Ripensando il 1989: la fine della dominazione sovietica in Europa orientale

7 Novembre 2009

10 – 11 novembre 2009
Università di Roma “La Sapienza” e Accademia di Romania

Ripensando il 1989: la fine della dominazione sovietica in Europa orientale
Convegno di studi

berlinermauer

costruzione del muro di Berlino

 

Programma:

Prima sessione (Martedì 10 novembre, ore 16.00)
Sapienza Università di Roma, P.le Aldo Moro 5,
Palazzo della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Sala Odeion, Museo di arte classica

Indirizzo di saluto
Luigi Frati, Magnifico Rettore Università di Roma “La Sapienza”
Mihai Bărbulescu, Direttore dell’Accademia di Romania in Roma

Relazione introduttiva ai lavori
Antonello Biagini, Prorettore per la cooperazione e i rapporti internazionali, Sapienza Università di Roma

Presiede Roberto Sinigaglia (Università di Genova)
Fulco Lanchester, Sapienza Università di Roma: Germania. La storia senza il Muro
Sergio Bertolissi, Università di Napoli “L’Orientale”: L’Unione sovietica. Il 1989, crogiolo di eventi.
Jerôme Heurtaux, Université Paris-Dauphine : Les réinterprétations critiques de1989 en Pologne postcommuniste

Seconda sessione (Mercoledì 11 novembre, ore 10.00)
Accademia di Romania, piazza José de San Martin 1

Presiede Matteo Pizzigallo (Università Federico II, Napoli)
Pasquale Fornaro, Università di Messina: La “crepa” ungherese nel Muro: agonia e morte del kádárismo
Giuseppe Rutto, Università di Torino: Cecoslovacchia. La “rivoluzione di velluto”
Nadège Ragaru, CERI-Parigi : Bulgarie. 1989 dans la pliure du temps
Grigore Arbore Popescu, CNR-Venezia: Gli ultimi rapporti amichevoli tra alcuni partiti comunisti divisi dalla “cortina di ferro”

Terza sessione (Mercoledì 11 novembre ore 15.00)
Accademia di Romania, piazza José de San Martin 1
Presiede Lauro Grassi (Università degli Studi, Milano)

Vasile Puscas – Marcela Salagean, Università Babes-Bolyai, Cluj: The internal and international context of the 1989 events in Romania. Consequences
Virgil Târau, Università Babes-Bolyai, Cluj: The legacies of the past. The Archives of the Communist Party and the Securitate since 1989
Marius Bucur, Università Babes-Bolyai, Cluj: Stato e Chiesa nei primi anni della transizione postcomunista. Il caso romeno
Umberto Ranieri, già presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati: Il mondo dopo il 1989.

Altre info su organizzatori e partecipanti, sul sito web dell’Accademia di Romania.

caduta del regime in Romania

 


L’Accademia di Romania, 20 anni dalla caduta del Muro

7 Novembre 2009

L’Accademia di Romania, 20 anni dalla caduta del Muro. Intervista con Prof. Mihai Bărbulescu, direttore dell’Accademia di Romania di Roma

Roma, 6 novembre 2009 (Italia Network)
Situata nel cuore di Valle Giulia, a Roma, in un  grandioso edificio neoclassico, l’Accademia di Romania, unica  nel mondo,  ha avuto una vita piuttosto travagliata, influenzata dai grandi eventi politici in patria, che si sono succeduti nel tempo.
Inaugurata nel 1931 – anche se la tradizione di inviare  a Roma  dei borsisti risale al 1922 -, l’Accademia funziona sino al ‘48, anno in cui il nuovo regime politico comunista decide di chiuderla.


Per i successivi vent’anni, l’Accademia è completamente abbandonata. I primi segnali di vita riprendono nel ‘68 con la riapertura della  biblioteca  e da lì a poco ricominciano a tornare anche dei borsisti. Ma dura poco: solo tre anni.
Nel ‘73, infatti, l’Accademia conosce una nuova, lunga battuta d’arresto che durerà sino al 1990, anno in cui l’istituzione ricomincia la sua attività culturale. Solo nel ‘99, però la situazione riprende la piena normalità con il ritorno dei borsisti.

