Caso Racz: due associazioni chiedono al Majestic di ripensarci

30 Marzo 2009

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

“Inaccettabile comportamento dell’Hotel Majestic di Roma”.

Roma, 29 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), nell’ambito delle iniziative a tutela del rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza e contro ogni forma di pregiudizio nei confronti degli stranieri presenti in Italia, lanciano un appello all’Hotel Majestic di Roma perché ritorni sui suoi passi ed assuma, come annunciato, Karol Racz.

Non è tollerabile, infatti, che una struttura alberghiera di tale prestigio ceda di fronte alle posizioni ostili ingiustificabili e frutto di inaccettabile pregiudizio di alcuni suoi dipendenti.

Se l’Hotel Majestic dovesse confermare la non assunzione di Karol Racz in virtù di tali comportamenti, FIRI ed ERI valuteranno se lanciare una pubblica campagna internazionale volta ad invitare i potenziali clienti a non alloggiare presso la struttura in questione e, sussistendone i presupposti, a richiedere l’intervento dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).

FIRI ed ERI si stanno attivando, inoltre, per reperire – come già fatto per Alexandru Loyos Isztoika – una dimora anche a Karol Racz, il quale, dopo essere stato “eroe” per un giorno, scemato l’interesse commerciale nei suoi confronti, porta ancora un marchio indelebile frutto di un errore giudiziario, nonostante la bocciatura delle ipotesi accusatorie nei suoi confronti da parte del Tribunale del Riesame ed in virtù degli accertamenti scientifici espletati.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)


La verità di Karol Racz, nella sua prima intervista

29 Marzo 2009

Karol Racz, “eroe” per un giorno grazie alla sua comparsa televisiva a “Porta a porta”, si racconta nella prima intervista vera e propria, di cui si pubblica qui in anteprima italiana un frammento iniziale:

Uno dei due romeni accusati per lo „stupro della Caffarella” racconta in un’intervista esclusiva per il giornale romeno „Adevărul” i giorni trascorsi ingiustamente in prigione.

Come sei arrivato in Italia?

Racz: Un anno fa me ne andai dal mio villaggio, Cincu (distretto di Braşov) insieme a un mio nipote. Arrivammo in un campo nomadi a Livorno, ma non avrei mai pensato che sarei stato preso lì un giorno con l’accusa di stupro. A dicembre dell’anno scorso venni a Roma, presso i miei parenti di un altro campo, ma non trovando lavoro decisi di tornare a Livorno. Questo succedeva pochi giorni dopo lo stupro avvenuto alla Caffarella il 14 febbraio. La polizia, dietro indicazione di Isztoika, mi ha arrestato il 18 febbraio in una roulotte di Livorno. Sono stato portato a Roma e non ho voluto nemmeno per un istante confessare un fatto che non ho commesso, nonostante mi avessero detto che la confessione mi avrebbe ridotto la pena.

Cosa ti ha segnato di più nella vicenda che hai vissuto?

Racz: Non sono arrabbiato con gli italiani perché mi hanno arrestato da innocente, è una cosa che può succedere a chiunque. Sono sempre stato fiducioso che le prove e la giustizia divina cui rivolgevo le mie preghiere avrebbero dimostrato la verità. Mi sento invece umiliato per essere stato accusato due volte per un fatto ignobile. Io sono cresciuto tra i monaci e non andrei con una donna nemmeno se me lo proponesse.

[…]

L’intervista originale completa, realizzata da Anca Mihai, è disponibile qui: http://www.adevarul.it. Foto di Anca Mihai. La traduzione italiana è a cura di FIRI.


Alexandru Loyos: il primo alloggio dopo il carcere

29 Marzo 2009

Comunicato stampa congiunto FIRI ed ERI

Roma, 28 marzo 2009

Le associazioni FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia) ed ERI (EuRomeni d’Italia), invocando il rispetto del principio fondamentale di presunzione di innocenza anche nel caso di indagati di origine straniera o appartenenti a fasce sociali deboli, hanno provveduto a fornire ad Alexandru Loyos Isztoika, il giorno del suo rilascio, il primo alloggio da persona libera.

L’iniziativa vuole essere un atto simbolico di solidarietà a chi è stato ingiustamente trattenuto in carcere per più di un mese, anche dopo la decisione del Tribunale del riesame che ha stabilito l’estraneità sia di Racz che di Loyos ai fatti che hanno fornito ai media e agli ambienti politici il pretesto per colpevolizzare di nuovo i romeni presenti in Italia.

