Doina, new entry nel patrimonio UNESCO

6 Ottobre 2009

Doina, canto romeno lirico della tradizione popolare, iscritto sulla lista del patrimonio UNESCO

Nei giorni scorsi, durante la riunione dell’Unesco svoltasi ad Abu Dhabi (28 settembre – 2 ottobre), è stata aggiornata la lista del “patrimonio culturale immateriale” mondiale, che comprende lingue, arti, tradizioni orali,  riti, feste e saperi considerate dai gruppi umani patrimonio trasmesso dalle generazioni, bagaglio collettivo fondamentale per l’identità e la continuità culturale delle comunità stesse.

Sulla lista, dove la Romania era già rappresentata dal 2005 con il rituale dei “căluşi” (la danza dei căluşari è associata alla festa delle Pentecoste quando i praticanti della attraversano i villaggi  per guarire i malati, grazie ai poteri magici del rito) è stata aggiunta ora la “doina”, insieme tra altro al tango sudamericano (Argentina/Uruguay).

La doina è un canto lirico nostalgico, improvvisato e spontaneo, a ragione chiamato sul sito dell’Unesco “essenza del folclore romeno”. Esso può essere interpretato in modalità canora esclusiva o con accompagnamento orchestrale, perlopiù di strumenti a fiato. La doina ha avuto anche un importante ruolo sociale, esortando alla solidarietà, ed esprimendo sentimenti vari: tristezza, nostalgia, amore, rimpianto, dolore. La doina ha numerose varianti regionali ed è stata fonte di altri generi artistici, come ad esempio le danze popolari. Si considera che la doina sia a rischio di estinzione, perché non è più tramandata di generazione in generazione. Secondo le ricerche, oggi ci sarebbero solo 15 persone che rappresentano le diverse zone di interpretazione di questo genere musicale. La pratica e la trasmissione della doina va perciò rivitalizzata, proprio per consentire a questo elemento importante del patrimonio culturale intangibile della Romania di sopravvivere e rifiorire.

La lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO comprende 166 voci di 76 paesi.

Fonte: sito web Unesco.

Il video di 13 minuti sulla doina;



I messaggeri della luce. Mostra di ricami dell’artista Zoe Vida Porumb

8 Settembre 2009

Roma, dal’11 al 25 settembre 2009

Accademia di Romania, Sala Esposizioni

Inaugurazione : 11 settembre 2009, ore 19.30
Interviene il critico d’arte Grigore Arbore Popescu (Venezia)
Inaugurazione seguita da un miniconcerto di Cipriana Smărăndescu al clavicembalo

“I ricami di Zoe Vida Porumb sono immersi in una storia dei tempi che non passano mai. Dentro di noi trasciniamo un lungo medio evo spirituale, con il suo corredo di immagini che non tramonteranno mai e che nessun movimento informale potrà sostituire o annichilire. Questo corredo di immagini esprime incertezze, speranze, indica volti salvifici, crea luce e getta ombre.
La trasparenza del linguaggio delle sue opere è il risultato di una connaturata propensione verso la traduzione, in immagini-simbolo, del flusso dei pensieri, dei ricordi, delle emozioni. Un flusso alimentato dalla propria biografia culturale, dai propri rapporti con l’arte millenaria della regione di origine, il leggendario Maramureş, dalle contaminanti semplificazioni-essenzializzazioni formali introdotte nelle loro opere da alcuni corifei dell’arte moderna, da Klee e Kandinsky fino a Calder, Hartung e Burri.” (Estratto dalla presentazione del critico Grigore Arbore Popescu).

La mostra comprende opere che sono il frutto di oltre trent’anni di lavoro. Prima di Roma, la mostra itinerante ha riscosso l’apprezzamento del pubblico e dei critici a Cluj-Napocca, Baia Mare e al Palazzo di Mogoşoaia a Bucarest.


Minoranza italiana in Romania: una richiesta d’aiuto

17 Agosto 2009

di Horia Corneliu Cicortas

Navigando recentemente in rete, ho scoperto una lettera particolare; un documento molto interessante  per chi è sensibile al tema delle minoranze e, in particolare, alle sorti della comunità italiana in Romania, poco nota tanto agli abitanti della Romania quanto agli stessi italiani d’Italia. Secondo le stime attuali, in Romania vivono circa 220 mila italiani: quasi tutti però, sono arrivati nei vent’anni successivi alla caduta del regime comunista. Gli italiani di oggi sono molto numerosi nel Banato (zona di Timisoara) e nella Transilvania, ma si trovano in tutte le regioni della Romania, là dove hanno creato piccole o medie imprese e numerosi bar, pizzerie e ristoranti.