“Molti affermano che non è cambiato molto con la caduta del Muro di Berlino,  in realtà è cambiato tutto. Abbiamo ancora molti problemi da risolvere ma ora siamo un paese democratico” afferma il Professor Mihai Bărbulescu, direttore dell’Accademia di Romania. Docente di Storia Antica ed Archeologia all’Università di Cluj, è alla guida dell’Accademia da un anno ma conosce bene l’Italia. In passato, infatti, ha preso parte a scavi archeologici a Metaponto su invito del famoso archeologo romeno Dinu Adameşteanu e molte altre volte ancora è giunto in Italia per convegni e per promuovere le  relazioni universitarie tra i due paesi. Un’attività, quest’ultima, che gli è valso il Premio Anassilao che gli verrà conferito il 14 novembre a Reggio Calabria.

Quali sono le finalità dell’Accademia e come interagisce con la città di Roma?

PROF. BARBULESCU: L’Accademia nasce con due finalità: accogliere i borsisiti e promuovere la cultura romena in Italia. I nostri borsisti, circa 12, risiedono  per due anni. Sono laureati in storia, archeologia, lingue classiche e moderne, belle arti e architettura. Sono selezionati attraverso un bando di concorso nazionale e arrivano qui con un progetto di studio preciso legato alla città di Roma o all’Italia. Grazie a queste borse di studio, considerate nel nostro paese le più prestigiose,  i nostri borsisti frequentano corsi all’Università,  hanno professori italiani di riferimento e possono accedere  a tutte le biblioteche. Gli studiosi di archeologia, inoltre, prendono parte  anche  ad alcuni scavi.
I nostri borsisti, solo per citare gli ultimi eventi, hanno preso parte ad una mostra sull’architettura organizzata all’Acquario lo scorso giugno; hanno partecipato all’evento “Rome. The Road to Contemporary Art” e uno dei nostri pittori  ha anche vinto il secondo premio della Fondazione Pio Istituto Catel con il  concorso “L’immagine Contemporanea di Roma.
Quanto alla nostra attività culturale, collaboriamo con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, abbiamo infatti  aderito al Progetto Calliope dell’Auditorium-Parco della Musica e  abbiamo molti contatti con le università e con le  altre accademie straniere che operano a Roma e, una volta l’anno, organizziamo qui “Spazi Aperti”, un grande evento in cui partecipano gli artisti borsisti delle altre accademie che realizzano in ogni ambiente della nostra sede opere site specific.

Quali sono gli eventi interculturali più significativi che avete in programma?

La prossima settimana si terrà all’Università  “La Sapienza” e qui in Accademia un convegno internazionale dal titolo “Ripensando il 1989: la fine dell’egemonia sovietica nei paesi dell’Europa Orientale”, un evento per ricordare i venti anni della caduta del Muro di Berlino a cui parteciperanno studiosi romeni, italiani e francesi.
Ai primi di dicembre c’è  in calendario un convegno su Eugène Ionesco, il drammaturgo francese di origini romene di cui ricorre il centenario della nascita:  due giornate di studi a cui prenderanno parte, di nuovo,  studiosi italiani, romeni e francesi.
Nell’ambito del Progetto Calliope sono in programma tre iniziative: a fine dicembre si svolgerà all’Auditorium-Parco della Musica il concerto in onore del musicista  romeno Roman Vlad, già Direttore  artistico del Teatro alla Scala di Milano e Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma. Un grande artista, che vive in Italia da tempo,  di cui verranno interpretate le musiche.
Il prossimo anno, invece, sono  previsti  il concerto dedicato a Horaţiu Rădulescu e quello del violinista e  compositore Alexandru  Bălănescu che si esibirà  con un’artista folk romena, Ada Milea.
All’inizio del prossimo anno è prevista ancora la grande mostra  “L’oro antico in Romania”, che verrà allestita ai Mercati Traianei. Organizzata con il  Comune di Roma e con la collaborazione della nostra Accademia, il Museo Nazionale di Bucarest porterà nella capitale celebri tesori in oro ed argento che vanno dalla preistoria sino primo millennio d.C.
Inoltre, la nostra attività si articola in molte iniziative che si svolgono presso la nostra sede come concerti, convegni, mostre. Tra queste, voglio ricordare la  mostra “L’umana sintesi”  dell’artista Ileana Florescu, una fotografa italiana di origini romene che vive in Italia da molto tempo, che abbiamo inaugurato alcuni giorni fa.  E ci tengo a precisare che il pubblico dei nostri eventi è al 95% composto da italiani. E sono tanti gli italiani che frequentano i nostri corsi gratuiti di romeno e la nostra biblioteca, la più grande biblioteca romena all’estero che vanta 40.000 testi. Questo a dimostrazione che ci teniamo a dialogare con il vostro Paese.

