Romania, la cultura come antidoto al razzismo

3 Ottobre 2009

Com’è possibile che nell’arco di pochi anni la comunità di immigrati che sembrava potersi integrare più facilmente nel tessuto sociale italiano – per motivi linguistici, religiosi e culturali – si sia trasformata nella più temuta?

Colpa della politica? Dell’ignoranza, forse reciproca? Della superficialità dei giornalisti, troppo spesso indulgenti verso stereotipi e banalità di carattere xenofobo? O forse il clima di diffidenza tra romeni e italiani, spesso sconfinato in atti di violenza, è un inevitabile corollario di un fenomeno migratorio di enormi dimensioni? Una risposta unica non esiste: è la conclusione che si può distillare dall’incontro “Roma-Bucarest. Andata e ritorno”, andato in scena venerdì pomeriggio alla sala Estense. Moderato con leggerezza e ironia da Beppe Severgnini, il dibattito ha toccato argomenti diversi: dalla libertà di stampa ai rapporti economici, dalla questione della minoranza rom alla percezione reciproca tra i due paesi.

Di tutto questo hanno discusso Gabriela Preda, corrispondente della televisione romena Prima Tv e collaboratrice di Internazionale, Ovidiu Nahoi, direttore della versione romena della rivista Foreign Policy e Mircea Vasilescu, direttore del settimanale Dilema Veche e professore di letteratura all’università di Bucarest.

Risultato? Serve tempo e conoscenza. Le campagne di comunicazione sono utili, citare la dimensione degli scambi commerciali serve e c’è bisogno di giornalisti capaci di raccontare la realtà nella sua complessità. Ma è soprattutto la cultura che dovrà avere un ruolo chiave: i film di Mungiu, i libri di Cartarescu, i saggi di Eliade, i racconti di Manea sono gli ambasciatori migliori di un paese che vuole farsi conoscere per quello che è davvero.

Fonte – www.internazionale.it. Il programma del festival, che comprende altre presenze romene, consultabile qui.


L’Italia vista dai nuovi italiani

2 Ottobre 2009

Stasera ad Arezzo, incontro-dibattito con Miruna Cajvaneanu e Alina Harja, giornaliste romene che vivono in Italia.

Italia vista dai nuovi italiani: i lavoratori romeni. Problemi, opportunità

Venerdì 2 ottobre, ore 18 sala interna Caffè dei Costanti, piazza san Francesco, Arezzo.

Partecipano le giornaliste Miruna Cajvaneanu del settimanale Gazeta Romaneasca e Alina Harja corrispondente del canale Realitatea TV. Dibattito moderato dal giornalista Gianni Brunacci.

Nell’ultimo degli appuntamenti previsti dal progetto Da RoMeno a RoPiù Consapevole Cittadino Europeo, dopo gli interventi dello scrittore Mihai Mircea Butcovan e della ginnasta Andreea Stefanescu, si va a toccare il nocciolo della questione. Gli Italiani parlano spesso dei Romeni, raramente vengono intervistati quest’ultimi per capire come vedono, e giudicano gli Italiani. Le due giornaliste invitate sono la parte più attiva in Italia che porta avanti la ridefinizione della conoscenza, e quindi dell’immagine, che i media hanno proposto. Arezzo non soffre in modo consistente degli effetti collaterali della migrazione, ma certamente molto ancora deve essere fatto per una cosciente integrazione. L’incontro vuole portare autorevoli testimonianze utili in questa direzione.

Fonte: Arezzo Notizie

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Aggiornamento 3 ottobre:

Lorenzo Bianchi, Arezzo: Giovani RoMeni ora RoPiù consapevoli

(www.informarezzo.com)

Il terzo incontro al Caffè dei Costanti di Arezzo, previsto dal progetto “Da RoMeno a RoPiù Consapevole Cittadino Europeo”, ha visto la presenza di due giornaliste corrispondenti in Italia di accreditate testate romene, Miruna Cajvaneanu e Alina  Harja, che hanno  acceso il dibattito su “Italia vista dai nuovi italiani: i lavoratori Romeni. Problemi, opportunità”.

Dopo l’exploit del caricaturista Popas, dopo lo scrittore Butcovan, e la ginnasta Stefanescu, il tema della serata è andato sul nucleo del problema/opportunità che la migrazione romena in Italia offre. Oltre la presenza del’assessore all’integrazione Aurora Rossi,  si è avuto l’intervento del deputato Guido Melis, Deputato PD, Commissione Giustizia, e promotore gruppo interparlamentare di amicizia Italia Romania.  Ma anche i Romeni si sono attrezzati  a  scendere in campo politicamente in Italia, e già 2 partiti di matrice romena sono nati. Vi sono stati  gli interventi di Stefan Stanasel, imprenditore a Prato, Vice presidente commissione Territoriale della Prefettura per la Toscana e Presidente Partidul Democrat Liberal e di Mihai Muntean Segretario Nazionale Partito dei Romeni in Italia. Non poteva mancare Andreani della Lega Nord, Buti della Caritas che ha stilato l’unico rapporto sulla migrazione romena in Italia, e Leonora Ferrotti esponente del PDL aretino.

Si è potuto condividere le esperienze di Stanasel, imprenditore con 37 dipendenti ed alcuni milioni di euro fatturati in Italia, che dormiva inizialmente sotto un ponte con in tasca una laurea in marketing. Delle due giornaliste che da un impegno professionale hanno voluto fare della loro permanenza in Italia una scelta di vita in favore dell’approfondimento delle notizie e dei fenomeni della migrazione al fine di portare alla luce quello che talvolta i media nazionali tralasciano di dire. E’ stato curioso sentire la giornalista Harja, ora abitante a Trastevere, sostituire il Romeno col più perfetto Romanesco con abbondanza, come prevede quel dialetto, di doppie consonanti anche dove non sono presenti. Doppiamente curioso perché le doppie consonanti in romeno non esistono, ed è una delle difficoltà del loro scrivere in italiano.

Il deputato Melis la cui attività parlamentare ha sempre un taglio particolare – noto l’intervento a Piacenza col Manuale di Sopravvivenza del PD -, ha sottolineato la necessità di chiarire nel parlato comune di definizioni come “integrazione su valori comuni”, e di creare un gruppo all’interno del parlamento che abbia attenzione ad accrescere l’amicizia tra Italiani e Romeni.

Muntean ha congratulato l’iniziativa di Arezzo come occasione di dibattito necessario e con i toni giusti validi per lasciare sul territorio una traccia. Andreani della Lega, sollecitato dal moderatore Gianni Brunacci, ha rimarcato come la Lega riconosca la validità per entrambi le comunità di una migrazione, ma che la stessa abbia modalità ed operatività che purtroppo le attuali norme ed iniziative non soddisfano.

Tutti gli Italiani e Romeni presenti  si sono trovati d’accordo che la precisa e puntuale applicazione delle leggi che riguardano reati penali sia alla base della tutela anche della stragrande maggioranza dei Romeni che vivono correttamente in Italia.

Gabriela Tomuta, vice presidente dell’Ass. Italo Romena Aircis onlus di Arezzo, promoter del progetto, ha donato agli ospiti un pezzo di Romania: bottiglie di vino romeno Halewood e Murfatlar.


Quando la notizia diventa sciacallaggio

11 Aprile 2009

COMUNICATO STAMPA congiunto FIRI, ERI e Amici della Romania

Quando la notizia diventa sciacallaggio

Roma, 11 aprile 2009

Le associazioni italo-romene Forum degli intellettuali romeni d’Italia (FIRI), EuRomeni d’Italia (ERI) e Amici della Romania denunciano l’ennesimo tentativo di colpevolizzazione dei romeni ad opera dei media italiani. In seguito ad un presunto atto di sciacallaggio ad opera di quattro cittadini romeni residenti in Abruzzo, fermati ieri a San Panfilo d’Orce vicino L’Aquila dai carabinieri e assolti in seguito dal giudice monocratico del processo per direttissima perché il fatto non sussiste, le agenzie di stampa riprese dai media e dalle TV hanno diramato la relativa notizia, mettendo in evidenza, in maniera strumentale e diffamatoria, la nazionalità delle quattro persone ingiustamente accusate. Colpisce che ad avvallare una simile notizia sia stato lo stesso capo del governo, Silvio Berlusconi, nel corso della sua conferenza stampa di ieri sera alla caserma della Guardia di finanza, dando così risalto ad una notizia che riportava accuse rivelatesi in seguito false. Come nel recente caso di Karol Racz e di Alexandru Loyos Isztoika, la semplice nazionalità di persone sospettate di reati diventa subito occasione per un linciaggio mediatico fomentato da mass-media e da esponenti del mondo politico, i quali non sono altrettanto attenti a sottolineare la nazionalità delle tante vittime straniere nei fatti di cronaca nera, nel caso delle frequenti morti bianche oppure, come in questo caso, il tributo di vite nello stesso sisma abruzzese, in cui sono morti almeno cinque romeni accertati. Le associazioni italo-romene fanno un appello al mondo delle istituzioni e dei media ad abbandonare il vicolo cieco della tensione interetnica e a mantenere invece un profilo professionale adeguato per una informazione libera e corretta.

Radu Motoca (segretario FIRI), Octavian Neamu (pres. EuRomeni), Alina Harja (pres. Amici della Romania)


Alexandru Loyos: il primo alloggio dopo il carcere

29 Marzo 2009

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

Roma, 28 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), invocando il rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza anche nel caso di indagati di origine straniera o appartenenti a fasce sociali deboli, hanno provveduto a fornire ad Alexandru Loyos Isztoika, il giorno del suo rilascio, il primo alloggio da persona libera.

L’iniziativa vuole essere un atto simbolico di solidarietà a chi è stato ingiustamente trattenuto in carcere per più di un mese, anche dopo la decisione del Tribunale del riesame che ha stabilito l’estraneità sia di Racz che di Loyos ai fatti che hanno fornito ai media e agli ambienti politici il pretesto per colpevolizzare di nuovo i romeni presenti in Italia.

Le due Associazioni si augurano, insieme alla società civile italiana, che questo caso serva in futuro da lezione per i media, il cui dovere è quello di fornire un’informazione libera ed accurata, scevra da eventuali pressioni politiche, ideologiche o irrazionali, come anche da sensazionalismi per fini “commerciali”, che rischiano di avvelenare inutilmente il clima sociale italiano.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)


Habeas vultus. Quei romeni

15 Marzo 2009

Barbara Spinelli

Habeas vultus. Quei romeni

(La Stampa, 15 marzo 2009)

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati. Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più. Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto. Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi – una parola senza corpo e un corpo senza parola – lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti». Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari – e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo – «biondino» – che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio). Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni – Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo. Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaurita. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harja, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato. La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato. Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöller: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde – politici, giornalisti, cittadini comuni – per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.


Maledetti romeni

10 Marzo 2009

Umberto Eco: Maledetti romeni
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maledetti-romeni/2071780/18)

Lo erano la Franzonescu di Cogne, i coniugi di Erba Olindu e Roza, Sindoara e Calvuli. E poi Badalamentu, Provenzanul, Liggiu. Hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste

Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano già che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni così drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l’avevano già fatta più di 60 anni fa). Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sarà opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei romeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L’Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Romena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, romena doveva essere Rina Fort, l’autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell’origine romena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull’amante a Villa d’Este. Romena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l’ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e romeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 45 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Romeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un’audace e sanguinosa rapina a Milano, e romeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell’Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure. Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell’autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l’assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti. Romeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell’Italicus e di quella di Ustica, dell’omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d’Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l’attentatore del papa (agente dell’associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu. Questi romeni hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.


Casadio vs. Scaraffia sulla “questione” dei romeni

7 Marzo 2009

Subject: lettera aperta al Direttore responsabile de Il Riformista sulla Romania

Al Direttore responsabile de Il Riformista,

Roma, 1 marzo, festa di Mărţişor

Caro Antonio Polito,

su invito del FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e del suo presidente Horia Corneliu Cicortas ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza (un’università che è stata la mia per un quindicennio e alla quale sono ancora molto legato)  su Il Riformista di giov. 5 febbr. 2009. Un articolo che, nel tono, nei contenuti, negli argomenti non esiterei a definire in-decente. Dal titolo: “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”, e dalla seconda parte del testo par di capire che l’autrice abbia avuto l’intenzione di controbattere un articolo apparso sulla Stampa di lunedì, in cui si asserisce che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino». L’autore Guido Ceronetti è – lo sanno tutti –  un poeta-profeta che si guadagna da vivere inviando al quotidiano torinese pezzi astutamente provocatori nello stile pessimistico- apocalittico dello scrittore (romeno, en passant) Emile Cioran (1911-1965). Nel 1956 scrisse a Raffaele Pettazzoni manifestandogli il suo interesse per la storia delle religioni (aveva studiato l’ebraico per tradurre passi della Scrittura): il grande storico delle religioni alla cui scuola io mi onoro di appartenere gli rispose sconsigliandolo, saggiamente, dall’intraprendere quella carriera. Dichiarazioni di una tale assurdità non meritano di essere prese sul serio, e tanto meno  confutate con argomenti penosamente moralistici e pelosamente caritatevoli. Le esternazioni del “raffinato intellettuale” Ceronetti (“Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica” lo definisce Wikipedia) potranno al massimo interessare un critico letterario o uno psicoanalista.

I fatti riportati e gli argomenti sviluppati nella prima colonna del pezzo sono a mia parere molto più inquietanti perché L. Scaraffia è una prolifica autrice di saggistica storico-accademica e al tempo stesso collaboratrice di numerosi (troppi!) autorevoli quotidiani: Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e L’ Osservatore Romano (nonché membro del Comitato Nazionale di Bioetica). Richiamiamo anzitutto i fatti, o almeno quello che la nostra indaffarata studiosa postcomunista e postfemminista (nonché cattolica “rinata”) presenta come tali. La Romania è un paese disumanizzato, gelido, umanamente povero, e non solo povero, disperato. Lo spirito vitale, la voglia di fare e di abbellire il mondo sono assenti, la gente è costretta a emigrare e si riempie di ostilità nei confronti degli abitanti dei ricchi paesi ospitanti. Sono affermazioni pesantemente diffamatorie, e sconcertanti in bocca a un’esponente della sinistra cattolica. In  quanto storica l’autrice dovrebbe sapere che nel 1826 Gabriele Pepe sfidò a duello il poeta francese Alfonse Lamartine per aver definito l’Italia “poussière du passé, qu’un vent stérile agite! Terre, où les fils n’ont plus le sang de leurs aïeux!” (popolarmente « Italia, terra dei morti ») ? Nella Romania d’oggi si può immaginare che qualcuno sfidi a duello una professoressa papalina ? Certamente no, ma può succedere di peggio. Sulla base di una stupida deformazione giornalistica (che un direttore “responsabile” avrebbe forse potuto e dovuto prevedere) operata da un quotidiano online italiano (La Voce) il Vicepresidente del Senato di Romania Dan Voiculescu ha chiesto conto (10 febbr. 2009) al direttore di codesta testata delle oltraggiose affermazioni contenute nell’articolo in oggetto. La versione giunta alle orecchie romene dove si parla della Romania come di un paese “dove le persone vivono senza umanità alla giornata, mendicando, prostituendosi e ubriacandosi” e “pure la religione è vissuta come qualcosa di orribile e di vacuo, senz’anima, senza gioia” è grottescamente deformata, ma non tradisce nella sostanza il ragguardevole pensiero dell’autrice. Scaraffia non conosce né la geografia, né la storia, né la lingua, né la letteratura, né la cultura romena: una civiltà che nel Novecento ha prodotto il più grande storico delle religioni del secolo, Mircea Eliade (1907-1986), uno dei più grandi drammaturghi d’Europa, Eugen Ionescu (1909-1994), uno dei più grandi scultori del mondo, Constantin Brancusi (1876-1957), e pensatori e poeti del rango di Constantin Noica (1909-1987) ed Emile Cioran. Donde ella trae le adamantine certezze su cui è basata la sua caritatevole immagine del paese dei Carpazi? Ma, naturalmente, da una gita turistica al mese di maggio dell’anno scorso. Non c’erano rose o altri fiori attorno alle casette. Nelle strade non aleggiava il profumo del pane appena sfornato. E – udite, udite –  “il pane è ancora cotto in forni centralizzati per essere distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguale per tutti e dovunque”. Dal corpo poi si passa allo spirito: i rapporti fra le religioni presenti nel paese sono stati a tal punto avvelenati (dal Male, rappresentato nella faccia contadina di Ceausescu)  che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita. Orbene, tali affermazioni sono o completamente false, o faziose e maliziose. In Romania esiste naturalmente, come in altri paesi del mondo, un pane spugnoso ma non troppo (assomiglia al nostrano pan carré che a mia figlia ad es. piace moltissimo) che la nostra schizzinosa viaggiatrice ha assaggiato, ma esistono altre infinite varietà di pane (per giunta in varie case della Transilvania in cui lo scrivente ha avuto il piacere di alloggiare persiste la vecchia e sana abitudine di cucinare il pane nel forno casalingo). Inutile aggiungere che basta guardarsi intorno per vedere ogni tipo di fiori sbocciare nei giardini di casa (in un nuovo quartiere di Sighisoara, centro in parte ancora medioevale della Transilvania, tutte le strade hanno preso il nome di un fiore: esiste la Via delle Rose, insieme a quella delle Viole o dei Gigli). Oltracciò, mentre viaggiava con occhi e naso otturati la nostra specialista di agiografia ha avuto modo di lanciare giudizi in materia di storia religiosa. La disinvolta sicurezza esibita a questo riguardo ha a tal punto impressionato il senatore Voiculescu che questi l’ha nominata sul campo “profesor de istoria religiilor”. Un equivoco (peraltro veniale in un uomo politico) che invece chi scrive vive come un’onta per la disciplina da lui professata, disciplina, tra l’altro, che la Romania ha contribuito più di ogni altre paese al mondo a magnificare. E non è solo grazie ad Eliade e ad alcuni suoi discepoli. In tempi recenti (in particolare con un congresso internazionale nel 2006) un manipolo di giovani studiosi nati e cresciuti in questo “paese grigio e disperato di prostitute e ubriaconi” ha dispensato una somma incredibile di energie nel promuovere iniziative culturali di altissimo rilievo, mentre la classe di governo e gli organi di informazione del paese hanno dimostrato tangibilmente un sostegno e una partecipazione a tali iniziative che non troverebbero un corrispettivo in un paese come l’Italia in cui la conoscenza e l’insegnamento della storia delle religioni sta decadendo in maniera spaventosa (per non parlare della competenza nel campo delle lingue: molti studenti romeni padroneggiano l’inglese e il francese, talora anche l’italiano o il tedesco meglio – non dico degli studenti italiani che spesso non padroneggiano neanche la lingua madre – ma, dico, di molti docenti della mia università pagati cinque volte più dei docenti romeni.  Per tornare alla nostra Scaraffia: le sue saccenti affermazioni  sulle “religioni” del paese romeno presentate come languenti e rancorose dimostrano una tale povertà intellettuale (concetti tagliati con l’accetta connessi, si fa per dire, da giudizi francamente inaccettabili per qualsiasi studioso delle religioni) da far nascere preoccupazioni sulla sorte dei suoi studenti. In Romania, sia chiaro, esiste una sola religione: quella cristiana (insignificanti le presenze ebraiche e islamiche). Coesistono tre confessioni, l’ortodossa (che ha una schiacciante maggioranza: 86,7 %), la cattolica di rito latino (4, 7 %) e di rito greco (0,9 %) e la protestante (calvinista 3,7 %). La partecipazione al culto dei fedeli è intensissima, paragonabile a quella dell’Italia del sud nelle forme di devozione ma con apparente  maggior raccoglimento interiore e un’adesione più militante. Esistono naturalmente tensioni fra le chiese per motivi prevalentemente etnici ed economici (lascito dell’eredità comunista), ma non è compito dello storico lanciare giudizi di carattere assiologico con toni pesantemente denigratori. Ma qui evidentemente parla la giornalista molto cattolica e poco cristiana che vede il fuscello nell’occhio del fratello e ignara la trave, la pesante trave dell’acrimonioso interminabile bisticcio tra le varie componenti del teatrino confessionale italiano (nel nostro paese, come del resto in Francia e Spagna, è confessionale anche l’atteggiamento fazioso di certo laicismo fanatico).

Se questi sono gli pseudo-fatti presentati dalla storica Scaraffia, che dire dell’incredibile giudizio sparato in esordio dalla nostra intellettuale cattolica? “No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti … Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania”. Con tutto il rispetto per le buone intenzioni dell’antropologo-criminologo Cesare Lombroso (1835-1909), le sue teorie su ”L’uomo delinquente” – che hanno a suo tempo fomentato politiche di eugenetica e derive xenofobe – sono oggi considerate del tutto infondate.  Tocca ora a un’ intellettuale cattolica, esponente intransigente (alcuni la definiscono fondamentalista, ma lo storico delle religioni che conosce il peso delle parole deve evitare accuratamente questo termine) del Comitato di Bioetica,  rispolverarle a spese del popolo romeno. Al catalogo lombrosiano della “ruga del cretino” e della  “fossetta del brigante” si aggiunge ora “l’occhio gelido e vuoto del Romeno”. Notare bene: non “dell’immigrato romeno”, dell’indigeno di Romania, “che – bontà sua ! – non è un brutto paese”, che manda in Europa occidentale – anche! – cittadini “pacifici e lavoratori”. Scaraffia può rispondere quello che vuole – o probabilmente non rispondere affatto con la tipica iattanza dell’intellettuale alla moda – ma non c’è scusa che tenga. In quelle righe di una disumanata freddezza si legge ben più che un disprezzo etnocentrico (che può fare adontare il lettore romeno), si legge un’esecrabile affermazione della concomitanza tra caratteri somatici/ambiente sociale e comportamento umano secondo una dinamica determinista  causa-effetto, che fa rabbrividire ogni essere umano che abbia appreso la lezione della vita e della storia.

Ma non la “luce di posizione” di Lucetta Scaraffia non è poi tanto sola. L’illuminazione è generale, e le statistiche sono vistosamente esibite (5, 3 % degli omicidi sono romeni: Corsera del 23 febbr.) per addivenire a una stringente conclusione: i Romeni (sic: rumeni è un francesismo desueto sgradito agli interessati; la maiuscola è una rettifica grammaticale) sono violenti. In particolare sono inclini allo stupro (6, 2 % degli stupratori sono romeni: Corsera del 23 febbr.), un tipo di violenza odiosa anche agli occhi dei criminali più incalliti. Che dire del napoletano dodicenne stuprato e seviziato da un impiegato napoletano il 24 febbraio? Che dire della fanciulla romena di 8 anni stuprata da un altro campano il 28 febbraio? Eppure nel desolato hinterland napoletano e nella conurbazione della cintura vesuviana (un paesaggio urbano che stupra l’occhio, e fino a un anno fa anche il naso, e non ha confronti in termine di squallore in nessuna realtà urbana della miserabile Romania) l’aria è satura fin dal mattino dell’odore del pane, del panuozzo, di fragranti cornetti e del migliore caffè del mondo. Che dire, infine delle crociere del sesso pedofilo in Tailandia in cui tra i tanti cittadini dell’Europa opulenta gli Italiani non sono secondi a nessuno? Sarebbe certo meglio che i giornalisti riferissero i fatti senza titoli discriminatori, e gli intellettuali tuttologi imparassero l’arte di soffrire tacendo piuttosto che improvvisarsi sociologi da strapazzo. Per chiudere, vorrei esibire una statistica anch’io. “Marocco, Romania e Albania sono i paesi che ogni anno pagano il maggior tributo in termini di infortuni totalizzando il 40 % delle denunce e il 47 % dei casi mortali. Merita attenzione il caso della Romania che con quasi 18 mila casi si pone al secondo posto della graduatoria delle denunce e al primo di quelle mortali con 41 casi nell’ultimo anno, vale a dire che quasi un decesso su quattro tra gli stranieri riguarda un lavoratore romeno; va aggiunto che tra i romeni uno su tre deceduti è muratore” (Corsera del 24 febbr., sulla base di dati INAIL). Un altro primato della Romania dunque: non sarà la nutrizione col pane spugnoso e l’educazione “in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito una parola umana” (un’altra espressione che fa rabbrividire e fa “venir voglia di tirar conclusioni pericolose” sui frutti dell’ educazione sessantottina della nostra femminista eretica convertita) che spinge gli operai romeni a cadere dalle impalcature?

In fede, Giovanni Casadio

Prof. Ordinario di Storia delle religioni, Università di Salerno

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RIF. Il Riformista Giov. 5 febbr. 2009

Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?

Luci di posizione di Lucetta Scaraffia

No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti. Anche se tutti noi, ormai, abbiamo conosciuto rumeni pacifici e lavoratori, persone per bene che sopportano con dignità e speranza la loro difficile situazione di emigrati. Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania. Non è che si tratti di un brutto Paese, né di un Paese privo di testimonianze artistiche pregevoli: la questione è un’altra, e riguarda l’atmosfera complessiva che vi si respira, un’atmosfera di disumanizzazione.

Certo, la povertà è ancora forte ed evidente, ma non somiglia alla povertà calda e viva del Terzo mondo, dove vita e colori testimoniano la volontà di esistere e di sperare nonostante tutto. Quello che stupisce è l’assenza di spirito vitale, di voglia di fare e di abbellire il mondo: pur essendo a maggio, non ho visto un fiore nella terra che circonda le casette allineate lungo la strada in molte regioni del Paese, non ho sentito una volta il profumo di pane appena sfornato. Un paese dove, quasi vent’anni dopo la fine del comunismo, il pane è ancora cotto in forni centralizzati – e poi distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguali per tutti e dovunque – pone dei drammatici interrogativi.

Perché non c’è stato un risveglio di energie, di vitalità, alla fine della terribile dittatura che l’ha angariato per decenni? Perché i rumeni preferiscono emigrare – e poi magari riempirsi di ostilità dei ricchi abitanti degli altri Paesi europei – invece di ricostituire il loro Paese? Forse perché non è solo povero, ma disperato. Il comunismo di Ceausescu (foto) ne ha ucciso l’anima: tutti sospettavano di tutti, ogni legame umano è stato dissolto, ogni iniziativa mortificata, ogni possibilità di ribellione estirpata. In Romania si vedono ancora le tracce di un male capace di distruggere tutto, e di durare nel tempo, di contagiare ogni realtà: perfino i rapporti fra le religioni presenti nel Paese ne sono stati a tal punto avvelenati, che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita.

Se uno ha ancora dubbi su cosa sia stato il comunismo, un viaggio nelle campagne rumene costituisce senza dubbio l’occasione per aprire gli occhi definitivamente. Ma tutto questo non vuol dire, come ha scritto Ceronetti sulla Stampa di lunedì, che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino».

Non è certo il caso di mettere in dubbio la dura repressione dell’aborto da parte del dittatore – del resto magistralmente raccontato nel bellissimo film del regista rumeno Cristian Mungiu, nel 2007 Palma d’oro a Cannes – ma non è certo questo il suo più grave delitto, né la causa di tutti i mali. Non è detto che i figli nati “non desiderati” siano per forza peggiori di desiderati, e tanto meno che siano condannati al randagismo. La cattiveria umana non ha alcuna remora a presentarsi anche nei figli di buona famiglia, figli sicuramente “desiderati” e viziati: basti pensare ai giovani italiani che hanno dato fuoco all’indiano, poche notti fa. Stupisce che un raffinato intellettuale come Ceronetti si sia rifatto al luogo comune rappresentato dall’utopia del figlio desiderato, che pensi sul serio che i “figli desiderati” sono davvero buoni e felici, e che quelli nati per caso sono delinquenti. Ceronetti nel suo pessimismo, non può ignorare come il male appartenga a tutti gli esseri umani, e che solo una vera educazione al bene e solo una società che sa punire e premiare possono indirizzare i giovani e aiutarli a sfuggirlo. Non può non sapere che i giovanissimi di Trento che hanno fatto ubriacare e poi violentato una loro compagna di scuola sono figli desiderati, ma male amati e male educati.

I recenti casi di cronaca nera fanno capire come il vuoto morale, l’irresponsabilità e la mancanza assoluta di speranza possono accecare tutti: sia gli immigrati rumeni educati in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito un parola umana, sia i nostri ragazzi, viziati e accontentati in tutti loro desideri e che, incapaci di sfuggire al vuoto e alla noia delle loro vite, lasciano via libera agli istinti più crudeli. Sono due tipi di vuoto diverso, certo, ma che portano alla fine agli stessi risultati. Prima di dare ogni colpa all’immigrazione, prima di pensare che ogni problema può essere risolto cacciando rumeni o marocchini, dobbiamo guardare a cosa sono diventati i ragazzi italiani.


Due lettere targate FIRI contro la discriminazione etnica

7 Marzo 2009

Dopo la recente presa di posizione FIRI contro l’articolo xenofobo di Giordano Bruno Guerri pubblicato su “Il Giornale”, altre due lettere aperte, complementari e convergenti, hanno lo stesso tema, purtroppo di grande attualità, soprattutto nel caso dei romeni, in questi primi mesi del 2009: la discriminazione su base etnica.

Giovanni Casadio, professore ordinario di Storia delle religioni all’Università di Salerno, ha scritto  il 1 marzo una lettera aperta ad Antonio Polito, Direttore del quotidiano “Il Riformista”, in cui replica all’articolo di Lucetta Scaraffia. Potete leggere il testo della lettera aperta e l’articolo incriminato cliccando qui.

Un’altra lettera aperta, del 3 marzo, indirizzata al senatore romeno Viorel Badea e ai due ministri degli esteri Diaconescu e Frattini, sottoscritta dal presidente di FIRI e dal presidente dell’Associazione Siculo-Romena di Catania, richiama l’attenzione sulle ingerenze della politica e delle autorità romene nell’associazionismo italiano, sollevando la questione della discriminazione, nutrita o tollerata, nei confronti degli italiani o comunque dei non-romeni all’interno dell’associazionismo italiano per i romeni. Il testo di questa  lettera può essere letto qui.


Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

23 Febbraio 2009

Bottoni spaiati e xenofobia da pochi soldi

Lettera aperta a Giordano Bruno Guerri
e al Direttore de “Il Giornale”, Mario Giordano

di Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI

Roma, 22 febbraio 2009

Sull’edizione cartacea de “Il Giornale” del martedì scorso, 17 febbraio, troviamo in prima pagina l’articolo – ripreso anche nella versione on-line della testata – firmato di Giordano Bruno Guerri e intitolato La violenza dei nuovi invasori. Il riferimento del titolo, probabilmente scelto dalla redazione de “Il Giornale” [1], non può trarre in inganno, dato il contesto infiammato di questi giorni, in cui il problema della sicurezza nelle città italiane è emerso nuovamente in forma drammatica e drammatizzata, come conseguenza di alcuni stupri commessi perlopiù da stranieri e, in particolare, da cittadini romeni. Il titolo è già di per sé offensivo nei confronti degli immigrati, e se è stato scelto, come sembra, dalla Redazione, allora non si tratta di un semplice deragliamento personale, ma di una precisa intenzione di infierire.
L’Autore parte da lontano, da un pretesto apparentemente innocuo e irrilevante, ovvero della partita amichevole di calcio tra il Belgio e la Slovenia, all’inizio della quale, per errore, la banda belga ha suonato l’inno della Slovacchia anziché quello della Slovenia. Prendendo spunto da quest’episodio, Giordano Bruno Guerri allarga le sue riflessioni sulla incompiutezza e sull’artificialità dell’unità europea, che egli associa ad una “scatola di bottoni spaiati” per arrivare ad affermare, verso la fine del suo scritto, che “la rapidità con la quale si vuole realizzare l’unione – non solo economica, anche politica – è uno stupro alle tradizioni, ai sentimenti, alla nazionalità dei popoli che compongono l’UE”. Infatti, aggiunge il Nostro, “i popoli non possono venire uniti a colpi di trattati e di costituzioni imposte dall’alto”. In altre parole, l’attuale processo di unificazione europea, e nella fattispecie la recente integrazione dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, è una violenza sia perché è imposta dall’alto, per motivi politico-economici (ma per gli interessi politici ed economici di chi, se non di quelli degli Stati che hanno promosso da una parte e dall’altra l’unificazione europea?), sia perché avviene in maniera troppo veloce. Anche se, dobbiamo ricordarlo all’Autore, secondo molti europeisti il processo è, al contrario, troppo lento.
Dunque, la velocità e l’imposizione dall’alto.
Conclusione: “non si può neanche pretendere che una banda musicale distingua i ventisette inni dell’Unione, figurarsi una presunta fratellanza decisa a tavolino e smentita ogni giorno”.
Non ci è dato sapere se, per l’autore dell’articolo, una banda musicale dovrebbe sapere o meno distinguere i ventisette inni dell’Unione. Per noi, sì. Naturalmente, un errore di una banda non è una tragedia, come non lo è stato nemmeno per i giocatori sloveni, che hanno elegantemente fatto finta di niente. La tragedia è, dice l’Autore, quella rappresentata dalla violenza coatta cui sarebbero sottoposti i popoli europei, “stuprati” da questa cattiva e frettolosa Unione, realizzata a tavolino senza un reale rispecchiamento sul “terreno”. Non è questa la sede opportuna per discutere sul grado di rispecchiabilità nel territorio europeo, tra i suoi popoli e le sue regioni, dell’unità rincorsa nei salotti politici di Bruxelles. Indubbiamente, l’Autore non ha tutti i torti nell’osservare che il processo di unificazione europea è piuttosto un traguardo, un sogno di un matrimonio in grande – per alcuni certamente utopico – che non la spontanea formalizzazione di un’unione di fatto. Tant’è vero che al momento attuale non solo non esiste una squadra di calcio europea, come provocatoriamente ci suggerisce Guerri per “dimostrare” l’impossibilità di una vera unione europea, ma non c’è neppure una politica estera europea o di difesa comune.
Da questa consapevolezza, però, fino allo “stupro” delle tradizioni e dei sentimenti nazionali, c’è una distanza abissale, anche di stile. Anche perché la fratellanza europea non è una chimera campata in aria, ma è culturalmente giustificata – nel senso più radicale e tellurico dell’espressione – ed è peraltro desiderata dalla maggioranza dei cittadini europei, nonostante le sensibilità nazionali e gli interessi locali, i quali possono variare da un Paese all’altro e da una regione all’altra. I fatti occasionali di cronaca nera “inter-etnica” non potranno minare mai questo desiderio. Semmai, esso potrebbe essere minato da una politica miope in materia di immigrazione, che trascura le cause dei fenomeni per concentrarsi demagogicamente sugli effetti e sui sintomi, mescolando strumentalmente i temi dell’immigrazione con quelli della sicurezza, facilitando e stimolando il linciaggio mediatico di intere popolazioni e categorie sociali.
Sull’incompiutezza e sui limiti del processo di unificazione europea si può dunque legittimamente discutere. Non si può discutere, invece, su un’espressione carica di odio xenofobo come “la violenza dei nuovi invasori”, lanciata dalle pagine del “Giornale” come un assioma inconfutabile, come un punto di partenza obbligato per ogni ulteriore (pseudo) riflessione palesemente tracciata in partenza. Infatti, l’Autore giunge ad un’affermazione allucinante, assimilando gli immigrati – e in particolare i romeni – agli invasori, attribuendone di conseguenza il “primo bottino di guerra” rappresentato, per l’appunto, dagli stupri. Sentiamo le sapienti considerazioni di G. Bruno Guerri: “Il fatto è che – sempre e ovunque – lo stupro viene percepito come la presa di possesso dell’invasore: io invado il tuo territorio, e ti dimostro di averne preso possesso nel modo più spietato, violentando le tue donne, che sono il primo bottino di guerra di tutti gli invasori”. A “dimostrare” questa tesi, applicata ai casi degli stupratori recenti con passaporti esteri, secondo l’Autore sarebbe il fatto che “lo sdegno che hanno suscitato gli ultimi episodi avvenuti in Italia è superiore a quello dovuto a rapine e omicidi”. Condividiamo il fatto che lo sdegno suscitato nella popolazione dagli ultimi episodi in questione è superiore a quello causato dalle rapine o dagli omicidi. Concordiamo col fatto che questo sdegno è dovuto anche alla grande carica simbolica della violenza sessuale che, come osserva G. Bruno Guerri, è spesso erroneamente associata alla violenza degli invasori anziché essere presa per quella che è: violenza dell’uomo sulla donna.
Non sappiamo però, stando a questa teoria dell’Autore, a cosa siano associati tutti gli altri stupri, che costituiscono peraltro la stragrande maggioranza dei casi di violenza sessuale in Italia, ovvero quelli “domestici”, compresi quelli perpetrati a danno delle donne non-italiane (indipendentemente se i loro violentatori siano o no italiani). Forse, nel primo caso, si tratta di semplici incidenti di percorso, peccati veniali frutto di comprensibili frustrazioni da parte degli ex-partners delle donne aggredite, magari persone rispettabilissime della buona società? E invece, nel secondo caso, di quale presa di territorio si tratta, soprattutto quando si tratta di aggressori autoctoni e di vittime non italiane? Forse della presa di un territorio virtuale, come quello di Second Life?! Ad ogni modo, è curioso notare come certa politica e certa stampa stimoli lo sdegno dell’opinione pubblica italiana solo quando si tratta di una determinata nazionalità dell’aggressore (preferibilmente, non italiana) e di una determinata nazionalità della vittima (preferibilmente, italiana).
Lasciamo al signor Giordano Bruno Guerri il piacere di escogitare e di illustrarci altri affascinanti modelli teorici applicabili ai casi da noi sollevati. Qui ci preme, invece, sottolineare il danno d’immagine gravissimo, perché frutto di asserzioni arbitrarie e calunniose a carico dei circa un milione di cittadini romeni d’Italia – uomini e donne – considerati “invasori” in questa fantasiosa teoria dell’Autore; ma anche, per estensione, a carico degli altri milioni di residenti di origine straniera, valutati dalla Confindustria o dal sistema previdenziale italiano quali “lavoratori immigrati”, mentre per l’Autore e per la direzione de “Il Giornale” sono degli invasori, da trattare dunque come tali. La conseguenza logica di tale pensiero – già espresso dai microfoni di comizi politici, leghisti e non – sarebbe infatti il licenziamento e l’espulsione di massa di tutti gli immigrati presenti in Italia, per assicurare così al Paese italico quella sicurezza, quella pace e quell’armonia sociale che regnavano prima dell’arrivo degli “invasori”. D’altra parte, se per invasori vanno intesi solo gli stranieri delinquenti, tale ragionamento dovrebbe condurre, semmai, ad associare costoro ai loro “colleghi” di razza italica d.o.c.; questo, se vogliamo evitare di riproporre oggi quanto già commesso nel passato a danno dell’immagine dei cittadini italiani all’estero (“italiani = mafiosi” e così via).
Pertanto, considerata la gravità di quanto contenuto nell’articolo considerato, chiedo allo stesso Autore e al Direttore del quotidiano “Il Giornale” di ritirare pubblicamente le affermazioni incriminate, riservandoci la facoltà di segnalare nelle sedi competenti il fatto commesso, anche per verificare l’eventuale presenza del reato di istigazione all’odio razziale.

[1] Cfr. il titolo scelto dall’Autore, “Europa calcistica e bottoni spaiati”, per l’articolo pubblicato sul proprio blog nello stesso giorno, http://www.giordanobrunoguerri.it/gbgblog/default.htm.


“Cittadinanza è sicurezza”: manifestazione davanti alla RAI

4 Febbraio 2009

Cittadinanza è sicurezza

(fonte: www.radicali.it)

Roma, 5 febbraio 2009, ore 16: manifestazione davanti alla Rai “Cittadinanza è sicurezza”.

GIOVEDI’ 5 FEBBRAIO ORE 16 – VIALE MAZZINI 14 MANIFESTAZIONE DI FRONTE ALLA RAI – solidarietà a tutte le donne vittime di violenza – no alla demonizzazione di intere comunità – per il rispetto del diritto di voto e di informazione dei cittadini europei

Non tutti lo sanno – e i primi a non saperlo sono proprio i diretti interessati – ma i cittadini comunitari residenti in Italia hanno diritto di voto sia alle elezioni europee che alle elezioni amministrative. Per dare una dimensione del fenomeno, i cittadini dell’Unione europea, provenienti dagli altri 26 paesi membri, che risiedono in Italia, sono 934.435. La comunità più presente è quella dei cittadini rumeni, ben 625.278; seguono i polacchi 90.218, i tedeschi 40.163, i Bulgari 33.477, i francesi 30.803, i britannici 26.448, gli spagnoli 17.354. In vista delle prossime elezioni previste in giugno, le Istituzioni preposte devono mettere in atto quegli strumenti che consentano concretamente a tutti i cittadini europei residenti in Italia di poter votare. Il termine ultimo per l’iscrizione alle liste elettorali è il prossimo 9 marzo.

Per questo manifesteremo di fronte alla Rai, per un’informazione corretta sull’esercizio del diritto di voto dei cittadini comunitari alle prossime elezioni europee e per il rispetto dei diritti della persona contro gli stereotipi razzisti. La violenza si sconfigge con la cittadinanza. Con una comune patria europea! Saranno presenti i dirigenti e i parlamentari radicali e le comunità di cittadini europei provenienti dai 26 paesi dell’Unione.