Accanto agli italiani di recente immigrazione, vi è però anche una piccola minoranza italiana storica, risalente alla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento. Cento anni or sono, italiani provenienti da alcune regioni allora povere (in particolare, dal Veneto e dal Friuli), migravano infatti in Romania per lavorare nelle miniere, sui cantieri delle ferrovie o nell’edilizia. Su questo tema è stato del resto pubblicato un libro recente (Veneti in Romania, a cura di R. Scagno, Longo Editore, Ravenna, 2008). Secondo ricerche storiche, tra la fine dell’800 e la seconda guerra mondiale vi si trasferirono 130.000 italiani.

Oggi la minoranza italo-romena ha, come altre minoranze del Paese tutelate dalla Costituzione del 1991, un rappresentante permanente nel Parlamento di Bucarest. Gli italiani “storici” hanno, al pari degli italiani “recenti”, diverse associazioni di tutela culturale e identitaria (per esempio, ROASIT, ovvero l’Associazione degli italiani della Romania), dato anche il fatto che in seguito all’instaurazione del comunismo sovietico nel 1948, gli italiani che avevano deciso di restare in Romania hanno dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana. Tra la piccola minoranza italiana storica e la numerosa comunità di piccoli imprenditori di oggi non sembra però ci siano al momento legami particolari, anche in virtù delle rispettive carratteristiche ed esigenze, che sono in buona parte diverse.

Ad esempio, nel distretto di Tulcea, nel sud-est del Paese, vive una vecchia comunità italiana che condivide molti dei problemi con cui si confrontano la maggior parte delle comunità rurali situate in aree remote o poco sviluppate della Romania, rischiando di fatto l’estinzione per spopolamento e perdita della propria identità. In questo senso, basta leggere la seguente lettera, inviata da un anziano parroco locale alla parroco della chiesa italiana di Bucarest, lettera che è stata pubblicata sul sito di quest’ultima proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sorti della comunità italiana. Per questo motivo, FIRI non può ignorarla. Un’opportunità per riflettere e – augurabilmente – per dare una mano.

Lettera del parroco di Greci

Per argomenti simili trattati sul sito web di FIRI, si veda anche http://firiweb.wordpress.com/2009/04/16/quando-erano-gli-emigrati-italiani-ad-essere-criminalizzati/


Vita e Pasqua nel Maramureş

18 Aprile 2009

Roma, Venerdì, 24 aprile, ore 19,00 Accademia di Romania, Sala Conferenze:

Vita e Pasqua nel Maramureş

Proiezione del documentario di Duccio Pugliese (Trieste). Durata: 83′, ingresso libero

Mentre l’Occidente ha appena festeggiato la Pasqua, i romeni, in maggioranza figli della cristianità orientale, si preparano in questi giorni a festeggiare la Risurrezione del Signore secondo il calendario giuliano. Il documentario di Duccio Pugliese li sorprende proprio nella Settimana santa, che ferve di grandi preparativi esteriori ed interiori. Per realizzarlo, il regista è andato nei villaggi di una delle regioni più belle e che ha meglio conservato l’autenticità delle sue tradizioni: i villaggi del Maramureş. Girato nel 2007, il documentario presenta i preparativi che tradizionalmente precedono la Pasqua nelle famiglie del Maramureş, nel nord della Romania, in una dimensione famigliare, quotidiana, comunitaria e spirituale. Regione multietnica (in cui una maggioranza romena convive da secoli con magiari e ruteni) e multiconfessionale (ortodossi, cattolici di rito romano e orientale, protestanti) nel nord della Transilvania, il Maramureş mantiene viva l’impronta tradizionale nell’ architettura, nelle tradizioni e nel modo di vivere le feste. Buon conoscitore della regione, il regista Duccio Pugliese propone una riflessione sul destino di questi luoghi, tra conservazione di tradizioni belle e particolarità identitarie, da un lato, e l’inevitabile tendenza contemporanea all’omologazione, dall’altro.


Amicizia italo-rumena: 1 marzo

1 Marzo 2009

1 marzo, Mărţişor (“Marzolino”), Festa della primavera

Tutto in una spilla. Un cuore, un fiore, una farfalla, uno spazzacamino, tante sono le figure umane e le cose che possono essere raffigurate.

In Romania il 1° marzo c’è l’usanza di offrire alla persona amata o in generale alle donne, un piccolo oggetto che viene appeso ad un cordoncino fatto dall’intreccio di un filo bianco con un filo rosso. Questa spilla si offre alla persona cara che lo porterà per tutto il mese, o almeno nei primi giorni, attaccata al vestito proprio sopra al cuore.

Domenica 1 Marzo, nella Sala Multifunzionale di Via di Monte Giordano, sarà inaugurata la mostra della festa del Mărţişor.

In concomitanza con la mostra diverse coppie di ragazzi e ragazze, vestiti in indumenti tradizionali romeni, distribuiranno in regalo ai viandanti il “mărţişor” in alcune piazze di Roma (Piazza Navona, Piazza del Popolo, Piazza Venezia, Piazza di Spagna, Campo de’ Fiori), e in altre città italiane. L’iniziativa è delle associazioni di amicizia italo-romene.

Per sapere di più sull’origine e sul significato dell’usanza di 1 marzo cliccare qui.

Su youtube, la presentazione in italiano può essere vista qui.


In cerca di casa. Rom romeni in Italia e in Romania

23 Novembre 2008

In cerca di casa. Rom romeni in Italia e in Romania

Conferenza internazionale

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L’ultima migrazione rom che riguarda il nostro paese è quella delle comunità rom romene. In Italia registriamo le prime presenze agli inizi degli anni novanta, con un graduale e continuativo incremento di nuclei famigliari di ridotte dimensioni. La presenza di queste comunità viene genericamente affrontata dalle politiche sociali come una questione di “emergenza”, di “sicurezza” e di “ordine pubblico”, con a una mancata reale conoscenza del fenomeno.

FIERI, in collaborazione con l’ISPMN di Cluj Napoca, istituto romeno specializzato sullo studio delle relazioni interetniche, mette a confronto studiosi, operatori sociali, rappresentanti delle comunità rom, italiani e romeni, per approfondire le conoscenze e costruire le basi per future collaborazioni traslocali.

Martedì 25 Novembre, a partire dalle ore 9:00 presso la Sala conferenze del Gruppo Abele, Corso Trapani 91/B


Alle ore 19:00, inaugurazione della Mostra “Avviciniamoci“, i rom in Romania attraverso le rappresentazioni di giornali, fotografi e membri delle comunità.

La mostra sarà visitabile nella sede di Corso Trapani 91/B dal 26 novembre al 9 dicembre, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19, previo appuntamento, telefonando al numero 377/1802663.

Fonte, info e programma: http://www.fieri.it



Gheorghe Iancu, 30 anni di danza in Italia

18 Settembre 2008

Ministero degli Affari Esteri Romania

Centro Produzioni Teatrali e Documentari Video di Milano

martedì 30 settembre 2008 Ore 19, 30

Spazio ARTRA in Via Burlamacchi 1, Milano

Incontri con artisti straordinari dell’Est – Romania

presentano:

Gheorghe Iancu

danzatore coreografo

30 anni di danza in Italia

Programma

Documentario video “15 minuti con Iancu”, regia di Maria Stefanache

Presentazione del libro Gheorghe Iancu, 30 anni di danza e le scene italiane, a cura di Sabrina M. Arpini

Intervento della storica Violeta P. Popescu: “La danza dall’Est all’Occidente”

Il pubblico incontrerà

Gheorghe Iancu, ballerino e coreografo

Prestante danseur noble, dalla tecnica scintillante e sicura, è stato per anni il partner di Carla Fracci ed è in questa veste che il largo pubblico lo ha conosciuto e ammirato. Compiuti gli studi alla scuola di ballo dell’Opera di Bucarest, Iancu entra subito nel corpo di ballo ed ha al suo fianco Miriam Raducanu, maestra romena e artista di statura internazionale, che perfeziona il suo stile e l’interpretazione dei ruoli di repertorio. Nel 1977, anziché proseguire l’attività nel suo Paese d’origine, accoglie l’invito rivoltogli dalla compagnia di balletto diretta, a Reggio Emilia, da Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, e intraprende con il gruppo una lunga tournée.

A Milano viene subito inserito da Beppe Menegatti in spettacoli di ampio respiro, accanto a Carla Fracci. Nel 1980 è con lei all’Olimpico di Roma e all’Arena di Verona, successivamente al Comunale di Firenze, alla Scala, a Napoli e a Palermo e in ricorrenti tournée internazionali. Interpreta con sicurezza i ruoli del repertorio classico ( Lago dei cigni , Giselle , Cenerentola ) ed eccelle soprattutto nel Romeo e Giulietta, ruolo in cui ha modo di coniugare lo slancio passionale alla pulizia dell’impostazione tecnica. Negli anni ‘90 affina le sue potenzialità creative e firma le coreografie di L’ultima scena, rivisitazione dell’immaginario conflitto tra Mozart e Salieri, La regina della notte (musica ancora di Mozart), La mascherata, Danza russa e Riccardo III (1995), prima collaborazione con il compositore Marco Tutino. Seguono le coreografie al Piccolo Teatro di Milano; la pièce teatrale e danzata La gabbianella (1997), da Sépulveda (protagonista, Oriella Dorella) “Nijinsky, reminescenze di un pazzo”, “Peter Pan” e il Piccolo Principe da Exupery.

Dal 2008 è direttore della compagnia di balletto dell’Opera Nazionale di Bucarest.

Presenta la serata

Maria Stefanache, regista e ricercatrice teatrale, nata a Iaşi, Romania.

In Italia dal dicembre1992. Nel 1995 si stabilisce a Milano dove vive e lavora.

Ha studiato regia con Andrea Camilleri all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. Al “Piccolo Teatro” di Milano, per tre anni, la troviamo come assistente alle ultime regie teatrali messe in scena da Giorgio Strehler, dal 1995 al 1997.

Fonda a Milano la “Scuola Europea di Teatro, scuola di Regia”, attiva sul territorio Lombardo dal 1995 al 2003. Nel ottobre 2003 da vita al “Centro Produzioni Teatrali e Doc. video. di Milano

Dal 2004 inizia il progetto di diffusione in Europa del suo nuovo metodo teatrale: Memoria passata del personaggio” che aiuta i registi nel lavoro con gli attori sulla costruzione del personaggio. A Parigi dal 2006, tiene degli atelier di aggiornamento teatrale per registi e attori. Nel ottobre 2007, esce il libro “Dall’Est all’Italia, Viaggio di un’Artista, il teatro di Maria Stefanache”, Edizioni dell’Arco, scritto da Violeta P. Popescu.

Violeta P. Popescu, giornalista, dal 2004 vive in Italia. Laureata in Storia e Filosofia, successivamente in Teologia-Scienze Sociali. Master in studi storici europei presso L’Università di Bucarest. Come giornalista e capo redattore per diverse redazioni in Romania, ha scritto articoli e collaborato alla stesura di libri storici. In Italia ha pubblicato il libro “Dall’Est all’Italia, Viaggio di un’Artista, Il teatro di Maria Stefanache” edizioni dell’Arco ottobre 2007, ed è in uscita il volume “Incontri con romeni straordinari in Italia” edizioni dell’Arco, 2008 Milano

Sabrina Maria Arpini, milanese di nascita si è laureata in Comunicazione culturale a Milano ed ha frequentato un Master alla Bocconi nel 2008 per il Management della danza ottenendo la qualifica di operatore culturale. Grazie ad una stimolazione fattiva con il Cavalier Walter Venditti esimio maestro dell’arte Tersicorea, si occupa da anni dello studio approfondito della storia della danza classica.

Il diploma della scuola d’interpretariato linguistico Le ha dato la possibilità di tradurre dal russo, inglese e francese dei documenti storici appartenenti alla danza ed ha per lungo tempo studiato e tradotto metodi di scrittura per la trascrizione della danza. La sua passione e la ricerca iconografica dei grandi ballerini del secolo ha avuto inizio parecchi anni fa quando, giovanissima, studiò danza classica e moderna. Il fulcro della sua ricerca è stato proprio il danzatore romeno Gheorghe Iancu.

“L’iniziativa di questa serata consiste nel far conoscere la vasta creatività, la qualità elevata e la visceralità del lavoro, la disciplina ed il genio dell’artista di origine romena Gheorghe Iancu che da 30 anni vive e lavora in Italia dando il suo contributo al patrimonio culturale della nazione Italiana e nello stesso tempo facendo onore al paese di nascita, la Romania…si vuol dare così un maggior impulso per aumentare lo scambio culturale tra le due Nazioni dalla comune radice latina”.

Ingresso Libero

Info: 02 54019796 , 02 66116340, e-mail: stefanache@alice.it,

www.centroproduzioniteatrali.it, www.maisonsabbatini.com


L’immagine dei romeni in Italia, tra realtà e percezione

11 Luglio 2008

Inchiesta realizzata da Afrodita Carmen Cionchin (Università di Padova)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

ROBERTO SCAGNO (professore di lingua e letteratura romena, Università di Padova): Il successo delle Olimpiadi d’Inverno di Torino (febbraio 2006) probabilmente non ci sarebbe stato senza il lavoro degli operai romeni che sono stati indispensabili nella collaborazione alla costruzione, in tempi forzatamente ristretti, di nuovi impianti sportivi e di alloggiamenti per i turisti in città e nelle vallate montane sedi delle competizioni sportive, e all’ampliamento e al miglioramento delle infrastrutture. Tutto è avvenuto senza vittime e incidenti gravi. Eppure questa notizia ha avuto pochissimo risalto in Italia ed è stata praticamente ignorata in Romania. In cambio, nell’ultimo anno, gli spazi dei giornali e dei salotti televisivi sono stati sovente occupati da furibondi dibattiti tra i sostenitori del «pugno duro» e della «tolleranza zero» contro i criminali provenienti dalla Romania in maggioranza identificati con appartenenti alle comunità rom e i sostenitori del giusto principio della responsabilità giuridica personale e della norma democratica, fondamento della civiltà occidentale, che vieta ogni discriminazione basata sulla «differenza» etnica, sociale o religiosa. Tali dibattiti sono quasi sempre caratterizzati dalla contrapposizione intollerante di posizioni ideologiche che finiscono con l’emergere in primo piano quando l’argomentazione razionale è sostituita dalle mitologie totalizzanti e dalla emotività irrazionale.