Dalla Romania sono arrivate in Italia negli ultimi anni quasi un milione di persone. Come ha influito questa grande emigrazione sulla cultura romena?

Per secoli e sino alla metà del Novecento i nostri riferimenti culturali internazionali sono state la Francia e la Germania: erano le culture di questi due paesi ad influenzarci maggiormente. Ora la situazione è cambiata e la Francia ha decisamente perduto terreno. L’Italia sta diventando un nuovo modello culturale. Un cambiamento causato, chiaramente,  dalla grande emigrazione romena in Italia e favorita dal fatto che  le nostre due lingue sono ambedue romanze e,  grazie a questa comunanza linguistica, si può arrivare più facilmente alla cultura italiana.
Prima degli anni  Ottanta, infatti, i romeni che arrivavano in Italia erano pochi ed erano soprattutto intellettuali. Dal ‘89 ha avuto inizio questa emigrazione di carattere economico che ha  avuto grandi ripercussioni perché un milione di persone che arriva in Italia vede, conosce e si apre, inevitabilmente, ad una nuova cultura.
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che  già dalla fine dell’Ottocento in Romania c’è stata a livello universitario una tradizione di italianistica e i grandi centri universitari, quello di Bucarest così come quello di Cluj, hanno tenuto corsi e  pubblicato opere di autori italiani.
Le relazioni universitarie tra Italia e Romania sono state sempre eccellenti e sono tanti gli accordi interuniversitari in vigore. E non è casuale che le università riunite in un consorzio a Cluj hanno appena aperto una sede distaccata a Viterbo dove dal prossimo anno si  terranno dei corsi per i romeni che vivono qui.

Quale la sua idea di cultura italiana?

Essendo io un archeologo sono incantato dalle antiche vestigia, dai musei. La mia formazione mi permette di cogliere da vicino tutto ciò che è arte e patrimonio. Roma è  affascinante per la varietà che offre  da questo punto di vista: una ricchezza causa di continuo stupore e meraviglia.
Allo stesso tempo non comprendo come nella capitale artistica del mondo, si trovi anche tanto kitsch. Penso, per esempio, alle molte bancarelle che invadono Piazza Navona…

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Un’intervista rilasciata dal prof. Bărbulescu un anno fa, al momento del suo insediamento come direttore dell’Accademia di Romania) e pubblicata sul settimanale Ziarul de Duminică (supplemento culturale del quotidiano economico Ziarul Financiar) il 28 nov 2008, può essere letta  - in romeno - qui. (n. red. FIRI).


La forza dello spirito nell’epoca dei totalitarismi. Simposio su Vladimir Ghika

14 Ottobre 2009

La forza dello spirito nell’epoca dei totalitarismi. Vladimir Ghika, un modello contemporaneo

- Simposio in occasione dei 20 anni dalla caduta della cortina di ferro in Europa -

Accademia di Romania, venerdì 16 ottobre 2oo9, ore 18.

Il simposio si propone di evocare la figura del Mons. Vladimir Ghika (1873-1954), nipote dell’ultimo principe della Moldavia, sacerdote, direttore spirituale, scienziato e diplomatico romeno, martire della fede negli anni del terrore stalinista. Vi partecipano personalità di prestigio del mondo culturale e politico italiano e alcuni specialisti le cui ricerche hanno portato ad importanti scoperte documentarie. Gli organizzatori propongono un dibattito attorno a queste testimonianze su una delle figure più importanti della Romania del Novecento, la cui causa di beatificazione è in corso presso la Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.