Le due Associazioni si augurano, insieme alla società civile italiana, che questo caso serva in futuro da lezione per i media, il cui dovere è quello di fornire un’informazione libera ed accurata, scevra da eventuali pressioni politiche, ideologiche o irrazionali, come anche da sensazionalismi per fini “commerciali”, che rischiano di avvelenare inutilmente il clima sociale italiano.

Dr. Horia Corneliu Cicortas, Presidente F.I.R.I. (cell. 349-7562472)

Avv. Fabio Maria Galiani, Portavoce E.R.I. (cell. 339-1246254)


Il Partito dei romeni al ministro Ronchi: “Basta con la demagogia”

28 Marzo 2009

“Il governo italiano ha mai chiesto scusa per la strage di Erba o per Karol Racz, innocente ma tenuto in carcere per più di un mese?”. Così il PIR, il Partito Identità romena, replica al ministro Ronchi, che si era detto sorpreso per non avere ricevuto le scuse del governo di Bucarest per lo stupro della Caffarella.

ROMA, 27 marzo 2009

“Se un italiano si fosse macchiato di un così schifoso reato, il governo avrebbe chiesto scusa”. Il ministro delle Politiche europee, Andrea Ronchi, si era rivolto così al suo omologo romeno Vasile Puşcaş, al termine del loro incontro di metà settimana a Bucarest, aggiungendo anche, riferendosi sempre all’episodio dello stupro nel parco romano della Caffarella, “mi sarei aspettato dal governo romeno una parola di solidarietà alla vittima”. Il ministro romeno aveva subito risposto (“Non è un problema governativo, ma giudiziario”) e adesso arriva anche la replica del PIR che fa riferimento ad alcuni episodi di cronaca nera, come la strage di Erba, nei quali sono rimasti vittime anche stranieri per mano di cittadini italiani. O, sempre per il caso della Caffarella, per quanto accaduto a Karol Racz, innocente ma tenuto in carcere per oltre un mese.

“In relazione alle dichiarazioni del ministro per le Politiche comunitarie Ronchi che in visita a Bucarest si aspettava scuse ufficiali o solidarietà del governo romeno per lo stupro della Caffarella a Roma – scrive il Pir in una nota – , chiediamo al ministro se l’Italia abbia porto scuse ufficiali al governo tunisino per l’efferato omicidio del cittadino tunisino di anni 3 Youssef Marzouk ad opera di due assassini Italiani, oppure per il pedofilo italiano di Iaşi e se siano state poste scuse ufficiali dal governo italiano al cittadino romeno Karol Racz posto per oltre un mese alla gogna mediatica ed additato al pubblico disprezzo ‘riabilitato’ soltanto da Bruno Vespa”.

Il Partito poi aggiunge: “Sarebbe anche bene sapere se il Ministro Ronchi abbia chiesto scusa al Governo romeno per la presenza accertata dall’Interpol in Romania di 232 pregiudicati italiani appartenenti a gruppi delinquenziali come mafia, ndrangheta e camorra. O forse per il Ministro Ronchi c’è solo una razza che merita le scuse, quella che si ritiene superiore alle altre?”.

“Basta con la demagogia – conclude la nota del Pir –, nella patria della mafia della camorra e della ‘ndrangheta dovremmo stare a chiedere scusa ogni minuto a tutto il mondo se l’idea del Ministro Ronchi avesse una qualche minima logica e fondamento, cosa che non è”.

Fonte: La Repubblica-Metropoli


Habeas vultus. Quei romeni

15 Marzo 2009

Barbara Spinelli

Habeas vultus. Quei romeni

(La Stampa, 15 marzo 2009)

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati. Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più. Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto. Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi – una parola senza corpo e un corpo senza parola – lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti». Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari – e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo – «biondino» – che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio). Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni – Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo. Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaurita. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harja, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato. La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato. Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöller: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde – politici, giornalisti, cittadini comuni – per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.


Revocata alla Badescu la qualifica di membro d’onore del PIR

11 Marzo 2009

Il partito dei romeni d’Italia (PIR) revoca la qualifica alla Badescu

(Fonti: PIR, roma.repubblica.it/)

Roma, 10 marzo 2009

Revocata ieri a Ramona Bădescu la qualifica di membro d’onore del PIR (Partito dei Romeni d’Italia-Identità Romena). Lo ha reso noto il partito stesso in una nota.