Preliminarmente a ogni altra considerazione occorre, a mio parere, mantenere saldi e condividere alcuni punti fermi: essere vigili contro ogni pericoloso scivolamento verso forme diffuse di intolleranza razzista e di criminalizzazione del «diverso», e quindi punire sul nascere ogni tendenza al «farsi giustizia da sé»; e, nel contempo, garantire la sicurezza di tutti i cittadini non solo attraverso un’azione più efficace della magistratura e delle forze dell’ordine ma anche attraverso un’attività preventiva di controllo sociale e di collaborazione internazionale. Al di là di questo quadro generale, che dovrebbe essere accettato senza alcuna riserva, è aperto il dibattito non pregiudiziale, lo spazio per la pluralità delle argomentazioni. Gli uomini di cultura italiani che a diverso titolo hanno avuto contatti non sporadici con la realtà romena dovrebbero cercare di ottenere maggiore visibilità ai loro interventi, anche sulla stampa romena, ma senza cadere nell’errore simmetrico opposto a quello tendenzialmente «razzista», l’errore della «mitologizzazione positiva». Reputo profondamente sbagliato contrapporre alla stupidità razzista i miti letterari romanzi/romantici da Cervantes a Budai-Deleanu oppure quelli «ambiguamente positivi» del melodramma italiano da Rossini a Verdi. Allo stesso modo, mi pare del tutto insensato utilizzare il paradigma della «pulizia etnica» (come sovente fanno alcuni giornalisti, saggisti e accademici della Penisola) o addirittura evocare l’ombra terribile della Shoah, con il rischio di una incosciente e irresponsabile «banalizzazione del male», anticamera del «negazionismo». Certamente non si devono incolpare interi popoli o interi gruppi etnici, ma allo stesso tempo non si devono chiudere gli occhi di fronte a pratiche sociali aberranti quali lo sfruttamento dei minori e delle donne per furti e rapine, o degli anziani, dei mutilati e dei portatori di handicap per accattonaggio. La lotta contro lo strapotere di italiche mafie e camorre non esclude la lotta contro i racket internazionali che spesso vedono protagonisti rom di Romania. Se a quasi vent’anni dalla caduta del regime di Ceauşescu il «problema rom» non è risolto la colpa non è principalmente delle istituzioni italiane che non hanno utilizzato i fondi europei ma delle autorità e della società civile romene poco sensibili, in generale, ai gravi problemi sociali interni (e non solo a quelli riguardanti la minoranza rom).

Quel che mi preme maggiormente mettere in rilievo è, tuttavia, un altro aspetto. Mi sembra utopico aspettarsi dalla stampa e dalle televisioni nazionali un interesse costante e costruttivo ai risultati positivi dell’immigrazione romena in Italia. L’imbarbarimento dell’informazione verso la messa in evidenza del negativo, del perverso, del macabro e del sanguinoso è, purtroppo, una direzione di marcia accelerata e inarrestabile… A questo punto, è compito ineludibile degli uomini di cultura – accademici, scrittori, poeti, saggisti, ecc. – uscire dalla «torre d’avorio» e dai propri «fortilizi» mitologici per scendere nel «foro» e per guardarsi attorno. Nelle grandi città come nelle piccole cittadine di provincia e nei borghi di campagna o delle nostre valli alpine vivono e lavorano decine di migliaia di famiglie romene che hanno trasformato la loro residenza nel nostro Paese da temporanea a permanente (almeno in prospettiva pluriennale), si sacrificano per fare studiare i figli (che sono presenti ormai non solo nelle classi elementari e nei licei ma anche nelle Università e nei centri di ricerca), mandano mensilmente cospicue rimesse ai familiari rimasti a casa, accendono mutui bancari per acquistare una casa in Italia, iniziano attività imprenditoriali nei settori più diversi (soprattutto nei servizi, nel commercio e nelle costruzioni), cercano di mantenere vive le tradizioni culturali e religiose del Paese d’origine. Spetta a noi uscire dalla «torre d’avorio» prima di tutto per conoscere i Romeni in Italia e poi per aiutarli in una integrazione che è italiana ed europea nel contempo.

Sarebbe auspicabile, inoltre, un dialogo maggiore sui problemi legati alla immigrazione romena in Italia tra gli uomini di cultura italiani e romeni, al di là dell’adesione a comuni messaggi di «solidarietà antirazzista», sovente non accuratamente formulati. A questo scopo ci si deve augurare anche da parte romena una uscita dalla «torre d’avorio» e un superamento della frequente oscillazione tra chiusura nazionalista e indifferentismo sociale.

