Home > immigrazione, inteculturalità, libri > “Intrusi”, un libro sull’Italia multiculturale

“Intrusi”, un libro sull’Italia multiculturale

16 agosto 2009

Ramona Parenzan, Intrusi. Vuoto comunitario e nuovi cittadini, Ombre Corte Editore, Verona, 2009.

Parenzan

Qui di seguito, l’intervista di Feten Fradi all’autrice Ramona Parenzan (fonte: Repubblica – Metropoli), studiosa di interculturalità.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Il libro è nato anche dal desiderio di coniugare le mie passioni letterarie e filosofiche con la mia pratica quotidiana di operatrice interculturale. Da anni infatti lavoro nel mondo dell’interculturalità conducendo laboratori nelle scuole e insegnando italiano a minori e adulti stranieri. Grazie a questi lavori, infatti, ho potuto incontrare e frequentare amici migranti ed esponenti di associazioni di mediatori linguistico culturali e di migranti in lotta che mi hanno “suggerito” e ispirato molti dei temi presenti nel libro. Nella prima parte del testo sono costanti i riferimenti all’area balcanica. Questo perché Serbia Bosnia e Albania (ma anche la cultura rom), sono “confini” geografici, culturali e artistici che ho amato attraversare più spesso.

Perché ha scelto questo titolo e chi sono gli “intrusi” nella società italiana di cui parla?
Il titolo è ispirato da “L’intruso”, un testo di un filosofo francese contemporaneo Jean Luc Nancy che nel raccontare l’esperienza vissuta del suo trapianto cardiaco, si interroga sulle trasformazioni che le categorie di identità e di estraneità subiscono quando il corpo entra nel regno della biopolitica. In questo caso Nancy offre nel suo libro un’accezione assolutamente positiva del termine intruso e del concetto di intrusione: il cuore trapiantato salva l’ospite da una morte imminente. Nel mio libro mi piaceva utilizzare la stessa accezione positiva del termine intruso riferendomi in questo caso al migrante e alla sua potenza “vitale” e intrusiva e contaminante nella nostra società, nelle nostre città lontane e infinite dei piccoli-grandi microcosmi dove singolarità plurali si condizionano costantemente e nello stesso tempo si ostinano a tacere circa questo contagio se non a temerlo e a ostacolarlo apertamente con leggi assurde e xenofobe.

Quali sono i messaggi che vuole trasmettere ai lettori del libro?
Il messaggio è quello di non temere l’articolazione delle lingue, dei modi di dire, dei pensieri e delle diverse scritture (quella artistica, politica filosofica…). Per questo motivo nel testo è presente una sorta di partizioni di voci diverse sul tema della migrazione e del fare comunità. La parola diretta dei migranti (attraverso citazioni e interviste) intende rompere il monologo di tutti coloro che scrivono sui migranti senza averli mai interpellati direttamente. Il libro vuole si offre anche come un invito esplicito a reinventare insieme concetti ormai abusati – e quindi vuoti – di cittadinanza e comunità, per ricrearli e dotarli di nuovo senso e nuove pratiche attraverso processi di negoziazione reciproca e di pensiero condiviso ma anche attraverso processi di politica dal basso.

Come ha scelto i suoi testimoni?
Le persone intervistate e gli scrittori/filosofi citati nel libro sono autori che leggo e amo da anni. Altri ancora, soprattutto nella parte delle interviste, sono amici con i quali ho condiviso progetti letterari e politici.

Quanto è importante l´idea di “comunità” in una società di emigrazione?
Oggi si rende necessario più che mai ragionare insieme sul concetto di una comunità aperta inoperosa nel senso che non vuole fare opera, costruire codici fissi e regole definite una volta per tutte. Una comunità diasporica in costante divenire, frutto di processi di articolazione e di ascolto reciproco. La migliore immagine della comunità di oggi è la città contemporanea: luogo di mescolanze, labirinto senza fine, gioco di innesti e mercato incessante di opportunità, dove tutto pare accadere in modo inatteso e insperato. Con i suoi luoghi aperti e sbarrati, nascosti e accessibili, la città è infatti la metafora migliore per descrivere l’apertura comunitaria, le sue ambivalenze, le mille contraddizioni ma anche la sua infinita ricchezza.

Quanto conta la comunità per l’immigrato?
L’immigrato spesso ha bisogno di appartenenza e quando questo non è possibile si aggrappa al ricordo nostalgico di comunità d’origine spesso solo immaginate che lo aiutano ad affrontare l’urto degli eventi. Altre volte invece (o nello stesso tempo) cerca di ricostruisce in diaspora comunità nuove dove poter articolare nuovi legami e nuove identità.

Quali sono le comunità maledette e quelle terribili?
Le comunità maledette sono quelle chiuse dove si vogliono ripristinare antichi vincoli di sangue lingua e cultura a costo di uccidere per questo persone e pratiche di vita che ormai si articolavano insieme meravigliosamente. Le comunità terribili sono le comunità in rivolta come quelle delle “banlieux” parigine (ma anche delle nostre periferie) dove terribile non è visto in chiave negativa, naturalmente

Perché ha scelto il caso balcanico parlando di comunità maledette?
I Balcani, le loro recenti vicende, sono una metafora potente per comprendere cosa accade quando si evoca troppo spesso e con violenza inaudita il desiderio di bandiere, confini, lingue proprie, in nome di una presunta difesa da ogni genere di contaminazione esterna. La disgregazione dei territori della ex Jugoslavia ci insegna molto su come sia rischioso oggi il desiderio mortifero di comunità chiuse e potenti ma anche di quanto sia vano e nocivo combattere e scongiurare ogni forma di meticciato e contagio culturale.

Perché i centri detti di accoglienza sono secondo Lei, “di disa-accoglienza”?
Spesso gli “ospiti” dei centri di accoglienza (migranti lavoratori, rifugiati e altri ancora) formano soltanto un amalgama di individui e gruppi separati, con status e situazioni sociali non sempre condivisi, accanto anche a tutta una serie di differenze negli itinerari personali e nei progetti diasporici. Si tratta di luoghi spesso tristi e fatiscenti all’interno dei quali convivono magari anche forme di condivisione ma marcate da nostalgia o progettualità interrotte. Nel caso dei richiedenti questo pare assolutamente non conforme al principio del diritto comunitario, secondo il quale “i richiedenti asilo possono circolare liberamente nel territorio dello Stato membro ospitante o nell’area loro assegnata da tale Stato membro”.

Come si può secondo Lei, rovesciare questa tendenza e far capire che il fenomeno migratorio è una ricchezza? Che ruolo deve giocare la società civile in ciò?

Occorre reagire, mettersi in circolo, alzare la voce, dissentire in modo attivo e deciso contro le vergognose derive delle leggi italiane in nome della sicurezza (da chi, da cosa?) che accrescono il senso dell’insicurezza e la precarietà.

Le vie per fare questo sono molte e diverse, quelle che io amo praticare da tempo, accanto a pratiche di dissenso politico, sono soprattutto quelle del contagio culturale a scuola e nel territorio attraverso, per esempio, laboratori dove si coinvolgono artisti e scrittori migranti, il dispositivo potente del teatro sociale, la diffusione della letteratura della migrazione e del cinema. Le scuole di ogni ordine e grado sono un laboratorio molto felice dove poter far germogliare i semi dell’intercultura.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: