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“Nulla dies sine linea”. A colloquio con Geo Vasile

24 novembre 2008

Nulla dies sine linea. A colloquio con Geo Vasile

Horia Corneliu Cicortaş: Mi piacerebbe iniziare la nostra conversazione dalla sua esperienza universitaria. Immagino che la Bucarest che Lei ha conosciuto da giovane fosse alquanto diversa da quella di oggi, e che in qualche modo conservasse ancora laria della Parigi dellEst – come veniva chiamata, a torto o a ragione, allinizio del Novecento. Ci può dire qualcosa sui suoi anni di studente universitario nella Bucarest degli anni Sessanta, e in particolare, sulle motivazioni della sua scelta di dedicarsi allitalianistica?

Geo Vasile: La mia esperienza universitaria è stata sotto il segno dell’azzardo anche se, per quanto ne sappia, sono stato il primo della famiglia (includendovi tutti gli antenati della nostra notte identitaria da dove veniamo, come i personaggi di Jean-Marie Gustave Le Clézio) a studiare ed ottenere una laurea in lingua e letteratura italiana e romena. L’azzardo disse la sua anche nel caso nella scelta dell’italiano: preferii sostenere una prova di latino che mi piaceva tanto, che permetteva l’accesso a corso di laurea in italiano, anziché una prova di storia della Romania. In quanto allo studio dell’italiano, ho avuto professori tra i più illustri, anche se ci hanno illuso per anni circa lo scambio di studenti con l’Italia e le borse per gli studenti romeni offerte dallo stato italiano. Del resto, una gran parte di queste borse venivano respinte oppure ne usufruivano i giovani “dagli occhi azzurri”, quelli prescelti a servire all’estero gli interessi del regime Ceauşescu.

Da studente universitario ho dovuto leggere molto, ma anche lavorare per poche centinaia di lei, caricando su vagoni postali pacchi pesanti che venivano spediti nelle diverse località del paese. Ma questo non escludeva vari atti irresponsabili della giovinezza: tentazioni d’ogni genere, comprese quelle erotiche, i circoli “scapigliati”, i caffè celebri nell’epoca, Capşa, Nestor, Athenée Palace dove tra l’altro, ho conosciuto Nichita Stănescu. Lui era un poeta ben pagato e poteva permettersi di frequentare certi locali, mentre noi gli studenti frequentavamo di solito una pasticceria chiamata Albina, vicino alla via Edgar Quinet dove si trova l’Università. Qui ci concedevamo 50 grammi di rhum e un caffè, che costavano esattamente i 5 lei che mi dava ogni giorno mia mamma, nascosti nel grembiule dagli occhi del babbo, meno lieto di lei della mia parabola intellettuale.

Sì, capisco. Anche noi che abbiamo trascorso la nostra adolescenza negli anni finali, forse i più bui del regime, abbiamo ricorso a forme simili di “rimozione” o, insomma, di resistenza interiore, morale, alle pressioni esterne. Tant’è vero che apprezzavamo di più scrittori non inseriti nelle bibliografie ufficiali, preferendo temi, autori e settori di ricerca alternativi quando non addirittura vietati. A proposito dei poeti ben pagati dell’epoca, Lei si ricorda qualche figura particolare, oppure una situazione che Le abbia indicato una possibilità di successo senza tuttavia implicare dei compromessi compromettenti col regime? Oppure, al contrario, le nicchie di manifestazione dei propri talenti e delle competenze in formazione risultavano fatalmente confinate ai circoli informali dell’amicizia intellettuale? Le chiedo questo perché mi ricordo, ad esempio, come in alcune redazioni letterarie alcuni facevano salti mortali per evitare di scrivere sul dittatore o sul comunismo, mentre altri, al contrario, cercavano di salvare le apparenze per poter scrivere più liberamente…

A proposito di letture alternative e di autori vietati, ricordo di aver letto la storia letteraria di George Călinescu sin dagli anni del liceo (l’attuale collegio Sfântul Sava) e per esempio, sullo stile di Rebreanu, ho dato al professore la risposta ispirata a quell’affascinante autore di cui leggevo anche la sua settimanale rubrica “Cronica optimistului”. Più tardi mi lasciavo affascinare dagli scrittori più accessibili umanamente parlando (senza però sentirmi legato da vere amicizie intellettuali), come per esempio dal poeta Tudor George, detto Ahoe, grande bevitore e rappresentante della bohème storica di Bucarest insieme a Tudor Pâcă, Ştefan Stoian e allo straordinario, taciturno artista grafico Pucă con i suoi disegni onirici e il suo immaginario luttuoso e labirintico, quasi l’insegna dell’epoca che attraversavamo. Oltre ai “marginali”, ho avuto dei rapporti strettamente ufficiali con gli scrittori-redattori della rivista Luceafărul (“Espero”) da collaboratore sporadico con traduzioni di poesia universale. Quel periodico è stato fino agli anni ‘90 uno dei focolai della nomenklatura letteraria (Dan Fruntelată, Mihai Ungheanu, Nicolae Dragoş, Ion Gheorghe ecc.) che non mi accettavano se non in veste di traduttore. Niente recensioni, niente altri materiali originali, data la loro squadra e il loro circolo (numerus clausus) fedele alla dottrina e all’ideologia ufficiale.

