Amicizia italo-rumena: 1 marzo

1 Marzo 2009

1 marzo, Mărţişor (“Marzolino”), Festa della primavera

Tutto in una spilla. Un cuore, un fiore, una farfalla, uno spazzacamino, tante sono le figure umane e le cose che possono essere raffigurate.

In Romania il 1° marzo c’è l’usanza di offrire alla persona amata o in generale alle donne, un piccolo oggetto che viene appeso ad un cordoncino fatto dall’intreccio di un filo bianco con un filo rosso. Questa spilla si offre alla persona cara che lo porterà per tutto il mese, o almeno nei primi giorni, attaccata al vestito proprio sopra al cuore.

Domenica 1 Marzo, nella Sala Multifunzionale di Via di Monte Giordano, sarà inaugurata la mostra della festa del Mărţişor.

In concomitanza con la mostra diverse coppie di ragazzi e ragazze, vestiti in indumenti tradizionali romeni, distribuiranno in regalo ai viandanti il “mărţişor” in alcune piazze di Roma (Piazza Navona, Piazza del Popolo, Piazza Venezia, Piazza di Spagna, Campo de’ Fiori), e in altre città italiane. L’iniziativa è delle associazioni di amicizia italo-romene.

Per sapere di più sull’origine e sul significato dell’usanza di 1 marzo cliccare qui.

Su youtube, la presentazione in italiano può essere vista qui.


In cerca di casa. Rom romeni in Italia e in Romania

23 Novembre 2008

In cerca di casa. Rom romeni in Italia e in Romania

Conferenza internazionale

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L’ultima migrazione rom che riguarda il nostro paese è quella delle comunità rom romene. In Italia registriamo le prime presenze agli inizi degli anni novanta, con un graduale e continuativo incremento di nuclei famigliari di ridotte dimensioni. La presenza di queste comunità viene genericamente affrontata dalle politiche sociali come una questione di “emergenza”, di “sicurezza” e di “ordine pubblico”, con a una mancata reale conoscenza del fenomeno.

FIERI, in collaborazione con l’ISPMN di Cluj Napoca, istituto romeno specializzato sullo studio delle relazioni interetniche, mette a confronto studiosi, operatori sociali, rappresentanti delle comunità rom, italiani e romeni, per approfondire le conoscenze e costruire le basi per future collaborazioni traslocali.

Martedì 25 Novembre, a partire dalle ore 9:00 presso la Sala conferenze del Gruppo Abele, Corso Trapani 91/B


Alle ore 19:00, inaugurazione della Mostra “Avviciniamoci“, i rom in Romania attraverso le rappresentazioni di giornali, fotografi e membri delle comunità.

La mostra sarà visitabile nella sede di Corso Trapani 91/B dal 26 novembre al 9 dicembre, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19, previo appuntamento, telefonando al numero 377/1802663.

Fonte, info e programma: http://www.fieri.it



Una grande civiltà dell’antica Europa, in mostra a Roma

25 Settembre 2008

Cucuteni-Trypillya. Una grande civiltà dell’antica Europa

16 settembre – 31 ottobre
Palazzo della Cancelleria
Piazza Della Cancelleria, Roma
Ingresso gratuito
Orari: dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 18.00
Info: tel. 0698260929

Secondo alcuni sarebbe la culla dei Sumeri, per altri la mitica Atlantide. E’ la misteriosa Cucuteni-Trypillya, considerata la prima grande civiltà d’Europa, al centro della mostra che sancisce la prima collaborazione in campo storico e culturale fra Romania e Ucraina, con uno speciale contributo della Repubblica di Moldavia. ”Cucuteni-Trypillya: una grande civiltà dell’antica Europa”, a Palazzo della Cancelleria di Roma dal 16 settembre al 31 ottobre, espone oltre 450 reperti fra i più significativi finora emersi dagli scavi e provenienti dai musei e dalle collezioni private più importanti dei tre Paesi.

In mostra le proto-citta’ ricostruite dagli archeologi, le cui prime testimonianze risalgono al V millennio a.C. Cucuteni-Trypillya si e’ sviluppata nelle regioni che oggi fanno parte di Romania, Ucraina e Repubblica di Moldavia. Il nome e’ stato scelto dagli archeologi in base a quello dei villaggi Cucuteni in Romania, vicino a Iaşi, e Trypillya [Trypillia, Tripolie] in Ucraina, vicino a Kiev, dove, alla fine del XIX secolo sono state rinvenute per la prima volta ceramiche dipinte e statuette di terracotta.

A più di cento anni dalla loro scoperta questi siti archeologici sono entrati nella letteratura scientifica di tutto il mondo: si tratta infatti di una civiltà estesa su circa 350.000 km quadrati con insediamenti di varie dimensioni che si sviluppavano su centinaia di ettari, elaborate fortificazioni, abitazioni che variavano da capanne interrate a costruzioni fino a due piani, oggetti in ceramica e una religione affascinante testimoniata da idoli e oggetti cultuali simbolici, la cui funzionalità è ancora in fase di interpretazione.

Fonte: Adnkronos

Per dettagli e approfondimenti: www.info.roma.it/evento_dettaglio.asp?eventi=12080


Gheorghe Iancu, 30 anni di danza in Italia

18 Settembre 2008

Ministero degli Affari Esteri Romania

Centro Produzioni Teatrali e Documentari Video di Milano

martedì 30 settembre 2008 Ore 19, 30

Spazio ARTRA in Via Burlamacchi 1, Milano

Incontri con artisti straordinari dell’Est – Romania

presentano:

Gheorghe Iancu

danzatore coreografo

30 anni di danza in Italia

Programma

Documentario video “15 minuti con Iancu”, regia di Maria Stefanache

Presentazione del libro Gheorghe Iancu, 30 anni di danza e le scene italiane, a cura di Sabrina M. Arpini

Intervento della storica Violeta P. Popescu: “La danza dall’Est all’Occidente”

Il pubblico incontrerà

Gheorghe Iancu, ballerino e coreografo

Prestante danseur noble, dalla tecnica scintillante e sicura, è stato per anni il partner di Carla Fracci ed è in questa veste che il largo pubblico lo ha conosciuto e ammirato. Compiuti gli studi alla scuola di ballo dell’Opera di Bucarest, Iancu entra subito nel corpo di ballo ed ha al suo fianco Miriam Raducanu, maestra romena e artista di statura internazionale, che perfeziona il suo stile e l’interpretazione dei ruoli di repertorio. Nel 1977, anziché proseguire l’attività nel suo Paese d’origine, accoglie l’invito rivoltogli dalla compagnia di balletto diretta, a Reggio Emilia, da Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, e intraprende con il gruppo una lunga tournée.

A Milano viene subito inserito da Beppe Menegatti in spettacoli di ampio respiro, accanto a Carla Fracci. Nel 1980 è con lei all’Olimpico di Roma e all’Arena di Verona, successivamente al Comunale di Firenze, alla Scala, a Napoli e a Palermo e in ricorrenti tournée internazionali. Interpreta con sicurezza i ruoli del repertorio classico ( Lago dei cigni , Giselle , Cenerentola ) ed eccelle soprattutto nel Romeo e Giulietta, ruolo in cui ha modo di coniugare lo slancio passionale alla pulizia dell’impostazione tecnica. Negli anni ‘90 affina le sue potenzialità creative e firma le coreografie di L’ultima scena, rivisitazione dell’immaginario conflitto tra Mozart e Salieri, La regina della notte (musica ancora di Mozart), La mascherata, Danza russa e Riccardo III (1995), prima collaborazione con il compositore Marco Tutino. Seguono le coreografie al Piccolo Teatro di Milano; la pièce teatrale e danzata La gabbianella (1997), da Sépulveda (protagonista, Oriella Dorella) “Nijinsky, reminescenze di un pazzo”, “Peter Pan” e il Piccolo Principe da Exupery.

Dal 2008 è direttore della compagnia di balletto dell’Opera Nazionale di Bucarest.

Presenta la serata

Maria Stefanache, regista e ricercatrice teatrale, nata a Iaşi, Romania.

In Italia dal dicembre1992. Nel 1995 si stabilisce a Milano dove vive e lavora.

Ha studiato regia con Andrea Camilleri all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. Al “Piccolo Teatro” di Milano, per tre anni, la troviamo come assistente alle ultime regie teatrali messe in scena da Giorgio Strehler, dal 1995 al 1997.

Fonda a Milano la “Scuola Europea di Teatro, scuola di Regia”, attiva sul territorio Lombardo dal 1995 al 2003. Nel ottobre 2003 da vita al “Centro Produzioni Teatrali e Doc. video. di Milano

Dal 2004 inizia il progetto di diffusione in Europa del suo nuovo metodo teatrale: Memoria passata del personaggio” che aiuta i registi nel lavoro con gli attori sulla costruzione del personaggio. A Parigi dal 2006, tiene degli atelier di aggiornamento teatrale per registi e attori. Nel ottobre 2007, esce il libro “Dall’Est all’Italia, Viaggio di un’Artista, il teatro di Maria Stefanache”, Edizioni dell’Arco, scritto da Violeta P. Popescu.

Violeta P. Popescu, giornalista, dal 2004 vive in Italia. Laureata in Storia e Filosofia, successivamente in Teologia-Scienze Sociali. Master in studi storici europei presso L’Università di Bucarest. Come giornalista e capo redattore per diverse redazioni in Romania, ha scritto articoli e collaborato alla stesura di libri storici. In Italia ha pubblicato il libro “Dall’Est all’Italia, Viaggio di un’Artista, Il teatro di Maria Stefanache” edizioni dell’Arco ottobre 2007, ed è in uscita il volume “Incontri con romeni straordinari in Italia” edizioni dell’Arco, 2008 Milano

Sabrina Maria Arpini, milanese di nascita si è laureata in Comunicazione culturale a Milano ed ha frequentato un Master alla Bocconi nel 2008 per il Management della danza ottenendo la qualifica di operatore culturale. Grazie ad una stimolazione fattiva con il Cavalier Walter Venditti esimio maestro dell’arte Tersicorea, si occupa da anni dello studio approfondito della storia della danza classica.

Il diploma della scuola d’interpretariato linguistico Le ha dato la possibilità di tradurre dal russo, inglese e francese dei documenti storici appartenenti alla danza ed ha per lungo tempo studiato e tradotto metodi di scrittura per la trascrizione della danza. La sua passione e la ricerca iconografica dei grandi ballerini del secolo ha avuto inizio parecchi anni fa quando, giovanissima, studiò danza classica e moderna. Il fulcro della sua ricerca è stato proprio il danzatore romeno Gheorghe Iancu.

“L’iniziativa di questa serata consiste nel far conoscere la vasta creatività, la qualità elevata e la visceralità del lavoro, la disciplina ed il genio dell’artista di origine romena Gheorghe Iancu che da 30 anni vive e lavora in Italia dando il suo contributo al patrimonio culturale della nazione Italiana e nello stesso tempo facendo onore al paese di nascita, la Romania…si vuol dare così un maggior impulso per aumentare lo scambio culturale tra le due Nazioni dalla comune radice latina”.

Ingresso Libero

Info: 02 54019796 , 02 66116340, e-mail: stefanache@alice.it,

www.centroproduzioniteatrali.it, www.maisonsabbatini.com


L’immagine dei romeni in Italia, tra realtà e percezione

11 Luglio 2008

Inchiesta realizzata da Afrodita Carmen Cionchin (Università di Padova)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

ROBERTO SCAGNO (professore di lingua e letteratura romena, Università di Padova): Il successo delle Olimpiadi d’Inverno di Torino (febbraio 2006) probabilmente non ci sarebbe stato senza il lavoro degli operai romeni che sono stati indispensabili nella collaborazione alla costruzione, in tempi forzatamente ristretti, di nuovi impianti sportivi e di alloggiamenti per i turisti in città e nelle vallate montane sedi delle competizioni sportive, e all’ampliamento e al miglioramento delle infrastrutture. Tutto è avvenuto senza vittime e incidenti gravi. Eppure questa notizia ha avuto pochissimo risalto in Italia ed è stata praticamente ignorata in Romania. In cambio, nell’ultimo anno, gli spazi dei giornali e dei salotti televisivi sono stati sovente occupati da furibondi dibattiti tra i sostenitori del «pugno duro» e della «tolleranza zero» contro i criminali provenienti dalla Romania in maggioranza identificati con appartenenti alle comunità rom e i sostenitori del giusto principio della responsabilità giuridica personale e della norma democratica, fondamento della civiltà occidentale, che vieta ogni discriminazione basata sulla «differenza» etnica, sociale o religiosa. Tali dibattiti sono quasi sempre caratterizzati dalla contrapposizione intollerante di posizioni ideologiche che finiscono con l’emergere in primo piano quando l’argomentazione razionale è sostituita dalle mitologie totalizzanti e dalla emotività irrazionale.

Preliminarmente a ogni altra considerazione occorre, a mio parere, mantenere saldi e condividere alcuni punti fermi: essere vigili contro ogni pericoloso scivolamento verso forme diffuse di intolleranza razzista e di criminalizzazione del «diverso», e quindi punire sul nascere ogni tendenza al «farsi giustizia da sé»; e, nel contempo, garantire la sicurezza di tutti i cittadini non solo attraverso un’azione più efficace della magistratura e delle forze dell’ordine ma anche attraverso un’attività preventiva di controllo sociale e di collaborazione internazionale. Al di là di questo quadro generale, che dovrebbe essere accettato senza alcuna riserva, è aperto il dibattito non pregiudiziale, lo spazio per la pluralità delle argomentazioni. Gli uomini di cultura italiani che a diverso titolo hanno avuto contatti non sporadici con la realtà romena dovrebbero cercare di ottenere maggiore visibilità ai loro interventi, anche sulla stampa romena, ma senza cadere nell’errore simmetrico opposto a quello tendenzialmente «razzista», l’errore della «mitologizzazione positiva». Reputo profondamente sbagliato contrapporre alla stupidità razzista i miti letterari romanzi/romantici da Cervantes a Budai-Deleanu oppure quelli «ambiguamente positivi» del melodramma italiano da Rossini a Verdi. Allo stesso modo, mi pare del tutto insensato utilizzare il paradigma della «pulizia etnica» (come sovente fanno alcuni giornalisti, saggisti e accademici della Penisola) o addirittura evocare l’ombra terribile della Shoah, con il rischio di una incosciente e irresponsabile «banalizzazione del male», anticamera del «negazionismo». Certamente non si devono incolpare interi popoli o interi gruppi etnici, ma allo stesso tempo non si devono chiudere gli occhi di fronte a pratiche sociali aberranti quali lo sfruttamento dei minori e delle donne per furti e rapine, o degli anziani, dei mutilati e dei portatori di handicap per accattonaggio. La lotta contro lo strapotere di italiche mafie e camorre non esclude la lotta contro i racket internazionali che spesso vedono protagonisti rom di Romania. Se a quasi vent’anni dalla caduta del regime di Ceauşescu il «problema rom» non è risolto la colpa non è principalmente delle istituzioni italiane che non hanno utilizzato i fondi europei ma delle autorità e della società civile romene poco sensibili, in generale, ai gravi problemi sociali interni (e non solo a quelli riguardanti la minoranza rom).

Quel che mi preme maggiormente mettere in rilievo è, tuttavia, un altro aspetto. Mi sembra utopico aspettarsi dalla stampa e dalle televisioni nazionali un interesse costante e costruttivo ai risultati positivi dell’immigrazione romena in Italia. L’imbarbarimento dell’informazione verso la messa in evidenza del negativo, del perverso, del macabro e del sanguinoso è, purtroppo, una direzione di marcia accelerata e inarrestabile… A questo punto, è compito ineludibile degli uomini di cultura – accademici, scrittori, poeti, saggisti, ecc. – uscire dalla «torre d’avorio» e dai propri «fortilizi» mitologici per scendere nel «foro» e per guardarsi attorno. Nelle grandi città come nelle piccole cittadine di provincia e nei borghi di campagna o delle nostre valli alpine vivono e lavorano decine di migliaia di famiglie romene che hanno trasformato la loro residenza nel nostro Paese da temporanea a permanente (almeno in prospettiva pluriennale), si sacrificano per fare studiare i figli (che sono presenti ormai non solo nelle classi elementari e nei licei ma anche nelle Università e nei centri di ricerca), mandano mensilmente cospicue rimesse ai familiari rimasti a casa, accendono mutui bancari per acquistare una casa in Italia, iniziano attività imprenditoriali nei settori più diversi (soprattutto nei servizi, nel commercio e nelle costruzioni), cercano di mantenere vive le tradizioni culturali e religiose del Paese d’origine. Spetta a noi uscire dalla «torre d’avorio» prima di tutto per conoscere i Romeni in Italia e poi per aiutarli in una integrazione che è italiana ed europea nel contempo.

Sarebbe auspicabile, inoltre, un dialogo maggiore sui problemi legati alla immigrazione romena in Italia tra gli uomini di cultura italiani e romeni, al di là dell’adesione a comuni messaggi di «solidarietà antirazzista», sovente non accuratamente formulati. A questo scopo ci si deve augurare anche da parte romena una uscita dalla «torre d’avorio» e un superamento della frequente oscillazione tra chiusura nazionalista e indifferentismo sociale.

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ANTONELLO BIAGINI

(Storico, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

In che termini descrive oggi la situazione dei romeni in Italia, tra realtà e percezione?

Brevemente potrei evidenziare alcuni aspetti che non sempre sono stati messi in luce dalle analisi di questo periodo. L’immagine della Romania in Italia ha goduto di una simpatia “latina” di fondo: il coincidere però di alcuni fatti di cronaca con la pressione delle elezioni e con l’allarmismo verso la “percepita” invasione da parte di nuclei di immigrati ha creato quasi le condizioni di una psicosi collettiva. L’ulteriore confusione tra rom e romeni ha aggravato questa percezione.

La diffidenza – più o meno diffusa – verso i romeni in Italia può essere una conseguenza, forse anche per l’allarmismo sul tema dei media. È inevitabile una tendenza al miglioramento – anche se secondo dinamiche di non breve durata – sia per il progresso sociale che economico che la maggior parte della popolazione romena ha conseguito in questi anni.

PAOLO DONÀ (Giornalista, “Il Gazzettino” di Padova)

Lei è un giornalista che ha anche la qualità di essersi laureato in lingua e letteratura romena all’Università di Padova nel 1982. Qual è, quindi, la Sua opinione sul modo in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

La chiave di lettura si trova nello stesso concetto di “notizia”. Ci vorrà molto tempo e sarà anche difficile equilibrare la necessità del giornalista di dare le notizie di atti criminali e le “buone notizie”. È normale che la notizia di un crimine faccia molta più sensazione di una buona notizia. La grande scommessa del terzo millennio, da questo punto di vista, è di non pensare più automaticamente a un romeno quando succede un crimine o si parla di un episodio di violenza. È una etichetta sgradita, che svantaggia e lede profondamente la maggioranza dei romeni, e che chiede di essere eliminata: 23 milioni di persone perbene non possono essere stigmatizzate ogni giorno, ogni ora, ogni minuto dalla “follia sociale” di una minoranza che prima di tutto non stima e non ama la propria terra. Storia, arte, tradizione, folklore, non possono essere adombrate nella percezione internazionale da qualche migliaio di delinquenti. Occorre tuttavia tanta pazienza: è una caratteristica che i romeni possiedono e che fino a qualche anno fa li ha accompagnati come un obbligatorio compagno di vita. Questa pazienza non è stata dimenticata. È – e sarà – di grande aiuto per un futuro con una luce più giusta e più buona.

ALVARO BARBIERI (Filologo romanzo, Università di Padova)

Qual è il giudizio di un intellettuale italiano sulla maniera in cui la stampa italiana riflette la realtà socio-culturale dei romeni in Italia?

Sensazionalismo e disinformazione: sono questi, al solito, gli assi portanti della stampa quotidiana italiana. Sulla situazione e le realtà dei romeni residenti in Italia si riflettono, purtroppo, i difetti abituali della nostra pubblicistica. Credo che non ci sia molto da aggiungere.

ERVINO CURTIS (Storico, Presidente dell’Associazione culturale di amicizia Italo-Romena “Decebal”, Trieste)

Anzitutto vorrei menzionare che, nel panorama delle associazioni culturali create da romeni e italiani in Italia, dopo la “Fondazione Europea Dragan”, costituita nel 1967, l’Associazione di amicizia Italo-Romena “Decebal” di Trieste, fondata nel 1987, di cui Lei è Presidente, è la più antica associazione attiva d’Italia, con una ricca attività culturale e di ricerca. Nel presente contesto della realtà romena di qui, come potrebbe caratterizzare l’approccio della stampa italiana?

La stampa italiana riflette naturalmente la grande ignoranza che lo stesso popolo italiano ha sulla Romania e sui romeni salvo casi rari. I romeni confusi con i rom, con gli slavi e ammassati assieme ai marocchini, curdi e tunisini etc. vengono generalmente trattati come la stampa del nord Italia trattava negli anni ’50 i meridionali. È naturale che il grande numero complessivo dei romeni în Italia porta statisticamente a grandi numeri anche per coloro che delinquono tra i romeni ma altresì porta anche a grandi numeri di lavoratori che pagano le trattenute dell’INPS per i pensionati italiani, a grandi numeri di nuovi nati che riempiono le vuote aule scolastiche ed impediscono pesanti ridimensionamenti di personale scolastico, a grandi numeri di badanti che sopperiscono alle carenze della società italiana ed alle difficoltà delle famiglie verso gli anziani, a grandi numeri di addetti all’agricoltura e pastorizia che hanno impedito una tremenda crisi del settore agroalimentare, a grandi numeri nell’industria e nell’edilizia coprendo le carenze provocate dalla poca disponibilità di lavoratori italiani con purtroppo grandi numeri anche tra i deceduti sul posto di lavoro etc. etc. Bisognerebbe più spesso accomunare TUTTI INSIEME questi grandi numeri.

MARIO DEAGLIO (Professore di Economia Internazionale all’Università di Torino, Editorialista economico del quotidiano “La Stampa”)

Nel presente contesto della realtà romena in Italia, molto discussa e controversa, Lei, da editorialista economico de “La Stampa”, è una delle poche voci che hanno espresso, nella stampa italiana, un punto di vista riflessivo più complesso e articolato, documento e informato in proposito. Citerei qui il Suo articolo del 8 novembre 2007 intitolato L’uomo nero, il Rom e il Romeno. Qual è oggi l’immagine dei Romeni in Italia e come viene essa formata e deformata dai media, anche in chiave identitaria, etnica e culturale?

I romeni hanno preso il posto degli albanesi quali “uomini neri” nell’immaginario collettivo specie dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea e il conseguente massiccio afflusso in Italia di romeni di etnia rom. I media continuano a non fare alcuna distinzione tra romeni e rom (anche nei casi in cui i rom non sono romeni ma originari di altre aree dell’Europa Orientale) e quindi deformano gravemente la realtà. Originariamente, nei confronti dei romeni prevaleva una certa stima soprattutto per la loro capacità di lavoro e la loro facilità nell’apprendere l’italiano.

Quali sono, secondo Lei, le conseguenze di ciò che definisce, nel Suo articolo, “l’attenzione estrema a fatti di cronaca che coinvolgono negativamente i romeni” e “appiattimento di una realtà complessa”?

Le conseguenze sono simili a quelle che si sono verificate altre volte con la “demonizzazione” di una minoranza: si iniettano nel corpo sociale sentimenti di paura e volontà di difesa e di reazione. Va però detto che in Italia vi è un forte antidoto in quanto le centinaia di migliaia di romeni che si comportano legalmente sono, in genere, piuttosto fortemente integrate e proprio per questo è stato difficile (finora) far vedere davvero il romeno come “uomo nero”.

Dall’altra parte, Lei parla giustamente de “l’estrema disattenzione a ciò che succede in Romania, sicuramente il Paese dell’Europa Orientale più prossimo all’Italia non solo per i legami antichi della lingua ma anche per quelli recenti dell’economia”. In questo senso fa risaltare che “tra Italia e Romania si è verificata una straordinaria integrazione”. In che consiste essa e quali ritiene possano essere gli sviluppi futuri?

Si tratta dell’integrazione economica che vede, accanto allo spostamento di lavoro dalla Romania all’Italia, lo spostamento di capitale dall’Italia alla Romania su scala assai maggiore di quanto normalmente si creda. Ciò è stato generalmente opera di piccole e medie imprese ma, se non vi saranno interferenze politiche, è probabile una maggiore attività in Romania di grandi imprese italiane, soprattutto nel campo energetico e infrastrutturale. Un’altra delle responsabilità dei mezzi di informazione italiani è la loro scarsissima attenzione per un paese in cui la presenza italiana è così importante.

(Le interviste sono uscite in romeno sulla rivista mensile “Orizontul” din Timisoara, il 27 giugno scorso)


Perché siamo tibetani

12 Maggio 2008

Qualcuno, nel leggere il nostro richiamo sulla questione umanitaria tibetana (http://firiweb.wordpress.com/category/culture/), ha mormorato accusandoci di “fare politica”.

Probabilmente, i nostri critici più o meno “politicamente corretti” erano disturbati dal titolo del nostro appello incriminato, che riproduceva un’espressione (“genocidio culturale”) usata dallo stesso Dalai Lama in quei giorni di proteste e disordini per indicare la distruzione sistematica di una cultura, oltre che di un popolo. Del resto, le autorità di Pechino hanno dichiarato ripetutamente che gli stessi disordini sono imputabili alla “cricca del Dalai Lama”. Dunque, noi del FIRI abbiamo usato l’espressione di una parte in causa, e in questo modo ci siamo schierati. Ovvero, “facciamo politica”. Ma la politica di chi? Del Dalai Lama? A prescindere dal fatto che il Dalai Lama non è soltanto la guida spirituale di un popolo senza più patria e il capo di un governo in esilio senza alcun potere effettivo, ma è anche un “casuale” laureato del premio Nobel per la pace, va notato che nel nostro breve appello non abbiamo invocato il suo nome, e nemmeno ci interessava “allinearsi” alle sue posizioni ufficiali, peraltro sempre molto equilibrate e pacifiche nei confronti della nazione cinese. Anzi, nella fattispecie, egli ha continuato a non chiedere il boicottaggio dei Giochi Olimpici ma, al contrario, ha sempre promosso il dialogo con il regime cinese, anche nei momenti di acutizzazione della crisi sino-tibetana. Prescindiamo anche dal fatto che la le autorità della Cina popolare – le quali hanno cercato goffamente di dimostrare che la causa di tutti i mali è il “lupo travestito da monaco” – non ha permesso l’accesso libero dei giornalisti stranieri nel Tibet, rendendo così poco credibile la propria versione dei fatti, versione che mi ricorda il modo maldestro e ridicolo con cui Ceauşescu parlava nel dicembre del’ 89 di quei “teppisti” che avrebbero rovesciato il suo regime.

Prescindiamo da tutto questo, e torniamo all’obiezione che ci è stata mossa. Da un lato, confesso che non mi sento affatto lusingato al pensiero di “fare politica” in un paese come l’Italia, che di politica vive tutti i giorni. Personalmente, preferisco gli spaghetti italiani, cotti rigorosamente al dente, in acqua bollente e ben salata, alla politica italiana. Dall’altro, mi sorprende che l’obiezione sul “fare politica” sia fatta qui, dove in nome delle “battaglie culturali”, “civili” o “per la pace” si inizia con le manifestazioni in piazza a favore della Palestina e si finisce tranquillamente da pensionati del parlamento. Ma, dico io, ben venga la metamorfosi personale, la capacità di adeguare mezzi e strumenti per raggiungere il nobile scopo della pagnotta (pubblica). Probabilmente è proprio tale nobile scopo ad aver spinto alcuni personaggi ad abbandonare la loro misera vita non-politica per darsi invece alla sacrosanta militanza politica, che – come si dice a Napoli – è “cchiù meglio assaje” se viene incoronata con un incarico parlamentare da mezza legislatura (quanto basta per assicurarsi una pensioncina dignitosa in caso di non rielezione) o con una poltrona da ministro. Ma certo, “fare politica” non è da tutti: chiede sacrifici e impegni e soprattutto valori nobili per il “bene comune”. Se ne sono resi conto personaggi di tutto rilievo. Pensate a quanti hanno abbandonato la strada larga che porta alla perdizione per imboccare la via stretta che porta alla salvezza: imprenditori non proprio poveri (Silvio Berlusconi), giornalisti non proprio periferici (Antonio Polito, ex di “La Repubblica” e poi direttore de “Il Riformista”, Lilli Gruber, volto noto della RAI), “attori” come Luca Barbareschi, filosofi non necessariamente sconosciuti (Massimo Cacciari, Gianni Vattimo), e perfino il magistrato Antonio Di Pietro, diventato famoso in tutto il mondo all’epoca – ormai lontana – di “Mani Pulite”. Non vi sembra curioso che in Italia, come dice l’uomo della strada, “le cose si risolvono solo con la politica”? Io, da semplice individuo, noto invece che “con la politica” le cose, anzi che risolversi, spesso si complicano. Talvolta, essi si incancreniscono proprio quando la politica cerca di fagocitare tutto, intrecciandosi con l’imprenditorialità, col mondo dei mass-media, con la giustizia e soprattutto con l’ingiustizia.

Nonostante questo, oso sperare che non tutti i politici della nostra Europa (più o meno unita) facciano politica per il solo fine di una pagnotta in più o per la pensione da mezza legislatura. Oso sperare che le voci critiche della società civile e degli intellettuali indipendenti vengano prese in considerazione dai nostri rappresentanti politici, anche – e soprattutto – nei casi in cui non si tratta della semplice pagnotta di tutti i giorni, ma di un senso elementare di giustizia e di sensibilità umana nei confronti delle persone e delle comunità indifese (di cui i tibetani cinesi sono soltanto un esempio).

Peraltro, richiamare alle autorità europee il caso del Tibet non è stata un’azione vana e solitaria, perché abbiamo visto in questi mesi un’opinione pubblica mondiale molto più sensibile del mondo politico alla questione dei diritti umani in Cina. Qualche leader europeo si è dimostrato meno incline del solito agli atteggiamenti subalterni nei confronti della nuova super-potenza asiatica. Questo ci fa piacere. Perché il caso del Tibet non è una semplice vicenda lontana o esotica, ma un monito sull’estinzione di popoli e culture intere. Perché in Tibet, non meno che in altre aree in cui si assiste al cosiddetto “conflitto delle civiltà”, una parte di tutti noi cerca di resistere alla sopraffazione e alla mercificazione.

In questo senso, siamo tutti tibetani.

Corneliu Horia Cicortas