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“La colonna infinita”, dietro le quinte

4 agosto 2009

Intervista alla regista Letteria Giuffrè Pagano

Si pubblica qui in anteprima un frammento dell’intervista che Alina Lungu ha fatto a Letteria Giuffrè Pagano dopo il debutto a Roma della pièce di Mircea Eliade “La colonna infinita”.


Alina Lungu: Il testo originale di Mircea Eliade è composto di tre parti, con più personaggi simbolici. Il tuo spettacolo propone una prospettiva diversa, un monologo in cui sono presenti diversi linguaggi artistici. Qual è il processo creativo, genetico di questo spettacolo? Come hai lavorato sul testo originale?

Letteria Giuffrè Pagano: Eliade ha scritto questa pièce in tre atti, nel 1970. Nel testo sono presenti indicazioni sceniche molto precise, riguardano la scenografia, le luci, i dettagli. I personaggi, tanti, si propongono come interlocutori dello scultore e permettono di raccontare la storia, di intuire il dramma. Un ruolo importante è quello della ragazza, che compare nel primo atto e ritorna, immutata, nel terzo, con un Brancusi ormai vecchio e stanco.

Mentre leggevo il testo per la prima volta, capivo già che se da un lato la pièce è irrappresentabile, dall’altro le suggestioni che Eliade mi dava erano molto chiare, così ho accolto la “sfida”. Ho iniziato a lavorare sull’adattamento, un lavoro durato tre mesi, meticoloso e attento. Questa in effetti è stata la fase più lunga della gestazione del lavoro. Il testo, nel mio spettacolo, è misurato, ma nessuna parola è stata cambiata rispetto all’originale e, come in una sintesi, è presente tutto, dall‘inizio alla fine. Era la mia scommessa, volevo un Eliade integro, inalterato ma per la scena. La trama sottile che sostiene la performance affonda radici nella mia idea greca di teatro, è presente infatti un prologo, un corpo centrale, un epilogo. Chiaramente ho dovuto fare delle scelte e seguire l’idea di fondo che avevo sulla rappresentazione. Poi è arrivato il momento di lavorare con l’attore.

Quanto importante è il gioco dell’attore rapportato ala scenografia, luci, musica ed oggetti che tu hai usato nel tuo spettacolo? Qual è la migliore proporzionalità tra tutti questi linguaggi scenici? Secondo me, uno dei migliori momenti dello spettacolo, quasi come un rituale sacro, è stato quello in cui l’attore-Brancusi esprime con il proprio corpo la nascita delle sue opere cantando come il gallo, la Maiastra. Questa scena esprime il messaggio di base dello spettacolo, ma senza usare le parole, senza entrare in relazione con nessun altro oggetto. Quindi quanto importante è il corpo umano in rapporto con gli altri linguaggi scenici?

Tazio Torrini, oltre ad essere un attore di talento, ha saputo mettersi totalmente in gioco in questo lavoro. Si è fidato delle indicazioni registiche proponendo azioni sceniche di grande interesse. Il suo apporto creativo è stato quindi notevole nella composizione dello spettacolo. Credo in un teatro totale, nel senso che tutto concorre all’opera, oggetti scenici, suono, colori, parole, movimento. Tutte le scelte sono state prese nel dialogo e ci siamo interrogati a lungo sul senso degli elementi che compaiono sulla scena. Sulle sculture di Brancusi abbiamo lavorato per giorni e giorni, quello era quello lo scoglio più grosso, oltre al testo naturalmente.

foto di scena, Firenze, 29 luglio

foto di scena, Firenze, 29 luglio

Il nostro lavoro si concentra sulla massa, la materia, lo spazio e soprattutto la luce e l’interpretazione dell’occhio in relazione a tutto questo. Ovviamente siamo partiti dalle nostre reazioni personali, del regista e dell’attore, per creare le azioni fisiche e visive dello spettacolo. Sì perché questo lavoro ha delle azioni visive – le immagini non sono lì solo per impressionare la retina, ma per creare il movimento – sia interno nello spettatore, che sulla scena nel corpo e nella voce dell’attore. Il corpo è il fulcro di tutto, ogni atto ogni movimento è significante: muove l’aria, crea cambiamento nello spazio, segna il tempo. E’ il corpo che muta la nostra percezione, è il transfert tra il visibile e l’invisibile. Questo tipo di processo creativo ha fatto sì che nulla risulti scontato o didascalico, aldilà del gusto personale, “La colonna infinita” possiede un elemento per me fondamentale: l’autenticità.

“La Colonna infinita” è uno spettacolo per un pubblico speciale, intellettuale oppure il suo messaggio è facile da comprendere?

L’utopia è quella di raggiungere l’universalità, ossia riuscire a mettere in gioco più livelli di comprensione. Per me questo è fondamentale, ma è una continua ricerca. La comprensione del testo in questo caso si sovrappone al gioco scenico dell’attore e alla partitura delle azioni, alle superfici visive che si stratificano l’una sull’altra. L’importante è destare la curiosità del pubblico, attivare la sua percezione e immaginazione. Del resto, non credo che il tema della sterilità, del blocco creativo, sia egemonia degli artisti o dei creativi; in qualche modo, ogni persona si è trovata qualche volta nella vita di fronte al vuoto, all’assenza e al silenzio… noi vogliamo scoprire se c’è una ricchezza del vuoto, del non sapere.

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[Red. FIRI] Aggiornamento: La versione romena e integrale dell’intervista, a cura di Alina Lungu, è stata pubblicata sul numero 9/2009 della rivista mensile Acolada (p. 18) di Satu Mare.

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  1. 6 settembre 2009 alle 18:36
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