Indirizzi di saluto:
Prof. Mihai Bărbulescu, Direttore dell’Accademia di Romania
S.E. Răzvan Rusu, Ambasciatore di Romania in Italia
S.E. Marius Lazurcă, Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede

Intervengono:
On. Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera dei Deputati
Prof. Andrea Riccardi, Comunità di Sant’Egidio
Prof. Andrei Brezianu, Churchill College, Cambridge University
Anca Berlogea, regista, presidente Signis Romania.

Seguirà la proiezione del documentario di Lettere a mio fratello in esilio. L’epoca stalinista in Romania (regia Anca Berlogea, produzione Signis Romania / KTO, 2009), film basato sulla corrispondenza inedita tra Vladimir e Dimitrie Ghika, un sacerdote e un diplomatico, due fratelli separati dalla Cortina di Ferro.

Mons. Ghika con un gruppo di amici tra cui il filosofo Jacques Maritain e la moglie Raisa (a sinistra).
Mons. Ghika con un gruppo di amici tra cui il filosofo Jacques Maritain e la moglie Raisa (a sinistra).

L’evento è organizzato dall’Ambasciata di Romania in Italia in collaborazione con l’Accademia di Romania, la Comunità di Sant’Egidio e l’ICR di Bucarest.


L’oro dei Daci – convegno a Roma

13 Maggio 2009
L’ORO DEI DACI

Convegno di studi

Mercoledì, 13 maggio, ore 9,00 / Accademia di Romania

Giovedì, 14 maggio, ore 9,00 / Museo dei Fori Imperiali


Interveranno studiosi dalla Romania – dr. Mihaela Simion (Ministero della Cultura, dei Culti e del Patrimonio Nazionale, Bucarest), dr. Lucia Marinescu, dr. Floricel Marinescu, dr. Crisan Museteanu, dr. Ernest Oberländer Târnoveanu, dr. Paul Damian, dr. George Trohani (Museo Nazionale di Storia della Romania), dr. Viorica Crisan, dr. Eugen Iaroslavschi (Museo Nazionale di Storia della Transilvania, Cluj-Napoca) e dall’Italia – dott.ssa Lucrezia Ungaro (Musei dei Fori Imperiali, Roma), dott.ssa Anna Maria Liberati (Museo della Civiltà Romana, Roma), prof. Livio Zerbini (Univ. di Ferrara).

Saranno presenti specialisti nella protezione del patrimonio archeologico venuti dalla Romania -prof. Augustin Lazãr, dr. Mircea Suteu (Univ. di Alba Iulia), Aurel Condrut (capo commissario, Polizia Romena, Bucarest) prof. Sorin Alãmoreanu (Univ. di Cluj-Napoca) e dall’Italia -prof. Claudio Cimino (segretario generale della World Association for the Protection of Tangible and Intangible Cultural Heritage, Roma) e dr. Paolo Giorgio Ferri (Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma).

All’ Accademia di Romania sarà visitabile la mostra documentaria “L’oro dei daci”, realizzata dal Museo Nazionale di Storia della Romania. In collaborazione con: Museo dei Fori Imperiali (Roma), Museo Nazionale di Storia della Romania (Bucarest), Ministero della Cultura, dei Culti e del Patrimonio Nazionale della Romania.

(Il programma in pdf è scaricabile qui)


Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

23 Febbraio 2009

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

Lettera aperta a Giordano Bruno Guerri
e al Direttore de “Il Giornale”, Mario Giordano

di Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI

Roma, 22 febbraio 2009

Sull’edizione cartacea de “Il Giornale” del martedì scorso, 17 febbraio, troviamo in prima pagina l’articolo – ripreso anche nella versione on-line della testata – firmato di Giordano Bruno Guerri e intitolato La violenza dei nuovi invasori. Il riferimento del titolo, probabilmente scelto dalla redazione de “Il Giornale” [1], non può trarre in inganno, dato il contesto infiammato di questi giorni, in cui il problema della sicurezza nelle città italiane è emerso nuovamente in forma drammatica e drammatizzata, come conseguenza di alcuni stupri commessi perlopiù da stranieri e, in particolare, da cittadini romeni. Il titolo è già di per sé offensivo nei confronti degli immigrati, e se è stato scelto, come sembra, dalla Redazione, allora non si tratta di un semplice deragliamento personale, ma di una precisa intenzione di infierire.
L’Autore parte da lontano, da un pretesto apparentemente innocuo e irrilevante, ovvero della partita amichevole di calcio tra il Belgio e la Slovenia, all’inizio della quale, per errore, la banda belga ha suonato l’inno della Slovacchia anziché quello della Slovenia. Prendendo spunto da quest’episodio, Giordano Bruno Guerri allarga le sue riflessioni sulla incompiutezza e sull’artificialità dell’unità europea, che egli associa ad una “scatola di bottoni spaiati” per arrivare ad affermare, verso la fine del suo scritto, che “la rapidità con la quale si vuole realizzare l’unione – non solo economica, anche politica – è uno stupro alle tradizioni, ai sentimenti, alla nazionalità dei popoli che compongono l’UE”. Infatti, aggiunge il Nostro, “i popoli non possono venire uniti a colpi di trattati e di costituzioni imposte dall’alto”. In altre parole, l’attuale processo di unificazione europea, e nella fattispecie la recente integrazione dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, è una violenza sia perché è imposta dall’alto, per motivi politico-economici (ma per gli interessi politici ed economici di chi, se non di quelli degli Stati che hanno promosso da una parte e dall’altra l’unificazione europea?), sia perché avviene in maniera troppo veloce. Anche se, dobbiamo ricordarlo all’Autore, secondo molti europeisti il processo è, al contrario, troppo lento.
Dunque, la velocità e l’imposizione dall’alto.
Conclusione: “non si può neanche pretendere che una banda musicale distingua i ventisette inni dell’Unione, figurarsi una presunta fratellanza decisa a tavolino e smentita ogni giorno”.
Non ci è dato sapere se, per l’autore dell’articolo, una banda musicale dovrebbe sapere o meno distinguere i ventisette inni dell’Unione. Per noi, sì. Naturalmente, un errore di una banda non è una tragedia, come non lo è stato nemmeno per i giocatori sloveni, che hanno elegantemente fatto finta di niente. La tragedia è, dice l’Autore, quella rappresentata dalla violenza coatta cui sarebbero sottoposti i popoli europei, “stuprati” da questa cattiva e frettolosa Unione, realizzata a tavolino senza un reale rispecchiamento sul “terreno”. Non è questa la sede opportuna per discutere sul grado di rispecchiabilità nel territorio europeo, tra i suoi popoli e le sue regioni, dell’unità rincorsa nei salotti politici di Bruxelles. Indubbiamente, l’Autore non ha tutti i torti nell’osservare che il processo di unificazione europea è piuttosto un traguardo, un sogno di un matrimonio in grande – per alcuni certamente utopico – che non la spontanea formalizzazione di un’unione di fatto. Tant’è vero che al momento attuale non solo non esiste una squadra di calcio europea, come provocatoriamente ci suggerisce Guerri per “dimostrare” l’impossibilità di una vera unione europea, ma non c’è neppure una politica estera europea o di difesa comune.
Da questa consapevolezza, però, fino allo “stupro” delle tradizioni e dei sentimenti nazionali, c’è una distanza abissale, anche di stile. Anche perché la fratellanza europea non è una chimera campata in aria, ma è culturalmente giustificata – nel senso più radicale e tellurico dell’espressione – ed è peraltro desiderata dalla maggioranza dei cittadini europei, nonostante le sensibilità nazionali e gli interessi locali, i quali possono variare da un Paese all’altro e da una regione all’altra. I fatti occasionali di cronaca nera “inter-etnica” non potranno minare mai questo desiderio. Semmai, esso potrebbe essere minato da una politica miope in materia di immigrazione, che trascura le cause dei fenomeni per concentrarsi demagogicamente sugli effetti e sui sintomi, mescolando strumentalmente i temi dell’immigrazione con quelli della sicurezza, facilitando e stimolando il linciaggio mediatico di intere popolazioni e categorie sociali.