“Il Partito dei Romeni d’Italia-Identità Romena – si legge nella nota – preso atto delle recenti dichiarazioni rese alla stampa romena dall’attrice, membro d’onore del Partito, preso atto che tali dichiarazioni ledono gravemente l’immagine del Partito stesso e che sono in palese contrasto con la qualifica di membro di onore sin qui ricoperta dalla signora Bădescu, revoca con effetto immediato la qualifica di membro di onore del Partito conferito sin dal 2007 alla signora Ramona Bădescu alla quale comunque si augura ogni bene per il prosieguo della Sua attività artistica”.

Tali dichiarazioni ostili sono state peraltro rese dalla Bădescu “sia nel suo ruolo di consigliere del sindaco Alemanno, sia nella sua recente qualità di portavoce FARI”, ha ricordato oggi il segretario nazionale del PIR Mihai Muntean, in una conversazione col presidente del FIRI.

Si ricorda qui che la “FARI” che ha come portavoce Ramona Bădescu, è un’associazione nata all’inizio di febbraio, omonima della già preesistente Federazione delle Associazioni per i Romeni in Italia, la quale ha subito un attacco fraudolento col concorso della stessa ex-soubrette – cfr. su questi temi il seguente link).


Maledetti romeni

10 Marzo 2009

Umberto Eco: Maledetti romeni
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maledetti-romeni/2071780/18)

Lo erano la Franzonescu di Cogne, i coniugi di Erba Olindu e Roza, Sindoara e Calvuli. E poi Badalamentu, Provenzanul, Liggiu. Hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste

Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano già che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni così drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l’avevano già fatta più di 60 anni fa). Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sarà opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei romeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L’Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Romena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, romena doveva essere Rina Fort, l’autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell’origine romena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull’amante a Villa d’Este. Romena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l’ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e romeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 45 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Romeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un’audace e sanguinosa rapina a Milano, e romeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell’Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure. Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell’autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l’assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti. Romeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell’Italicus e di quella di Ustica, dell’omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d’Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l’attentatore del papa (agente dell’associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu. Questi romeni hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.


Lettera aperta al senatore Badea

7 Marzo 2009

Lettera aperta al Senatore Viorel Badea,

al Ministro Diaconescu, al Ministro Frattini

Roma, 3 marzo 2009

Gentile Sen. Badea, Illustrissimi Ministri,

Secondo le dichiarazioni del Sen. Badea del 23 gennaio a Roma, nel corso della conferenza stampa all’Accademia di Romania, a Bucarest alcuni parlamentari “non gradirebbero” che un italiano sia dirigente di movimenti associativi italiani che si occupano dei diritti dei Romeni e dei rapporti tra Italiani e Romeni. Inoltre, lo scorso 8 febbraio a Catania il Sen. Badea si è rifiutato di incontrare i romeni dell’associazione Siculo – Romena perché il presidente è un italiano.

Premesso che la Presidente del movimento degli imprenditori italiani in Romania è di nazionalità romena, sul punto vorremmo sapere:

1) chi sono questi parlamentari;

2) se per i due Ministri degli Esteri tali affermazioni non rappresentano un’ingerenza negli affari interni di uno Stato (quello italiano) considerato che si tratta di associazioni italiane con sede in Italia e di diritto italiano;

3) fino a quando si deve tollerare l’ingerenza delle istituzioni e della politica romena in merito alle attività di tali associazioni italiane;

4) perché i politici e le istituzioni non intervengono in occasione di gravi violazioni di legge e di principi basilari di correttezza, democrazia e convivenza, come è accaduto nelle scorse settimane in merito alla Federazione delle Associazioni per i Romeni in Italia, e sul punto cosa ne pensa l’On. Badea, senatore PDL, responsabile dei Romeni all’estero, considerato anche che tra le persone che hanno partecipato al blitz fraudolento a danno di FARI compare anche il vice presidente della filiale del Suo partito a Roma, dato che tali comportamenti danneggiano l’immagine dei Romeni ed impediscono all’associazionismo di svolgere il suo ruolo essenziale per la società, per il suo sviluppo e modernizzazione.

Vorremmo a questo punto ricordare che l’Ambasciata Romena a Roma invia corrispondenza alle associazioni cosiddette “romene” o “dei romeni”, ovvero alle associazioni italiane che si occupano dei diritti dei romeni e dello sviluppo dei rapporti tra romeni ed italiani, esclusivamente in lingua romena e tiene incontri solo in lingua romena, escludendo così quei cittadini italiani che tanto si prodigano per il rispetto dei diritti dei romeni in Italia e per i rapporti di amicizia tra i due popoli.

Del resto, le Autorità romene, i partiti politici romeni e persino molte associazioni fanno confusione a questo riguardo, continuando a chiamare anche nei documenti ufficiali “associazioni romene” quelle associazioni che sono per i romeni e, nella maggior parte dei casi, di romeni, le quali possono essere chiamate “romene” solo impropriamente, in quanto comunque italiane. Occorre inoltre ricordare che l’elezione dei Presidenti e degli organi delle singole Associazioni o Federazioni, a prescindere dalla nazionalità o dall’origine delle persone, è una libera opzione che spetta ai soli soci membri di tali organizzazioni democratiche.

Tanto premesso, si chiede di valutare se determinati comportamenti e dichiarazioni non creino una inaccettabile discriminazione nei confronti dei non-Romeni impegnati in Associazioni italiane, che potrebbe stimolare già frequenti atti discriminatori nei confronti dei Romeni all’estero.

Infatti, anziché auto-ghettizzarsi o essere spinti verso l’auto-ghettizzazione, i Romeni dovrebbero invece essere spronati ad aprirsi ai rapporti con i cittadini italiani e con cittadini di altre nazionalità, ai fini di un maggiore impegno ed una partecipazione paritaria rispetto ai cittadini italiani, soprattutto nei processi sociali e politici riguardanti l’intercultura e l’immigrazione.

In tal modo, l’associazionismo potrebbe e dovrebbe essere davvero un luogo naturale e fertile di incontro tra le due culture.

Per i contenuti della presente, si ritiene utile invitare a questo dibattito, a questa rispettosa riflessione, anche l’UNAR, per eventuali iniziative in merito.

Horia Corneliu Cicortas, presidente FIRI (Forum degli Intellettuali Romeni d’Italia)

Giovanni Falsone, presidente As. Sicula-Romena


Casadio vs. Scaraffia sulla “questione” dei romeni

7 Marzo 2009

Subject: lettera aperta al Direttore responsabile de Il Riformista sulla Romania

Al Direttore responsabile de Il Riformista,

Roma, 1 marzo, festa di Mărţişor

Caro Antonio Polito,

su invito del FIRI (Forum degli intellettuali romeni d’Italia) e del suo presidente Horia Corneliu Cicortas ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza (un’università che è stata la mia per un quindicennio e alla quale sono ancora molto legato)  su Il Riformista di giov. 5 febbr. 2009. Un articolo che, nel tono, nei contenuti, negli argomenti non esiterei a definire in-decente. Dal titolo: “Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?”, e dalla seconda parte del testo par di capire che l’autrice abbia avuto l’intenzione di controbattere un articolo apparso sulla Stampa di lunedì, in cui si asserisce che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino». L’autore Guido Ceronetti è – lo sanno tutti –  un poeta-profeta che si guadagna da vivere inviando al quotidiano torinese pezzi astutamente provocatori nello stile pessimistico- apocalittico dello scrittore (romeno, en passant) Emile Cioran (1911-1965). Nel 1956 scrisse a Raffaele Pettazzoni manifestandogli il suo interesse per la storia delle religioni (aveva studiato l’ebraico per tradurre passi della Scrittura): il grande storico delle religioni alla cui scuola io mi onoro di appartenere gli rispose sconsigliandolo, saggiamente, dall’intraprendere quella carriera. Dichiarazioni di una tale assurdità non meritano di essere prese sul serio, e tanto meno  confutate con argomenti penosamente moralistici e pelosamente caritatevoli. Le esternazioni del “raffinato intellettuale” Ceronetti (“Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica” lo definisce Wikipedia) potranno al massimo interessare un critico letterario o uno psicoanalista.