***

ANTONELLO BIAGINI

(Storico, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

Brevemente potrei evidenziare alcuni aspetti che non sempre sono stati messi in luce dalle analisi di questo periodo. L’immagine della Romania in Italia ha goduto di una simpatia “latina” di fondo: il coincidere però di alcuni fatti di cronaca con la pressione delle elezioni e con l’allarmismo verso la “percepita” invasione da parte di nuclei di immigrati ha creato quasi le condizioni di una psicosi collettiva. L’ulteriore confusione tra rom e romeni ha aggravato questa percezione.

La diffidenza – più o meno diffusa – verso i romeni in Italia può essere una conseguenza, forse anche per l’allarmismo sul tema dei media. È inevitabile una tendenza al miglioramento – anche se secondo dinamiche di non breve durata – sia per il progresso sociale che economico che la maggior parte della popolazione romena ha conseguito in questi anni.

PAOLO DONÀ (Giornalista, “Il Gazzettino” di Padova)

Lei è un giornalista che ha anche la qualità di essersi laureato in lingua e letteratura romena all’Università di Padova nel 1982. Qual è, quindi, la Sua opinione sul modo in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

La chiave di lettura si trova nello stesso concetto di “notizia”. Ci vorrà molto tempo e sarà anche difficile equilibrare la necessità del giornalista di dare le notizie di atti criminali e le “buone notizie”. È normale che la notizia di un crimine faccia molta più sensazione di una buona notizia. La grande scommessa del terzo millennio, da questo punto di vista, è di non pensare più automaticamente a un romeno quando succede un crimine o si parla di un episodio di violenza. È una etichetta sgradita, che svantaggia e lede profondamente la maggioranza dei romeni, e che chiede di essere eliminata: 23 milioni di persone perbene non possono essere stigmatizzate ogni giorno, ogni ora, ogni minuto dalla “follia sociale” di una minoranza che prima di tutto non stima e non ama la propria terra. Storia, arte, tradizione, folklore, non possono essere adombrate nella percezione internazionale da qualche migliaio di delinquenti. Occorre tuttavia tanta pazienza: è una caratteristica che i romeni possiedono e che fino a qualche anno fa li ha accompagnati come un obbligatorio compagno di vita. Questa pazienza non è stata dimenticata. È – e sarà – di grande aiuto per un futuro con una luce più giusta e più buona.

ALVARO BARBIERI (Filologo romanzo, Università di Padova)

Qual è il giudizio di un intellettuale italiano sulla maniera in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

Sensazionalismo e disinformazione: sono questi, al solito, gli assi portanti della stampa quotidiana italiana. Sulla situazione e le realtà dei romeni residenti in Italia si riflettono, purtroppo, i difetti abituali della nostra pubblicistica. Credo che non ci sia molto da aggiungere.

ERVINO CURTIS (Storico, Presidente dell’Associazione culturale di amicizia Italo-Romena “Decebal”, Trieste)

Anzitutto vorrei menzionare che, nel panorama delle associazioni culturali create da romeni e italiani in Italia, dopo la “Fondazione Europea Dragan”, costituita nel 1967, l’Associazione di amicizia Italo-Romena “Decebal” di Trieste, fondata nel 1987, di cui Lei è Presidente, è la più antica associazione attiva d’Italia, con una ricca attività culturale e di ricerca. Nel presente contesto della realtà romena di qui, come potrebbe caratterizzare l’approccio della stampa italiana?

La stampa italiana riflette naturalmente la grande ignoranza che lo stesso popolo italiano ha sulla Romania e sui romeni salvo casi rari. I romeni confusi con i rom, con gli slavi e ammassati assieme ai marocchini, curdi e tunisini etc. vengono generalmente trattati come la stampa del nord Italia trattava negli anni ’50 i meridionali. È naturale che il grande numero complessivo dei romeni în Italia porta statisticamente a grandi numeri anche per coloro che delinquono tra i romeni ma altresì porta anche a grandi numeri di lavoratori che pagano le trattenute dell’INPS per i pensionati italiani, a grandi numeri di nuovi nati che riempiono le vuote aule scolastiche ed impediscono pesanti ridimensionamenti di personale scolastico, a grandi numeri di badanti che sopperiscono alle carenze della società italiana ed alle difficoltà delle famiglie verso gli anziani, a grandi numeri di addetti all’agricoltura e pastorizia che hanno impedito una tremenda crisi del settore agroalimentare, a grandi numeri nell’industria e nell’edilizia coprendo le carenze provocate dalla poca disponibilità di lavoratori italiani con purtroppo grandi numeri anche tra i deceduti sul posto di lavoro etc. etc. Bisognerebbe più spesso accomunare TUTTI INSIEME questi grandi numeri.

MARIO DEAGLIO (Professore di Economia Internazionale all’Università di Torino, Editorialista economico del quotidiano “La Stampa”)

Nel presente contesto della realtà romena in Italia, molto discussa e controversa, Lei, da editorialista economico de “La Stampa”, è una delle poche voci che hanno espresso, nella stampa italiana, un punto di vista riflessivo più complesso e articolato, documento e informato in proposito. Citerei qui il Suo articolo del 8 novembre 2007 intitolato L’uomo nero, il Rom e il Romeno. Qual è oggi l’immagine dei Romeni in Italia e come viene essa formata e deformata dai media, anche in chiave identitaria, etnica e culturale?

I romeni hanno preso il posto degli albanesi quali “uomini neri” nell’immaginario collettivo specie dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea e il conseguente massiccio afflusso in Italia di romeni di etnia rom. I media continuano a non fare alcuna distinzione tra romeni e rom (anche nei casi in cui i rom non sono romeni ma originari di altre aree dell’Europa Orientale) e quindi deformano gravemente la realtà. Originariamente, nei confronti dei romeni prevaleva una certa stima soprattutto per la loro capacità di lavoro e la loro facilità nell’apprendere l’italiano.

Quali sono, secondo Lei, le conseguenze di ciò che definisce, nel Suo articolo, “l’attenzione estrema a fatti di cronaca che coinvolgono negativamente i romeni” e “appiattimento di una realtà complessa”?

Le conseguenze sono simili a quelle che si sono verificate altre volte con la “demonizzazione” di una minoranza: si iniettano nel corpo sociale sentimenti di paura e volontà di difesa e di reazione. Va però detto che in Italia vi è un forte antidoto in quanto le centinaia di migliaia di romeni che si comportano legalmente sono, in genere, piuttosto fortemente integrate e proprio per questo è stato difficile (finora) far vedere davvero il romeno come “uomo nero”.

Dall’altra parte, Lei parla giustamente de “l’estrema disattenzione a ciò che succede in Romania, sicuramente il Paese dell’Europa Orientale più prossimo all’Italia non solo per i legami antichi della lingua ma anche per quelli recenti dell’economia”. In questo senso fa risaltare che “tra Italia e Romania si è verificata una straordinaria integrazione”. In che consiste essa e quali ritiene possano essere gli sviluppi futuri?

Si tratta dell’integrazione economica che vede, accanto allo spostamento di lavoro dalla Romania all’Italia, lo spostamento di capitale dall’Italia alla Romania su scala assai maggiore di quanto normalmente si creda. Ciò è stato generalmente opera di piccole e medie imprese ma, se non vi saranno interferenze politiche, è probabile una maggiore attività in Romania di grandi imprese italiane, soprattutto nel campo energetico e infrastrutturale. Un’altra delle responsabilità dei mezzi di informazione italiani è la loro scarsissima attenzione per un paese in cui la presenza italiana è così importante.

(Le interviste sono uscite in romeno sulla rivista mensile “Orizontul” din Timisoara, il 27 giugno scorso)


Ţara mea – La mia terra. Documentari sulla Romania di oggi, a Torino

11 Giugno 2008

ŢARA MEA – LA MIA TERRA

LA ROMANIA DI OGGI ATTRAVERSO GLI OCCHI DEI GIOVANI DOCUMENTARISTI

Torino, mercoledì 11 giugno 2008

Cinema MASSIMO 3, via Verdi 18

Ore 16.00: Last Peasants (Gli ultimi contadini)

Angus Macqueen, U.K., 2003, 150 min.

Introduce il film il Dott. Pietro Cingolani

The Last Peasants segue la vita di tre famiglie del piccolo villaggio romeno di Budeşti, famiglie accomunate dall’avere uno o più membri che hanno scelto la strada dell’immigrazione clandestina in Europa per superare le difficoltà economiche del proprio paese. Girato in Romania, a Londra, Parigi e Dublino, e con una lavorazione durata ben 4 anni, The Last Peasants narra non solo una storia di migranti, ma anche la scomparsa del mondo contadino romeno, sotto le spinte di una modernizzazione ormai inarrestabile.

Ore 20.30: Podul peste Tisa (Il ponte sul Tibisco)

Ileana Stanculescu, Romania, 2004, 75 min.

Introduce il film la regista Ileana Stanculescu

Uno dei ponti che attraversano il fiume Tibisco ha una lunga e complicata storia: è il ponte che collega Sighet e Slatina. Sighet è una piccola cittadina nel nord della Romania vicino al confine tra Romania e Ucraina e Slatina è la cittadina confinante sulla riva ucraina del fiume. Il ponte è stato costruito durante l’impero Austro Ungarico e distrutto subito prima della fine della seconda guerra mondiale. Una fitta rete di legami familiari, culturali ed economici è stata frantumata nel secondo dopoguerra. La riva nord è diventata parte dell’Unione Sovietica mentre la riva sud è continuata ad essere romena. Il fiume Tibisco ha separato le due città per più di cinquant’anni, fino a quando…

Ore 22.30: Satul şosetelor (Il villaggio delle calze)

Ileana Stanculescu, Romania/Germania, 2006, 78 min.