Se penso bene, sono stato da sempre un solitario, un non affiliato, non facendo parte di nessun cenacolo, corrente d’idee od orientamento letterario. Fortunatamente il sospetto era reciproco, quindi non ci fu nemmeno un tentativo di reclutamento nelle organizzazioni comuniste della gioventù oppure nel Partito durante gli anni del liceo, dell’università o più tardi, nei vent’anni di lavoro nella Biblioteca Nazionale. Cosicché ora posso dire di avere le mani pulite, nel senso che non sono stato un vero dissidente del regime, come Dorin Tudoran, Emil Hurezeanu o Neculai Constantin Munteanu, ma nemmeno un cantore dei due dirigenti comunisti, come Ion Crânguleanu, Eugen Frunză, Tiberiu Utan, Adrian Păunescu, Corneliu Vadim Tudor, Nicolae Dragoş, Nicolae Stoian e tanti altri che giravano intorno alla rivista “Săptămâna” diretta da Eugen Barbu.

Praticamente, ho avuto libero accesso nella sede dell’Unione degli Scrittori a partire dal 1994 quando sono diventato socio di questa sorta di organizzazione professionale e ho potuto scrivere liberamente sui giornali e riviste letterarie, specialmente recensioni di libri, ma anche su mostre di pittura o spettacoli teatrali.

Sembra che questa Sua vocazione alla vita solitaria si conciliasse bene con il lavoro di bibliotecario, no? Penso al Suo ritorno a Bucarest dopo l’esperienza di insegnante nelle scuole dei villaggi sperduti della pianura del sud-est del Paese… Credo che la compagnia dei libri sia sicuramente più rassicurante di quella di molti esseri umani in carne ed ossa! Ma, per tutto quel periodo, dal 1971 al 1989, cos’è stata per Lei la biblioteca: un rifugio, una nutrice, un punto di riferimento “astorico” in una Storia cattiva?

Senz’altro. Il lavoro di bibliotecario ottenuto finalmente a Bucarest dietro, ovviamente, concorso, mi ha regalato, nonostante il modesto stipendio, la normale dignità corrispondente ai miei studi d’italiano, dato che ero addetto ai lavori presso l’ufficio scambi internazionali di libri e periodici, dovendo tener corrispondenza con delle biblioteche d’Italia e non solo. Per esempio, se arrivavano lettere di persone private che inoltravano varie richieste alla Biblioteca Nazionale di Bucarest, non mi limitavo ad una corrispondenza ufficiale, ma mi arrischiavo a corrispondere con loro da persona privata; fatto sta che la vigilante censura ne era al corrente ma, inspiegabilmente, non me lo impedì mai, perfino nei sinistri anni Ottanta. Solo oggi mi spiego il perché: nelle mie lettere non diffamavo per iscritto la famiglia Ceauşescu ed evitavo i temi politici, cioè non rappresentavo un pericolo sociale per il regime. Oltre a ciò, la compagnia dei libri, come lei ha detto, fu più rassicurante, offrendomi anche un equilibrio interno, famigliare e fisico (non facevo più la spola, non dipendevo dagli orari dei treni ecc.), ma soprattutto il privilegio di sfogliare almeno le ultime novità dell’editoria occidentale, oltre che romena.

Era come un ritorno dall’esilio e un’evasione dalla Storia maligna.

Quali sono state le Sue prime traduzioni letterarie dall’italiano, e quando, invece, ha deciso di imbarcarsi nell’arduo compito di tradurre poeti romeni in italiano? Ci può dire quali sono state le difficoltà ma anche i successi maggiori di questa duplice impresa?