I fatti riportati e gli argomenti sviluppati nella prima colonna del pezzo sono a mia parere molto più inquietanti perché L. Scaraffia è una prolifica autrice di saggistica storico-accademica e al tempo stesso collaboratrice di numerosi (troppi!) autorevoli quotidiani: Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e L’ Osservatore Romano (nonché membro del Comitato Nazionale di Bioetica). Richiamiamo anzitutto i fatti, o almeno quello che la nostra indaffarata studiosa postcomunista e postfemminista (nonché cattolica “rinata”) presenta come tali. La Romania è un paese disumanizzato, gelido, umanamente povero, e non solo povero, disperato. Lo spirito vitale, la voglia di fare e di abbellire il mondo sono assenti, la gente è costretta a emigrare e si riempie di ostilità nei confronti degli abitanti dei ricchi paesi ospitanti. Sono affermazioni pesantemente diffamatorie, e sconcertanti in bocca a un’esponente della sinistra cattolica. In  quanto storica l’autrice dovrebbe sapere che nel 1826 Gabriele Pepe sfidò a duello il poeta francese Alfonse Lamartine per aver definito l’Italia “poussière du passé, qu’un vent stérile agite! Terre, où les fils n’ont plus le sang de leurs aïeux!” (popolarmente « Italia, terra dei morti ») ? Nella Romania d’oggi si può immaginare che qualcuno sfidi a duello una professoressa papalina ? Certamente no, ma può succedere di peggio. Sulla base di una stupida deformazione giornalistica (che un direttore “responsabile” avrebbe forse potuto e dovuto prevedere) operata da un quotidiano online italiano (La Voce) il Vicepresidente del Senato di Romania Dan Voiculescu ha chiesto conto (10 febbr. 2009) al direttore di codesta testata delle oltraggiose affermazioni contenute nell’articolo in oggetto. La versione giunta alle orecchie romene dove si parla della Romania come di un paese “dove le persone vivono senza umanità alla giornata, mendicando, prostituendosi e ubriacandosi” e “pure la religione è vissuta come qualcosa di orribile e di vacuo, senz’anima, senza gioia” è grottescamente deformata, ma non tradisce nella sostanza il ragguardevole pensiero dell’autrice. Scaraffia non conosce né la geografia, né la storia, né la lingua, né la letteratura, né la cultura romena: una civiltà che nel Novecento ha prodotto il più grande storico delle religioni del secolo, Mircea Eliade (1907-1986), uno dei più grandi drammaturghi d’Europa, Eugen Ionescu (1909-1994), uno dei più grandi scultori del mondo, Constantin Brancusi (1876-1957), e pensatori e poeti del rango di Constantin Noica (1909-1987) ed Emile Cioran. Donde ella trae le adamantine certezze su cui è basata la sua caritatevole immagine del paese dei Carpazi? Ma, naturalmente, da una gita turistica al mese di maggio dell’anno scorso. Non c’erano rose o altri fiori attorno alle casette. Nelle strade non aleggiava il profumo del pane appena sfornato. E – udite, udite –  “il pane è ancora cotto in forni centralizzati per essere distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguale per tutti e dovunque”. Dal corpo poi si passa allo spirito: i rapporti fra le religioni presenti nel paese sono stati a tal punto avvelenati (dal Male, rappresentato nella faccia contadina di Ceausescu)  che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita. Orbene, tali affermazioni sono o completamente false, o faziose e maliziose. In Romania esiste naturalmente, come in altri paesi del mondo, un pane spugnoso ma non troppo (assomiglia al nostrano pan carré che a mia figlia ad es. piace moltissimo) che la nostra schizzinosa viaggiatrice ha assaggiato, ma esistono altre infinite varietà di pane (per giunta in varie case della Transilvania in cui lo scrivente ha avuto il piacere di alloggiare persiste la vecchia e sana abitudine di cucinare il pane nel forno casalingo). Inutile aggiungere che basta guardarsi intorno per vedere ogni tipo di fiori sbocciare nei giardini di casa (in un nuovo quartiere di Sighisoara, centro in parte ancora medioevale della Transilvania, tutte le strade hanno preso il nome di un fiore: esiste la Via delle Rose, insieme a quella delle Viole o dei Gigli). Oltracciò, mentre viaggiava con occhi e naso otturati la nostra specialista di agiografia ha avuto modo di lanciare giudizi in materia di storia religiosa. La disinvolta sicurezza esibita a questo riguardo ha a tal punto impressionato il senatore Voiculescu che questi l’ha nominata sul campo “profesor de istoria religiilor”. Un equivoco (peraltro veniale in un uomo politico) che invece chi scrive vive come un’onta per la disciplina da lui professata, disciplina, tra l’altro, che la Romania ha contribuito più di ogni altre paese al mondo a magnificare. E non è solo grazie ad Eliade e ad alcuni suoi discepoli. In tempi recenti (in particolare con un congresso internazionale nel 2006) un manipolo di giovani studiosi nati e cresciuti in questo “paese grigio e disperato di prostitute e ubriaconi” ha dispensato una somma incredibile di energie nel promuovere iniziative culturali di altissimo rilievo, mentre la classe di governo e gli organi di informazione del paese hanno dimostrato tangibilmente un sostegno e una partecipazione a tali iniziative che non troverebbero un corrispettivo in un paese come l’Italia in cui la conoscenza e l’insegnamento della storia delle religioni sta decadendo in maniera spaventosa (per non parlare della competenza nel campo delle lingue: molti studenti romeni padroneggiano l’inglese e il francese, talora anche l’italiano o il tedesco meglio – non dico degli studenti italiani che spesso non padroneggiano neanche la lingua madre – ma, dico, di molti docenti della mia università pagati cinque volte più dei docenti romeni.  Per tornare alla nostra Scaraffia: le sue saccenti affermazioni  sulle “religioni” del paese romeno presentate come languenti e rancorose dimostrano una tale povertà intellettuale (concetti tagliati con l’accetta connessi, si fa per dire, da giudizi francamente inaccettabili per qualsiasi studioso delle religioni) da far nascere preoccupazioni sulla sorte dei suoi studenti. In Romania, sia chiaro, esiste una sola religione: quella cristiana (insignificanti le presenze ebraiche e islamiche). Coesistono tre confessioni, l’ortodossa (che ha una schiacciante maggioranza: 86,7 %), la cattolica di rito latino (4, 7 %) e di rito greco (0,9 %) e la protestante (calvinista 3,7 %). La partecipazione al culto dei fedeli è intensissima, paragonabile a quella dell’Italia del sud nelle forme di devozione ma con apparente  maggior raccoglimento interiore e un’adesione più militante. Esistono naturalmente tensioni fra le chiese per motivi prevalentemente etnici ed economici (lascito dell’eredità comunista), ma non è compito dello storico lanciare giudizi di carattere assiologico con toni pesantemente denigratori. Ma qui evidentemente parla la giornalista molto cattolica e poco cristiana che vede il fuscello nell’occhio del fratello e ignara la trave, la pesante trave dell’acrimonioso interminabile bisticcio tra le varie componenti del teatrino confessionale italiano (nel nostro paese, come del resto in Francia e Spagna, è confessionale anche l’atteggiamento fazioso di certo laicismo fanatico).

Se questi sono gli pseudo-fatti presentati dalla storica Scaraffia, che dire dell’incredibile giudizio sparato in esordio dalla nostra intellettuale cattolica? “No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti … Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania”. Con tutto il rispetto per le buone intenzioni dell’antropologo-criminologo Cesare Lombroso (1835-1909), le sue teorie su ”L’uomo delinquente” – che hanno a suo tempo fomentato politiche di eugenetica e derive xenofobe – sono oggi considerate del tutto infondate.  Tocca ora a un’ intellettuale cattolica, esponente intransigente (alcuni la definiscono fondamentalista, ma lo storico delle religioni che conosce il peso delle parole deve evitare accuratamente questo termine) del Comitato di Bioetica,  rispolverarle a spese del popolo romeno. Al catalogo lombrosiano della “ruga del cretino” e della  “fossetta del brigante” si aggiunge ora “l’occhio gelido e vuoto del Romeno”. Notare bene: non “dell’immigrato romeno”, dell’indigeno di Romania, “che – bontà sua ! – non è un brutto paese”, che manda in Europa occidentale – anche! – cittadini “pacifici e lavoratori”. Scaraffia può rispondere quello che vuole – o probabilmente non rispondere affatto con la tipica iattanza dell’intellettuale alla moda – ma non c’è scusa che tenga. In quelle righe di una disumanata freddezza si legge ben più che un disprezzo etnocentrico (che può fare adontare il lettore romeno), si legge un’esecrabile affermazione della concomitanza tra caratteri somatici/ambiente sociale e comportamento umano secondo una dinamica determinista  causa-effetto, che fa rabbrividire ogni essere umano che abbia appreso la lezione della vita e della storia.

