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Ad Est è ‘Sindrome Italia’, il male oscuro dei clandestini e dei figli dei migranti

23 novembre 2009

di Laura Delsere, Osservatorio Balcani

Non essere in regola può far ammalare l’anima. Non significa solo non avere acceso ai servizi, né poter affittare una casa, “ma sentirsi perseguitati e spiati”, chiarisce Tatiana Nogailic di Assomoldave, che si è occupata a fondo di questo tema. “Non si esce per mesi dalla casa in cui si lavora perché una leggerezza può essere fatale, e si è costretti all’isolamento per la paura di essere intercettati dalle forze dell’ordine. In una parola, si perde il contatto con la realtà. Mi auguro che non accada anche ai moldavi di dover pagare lo stesso prezzo di molti lavoratori romeni e filippini, che nei loro Paesi devono essere curati dalla ‘sindrome Italia’. E’ così che viene indicata dai medici questo complesso di malattie mentali invalidanti, con illusioni di persecuzioni, di maltrattamenti ed ossessioni ricollegabili alle attività lavorative svolte in Italia. “Conosco diversi connazionali che per l’abitudine al timore in Italia, perfino al rientro in Moldova per le feste, impallidiscono alla vista di un poliziotto” aggiunge la Nogailic.

Convegno “I moldavi in Italia”, 5 nov. 2009, Roma

Ma la “sindrome Italia” ha anche una declinazione ulteriore in patria. In Moldova per ora non ha colpito gli adulti come in Romania, dove lo scorso Natale, ripartiti i migranti dopo la momentanea riunione familiare per le feste, ha generato atti di autolesionismo o tentativi di suicidio, in numero tale da attirare l’attenzione della stampa. Piuttosto tocca in massa i minori figli di immigrati all’estero, rimasti soli in Moldova, spesso in una casa vuota, o con nonni troppo anziani per occuparsi di loro. “In Moldova non c’è più cerniera tra le generazioni, nel Paese sono rimasti solo vecchi, bambini e giovanissimi”, spiega Tatiana Nogailic. “Così i minori forzatamente abbandonati sviluppano una forma depressiva acuta. Anche questa, per i giornali di Chisinau, è ‘sindrome Italia’. Rende i bambini ansiosi, apatici, spesso aggressivi perché senza più punti di riferimento”.

“Un’anziana, nonostante l’affetto, non può supplire al ruolo di genitore, né spiegare ai minori un mondo che cambia vorticosamente”, confermano altre madri moldave. Nelle regioni rurali più della metà dei bambini vive solo o con i nonni. “E’ un tema che colpisce al cuore la nostra diaspora e il presente nazionale”, secondo la Nogailic, anche perché questi ragazzi sono esposti a rischi crescenti, da un’esistenza come street children fino alla migrazione precoce. Questa cruda epopea dell’assenza quotidiana sulla pelle dell’ultima generazione moldava è finita anche in un film, uscito a dicembre 2008 e già pluripremiato in Europa.

Arrivederci del regista moldavo Valeriu Jereghi, tra l’altro vincitore del Gran Prix Forum Euroasiatic Moscova, è la storia di due fratelli soli al mondo, con i genitori all’estero. “Il suo neorealismo ha spaccato la Moldova, dove il film conta partigiani e oppositori accesi” conferma la Nogailic. Un destino simile, per citare un precedente illustre, lo ebbe Ladri di biciclette di Vittorio De Sica nell’Italia della ricostruzione. Al centro del film moldavo c’è ancora l’Italia, e ci sono bambini che sarebbero piaciuti a De Sica. Come nella sequenza del viso melanconico del figlio quando ascolta O sole mio senza capire le parole e pensando solo che viene da un mondo da cui attende oscuramente il ritorno di sua madre. La pellicola di Jereghi è stata proiettata anche a Venezia e a Roma, durante incontri con la diaspora. E per rispondere a chi in patria lo accusa di speculare su un grande male nazionale, Jereghi il mese scorso ha organizzato una settimana di proiezioni gratuite del suo film in un cinema centrale di Chisinau. “A vederlo – racconta Tatiana Nogailic – sono venuti anche dalle campagne con i pullman”.

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