situazione, senza successo. Ordina misure straordinarie, divieti, mobilitazioni di reparti che ormai non gli rispondono più. Anche i fedelissimi si dileguano. Il potere sta passando altrove. Non al popolo, però, ma ai complottisti. Scende la notte e il sonno è leggero e angoscioso.

Spunta l’alba del 22 dicembre. Alle nove la moglie Elena riceve la comunicazione che gli operai in sciopero stanno marciando verso il centro e nessun posto di blocco riesce a impedirglielo. Ancora una volta la piazza di fronte al comitato centrale si riempie di gente, il Conducator mette il naso fuori e viene sommerso dai fischi. Capisce che non è aria e rientra. La situazione è drammatica, il responsabile della sicurezza si è suicidato, il suo successore suggerisce alla coppia presidenziale di fuggire in elicottero: anche lui ha già cambiato fronte. I Ceausescu prendono il volo su una città in tumulto ma il pilota li convince a un atterraggio di emergenza in campagna con la scusa che l’elicottero è stato intercettato dalla contraerea. È lì che vengono arrestati, ormai soli come due appestati. Nei giorni successivi il mondo segue gli eventi in diretta senza riuscire a capire cosa esattamente succeda e chi tenga il bandolo della matassa. La sede televisiva è occupata, una straordinaria confusione si muove negli studi davanti alle telecamere.

Compare il comitato di salvezza nazionale, un coacervo magmatico di comunisti emarginati, dissidenti veri e falsi, opportunisti, gattopardi dell’ultima ora che s’impalcano a capi della rivoluzione. Finché, annunciato da grida quasi scomposte, appare Ion Iliescu, il comunista estromesso dalla cerchia dei Ceausescu, il camaleonte che s’impossesserà della Romania post-comunista. Il piano è confuso, tranne su un punto: bisogna far fuori il vecchio leader e sua moglie, impedire che possano parlare coinvolgendo gli altri, i sodali che per anni ne hanno assecondato le politiche folli. E soprattutto, bisogna scaricargli addosso tutta la rabbia della gente e la responsabilità del disastro del paese: solo così sarà possibile rifarsi una verginità. Sarà un processo farsa, anche questo trasmesso in diretta tv, condotto da uomini che non avrebbero titolo e che sfruttano una situazione rivoluzionaria: la manipolazione della disperazione e della ferocia di una popolazione povera e poco istruita è carburante infiammabile, i due satrapi appaiono animali destinati al sacrificio, la pietà non trova posto e neppure la giustizia. Una sentenza già scritta è eseguita con due colpi di pistola alla nuca. I volti sfuocati e senza vita di quelli che furono i capi più osannati e temuti dell’est europeo vengono ripresi dalla telecamera. È il giorno di Natale, la rivoluzione è finita, andate in pace.

Pubblicato su Il Riformista

  1. Nello
    29 dicembre 2009 alle 22:23

    L’altra notte su Fuori Orario ho vistoun interessante documentario tedesco sui giorni del dicembre di venti anni fa. Molto interessante, perchè aveva al centro la televisione, gli studi televisivi della televisione romena, e la rivoluzione vista da quegli studi. Molto interessante, tanta gente, di molti dei quali mi piacerebbe conoscere il destino.

  2. mimmo
    8 gennaio 2010 alle 15:06

    Ceausescu, negli annni settanta, fu presentato in occidente come il propugnatore del socialismo dal volto umano. Ricordo chiaramente gli articoli che comparvero su Selezione dal Reader’s Digest, che davano dell’uomo politico rumeno un quadro positivo. La rivista americana che si pubblicava in tantissime lingue, pubblicò più di un articolo segnalando ai lettori i meriti di quello che poi sarebbe diventato il conducador. Se non ricordo male, in quel periodo ci fu la visita del presidente Nixon in Romania.

  3. FIRI
    8 gennaio 2010 alle 23:13

    Caro Mimmo, effettivamente all’inizio del suo mandato Ceausescu mostrò sia all’interno che all’esterno (per es., il rifiuto di invadere insieme all’URSS e alle altre truppe del Patto di Varsavia il paese amico Cecoslovacchia) un modo liberale e umano di fare, ma le visite in Cina e nella Corea del Nord gli fecero perdere la testa: si innamorò del modello despotico, asiatico, di comunismo, unendo in una sintesi balcanico-maoista-stalinista il comunismo ad un nazionalismo da tre soldi, concentrando sempre di più il potere nelle sue mani e in quelle del suo clan, in modo non molto diverso da come ha fatto il suo più giovane amico Saddam. Entrambi hanno fatto una fine indecorosa, per stupidità, cecità politica e arroganza…
    [Cico]

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