Ma non la “luce di posizione” di Lucetta Scaraffia non è poi tanto sola. L’illuminazione è generale, e le statistiche sono vistosamente esibite (5, 3 % degli omicidi sono romeni: Corsera del 23 febbr.) per addivenire a una stringente conclusione: i Romeni (sic: rumeni è un francesismo desueto sgradito agli interessati; la maiuscola è una rettifica grammaticale) sono violenti. In particolare sono inclini allo stupro (6, 2 % degli stupratori sono romeni: Corsera del 23 febbr.), un tipo di violenza odiosa anche agli occhi dei criminali più incalliti. Che dire del napoletano dodicenne stuprato e seviziato da un impiegato napoletano il 24 febbraio? Che dire della fanciulla romena di 8 anni stuprata da un altro campano il 28 febbraio? Eppure nel desolato hinterland napoletano e nella conurbazione della cintura vesuviana (un paesaggio urbano che stupra l’occhio, e fino a un anno fa anche il naso, e non ha confronti in termine di squallore in nessuna realtà urbana della miserabile Romania) l’aria è satura fin dal mattino dell’odore del pane, del panuozzo, di fragranti cornetti e del migliore caffè del mondo. Che dire, infine delle crociere del sesso pedofilo in Tailandia in cui tra i tanti cittadini dell’Europa opulenta gli Italiani non sono secondi a nessuno? Sarebbe certo meglio che i giornalisti riferissero i fatti senza titoli discriminatori, e gli intellettuali tuttologi imparassero l’arte di soffrire tacendo piuttosto che improvvisarsi sociologi da strapazzo. Per chiudere, vorrei esibire una statistica anch’io. “Marocco, Romania e Albania sono i paesi che ogni anno pagano il maggior tributo in termini di infortuni totalizzando il 40 % delle denunce e il 47 % dei casi mortali. Merita attenzione il caso della Romania che con quasi 18 mila casi si pone al secondo posto della graduatoria delle denunce e al primo di quelle mortali con 41 casi nell’ultimo anno, vale a dire che quasi un decesso su quattro tra gli stranieri riguarda un lavoratore romeno; va aggiunto che tra i romeni uno su tre deceduti è muratore” (Corsera del 24 febbr., sulla base di dati INAIL). Un altro primato della Romania dunque: non sarà la nutrizione col pane spugnoso e l’educazione “in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito una parola umana” (un’altra espressione che fa rabbrividire e fa “venir voglia di tirar conclusioni pericolose” sui frutti dell’ educazione sessantottina della nostra femminista eretica convertita) che spinge gli operai romeni a cadere dalle impalcature?

In fede, Giovanni Casadio

Prof. Ordinario di Storia delle religioni, Università di Salerno

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RIF. Il Riformista Giov. 5 febbr. 2009

Che cosa c’entra l’aborto con i rumeni violenti?

Luci di posizione di Lucetta Scaraffia

No, non sono rassicuranti le facce dei giovani rumeni violentatori, e fanno venir voglia di tirar conclusioni pericolose, come pensare che tutti i rumeni sono dei potenziali violenti. Anche se tutti noi, ormai, abbiamo conosciuto rumeni pacifici e lavoratori, persone per bene che sopportano con dignità e speranza la loro difficile situazione di emigrati. Ma sono occhi che fanno capire molte cose: vi ho trovato il vuoto, il gelo, la povertà umana che ho sentito in un recente viaggio in Romania. Non è che si tratti di un brutto Paese, né di un Paese privo di testimonianze artistiche pregevoli: la questione è un’altra, e riguarda l’atmosfera complessiva che vi si respira, un’atmosfera di disumanizzazione.

Certo, la povertà è ancora forte ed evidente, ma non somiglia alla povertà calda e viva del Terzo mondo, dove vita e colori testimoniano la volontà di esistere e di sperare nonostante tutto. Quello che stupisce è l’assenza di spirito vitale, di voglia di fare e di abbellire il mondo: pur essendo a maggio, non ho visto un fiore nella terra che circonda le casette allineate lungo la strada in molte regioni del Paese, non ho sentito una volta il profumo di pane appena sfornato. Un paese dove, quasi vent’anni dopo la fine del comunismo, il pane è ancora cotto in forni centralizzati – e poi distribuito nei negozi e supermercati in buste di plastica che lo rendono spugnoso e cattivo, uguali per tutti e dovunque – pone dei drammatici interrogativi.

