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Il Film Francesca e la conferma di un credo artistico

5 dicembre 2009

di Raluca Lazarovici

Il 3 e il 4 dicembre il tanto discusso film Francesca è stato presentato rispettivamente a Padova e a Udine, in anteprima e con la presenza del regista Bobby Paunescu e dell’attrice Monica Barladeanu, che ha interpretato il ruolo della protagonista.

Il film, che ha infastidito Alessandra Mussolini e Flavio Tosi al punto da farlo escludere dal festival di Venezia di quest’anno e da farlo finire in tribunale, vuole essere una critica sociale in veste artistica e decisamente non presenta nessun tipo di offesa, considerato il contesto; d’altro canto è solo il contesto che dà valore, contenuto e senso alle singole parole. Se c’è qualcosa di realmente offensivo in questo film, allora non lo è rivolto contro persone, ma contro i meccanismi corrotti delle società. Nel dibattito finale di Padova, il regista ha spiegato che la protagonista femminile del film, Francesca, rappresenta una specie di mise en abîme dell’intera società romena, fragile, ridotta – soprattutto da parte dell’elemento maschile – alla condizione di mera sopravivenza morale e fisica, costretta ad improvvisare soluzioni là dove sono stati fatti con tanta leggerezza gravissimi errori. Quella romena è una società sofferente e in difficoltà, forse un po’ ingenua, ma in buona fede, come la protagonista che la incarna, che nonostante i suoi considerevoli sforzi di crescita sana si vede ostacolata da una serie di fattori che concorrono alla limitazione delle sue potenzialità.

Francesca, un nome con una certa risonanza – perché così si chiama la santa degli italiani emigrati in America quasi un secolo fa e perché migranti si è da sempre e a turno tutti -, è, non a caso, di professione maestra – perché è proprio attraverso l’educazione che il messaggio di salvezza di una società trova il suo passaggio privilegiato – e si sente toccata dagli echi di tensione e di negatività contro i romeni che arrivano direttamente dal Bel paese. In seguito al delitto di Giovanna Reggiani avvenuto a Roma nel 2007, la giovane Francesca, interpretata da una bravissima Monica Bârlădeanu, progetta di partire per l’Italia per combattere l’ondata antiromena. È convinta che attraverso il suo operato riuscirà a cambiare questa immagine profondamente offuscata della sua gente e di se stessa. I gravi impedimenti che sorgono prima ancora di raggiungere il campo della sua battaglia contro i pregiudizi degli italiani sui romeni, sono costituiti invece proprio dai pregiudizi dei romeni sugli italiani… La società bucarestina, vista attraverso la lente del regista, è violenta, malvagia, ai limiti della perversione, con tare del vecchio regime ancora funzionanti, alle quali se ne sono aggiunte di nuove, in cui l’unico valore di dinamicità è il potere dei soldi, una società romena urbana alienata e povera soprattutto d’animo, i cui uomini si sono imbarbariti nella corsa verso il possesso di beni, soldi  e persino persone.

È da sottolineare un aspetto che possa sfuggire a una tale valanga di imput: tra tutti i maschi presenti nel film si salva esclusivamente il personaggio omosessuale, proprio in una Romania nella quale, fino a non molto tempo fa, l’omosessualità era reato, oltre che una vergogna sociale. Spetta invece all’elemento femminile il compito di salvare la società romena nella sua multidimensionalità; la donna, nonostante la sua fragilità in una società più maschilista che patriarcale, appare come l’unica in grado di offrire la possibilità di una nuova rinascita, attraverso un nuovo parto, doloroso ma necessario. Ed è proprio per questo che la lettura più appropriata del film è quella di un’energia vitale enorme che contiene in nuce la promessa di un nuovo inizio.

Dov’è l’Italia in tutto questo? L’Italia e gli italiani non si vedono mai direttamente: Francesca non passa il confine romeno. Si intravedono però nel gioco di specchi distorti in cui i pregiudizi, anche a distanza, nascono da pregiudizi, l’odio nasce dall’odio, al neorazzismo culturale si risponde per le rime, creando in questo modo una spirale di botta e risposta tra i due Paesi che non ha niente ha che fare con l’Europa plurale.

Con le intense modalità di rappresentazione e la pesante carica di messaggi, il film di Bobby Păunescu entra pienamente in una tendenza forte ed estesa delle arti romene odierne. Accanto ad altri film di neorealismo criticista, come il Ryna di Ruxandra Zenide, che vede come protagonista sempre una giovane donna, il cinema romeno di oggi è rinforzato, in una sincronia delle arti senza precedenti, da una letteratura dei giovani scrittori romeni altrettanto incisiva e impegnata nell’identificazione dei malanni della società romena postcomunista e nella loro spietata denuncia. Gli eccellenti romanzi Sono una vecchia comunista di Dan Lungu e Un anno all’inferno di Liliana Corobca, da diversi mesi nelle librerie italiane nell’eccellente traduzione di Ileana Pop, ne sono la testimonianza. Tare, tabù, mancanza di valori, gravi slittamenti morali, corruzione sono tutti i nuovi bersagli delle arti romene scese dalla “torre di avorio” in cui sono state relegate dal regime totalitario, e sono presenti laddove è necessario, impegnate con tutte le forze nel sanare la società romena. Trovare tali macchie, prenderle di mira ed eliminarle è il nuovo engagement in un nuovo patto sociale tra artista e la società e la ragion d’essere di questa generazione di giovani artisti romeni, quasi programmaticamente uniti attorno questo credo, a vent’anni dalla caduta del regime, ma non delle mentalità. Ed è proprio qui che si trova forse la speranza per un futuro diverso di un intero Paese.

Padova, 5 dicembre 2009

  1. daniele
    2 febbraio 2010 alle 16:33

    “eccellente traduzione”? ma per favore, andatevi a leggere i romanzi e ne riparliamo…

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