Introduce il film la regista Ileana Stanculescu

Nel piccolo villaggio di Viscri (in tedesco, Deutschweisskirch), nel cuore della Transilvania, tutte le donne producono calzetti. Un anziano musicista tedesco vende i calzetti in Germania, in Austria e in altri Paesi europei. Si è innamorato di Viscri, ha deciso di trasferirsi e insegna il tedesco ai bambini del posto. Il paese si è spopolato, dopo che la maggioranza dei sassoni è partita con la fine del comunismo. A Viscri non c’è lavoro, ma molti turisti cominciano ad arrivare per visitare l’antico castello e la produzione di calzetti. Questo documentario è il ritratto di un villaggio speciale, isolato in un magnifico paesaggio ma ancora pieno di vita.

L’intero programma si trova su www.fieri.it e su www.comune.torino.it/cultura/biblioteche

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Mărţişor (1 Marzo) – festa romena della primavera

29 Febbraio 2008

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Il Mărţişor - „piccolo Marzo” o marzolino, associato al mese di martie (marzo) e al dio Marte – è una delle più rappresentative tradizioni romene e rappresenta il ritorno della primavera. Secondo i Traci, di cui facevano parte i Daci, gli attributi di marzo erano propri del dio Marsyas Silen, considerato l’inventore del flauto traverso, e il cui culto era legato alla madre terra e alla vegetazione. Le feste di primavera, dei fiori e della fecondità della natura erano consacrate a questo dio. Le origini della tradizione del Mărţişor sono narrate anche in una leggenda dacia legata a un’eclissi solare. Un giovane coraggioso si era recato a liberare il sole catturato da un drago. Dopo tre stagioni arrivò dove si trovava il drago, e combatterono. Il suo sangue colò sulla neve fresca, ed è da allora che il rosso e il bianco si intrecciano per combattere i mali dell’inverno e annunciare il ritorno alla vita della natura.

Un mărţişor di oggi è una finissima spiga formata da due fili di seta intrecciati, uno bianco e l’altro rosso, ai quali viene attaccata una piccola figurina di legno o metallo (un cuore, una lettera, un fiore, uno spazzacamino, un ferro di cavallo o un quadrifoglio), che diventa un portafortuna. Esso si porta all’interno delle giacche o attaccato al polso. Normalmente i mărţişor vengono offerti alle donne o ai bambini insieme a dei fiori primaverili (mughetti o violette).

Un tempo, il filo rosso bianco con un amuleto (uno scudo in oro o argento, una conchiglia) veniva legato dai genitori al polso dei piccoli, offerto dai giovanotti alle ragazze (e viceversa, in Moldavia), oppure scambiato tra ragazze con l’augurio di buona fortuna e di salute. I fili erano quasi sempre rossi e bianchi ma potevano anche essere neri e bianchi o d’oro e argento. Con il passare del tempo il piccolo scudo è stato sostituito da vari oggetti, in oro o argento, con degli amuleti dai significati più svariati, seri, sentimentali o divertenti.

Il mărţişor veniva regalato all’alba del 1° marzo e indossato per dodici giorni, a volte fino a quando fioriva il primo albero o sbocciava la prima rosa. A quel punto veniva appeso a un ramo fiorito con la speranza di vedere i fiori sbocciare tutto l’anno. A volte invece si continuava a portarlo nei capelli. In Dobrogea, veniva portato fino all’arrivo delle cicogne e quindi lanciato verso il cielo perché la fortuna fosse più “grande e alata”. Nei villaggi della Transilvania, il mărţişor rosso e bianco, di lana, era appeso alle porte, alle finestre, alle corna e ai recinti degli animali, ai secchi dei manici, per allontanare gli spiriti malefici e per invocare la vita, la sua forza rigeneratrice, attraverso il rosso, il colore della vita stessa. Nei villaggi di montagna il primo giorno di marzo era quello in cui le ragazze si lavavano con l’acqua della neve sciolta, per essere belle e bianche come la neve.

Il filo intrecciato del mărţişor, chiamato anche “la treccia dei giorni, delle settimane e dei mesi dell’anno” simboleggia dunque la coesione inseparabile degli opposti, lo scambio di forze – vitalità e purificazione – che generano gli eterni cicli della natura.

Mărţişor è il momento dell’anno in cui riconquistiamo speranza, ottimismo e fiducia. Buona primavera!