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Romania d’antan

4 agosto 2009

di Filip Florian

Un frammento di una riflessione dello scrittore romeno sul passaggio dalla dittatura di Ceauşescu al capitalismo “orientale” di oggi.

Verso il 1985, non ancora terminato il liceo, una delle mie distrazioni preferite era di inventare, chiacchierando con il mio migliore amico, ogni genere di situazioni penose per Nicolae Ceauşescu. Nulla di coraggioso in ciò, solo la rabbia di due ragazzetti di punire, se non altro nelle loro fantasticherie, l’uomo che spargeva tanto male intorno a sé. Continuavamo a passeggiare per una grigia Bucarest, vedevamo con chiarezza la miseria, l’assurdità, la paura e le umiliazioni diffuse dappertutto, avevamo imparato a dire determinate cose sottovoce, perché non ci capitasse chissà quale disgrazia, e, se non proprio giornalmente, almeno una volta o due a settimana ci tuffavamo allora con voluttà in quel gioco bizzarro, condito (lo riconosco) non con sale e pepe, ma con una dose di sadismo. (…)

Paradossale o meno che sia, gli enormi cambiamenti degli ultimi venti anni in Romania non possono essere messi in dubbio, così come ancora evidenti sono i forti legami col passato. Quanto alle mentalità, la società appare divisa in fasce, in funzione dell’onestà e scrupolosità della memoria. Solo i giovani, i molto giovani, sono immuni dal grigiore del periodo comunista, quasi fossero rimasti al riparo da una malattia grave, che ha lasciato sofferenti gli altri. Non posso evitare di scrivere qui in che modo mio fratello più piccolo, che non aveva nemmeno quattro anni al tempo della rivolta contro Ceausescu, sia riuscito a spiazzarmi, di recente, con una semplice e innocente domanda. Durante una festa in famiglia raccontavo come da bambino fossi rimasto per quasi tre ore in coda, con un centinaio di persone, per comprare del riso. La venditrice ne pesava un chilo a testa, a un tratto però, scuotendo il sacco di iuta quasi vuoto, decise che non valeva più la pena spartire quanto era rimasto nel fondo. Dette al tizio che mi stava davanti tutto ciò che c’era, all’incirca un chilo e mezzo, mentre io con i nervi che mi scoppiavano le urlavo che voglio quel misero resto, meno di 500 grammi, a cui avevo diritto. Non mi dette ascolto, e l’uomo mi promise una sberla se non avessi smesso. Tremavo, mi sentivo impotente e defraudato. E mio fratello più piccolo, dopo avermi ascoltato fino in fondo, guardandomi con una certa dose di pietà mi ha chiesto: ma tu perché sei rimasto lì come uno scemo, tre ore, e non sei andato in un altro negozio? Lui, così legato al mondo d’oggi, non capirà mai come vivevamo allora.

(Il testo intero, tradotto da Bruno Mazzoni dal romeno, è stato pubblicato su “Il Manifesto” e può essere letto qui).

Filip Florian è nato nel 1968 a Bucarest. Dopo aver lavorato, fra il 1990 e il 1999, nella redazione della rivista “Cuvîntul” e come corrispondente di Radio Europa Libera e Deutsche Welle, debutta come scrittore in riviste letterarie con racconti brevi. Il debutto vero e proprio lo fa però nel 2005 con il romanzo Degete mici (Dita mignole, Polirom), vincitore del premio “România Literară” per debuttanti e del premio di eccellenza dell’U.N.P.R. (Unione degli imprenditori romeni).  Il successo del libro valica i confini romeni: il romanzo è già stato tradotto e pubblicato in Ungheria, Polonia, Germania, quest’anno sta uscendo negli Stati Uniti, Slovenia, Slovacchia, Spagna e Italia.

Nel 2006 ha pubblicato il libro di memorie Băiuţeii (I ragazzi di viale Băiuţ, Polirom) insieme al fratello Matei Florian, che riscuote grande successo di pubblico e di critica (è stato tradotto e pubblicato in Polonia presso la casa editrice Czarne). Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Zilele regelui (“I giorni del re”), accolto con entusiasmo sia dai lettori che dalla critica e già pubblicato in Ungheria. Info e bibliografia, qui.

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