Perché non c’è stato un risveglio di energie, di vitalità, alla fine della terribile dittatura che l’ha angariato per decenni? Perché i rumeni preferiscono emigrare – e poi magari riempirsi di ostilità dei ricchi abitanti degli altri Paesi europei – invece di ricostituire il loro Paese? Forse perché non è solo povero, ma disperato. Il comunismo di Ceausescu (foto) ne ha ucciso l’anima: tutti sospettavano di tutti, ogni legame umano è stato dissolto, ogni iniziativa mortificata, ogni possibilità di ribellione estirpata. In Romania si vedono ancora le tracce di un male capace di distruggere tutto, e di durare nel tempo, di contagiare ogni realtà: perfino i rapporti fra le religioni presenti nel Paese ne sono stati a tal punto avvelenati, che ancora oggi un profondo rancore le divide e ostacola la loro rinascita.

Se uno ha ancora dubbi su cosa sia stato il comunismo, un viaggio nelle campagne rumene costituisce senza dubbio l’occasione per aprire gli occhi definitivamente. Ma tutto questo non vuol dire, come ha scritto Ceronetti sulla Stampa di lunedì, che la violenza degli stupratori si spiegherebbe con il fatto che «si tratta di figli di ventri forzati a partorire da Ceausescu sotto stretta sorveglianza antiabortista della Securitate, cresciuti in condizioni prossime a randagismo canino».

Non è certo il caso di mettere in dubbio la dura repressione dell’aborto da parte del dittatore – del resto magistralmente raccontato nel bellissimo film del regista rumeno Cristian Mungiu, nel 2007 Palma d’oro a Cannes – ma non è certo questo il suo più grave delitto, né la causa di tutti i mali. Non è detto che i figli nati “non desiderati” siano per forza peggiori di desiderati, e tanto meno che siano condannati al randagismo. La cattiveria umana non ha alcuna remora a presentarsi anche nei figli di buona famiglia, figli sicuramente “desiderati” e viziati: basti pensare ai giovani italiani che hanno dato fuoco all’indiano, poche notti fa. Stupisce che un raffinato intellettuale come Ceronetti si sia rifatto al luogo comune rappresentato dall’utopia del figlio desiderato, che pensi sul serio che i “figli desiderati” sono davvero buoni e felici, e che quelli nati per caso sono delinquenti. Ceronetti nel suo pessimismo, non può ignorare come il male appartenga a tutti gli esseri umani, e che solo una vera educazione al bene e solo una società che sa punire e premiare possono indirizzare i giovani e aiutarli a sfuggirlo. Non può non sapere che i giovanissimi di Trento che hanno fatto ubriacare e poi violentato una loro compagna di scuola sono figli desiderati, ma male amati e male educati.

I recenti casi di cronaca nera fanno capire come il vuoto morale, l’irresponsabilità e la mancanza assoluta di speranza possono accecare tutti: sia gli immigrati rumeni educati in un contesto atroce, in cui forse non hanno mai sentito un parola umana, sia i nostri ragazzi, viziati e accontentati in tutti loro desideri e che, incapaci di sfuggire al vuoto e alla noia delle loro vite, lasciano via libera agli istinti più crudeli. Sono due tipi di vuoto diverso, certo, ma che portano alla fine agli stessi risultati. Prima di dare ogni colpa all’immigrazione, prima di pensare che ogni problema può essere risolto cacciando rumeni o marocchini, dobbiamo guardare a cosa sono diventati i ragazzi italiani.


Due lettere targate FIRI contro la discriminazione etnica

7 Marzo 2009

Dopo la recente presa di posizione FIRI contro l’articolo xenofobo di Giordano Bruno Guerri pubblicato su “Il Giornale”, altre due lettere aperte, complementari e convergenti, hanno lo stesso tema, purtroppo di grande attualità, soprattutto nel caso dei romeni, in questi primi mesi del 2009: la discriminazione su base etnica.

Giovanni Casadio, professore ordinario di Storia delle religioni all’Università di Salerno, ha scritto  il 1 marzo una lettera aperta ad Antonio Polito, Direttore del quotidiano “Il Riformista”, in cui replica all’articolo di Lucetta Scaraffia. Potete leggere il testo della lettera aperta e l’articolo incriminato cliccando qui.

Un’altra lettera aperta, del 3 marzo, indirizzata al senatore romeno Viorel Badea e ai due ministri degli esteri Diaconescu e Frattini, sottoscritta dal presidente di FIRI e dal presidente dell’Associazione Siculo-Romena di Catania, richiama l’attenzione sulle ingerenze della politica e delle autorità romene nell’associazionismo italiano, sollevando la questione della discriminazione, nutrita o tollerata, nei confronti degli italiani o comunque dei non-romeni all’interno dell’associazionismo italiano per i romeni. Il testo di questa  lettera può essere letto qui.