Sull’incompiutezza e sui limiti del processo di unificazione europea si può dunque legittimamente discutere. Non si può discutere, invece, su un’espressione carica di odio xenofobo come “la violenza dei nuovi invasori”, lanciata dalle pagine del “Giornale” come un assioma inconfutabile, come un punto di partenza obbligato per ogni ulteriore (pseudo) riflessione palesemente tracciata in partenza. Infatti, l’Autore giunge ad un’affermazione allucinante, assimilando gli immigrati – e in particolare i romeni – agli invasori, attribuendone di conseguenza il “primo bottino di guerra” rappresentato, per l’appunto, dagli stupri. Sentiamo le sapienti considerazioni di G. Bruno Guerri: “Il fatto è che – sempre e ovunque – lo stupro viene percepito come la presa di possesso dell’invasore: io invado il tuo territorio, e ti dimostro di averne preso possesso nel modo più spietato, violentando le tue donne, che sono il primo bottino di guerra di tutti gli invasori”. A “dimostrare” questa tesi, applicata ai casi degli stupratori recenti con passaporti esteri, secondo l’Autore sarebbe il fatto che “lo sdegno che hanno suscitato gli ultimi episodi avvenuti in Italia è superiore a quello dovuto a rapine e omicidi”. Condividiamo il fatto che lo sdegno suscitato nella popolazione dagli ultimi episodi in questione è superiore a quello causato dalle rapine o dagli omicidi. Concordiamo col fatto che questo sdegno è dovuto anche alla grande carica simbolica della violenza sessuale che, come osserva G. Bruno Guerri, è spesso erroneamente associata alla violenza degli invasori anziché essere presa per quella che è: violenza dell’uomo sulla donna.
Non sappiamo però, stando a questa teoria dell’Autore, a cosa siano associati tutti gli altri stupri, che costituiscono peraltro la stragrande maggioranza dei casi di violenza sessuale in Italia, ovvero quelli “domestici”, compresi quelli perpetrati a danno delle donne non-italiane (indipendentemente se i loro violentatori siano o no italiani). Forse, nel primo caso, si tratta di semplici incidenti di percorso, peccati veniali frutto di comprensibili frustrazioni da parte degli ex-partners delle donne aggredite, magari persone rispettabilissime della buona società? E invece, nel secondo caso, di quale presa di territorio si tratta, soprattutto quando si tratta di aggressori autoctoni e di vittime non italiane? Forse della presa di un territorio virtuale, come quello di Second Life?! Ad ogni modo, è curioso notare come certa politica e certa stampa stimoli lo sdegno dell’opinione pubblica italiana solo quando si tratta di una determinata nazionalità dell’aggressore (preferibilmente, non italiana) e di una determinata nazionalità della vittima (preferibilmente, italiana).
Lasciamo al signor Giordano Bruno Guerri il piacere di escogitare e di illustrarci altri affascinanti modelli teorici applicabili ai casi da noi sollevati. Qui ci preme, invece, sottolineare il danno d’immagine gravissimo, perché frutto di asserzioni arbitrarie e calunniose a carico dei circa un milione di cittadini romeni d’Italia – uomini e donne – considerati “invasori” in questa fantasiosa teoria dell’Autore; ma anche, per estensione, a carico degli altri milioni di residenti di origine straniera, valutati dalla Confindustria o dal sistema previdenziale italiano quali “lavoratori immigrati”, mentre per l’Autore e per la direzione de “Il Giornale” sono degli invasori, da trattare dunque come tali. La conseguenza logica di tale pensiero – già espresso dai microfoni di comizi politici, leghisti e non – sarebbe infatti il licenziamento e l’espulsione di massa di tutti gli immigrati presenti in Italia, per assicurare così al Paese italico quella sicurezza, quella pace e quell’armonia sociale che regnavano prima dell’arrivo degli “invasori”. D’altra parte, se per invasori vanno intesi solo gli stranieri delinquenti, tale ragionamento dovrebbe condurre, semmai, ad associare costoro ai loro “colleghi” di razza italica d.o.c.; questo, se vogliamo evitare di riproporre oggi quanto già commesso nel passato a danno dell’immagine dei cittadini italiani all’estero (“italiani = mafiosi” e così via).
Pertanto, considerata la gravità di quanto contenuto nell’articolo considerato, chiedo allo stesso Autore e al Direttore del quotidiano “Il Giornale” di ritirare pubblicamente le affermazioni incriminate, riservandoci la facoltà di segnalare nelle sedi competenti il fatto commesso, anche per verificare l’eventuale presenza del reato di istigazione all’odio razziale.

