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Quando erano gli emigrati italiani ad essere criminalizzati

16 aprile 2009

Quando i clandestini eravamo noi e la Romania non voleva gli italiani

di Stefania Parmeggiani, La Repubblica di Parma, 15 aprile 2009 (http://parma.repubblica.it/dettaglio/baby-mendicanti-e-clandestini-quando-i-romeni-eravamo-noi/1618020?edizione=EdRegionale)

Mostra all’Archivio Storico di Parma: “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”, dal 16 aprile al 27 giugno


Il ministero dell’Interno nel 1942 cercò di fermare gli espatri a Bucarest dove i nostri connazionali erano malvisti. A Bombay chi aveva a che fare con la prostituzione veniva chiamato “italiano”. Documenti di un’epoca nella quale a varcare le frontiere erano i poveri del nostro Paese, a volte criminali, spesso criminalizzati.

Quando i rumeni eravamo noi… E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti. Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche. Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre confine. Clandestini appunto. Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell’Unione Europea. Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto. A metà del ‘900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati. La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale Ion Antonescu. Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su altri, i problemi dell’emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere degli Archivi di Stato grazie alla mostra “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”. Oltre cento documenti, molti gli inediti. Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell’Interno inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di polizia di Zara e all’alto commissario di Lubiana. Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in Romania. […]

D’altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca dell’America, ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata, in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele. La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893 informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la prostituzione venissero chiamati “italiani”. Un’associazione di idee non certo lusinghiera. I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini, come testimonia una delle circolari esposte, vietò l’espatrio alla manodopera specializzata. Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel tritacarne dell’immigrazione clandestina. Che esisteva allora come oggi. La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e il 1973: gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi, con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in cui erano solo di passaggio. Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l’America tramite biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta dall’altra parte dell’Oceano, ad attenderli erano agrari che li costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza stipendio, il costo di quel viaggio della speranza. Anche questo “racket”, documentato con materiale del 1908, contribuisce all’affresco di un’epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni – criminalizzati, non graditi o sfruttati – eravamo noi.

Cfr. su quest’argomento l’articolo dell’ottobre scorso su Corriere della Sera, firmato da Gian Antonio Stella, “Quando erano italiani gli immigrati da linciare”: http://www.corriere.it/cultura/08_ottobre_10/italiani_linciare_aigues_mortes_stella_6aab0f7a-969f-11dd-9911-00144f02aabc.shtml

  1. Luigi Fetta
    26 settembre 2010 alle 11:47

    Salve, bell’articolo. Non c’è nulla da commentare, sono cose scontate “la storia siamo noi”; ovviamente, appartenendo a quelli che sono scesi dagli alberi per assumere la posizione eretta un bel po di anni fa, mi considero cittadino di questo pianeta e del nostro satellite (con la speranza di esserlo, a breve, anche di qualche altro pianeta) non conosco il significato delle parole “clandestino, extracomunitario, straniero. Conosco però, fin da quando stavamo ancora sugli alberi, la differenza tra i fratelli buoni e quelli che invece avevano bisogno che alcune loro azioni forrero “corrette” nell’interesse di tutta la collettività (che a quei tempi era pure piccola dovendo adattarsi sui rami). Quindi fratelli buoni e fratelli che lo devono diventare anche “forzando un po la mano” se necessario. Quindi, pensando ad alta voce(non intendo insegnare nulla a nessuno) quello che serve, per tutti i fratelli, sono regole certe, interne ed internazionali, che assicurino tranquillità e sicurezza a chi non delinque e, di conseguenza, mezzi di correzione certi ed efficaci a chi invece ha deciso di fare il delinquente. Questo è tutto. Arrivererci Luigi