La mia prima traduzione che segnò anche il debutto editoriale fu una raccolta di versi uscita con i tipi della casa editrice Univers del poeta siciliano Mimmo Morina, che si era trasferito negli anni ’50 a Lussemburgo. Con lui ebbi una lunghissima corrispondenza quasi fino alla sua morte. In occasione del centenario della morte di Eminescu, nel 1989, l’editrice Minerva si degnò di pubblicare una piccola antologia in italiano delle poesie emineschiane, simultaneamente ad altre versioni in lingue straniere. Questo volume, Fiore azzurro, fu esposto, nella maniera più surreale possibile, nella libreria Eminescu di fronte all’Università di Bucarest, accanto alle opere del dittatore, subendo la stessa sorte nelle giornate del fine dicembre 1989: le vetrine furono rotte e vandalizzate dai rivoltosi.

Fatto sta che mi son fatto la mano traducendo qualche poesia di poeti romeni vari, Marin Sorescu, Nichita Stănescu, Lucian Blaga, Octavian Goga, Ion Barbu, Nina Cassian ecc, per abbracciare dopo anni di duro travaglio, rielaborazioni, speranze, scoraggiamento e ripetuti rifiuti delle mie offerte editoriali, la causa dei grandi testi poetici di Mihai Eminescu, George Bacovia, Gellu Naum e Ion Vinea, essendo gli ultimi tre a mio parere i modelli in assoluto della poesia romena odierna. Dopo gli anni Novanta e fino a quest’anno 2008 ho potuto far fruttificare i miei manoscritti, tanto nel nostro paese che in Italia.

Ci può dire quali sono state le difficoltà ma anche i successi maggiori di questa duplice impresa?

Se penso alla traduzione di poesia come la vedo e l’avverto io, una specie di ricerca intraverbale, uno sfibrante esame di equilibristica sottostante alle interferenze gravitazionali delle due lingue, mi risulta che i soli riconoscimenti concreti del mio lavoro da galeotto suicida furono tre: il premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest (2000), il premio del Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia (FIRI, 2008) da Lei diretto per i due libri usciti presso la Fermenti Editrice di Roma, Iperione. Poesie scelte di Eminescu e Plumb.Versi.Piombo.Versi di George Bacovia e il diploma della Fondazione Piazzolla. Aggiungo a questo tardo riconoscimento i vari commenti e le recensioni favorevoli rispetto all’antologia bilingue di Gellu Naum, A cincea esenţă. La quinta essenza, (Treviso, Editing Edizioni, 2006) firmate da Flavia Lepre, Paolo Ruffilli, Luciano Nanni ecc. Invece, in patria nostra le mie traduzioni sono sistematicamente ignorate dall’Unione degli Scrittori, che invece ha premiato questi giorni il suo presidente Nicolae Manolescu (conflitto d’interessi?), che cumula più di quattro impieghi e stipendi (ambasciatore Unesco, accademico, professore universitario, direttore della rivista România literară, consulente editoriale ecc.). Ma ignorate anche dalla cattedra d’italiano con in capo la professoressa Oana Sălişteanu Cristea che apprezza le mie imprese e come, ma si astiene tuttavia da scrivere qualche riga in merito, giustificandosi in una e-mail di essere “solo” una linguista. Modestia o senso di casta universitaria? Lo stesso apprezzamento astratto, asettico e distante mostrano per il mio lavoro di traduttore l’Unione Latina (Sg. Bernardino Osio) e l’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest (Alberto Castaldino) cui ho mandato quasi tutti i miei libri. Risposte diplomatiche, retorica vuota, finta gentilezza!

Capisco benissimo. Del resto, il Premio FIRI, che con la Sua premiazione ha fatto il suo “debutto”, vuol essere non solo un segnale concreto di indipendenza rispetto alle Istituzioni – con le quali, sia chiaro, vogliamo interloquire e collaborare – ma anche uno di speranza per i tanti giovani che incontrano sul sentiero della loro vocazione gli ostacoli da Lei ricordati. Che messaggio vorrebbe inviare ai giovani di oggi e in generale a chi spera, nonostante tutto, nel riconoscimento del lavoro serio profuso nell’universo delle discipline “umanistiche”?

Il mio messaggio per i giovani d’oggi, anche se io stesso, malgrado le apparenze, avverto una mia psiche che non vuol invecchiare, è di scegliere molto attentamente i loro modelli e di seguire solo la loro vocazione, cioè le intermittenze del proprio cuore, di seguire il principio nulla dies sine linea, di sentire, leggere e vedere tutte le bellezze create dal genio umano sulla scia di Dio, del passato, ma anche del presente, evitando di inquinarsi la mente con i tanti prodotti residuali offerti dal mercato, di non lasciarsi trascinare dalla tendenza generale di coniugare solo il verbo avere, ma anche e in primo luogo essere nel nome della loro scelta di vita e fede, della propria libertà e della solidarietà nei confronti dei loro simili.

(22 novembre 2008, Bucarest)

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