[1] Cfr. il titolo scelto dall’Autore, “Europa calcistica e bottoni spaiati”, per l’articolo pubblicato sul proprio blog nello stesso giorno, http://www.giordanobrunoguerri.it/gbgblog/default.htm.


L’Europa ritrovata, ovvero Romania tra Oriente e Occidente

19 Gennaio 2009

Per l’Europa ritrovata. Discorsi sulla Romania tra Oriente e Occidente


Una delle più importanti istituzioni culturali ed accademiche di Venezia, l’Ateneo Veneto, ospita lunedì, 19 gennaio, dalle ore 17:30, la cerimonia di presentazione del volume Per l’Europa ritrovata. Discorsi sulla Romania tra Oriente e Occidente (Pentru Europa regăsită. Discursuri despre o Românie între Orient şi Occident).

L’autore del volume è Alberto Castaldini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest, saggista, professore e giornalista noto in Italia, socio d’onore dell’Istituto di Storia “Nicolae Iorga” dell’Accademia Romena e professore honoris causa dell’Università “Babeş-Bolyai”di Cluj-Napoca.
„La Romania – scrive l’autore – costituisce un intreccio secolare di diverse culture e confessioni religiose, mostrandosi una sorta di sintesi di Oriente e Occidente europeo, sintesi talora armonica, talora conflittuale per una serie di nodi etnostorici e confessionali ben radicati nel suo territorio. Essa costituisce uno dei principali raccordi tra quei “due polmoni” con cui deve respirare il continente, secondo la celebre immagine coniata da Papa Giovanni Paolo II”.
La presentazione del volume sarà seguita da un dialogo dell’autore col pubblico veneziano, nel quale saranno affrontati sia elementi d’interesse generale, relativi all’identità europea, il percorso della Romania quale membro dell’Unione Europea, la politica culturale dell’Italia ecc., sia il tema scottante dell’attuale immagine della Romania e dei romeni in Italia.
La manifestazione, organizzata dall’Ateneo Veneto in collaborazione con l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia, sarà moderata dalla Dott.ssa Monica Joiţa, direttore ad interim dell’Istituto, dal professore e scrittore Gino Pastega e dal professore Gilberto Pizzamiglio, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.


Il Mar Nero e la geopolitica attuale: conferenza a Roma

20 Giugno 2008

L’ambasciata di Romania presso la Santa Sede, in collaborazione con l’ambasciata di Georgia presso la Santa Sede, organizza il 26 giugno 2008 alle ore 12 la conferenza del professore Charles King, della Georgetown University (Washington, DC). La conferenza si svolgerà presso lAccademia di Romania a Roma (Piazza José de San Martin, 1).

Intitolata Mare Maggiore: The Rebirth of the Black Sea World, il contributo fa parte di un ciclo di conferenze internazionali lanciato l’anno scorso dall’Ambasciata di Romania presso la Santa Sede, dedicate a temi geopolitici di ampio interesse.

La conferenza si occuperà delle evoluzioni nella regione del Mar Nero negli ultimi quindici anni, con accento sulla sua rinascita come zona d’interesse strategico per l’Europa allargata, ma anche per gli Stati Uniti d’America.

Charles King è professore si relazioni internazionali e titolare della cattedra “Ion Raţiu” (uomo politico scomparso negli anni Novanta) di studi romeni presso la Georgetown University. Ha pubblicato, tra altro, i volumi I fantasmi della libertà: una storia del Caucaso (2008), Il Mar Nero: una storia (2004) e I moldavi: la Romania, la Russia e la politica culturale (2000). Esperto di storia dell’Europa Orientale, conosce bene il romeno e il russo.