  2. Luigi Fetta
    26 settembre 2010 alle 11:56

    26 settembre 2010 alle 11:47 am | #1 Replica | Quota Salve, bell’articolo. Non c’è nulla da commentare, sono cose scontate “la storia siamo noi”; ovviamente, appartenendo a quelli che sono scesi dagli alberi per assumere la posizione eretta un bel po di anni fa, considerandomi cittadino di questo pianeta e del nostro satellite (con la speranza di esserlo, a breve, anche di qualche altro pianeta)non conosco il significato delle parole “clandestino, extracomunitario, straniero. Conosco però, fin da quando stavamo ancora sugli alberi, la differenza tra i fratelli buoni e quelli che invece avevano bisogno che alcune loro azioni venissero “corrette” per tutelare la collettività (che a quei tempi era pure piccola dovendo adattarsi sui rami). Quindi fratelli buoni e fratelli che lo devono diventare anche “forzando un po la mano” se necessario. Pensando ad alta voce(non intendo insegnare nulla a nessuno) quello che credo serva, ai fratelli buoni come a quelli malandrini, sono regole certe, interne ed internazionali, che assicurino tranquillità e sicurezza a chi non delinque e, di conseguenza, mezzi di correzione certi ed efficaci a chi invece ha deciso di fare il delinquente. Questo è tutto. Arrivererci Luigi

    p.s: sostituisce il precedente (con qualche errore)

  3. FIRI
    26 settembre 2010 alle 14:40

    Grazie Luigi per le sue riflessioni. Solo che l’educazione in famiglia – là dove i fratelli buoni e malandrini iniziano già a manifestarsi – non può sostituire la legalità (sancita con mezzi politici), e viceversa. Dobbiamo, semmai, fare in modo tale dar prevenire il ricorso alla giustizia penale. Questo è un compito non solo etico, ma anche uno politico, che riguarda diversi strati di azione civile e politica, dalle più piccole comunità umane fino agli organismi sovranazionali.
    Cordiali saluti,
    Horia Corneliu Cicortas

  4. Luigi Fetta
    15 ottobre 2010 alle 17:39

    Salve, solo che stasera sono stanchissimo e poi parliamo sempre delle stesse cose: io ho quasi 57 anni e ricordo di aver fatto battaglie da sempre, sempre gli stessi temi; sembra assistere a dei cicli in cui “la molla si allunga” ed altri che la vedono ritornare verso il punto di partenza. Questo mentre una generazione passa assistendo, impotente, di aver lottato invano, assistendo a tanti figuri che dovrebbero fare gli “strilloni” con i giornali sotto al braccio e che invece rappresentano il potere legislativo del nostro paese. Che essi stessi si tutelano con una legge che impedisce di fatto ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti. Insomma siamo messi veramente male e forse, anche per questo, sono un po depresso, un po deluso, molto stanco, e mi fermo altrimenti per descrivere meglio il mio stato dovrei usare una parola poco consona allo strumento che usiamo per comunicare le nostre idee. Buona serata e buon weekend. Luigi

    p.s: Alla cara Hora Corneliu Cicortas dico che per il bene dei miei figli, mi piacerebbe assistere al varo di leggi che obbligassero l’insegnamento del diritto nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro paese; che il diritto privato, penale, amministrativo, processuale penale e civile oltre naturalmente la nostra Costituzione diventassero materie d’esame per tutti i licei. I ragazzi apprenderebbero prima, nell’epoca della formazione, quanto di più importante è necessario apprendere nella vita. Assistiamo invece ad uno spettacolo che è quello che è…! Solo un esempio che non riguarda il Diritto ma che da l’idea di dove siamo arrivati: adesso in massa, per evitare i test di accesso a Medicina, odontoiatria etc. vanno in Romania a “studiare” – dicono, intervistati in TV, che in Romania si studia meglio…..!!! Sicuramente “in modo più rilassato”, magari che produca anche “profitto d’apprendimento scolastico”. Intanto ogni anno fa capolino qualche nostro “DEPUTATO” che tuona:”…… non è con i test che si selezionano studenti migliori ma con gli esami” . EVVABBENE, che Dio ce la mandi buona….!!!!

  5. 9 novembre 2010 alle 17:34

    basta fare coommenti sui rumeni,,, non sono meglio gli italiani…xche se consideriamo li rattiamo male

  6. 9 novembre 2010 alle 17:34

    trattiamo…scusate

  1. 17 agosto 2009 alle 16:51
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